
Ceuta: il dito e la luna
di ALGAMICA*
“Quando il saggio indica la luna, lo stolto guarda il dito”. Il famoso proverbio calza alla perfezione circa le reazioni ai fatti drammatici appena accaduti a Ceuta, alle porte dei confini con l’Europa e in quell’exclave in Marocco che rimane tutt’ora una eredità del colonialismo Spagnolo in tutta la fascia dell’Africa Nord Occidentale.
In questo caso lo stolto è l’insieme composito delle società europee e occidentali che ha guardato e assiste agli avvenimenti tutt’ora corso. Nonostante verifichiamo sfumature diverse, riteniamo che tutte le reazioni siano il riflesso di quell’inesorabile declino dell’Occidente, in particolare dell’Europa che conta, che è messo alle corde da una crisi inarrestabile dell’accumulazione capitalistica.
C’è chi l’ha chiamata “invasione”, chi una “guerra ibrida”, chi sostiene che si sia trattato di complotto ordito da soggettività islamiste qatariote con lo scopo di destabilizzare la civiltà europea, laica e democratica attraverso una invasione araba e musulmana. Chi ascrive la causa dei fatti alla storica rivendicazione del Marocco sulla sovranità delle due exclavi coloniali spagnole di Ceuta e Melilla, che dunque ha sobillato la popolazione per creare pressioni politiche nei confronti della Spagna. Chi ritiene il tutto la conseguenza di una doppia “sciagura” operata dal governo spagnolo: la recente sanatoria per circa 500 mila immigrati non regolari e la sentenza della Corte Suprema che stabilisce il divieto di una espulsione immediata da parte di chi attraversa il confine a nuoto.
C’è chi poi al contrario ha sostenuto che l’avvenimento drammatico dei giorni passati sia stato realizzato dai servizi di intelligence statunitensi e israeliani per destabilizzare la Spagna governata dal socialista Pedro Sánchez, non proprio compiacente e del tutto accondiscendente nei confronti dello Stato sionista di Israele, che da ultimo ha negato l’uso delle basi militari USA per l’aggressione imperialista all’Iran. Alla stregua di quest’ultima analisi “geopolitica”, c’è anche chi aggiunge che il disegno sia quello di realizzare un “grande Marocco” nel Nord Africa per controllare l’intera regione e in particolare l’Europa meridionale e il traffico commerciale sullo stretto di Gibilterra.
Sulla scia di queste spiegazioni, umori di destra e umori di sinistra – e tra queste purtroppo dobbiamo includere anche alcune aree del movimento internazionale in Occidente a sostegno della Palestina, la reazione converge in una medesima lettura degli avvenimenti: ci sarebbe da un lato una Europa “aggredita”; dall’altro un “aggressore”, la gioventù marocchina alla quale si aggiunge una gioventù dei paesi africani dell’immediata fascia subsahariana. Non si tratta di una diagnosi dovuta da una falsa coscienza, bensì da come la crisi dell’Occidente imprime trasversalmente nella società un moto composito di tipo conservativo da parte di tutte le classi sociali a difesa di un dominio sull’Africa che fin qui era incontrastato. Ed è una diagnosi che accomuna sia la pancia sociale che le classi dirigenti e l’establishment liberista dell’Europa.
Ovviamente, la gioventù marocchina non è descritta come il soggetto diretto di questa aggressione all’Europa, bensì come l’utile idiota di ben altre forze al cui piano si è prestato a causa della sua “indolenza” e “ignoranza”. Non sappiamo a questo punto se sia più razzista l’attenuante che si concede ai “dannati della terra” o la condanna per consapevole correità.
Il determinismo storico spiega che il movimento della storia include avvenimenti casuali che si possono comprendere solo ex post, che risultano come una delle possibili casualità non prevedibili in anticipo, le quali però si inseriscono sempre all’interno di un movimento storico determinato che non può mai essere uguale per via della complessità delle variabili spaziali e temporali.
I fatti drammatici di Ceuta, indipendentemente dalla miccia che li ha innescati, sono il prodotto storico determinato dalle leggi dello scambio combinato e diseguale e dalla forza impersonale dell’accumulazione del valore, che nel corso della storia ha sviluppato quella relazione imperialistica tra le nazioni avanzate dell’Europa e dell’occidente verso l’insieme dell’Africa, che ribalta di 180° i termini su chi è il reale aggressore e chi è l’aggredito.
Diciamo subito che all’interno di questa dinamica, nessuna classe dirigente, nessuna classe sociale, tantomeno i “dannati della terra” agiscono secondo libero arbitrio, ma sono, a seconda delle condizioni materiali della vita, obbligati ad agire secondo la spinta di uno stato di necessità, che a seconda delle condizioni materiali di partenza, possono presentare o pochi margini di opportunità o nessuna scelta. C’è il saccheggio dell’Africa e una carneficina imperialista da parte dell’Occidente in Medio Oriente e un genocidio contro l’intero popolo palestinese. I due aspetti sono correlati tra di loro, ovviamente, rendendo più parossistica la competizione tra le grandi potenze sulle risorse immense del continente africano, così come impone di legittimare rapina e genocidio quale necessità tutta occidentale di difendersi, quì e là, dalla avanzata della “arretrata e illiberale società musulmana” a cominciare dalla Palestina e dalla sua resistenza di tipo islamica.
Quindi non è un caso che degli “apprendista stregoni” – intelligence statunitense, israeliana e apparati della Monarchia del Marocco nella fattispecie, ognuno con i propri obiettivi differenziati – possano aver fatto circolare volutamente sui social media la falsa informazione che la Spagna avrebbe aperto le porte a nuovi flussi di immigrati. Ma il caso è sempre un aspetto non prevedibile, non è mai la causa profonda. Ciò non spiega infatti come mai più di 80 mila giovani ragazzi, ragazze e anche mamme con bambini piccolissimi abbiano frettolosamente e seduta stante lasciato qualsiasi cosa stessero facendo in quel momento per precipitarsi verso le porte dell’Europa in Nord Africa.
A ritenere “che c’è più di un indizio” che la causa sia stata proprio l’abilità del piano machiavellico predisposto da CIA e Mossad c’è anche il Corriere della Sera in un articolo di Federico Fubini. Ma se l’azione dei servizi di intelligence statunitensi e sionisti rappresentano il caso, ciò non spiega la nè causa, nè la natura del fenomeno. Così come nasconde gli effetti che vanno ben al di là di quanto sta accadendo all’immediato. Infatti, la prima pagina del Corriere della Sera del 1 agosto titolava: « Migranti, una crisi europea », come ad avvertire che oltre il dito c’è una luna, che però il liberismo europeo fa fatica a mettere a fuoco.
Per inciso vogliamo ricordare che solo nel 2025 sono morte circa diecimila persone nel tentativo di raggiungere l’Europa attraverso un’altra porta, questa però sull’Atlantico rappresentatata dalle Isole Canarie spagnole.
“L’ignoranza” che determina la storia?
La morale comune di questi giorni è che se non ci fosse stata la manipolazione di un popolo stolto, tutto ciò non sarebbe accaduto. Le testimonianze raccolte dai media internazionali tra le decine di migliaia di giovani e giovanissimi che hanno affrontato il viaggio della speranza ci descrive una realtà decisamente diversa, che contrasta il pregiudizio comune della coscienza razzista dell’europeo. Ricordiamo che benchè la maggior parte di loro, sottoposti a un trattamento de-umanizzante, senza acqua e senza cibo, da parte delle autorità e dall’esercito spagnolo sono stati deportati-fatti tornare indietro circa diecimila persone (tra cui tanti anche dai paesi dell’Africa sub-sahariana, dal Sudan e perfino dallo Yemen) permangono tutt’ora a Ceuta, lasciati a marcire nel quartiere periferico della exclave, el barrio principe, abitato da “arabi-spagnoli”, le cui sofferenze sono alleviate dalla buona volontà di piccoli comitati. Nelle interviste i giornalisti approcciavano i giovani immigrati con la medesima premessa: “sapete che non è vero che la Spagna vi farà raggiungere l’Europa, che la frontiere è chiusa e vi farà tornare tutti indietro? Perchè siete venuti?”. Superato lo stupore iniziale il commento comune dei giovani immigrati è stato: “beh, se resistiamo qui a Ceuta la Spagna dovrà pur fare i conti con uno stato di fatto e concedere almeno a una piccola parte di noi un lasciapassare umanitario per l’ingresso in Europa. Non potranno mica cacciare proprio tutti”. Ovvero, una testimonianza che esprime un coraggio reale dovuto da una insopprimibile necessità di sfidare a costo della vita il calcolo delle probabilità.
Solo chi ha il privilegio di vivere nella comfort zone gli fa ritenere che il libero arbitrio governi la vita degli uomini e chi non ne fa uso è colpevole di ignoranza e del proprio stato di minorità. Così non può che spiegarsi il comportamento delle decine di migliaia di marocchini come il risultato dell’irrazionalità dovuta alla loro ignoranza. In Occidente e in Italia, abbiamo elevato il gioco d’azzardo a industria di massa organizzata dallo Stato. Superenalotto, 10eLotto con estrazione dei numeri ogni 5 minuti, gratta e vinci e slot machine regolate dalla Agenzia delle Entrate. Un business miliardario e truffaldino che erode pensioni e magri stipendi di decine di milioni di persone. Italiani, precari e pensionati che scialacquano i propri miseri risparmi, nonostante tutti siano a conoscenza che la probabilità di vincere 500 milioni di euro ha una probabilità pari a 1 su 19 milioni e 960 mila possibilità. Tra le decine di migliaia di “dannati della terra” che hanno raggiunto Ceuta e i milioni di italiani ludopatici c’è solo una differenza di condizione materiale di partenza e di diverse necessità. I primi sono costretti a reagire alla miseria sociale causata dall’impianto colonialista e imperialista dello scambio tra l’Europa e l’Africa che perdura da secoli. I secondi, viceversa, possono sperare in una improbabile vincita proprio in virtù del saccheggio coloniale. In fin dei conti se solo 1000 marocchini sui circa 80.000 che hanno varcato il confine di Ceuta dovessero ottenere un permesso di tipo umanitario, il rapporto risulterebbe pari all’1,25% delle probabilità, un rapporto notevolmente più alto di quello riservato agli italiani malati di grattite.
Mettiamo le cose bene in chiaro.
Non si è trattato nè di una invasione, nè che la causa è da ricercarsi nel machiavellico piano. Ciò che ha riguardato l’exclave coloniale di Ceuta è stato un vero esodo di massa spontaneo da una nazione ritenuta da strati sempre più consistenti delle nuove generazioni essere un paese senza futuro. Il Marocco è un pentola a pressione che ribolle per una crisi sociale che è sul punto di esplodere. Chi si sofferma a guardare la mano che ha alzato il coperchio è lo stolto che guarda al dito, ma non vede la luna che il dito indica: il fuoco di una crisi sociale che dal Nord Africa si propaga verso l’Europa.
L’Europa “che conta” è in uno stato crisi recessiva, non riesce a competere con le merci cinesi in particolare sul mercato del continente africano. Mentre l’intera Africa dalla fine degli anni ’60 sta avendo una incredibile crescita demografica. La sua popolazione è passata da 284 milioni circa sessanta anni fa a 1 miliardo e mezzo attuale. L’età media nel continente africano oscilla tra i 18 e i 24 anni. Viceversa, l’intero Occidente si trova anche in una cronica decrescita demografica, proprio quando l’aumento della popolazione costituisce uno di quegli elementi strutturali necessari per l’accumulazione capitalistica, nonchè utile a compensare anche il meccanismo impersonale insito a un modo di produzione, che per accumulare profitti deve sempre realizzare una sovrapproduzione di capitali e merci.
E cosa c’è di meglio a questo punto se non cercare di governare gli effetti di quelle leggi impersonali del mercato e dello scambio combinato e diseguale, del rapporto metropoli imperialista e campagna del cosiddetto Sud Globale, quale l’emigrazione dai paesi sfruttati tendenzialmente attratta laddove le richezze rapinate vengono concentrate? Perlomeno negli ultimi trent’anni l’intera Europa ha utilizzato l’immigrazione con una doppia finalità: abbassare i costi della produzione dotandosi di una forza lavoro messa a servizio secondo un regime economico, sociale, politico speciale, che và da un lavoro forzato senza possibilità di contrattazione del salario, a una forma moderna di schiavitù della piantagione in agricoltura; sopperire alla non crescita e invecchiamento della popolazione europea attraverso l’immigrazione per incrementare il volume generale della domanda di merci sul mercato nazionale. Collegato a queste necessità è sorto un indotto variegato e lautamente pagato da istituzioni pubbliche e private che contribuisce a realizzare quella che a tutti gli effetti è la nuova tratta degli schiavi del XXI secolo. In Libia, paese smembrato dalle bombe democratiche occidentali, sono trattenuti con la forza quasi un milione di immgrati. Si trovano sottoposti a un meccanismo infernale, che vede coinvolte reti crimnali e ONG: costretti a lavorare in regime di schiavitù come contropartita per il passaggio via mare legale o non legale verso l’Europa secondo le necessità congiunturali e stagionali dell’industria e dell’agrobusiness europeo. Ogni fenomeno sociale e economico ha i suoi “inconvenienti” e come sempre il mercato determina un surplus di offerta rispetto alla domanda. Così il mercato impone alla fortezza dell’Unione Europea di mettere a bilancio tra i costi dello Stato le voci di spesa per il controllo del surplus di immigrati. Vengono allestiti sempre più campi di detenzione per gli immigrati, così come si realizzano aree militarizzate in prossimità dei campi agricoli. La EU poi stabilisce regole di “solidarietà” per la redistribuzione di questo stesso surplus di forza lavoro tra gli stati membri dell’Unione Europea. Questo è il preciso postulato nascosto del patto di Schengen.
La crepa che si è aperta a Ceuta svela la sostanza di una crisi reale. Risollevare l’economia asfittica dell’Europa anche attraverso la gestione schiavistica e razzista dell’immigrazione ha esaurito i fattori di compensazione e diviene sempre più un fattore di accelerazione della scomposizione sociale più generale già in atto. Gli Stati Uniti, che sono cresciuti storicamente in potenza anche grazie alla capacità di assimilare l’immigrazione dall’Europa che sembrava inesauribile, dopo una breve stagione di apertura alla immigrazione anche dall’Asia, Africa e America Latina, oggi si trova costretta a ingaggiare una pulizia etnica per la salvezza di una società bianca sistemicamente razzista e sull’orlo di una nuova guerra civile americana. Di rimando, fenomeni sociali dalla forma diversa ma della medesima sostanza si propagano in Europa. Nonostante i governi provino a barcamenarsi tra sanatorie e respingimenti, l’insieme del fenomeno migratorio diviene sempre più ingovernabile e l’isteria razzista accumulata sottopelle attraverso secoli di colonialismo fuoriesce da tutti i pori. La crisi scompone stati, nazioni e rende fluide le classi sociali. Ognuno agisce secondo il “si salvi chi può” di fronte alla nave che affonda. Il patto di Schengen non può che essere sospeso con maggiore frequenza. Che ognuno gestisca per conto proprio quel costo sociale economicamente necessario per reprimere il surplus di immigrati. Il parlamento Europeo il 17 giugno approva con fragorosi ululati razzisti una direttiva che consente ai paesi membri di allestire i campi di detenzione per gli immigrati al di fuori dei confini della EU. Se l’Italia della Meloni già li utilizza in Albania e la Spagna di Sanchez viceversa deporta i migranti nei lager che amministra in proprio in Mauritania, anche il resto dei paesi dell’unione potranno fare altrettanto. Ovvero un nulla osta concesso a tutti gli stati membri di allestire centri di detenzioni in Africa e nuove opportunità di un rinnovata occupazione coloniale per reprimere l’immigrazione.
Tanto più i meccanismi dello scambio diseguale e combinato continueranno nel saccheggio del continente e a bloccare lo sviluppo della filiera, il fenomeno tipico dell’immigrazione non solo è sempre più inarrestabile, ma non può che divenire una forma particolare e differente all’interno della necessità di reazione all’oppressione e abbattersi come uno tsunami sull’insieme dell’Occidente. Ogni anno circa 21 milioni gli africani emigrano dal proprio paese di residenza per cercare opportunità di vita, lavoro e per campare la famiglia altrove. Fino ai giorni nostri questa emigrazione per l’80% rimane in Africa. Se i margini per integrare gli immigrati sfruttandoli col massimo beneficio si stanno esaurendo per le nazioni imperialiste, figuriamoci per le nazioni africane. In Sud Africa – una economia emergente nel quadro africano – assistiamo a moti xenofobi contro gli immigrati provenienti da altri paesi africani. In ciò sicuramente pesano il fallimento del post apartheid e i ricatti economici di USA e EU e una infame campagna politica contro il presunto clima di terrore in cui vivrebbe la minoranza bianca. La virulenza delle mobilitazioni anti-immigrati nelle storiche città operaie di Durban o Johannesburg sono solo seconde a quei veri pogrom contro gli immigrati africani e in particolare se musulmani cui assistiamo da mesi in Scozia, Gran Bretagna, Irlanda del Nord e nelle ultime settimane anche a Genova. Fintanto che i processi violenti di land grabbing e di strozzinaggio finanziario imperialista dell’intero continente africano continueranno con la loro attuale violenza, risulterà inevitabile che aumenterà la quota della diaspora africana che busserà sulle rotte intercontinentali.
Il forcing occidentale nel realizzare accordi finanziari e commerciali con tutti i paesi africani si è fatto insistente, sempre più violento a causa della crescente concorrenza cinese. Il metodo dell’Occidente e della Cina è quello tipico del sistema imperialista del mercato mondiale, con la sola differenza che la penetrazione cinese è più competitiva e offre “migliori” condizioni di quelle Occidentali, comprendendo anche l’export di capitali fissi che si fanno vieppù necessari per l’Africa. Tant’è che dai moti anti-francesi e anti occidentali nei paesi del Sahel, si allunga la fila delle nazioni africane che cercano di sottrarsi dai finanziamenti a strozzo di USA e Unione Europea.
“Grande Marocco” o piattaforma imperialista per il saccheggio dell’Africa?
Per il Marocco le cose non sono state da meno in questi ultimi anni, divenendo dal 2012 in poi un paese sempre più asservito alle condizioni imposte dai prestiti dei capitali finanziari da parte dei paesi della EU, Stati Uniti. A questi dal 2020 e con gli accordi di Abramo, si sono aggiunti anche quelli dal Qatar, Bahrain, Arabia Saudita e da ultimo da Israele. Negli ultimi quindici anni il paese ha subito una veloce trasformazione assumendo un ruolo preciso nell’ambito delle leggi impersonali del mercato diseguale e combinato imposto dal capitale finanziario straniero. I prestiti finanziari ricevuti a un di interesse pari del 5%, sono però vincolati per essere re-immessi nei cosiddetti progetti di partenership finanziaria intra-africana e in particolare verso le nazioni dell’africa centro occidentale con tassi di interessi maggiori. Un processo che ha mutato il volto di una nazione basata in larga parte sull’agricoltura a piattaforma per la circolazione dei capitali finanziari stranieri e porta di accesso mascherata per il saccheggio delle ricchezze dell’Africa. Una autostrada senza limiti di velocità nella quale Italia, Francia e Spagna si sono ben piazzate.
Dunque che cosa invade chi?
Quel poco che rimane alla nazione maghrebina dal giro di vite dello sfruttamento basato sui tassi di interessi serve giusto a tenere in piedi e a ingrassare una casta parassitaria fedele al governo e alla Monarchia asservita agli interessi occidentali. Le opere infrastrutturali per la circolazione delle materie prime africane verso Europa e Stati del Golfo stanno comportando la demolizioni di interi villaggi nelle aree rurali. Gli investimenti per l’assistenza sanitaria, la salute pubblica la scuola sono quasi azzerati. La disoccupazione giovanile nella fascia di età tra i 15 e i 24 ha raggiunto la soglia del 39,5%. Il tasso dell’analfabetistimo in Marocco raggiunge il 27% tra la popolazione sopra i 15 anni. In questo scenario di profonda crisi sociale nell’autunno del 2025 il paese è stato attraversato da un composito movimento spontaneo e generalizzato di protesta giovanile che metteva al centro della lotta rivendicazioni economiche, quali il finanziamento alla scuola pubblica e alla sanità. Non sono mancati violenti scontri di piazza, mezzo migliaio di arresti, un numero non calcolato di feriti e alcuni morti tra i giovani manifestanti. Nella coda delle mobilitazioni sono emerse anche alcune rivendicazioni politiche, quali la liberazione dalle carceri dei perseguitati politici e per il boicottaggio di Israele in solidarietà con la causa palestinese.
E’ comprensibile a questo punto quali le ragioni per cui la Monarchia e l’intelligence USA-sionista sono converse nel dar fuoco alla miccia: far sfogare la pentola della ribellione sociale che stava raggiungendo una soglia critica per la stabilità di un paese, che è una delle chiavi di volta dello sfruttamento dell’area nonchè fedele alleato di USA e Israele. Ma la tanto decantanta riedizione di quella “Marcia Verde” del lontano 1975, dove 350 mila marocchini posero fine alla occupazione coloniale della Spagna franchista (e sovrapponendosi anche al movimento di lotta anticoloniale del popolo Saharawi del sub-sahara occidentale), fa i conti con un tempo storico differente, dunque non riproponibile. Ne è venuto fuori un vero e proprio esodo che potrebbe innescare qualcosa che tutti gli europei e occidentali temono: la disintegrazione di una nazione e con essa l’interruzione della circolazione dei capitali tramite il Marocco per il saccheggio dell’Africa.
A nulla è valso lo strumentale appoggio diplomatico per la sovranità di Rabat su Ceuta e Melilla, perchè tutti quelli che sono riusciti a bucare il confine gridavano “viva Espana”. Per inciso, riteniamo queste due exclave per quello che sono: due possedimenti coloniali che la Spagna sta usurpando. Dunque, i conti non sono tornati agli apprendisti stregoni. Se nelle prime ore la polizia di frontiera marocchina ha agevolato il passaggio delle persone, immediatamente dopo le autorità di Rabat hanno dovuto mobilitare l’esercito per respingere quelle ulteriori decine di migliaia di giovani che continuavano ad ammassarsi al confine con Ceuta. Ne sono stati due giorni e due notti di violenti scontri di piazza tra quelle decine di migliaia di marocchini e i reparti di antisommossa di polizia e esercito che gli bloccavano il passaggio.
All’interno di Ceuta abbiamo assistito a un dispiegato e composito razzismo. Le autorità spagnole hanno prima imposto una serrata di tutti i negozi e poi hanno utilizzato l’esercito per reprimere, intimidire e indurre con le buone (ovvero con l’uso della fame e della sete) e con le cattive la maggior parte a tornare indietro. In diverse città spagnole abbiamo assistito a mobilitazioni razziste sotto gli uffici consolari del Marocco. Nel resto dell’Europa, mentre le destre nazionaliste, Stati Uniti e Israele hanno agitato Ceuta come la prova che la civiltà occidentale è a rischio di una invasione araba e musulmana, anche la sinistra si è distinta per la difesa della stabilità e dei confini europei. Chiamiamo alla riflessione che non abbiamo registrato alcun comunicato di solidarietà da parte di organizzazioni sindacali e politiche dei lavoratori nei confronti dei “dannati della terra”, nessuno sdegno circa il trattamento deumanizzante e razzista cui gli immigrati continuano a essere sottoposti da parte dalle autorità spagnole a Ceuta. Così come la mobilitazione internazionale filo-palestinese è rimasta per lo più silente e indifferente, in qualche occasione anche razzisticamente più preoccupata a difesa delle ragioni di una nazione dal lunghissimo passato colonialista quale la Spagna.
Cosa si muove all’orizzonte.
Il fuoco sotto la pentola in ebollizione non è per nulla spento e la situazione sociale interna al Marocco è più critica che mai rischiando il collasso e la frantumazione di quella autostrada della cuccagna per l’accesso alle ricchezze dell’Africa. Il governo di Rabat nei giorni successivi ha mobilitato l’esercito in gran numero di mezzi e uomini a protezione del confine Europeo nei pressi di Ceuta e Melilla, ovvero a protezione degli interessi occidentali nel resto dell’Africa. Il governo Sanchez e i paesi dell’Unione Europea ringraziano il Re del Marocco per la collaborazione a reprimere gli immigrati.
L’EU ne esce profondamente ancora più scomposta e disarticolata, anche perchè va a concludersi il tempo che ha consentito all’Europa di sfruttare l’immigrazione per galleggiare nella concorrenza del mercato mondiale senza ricevere grossi scossoni. Sappiamo bene che gli immigrati, inclusi le decine di migliaia di Ceuta che vogliono raggiungere i paesi dell’Occidente, sono permeati dall’immagine che l’Europa ha esportato di sè in Africa nel corso di secoli e quindi predisposti a essere “riconoscenti”.
Nondimeno si sta aprendo una voragine nello stato di cose presente su come le nazioni dell’Occidente hanno potuto gestire fin qui la relazione con l’immigrazione.
Non potrà che rafforzarsi una mobilitazione sociale contro gli immigrati amplificata da quel connubio razzismo e violenza per paura del razzializzato, nel nome della quale già si invocano politiche di eccezione e di repressione dentro e fuori i confini. Per secoli questo connubio e specchio riflesso della violenza razzista nei confronti del razzializzato, si è autoriprodotto sull’onda di uno sviluppo tumultuoso e violentemente ascendente dell’Occidente, dunque apparentemente privo di alcuna ragion d’essere. Nei decenni appena alle spalle viceversa è servito per giustificare quel clima sociale e politico intimidatorio e ricattatorio nei confronti degli immigrati col fine di far loro accettare passivamente le condizioni di sfruttamento imposte in cambio della cosiddetta accoglienza. Oggi, viceversa, la paura razzista si sostanzia di un elemento reale decisamente nuovo, rappresentato dal declino dell’Europa e l’arretramento dell’Occidente sotto i colpi della crisi. Salutiamo quindi i fatti di Ceuta, perchè stanno a indicare una tendenza composita di malcontento crescente tra le masse giovanili di tutta l’Africa e del Maghreb, che bussando alle porte dell’Europa non può che contribuire ad aggravarne ulteriormente la crisi.












































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