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sollevazione2

Podemos: un sovranismo senza bandiera

Lettera aperta a Pablo Iglesias

di Jacques Sapir e Christophe Barret

le pen iglesiasUn lucido intervento di Sapir apparso il 13 febbraio scorso. Lo condividiamo ampiamente. Sapir, come noi facciamo da anni, utilizza il concetto di "borghesia compradora" per caratterizzare la natura delle diverse élite nazionali. Ma ci trova anche d'accordo il paradigma politico dell' amico/nemico per cui, per vincere lo scontro con le oligarchie euriste (scontro di natura antagonistica) saranno necessarie alleanze tattiche momentanee tra forse oppositive e "agoniche". Quello che per noi dovrà essere il Comitato di Liberazione Nazionale.

* * *

«Caro Pablo Iglesias,

Di fronte alla crisi multiforme che colpisce l'Unione europea, il successo elettorale di PODEMOS suscita diverse questioni. Voi proponete un nuovo discorso politico sui cui punti di forza è bene meditare. Nella battaglia per la conquista del senso comune accettato dalla stragrande maggioranza dei nostri cittadini, a voi è sembrato preferibile privilegiare alla tradizionale dicotomia sinistra/destra l’opposizione dei popoli alle loro elite. La crisi della socialdemocrazia sembra confermare la necessità di tale aggiornamento.

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orizzonte48

Esiste un punto di rottura della convenienza USA alla ristrutturazione sociale in U€?

di Quarantotto

breakpointNota introduttiva: mi scuso se, ad alcuni, questo post potrà apparire "lungo". Ma la sua lunghezza è dovuta all'intreccio di eventi di eccezionale rilevanza, che vedono l'Italia al centro della perturbazione gravissima che sta colpendo l'economia e la situazione geo-politica mondiale.

In altri termini, per quanto al sistema mediatico ed "espertologico" italiano non piaccia dover ammettere che il nostro problema non è "fare le riforme" - e liberalizzare e privatizzare e tagliare la spesa pubblica-, tutte queste belle cose non servirebbero, ora, altro che ad accelerare e a peggiorare la congiuntura italiana, con la novità che, venendo questo nodo al pettine, l'Italia può essere l'epicentro di un terremoto finanziario mondiale: epocale.

Ed è veramente irresponsabile insistere a guardare il dito invece della luna, in una situazione del genere.

 * * *

1. Star dietro alle recenti dichiarazioni di Draghi con l'ansia di scovarvi qualcosa di nuovo è cosa veramente vana. I "mercati" ne hanno disperato bisogno, ma il "principio di realtà" non ne viene minimamente scosso.

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e l

L’ambigua ribellione di Renzi

Antonio Lettieri

L'evidente fallimento delle politiche imposte all'eurozona dall'asse Berlino-Bruxelles ha provocato la sconfitta di tutti i governi che ne sono stati fedeli esecutori. Il premier italiano ne ha preso atto e ha aperto un confronto conflittuale, lontano dall’etichetta dei rapporti riservati. E' comunque un’occasione da non perdere

renzisLa crisi dell’eurozona nella quale abbiamo assistito alla ribellione di Matteo Renzi viene da lontano. L’origine risale alle conseguenze del collasso finanziario egli stati Uniti nel 2008. Ma la crisi dell’eurozona non era fatele. E’ il risultato di politiche sbagliate e autolesioniste. Il confronto fra le due sponde dell’Atlantico è istruttivo.

 

1. Dopo il collasso della Lehman Brothers nell’autunno del 2008, il governo americano decise senza esitazioni di intervenire per bloccare il contagio. Il Congresso mise a disposizione del governo (erano gli ultimi giorni di George Bush) 700 miliardi dollari da impiegare per disinnescare la crisi bancaria. L’operazione ebbe successo. Il temuto ripetersi di della catastrofe del 1929 fu scongiurato.

Una politica equivalente fu negli anni successivi adottata in Europa. Gli Stati investirono centinaia di miliardi di euro nel salvataggio delle banche: da quelle britanniche, che furono nazionalizzate, a quelle tedesche e francesi, nonché irlandesi, spagnole, e così via. Si trattò di una reazione analoga a quella adottata in America. Ma l’analogia si ferma qui.

A parte il salvataggio delle banche, le politiche cominciarono a divergere radicalmente. In America, Barack Obama decise, non appena approdato alla Casa Bianca, una manovra di bilancio di 800 miliardi di dollari per ridare fiato all'economia, con la crescita di investimenti e consumi. In Europa si adottò la linea opposta. Poiché il salvataggio delle banche aveva accresciuto i disavanzi di bilancio e del debito pubblico, le autorità dell’eurozona imposero una politica di austerità finalizzata al rientro del disavanzo.

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orizzonte48

Titoli pubblici come Risk Weighted Asset

Come intendono porvi riparo?

di Quarantotto

mmt a castelfidardo sovranit saldi settoriali eurozona 66 6381. Periodicamente, viene offerta come notizia qualche "indiscrezione" sulla volontà tedesca di uscire dall'euro.

Questa diffusione di "voci", a dire il vero, assume più spesso, nei toni di chi la diffonde, il sapore di un'implicita minaccia mediatica a noi italiani: la mamma severa ma esemplare, la Germania, si sarebbe stancata di noi discoli e ci manderebbe in collegio, prendendosi una lunga vacanza da questa integrazione €uropea, che tanto gli costa in termini di sacrifici fatti per noi inutili PIGS indisciplinati. 

Risultato: senza l'euro come faremmo ad andare avanti, chi ci proteggerebbe dalla Cina? Cosa potrebbe evitare il default del debito sovrano italiano e la conseguente spaventosa crisi di finanziamento dello Stato e di travolgimento di tutto il welfare che ne conseguirebbe? 

Insomma, viene agitato implicitamente lo "spauracchio Grecia" (in caso di uscita dall'euro!!!), dimenticando allegramente che quello che si è verificato in Grecia, in termini di tagli alle pensioni e sostanziale disattivazione del sistema sanitario pubblico nonchè di svendita di ogni possibile asset pubblico (e deprezzamento totale degli asset privati), sta avvenendo dentro la moneta unica e, anzi, a causa del memorandum di misure fiscali imposte dall'ESFS (ESM), FMI, e Eurogruppo, per poter rimanere dentri l'UEM.

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badialetringali

Euro (breve sintesi)

Marino Badiale e Fabrizio Tringali

Proponiamo ai nostri lettori un breve testo riassuntivo che comparirà in una futura pubblicazione a cura dell'ARS

wierix jeronimus La Parabola del Servo spietato 1Quando, nel 2011, abbiamo cominciato ad argomentare la necessità per il nostro paese di abbandonare l'euro1 , non era facile imbattersi, nel dibattito pubblico, in critiche esplicite alla moneta unica. Per fortuna abbiamo quasi subito incontrato persone che andavano nella stessa nostra direzione, a partire da Alberto Bagnai2 e dagli amici che avrebbero poi dato vita all'ARS. Nel corso del tempo, i contenuti che diffondevamo hanno mostrato in pieno la loro correttezza, tanto che alcuni di essi sono entrati a far parte del mainstream economico.

Recentemente, un gruppo eterogeneo di economisti molto noti ha pubblicato una comune analisi, una “consensus narrative”, della crisi che ha raccolto ampie adesioni3 . Ciò che ha messo d'accordo esperti appartenenti a orientamenti diversi, non diverge da quanto abbiamo cercato di diffondere già diversi anni fa. Il punto fondamentale è che la crisi dell'euro non è una crisi di debito pubblico, bensì una crisi di debito estero (pubblico e privato), generata dai deficit delle partite correnti nei paesi della periferia dell'eurozona. Tali saldi negativi si sono perpetuati nel tempo a causa delle profonde differenze fra le diverse economie nazionali.

È accaduto che con l'unificazione della moneta i paesi più deboli si sono trovati in mano una valuta troppo forte, mentre quelli del centro hanno goduto di un cambio più favorevole alle loro politiche economiche basate sulle esportazioni.

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znet italy

Democrazia, potere e sovranità nell’Europa di oggi

Nick Buxton intervista Yanis Varoufakis

1435046527 euroIn un’estesa intervista l’ex ministro greco delle finanze Yanis Varoufakis, sostiene che lo stato-nazione è morto e che la democrazia nella UE è stata sostituita da una tossica depoliticizzazione algoritmica che, se non contrastata, condurrà alla depressione, alla disintegrazione e forse alla guerra in Europa. Egli sollecita il lancio di un movimento pan-europeo per democratizzare l’Europa, per salvarla prima che sia troppo tardi.

Questa intervista, tratta da ‘State of Power’ del Transnational Institute – gennaio 2016,  è stata condotta a fine dicembre 2015 da Nick Buxton del TNI con l’ex ministro greco delle finanze.

* * *

Quali consideri le maggiori minacce alla democrazia oggi?

La minaccia alla democrazia è sempre stata il disprezzo che il sistema prova per essa. La democrazia, per sua stessa natura, è molto fragile e l’antipatia nei suoi confronti da parte del sistema è sempre estremamente pronunciata e il sistema ha sempre cercato di svuotarla.

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orizzonte48

Renzi-Merkel: conoscere i rapporti di forza e saper usare gli spazi negoziali

di Quarantotto

10287770 sfondo concetto illustrazione wordcloud della diplomazia internazionale1. Che "Il Giornale" sia critico sugli esiti del "vertice" Merkel-Renzi, in un certo senso, è (quasi) logico:

"...per mettere un tappo al flusso di disperati che affolla le strade della Germania. «L'attuazione dell'accordo con la Turchia è urgente», dice Angela. Così quello che è un problema sociale e politico tedesco, lo pagheranno tutti i Paesi europei. Come avvenne per la riunificazione delle due Germanie. Renzi, al contrario, non ha ottenuto alcuna apertura in termini di flessibilità di bilancio: vero obbiettivo della missione del premier.

«Non mi immischio - ha detto Angela - in queste cose. É compito della Commissione decidere le interpretazioni» su tempi e livello di riduzione del debito pubblico. La Merkel, insomma, davanti a Renzi veste i panni di Ponzio Pilato: si lava le mani del problema italiano del mancato rispetto del fiscal compact.

Tocca a Juncker decidere, dice. E Juncker ha già fatto sapere come la pensa. I suoi uffici hanno già detto che la manovra di bilancio del governo Renzi non rispetta il fiscal compact per quanto riguarda la riduzione del debito (l'avanzo primario è un terzo di quello promesso) e non onora il Patto di Stabilità, in quanto non riduce il deficit strutturale dello 0,5% all'anno.

E tra breve, bisognerà aspettare all'incirca un mese, la Commissione europea dovrà fornire un parere completo sulla Legge di Stabilità, approvata sub judice da Bruxelles."

 

2. Ma la criticità del momento è talmente grave che criticare il premier per qualcosa che hanno fatto tutti, ma proprio tutti, i nostri capi di governo (cioè fare acquiescenza totale non appena la Germania si trincera dietro l'applicazione, da parte della Commissione, delle regole che noi abbiamo accettato, normalmente con entusiasmo, senza obiettare nulla al fatto che le stesse fossero poste nell'esclusivo interesse della stessa Germania), appare quasi ingeneroso.

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la citta futura

Costituzione italiana contro i Trattati europei. Il conflitto inevitabile

Alba Vastano intervista Vladimiro Giacchè

“Nessuno ha il potere di modificare, se non in meglio (cioè se non ampliando i diritti), i primi dodici articoli della nostra Costituzione. Né la Corte, né il Parlamento, né il Governo. Nessuno.” Vladimiro Giacchè

L’ultimo saggio di Giacchè dimostra che i Trattati esprimono un’idea di società che confligge con la nostra Costituzione, violandone i diritti fondamentali, a partire dal diritto al lavoro. Come uscire dalla gabbia dei mercati e dai vincoli dell’euro?

0d3097c18b3f4a6374929da2a3d660f5 LIncontro Vladimiro Giacchè a “Casale Alba2”, uno dei cinque casolari immersi nella  cornice naturale del parco Aguzzano di Roma. È un luogo dove si svolgono attività socio-culturali-didattiche e di ristoro L’occasione è la presentazione del suo ultimo libro “Costituzione italiana contro i Trattati europei”. Un saggio che l’autore, economista d’eccellenza, presenta con maestria.

Il tema è intricatissimo, intrigante (ndr: nell’accezione di affascinante, che incuriosisce, che cattura) ed  è assolutamente attuale. Giacchè, ne argomenta i punti focali: l’attacco alla Costituzione italiana, come uscire dalla gabbia economica, in cui ci hanno rinchiuso i Trattati europei,  riaffermando la validità dell’impianto della Costituzione e la sua priorità sugli stessi Trattati. Si sofferma a lungo l’economista sul nuovo art.81 che prevede l’obbligo del pareggio di bilancio, in conformità delle regole europee del Fiscal compact, e fa un’accurata analisi “dolens” sulla sua incostituzionalità. Offre spunti  per riflettere su come l’inserimento in Costituzione dell’art.81 sia “un vero e proprio cuneo che scardina il sistema dei fondamentali diritti”. Nell’intervista a seguire, concessa da Giacchè in esclusiva per La Città futura, pillole di economia  per i lettori.

***

Mi permetta una domanda iniziale che non vuole essere una critica al titolo del suo saggio. Ma, con l’occhio europeista, è la Costituzione italiana a essere contro i Trattati europei o viceversa? O c’è, come poi si afferma nel sottotitolo, un’incompatibilità che è diventata conflitto fra le due leggi-principe fondanti, ovvero la Costituzione e i trattati Ue?

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vocidallestero

L’Unione Bancaria Europea, ovvero la ricetta per il disastro

di Thomas Fazi

Su Economonitor, Thomas Fazi denuncia le storture della cosiddetta “unione bancaria” europea. Paradossalmente, se con le nuove norme gli Stati non possono più aiutare le proprie banche in difficoltà, sono di fatto costretti a sostenere i maggiori oneri in caso di salvataggio bancario tramite i meccanismi “europei”, eventualmente sottoponendosi alle condizionalità della Troika. La cosiddetta “unione bancaria” è nei fatti il definitivo strumento di dominio in una lotta inter-capitalista tra centro e periferia (motivo per il quale ora anche i capitalisti di casa nostra hanno paura)

Euro1Il primo gennaio 2016 è entrata ufficialmente in vigore l’unione bancaria europea – un sistema di supervisione e risoluzione bancaria a livello europeo. La creazione dell’unione bancaria è stata, in termini di regolamentazione, l’esito più significativo della crisi – “un cambio di regime più che un rattoppo istituzionale“, lo ha definito Christos Hadjiemmanuil della London School of Economicsin un approfondito articolo sull’argomento – e c’è ampio accordo sul fatto che “anche nella sua attuale forma incompleta [l’unione bancaria] è il più grande successo politico dell’Unione Europea in termini strutturali da quando è iniziata la crisi finanziaria“. Uno sguardo più ravvicinato, però, mostra che l’unione bancaria – quantomeno nella sua forma attuale – è solamente l’ultima fase di un percorso europeo post-crisi guidato dai creditori sulla via dell’austerità e dell’aggiustamento asimmetrico. Una fase che potrebbe fissare l’ultimo chiodo sulla bara dell’euro.

Nelle sue intenzioni iniziali, l’unione bancaria doveva essere finalizzata a “spezzare il circolo vizioso tra le banche e gli stati sovrani mutualizzando i costi fiscali delle risoluzioni bancarie. Questo era il risultato del tardivo riconoscimento, da parte dei decisori politici europei dopo molti anni di crisi, della natura non-fiscale – e cioè bancaria e monetaria – della crisi dei debiti sovrani nell’eurozona.

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marxxxi

Tornare al vecchio Sistema Monetario Europeo?

Un commento a Lafontaine

di Emiliano Brancaccio

Marx 21 ha tradotto (da qui) l'importante intervento di Emiliano Brancaccio all'incontro di Parigi del 23-1-2016 per un Piano B per l'Europa, un piano da preparare nel caso i tentativi di riforma dell'Unione Europea non funzionassero. Un piano sempre più necessario, come mostra la vicenda greca. Le proposte di Emiliano Brancaccio hanno creato un vivace dibattito all'incontro di Parigi, in particolare per quanto riguarda l'imposizione sui controlli di capitale e sulle merci tra i paesi, come mostra questo video, dove Martin Höpner (Max Planck Institute, Germania) sostiene una riproposizione dello Sme con l'imposizione di rivalutazioni per i paesi in surplus

Grecia ecu 1981Oskar Lafontaine propone di tornare al vecchio Sistema Monetario Europeo (SME). Per rendere questa soluzione percorribile sarebbe necessario imporre sanzioni ai paesi che adottano politiche deflazioniste per accumulare surplus verso l’estero. Un'efficace sistema di sanzioni potrebbe basarsi su limiti alla indiscriminata mobilità dei capitali da e verso questi paesi. A riprova del suo realismo, tale soluzione potrebbe essere applicata immediatamente e indipendentemente da singoli paesi così come potrebbe essere estesa passo dopo passo a ulteriori accordi tra paesi.


1. Il Monito degli Economisti: il destino dell'Euro è segnato 

Nel Settembre 2013 il Financial Times pubblicò il cosiddetto “Monito degli Economisti”, una lettera firmata da molti influenti membri della comunità accademica internazionale appartenenti a diverse scuole di pensiero: Dani Rodrik, James Galbraith, Wendy Carlin, Jan Kregel, Mauro Gallegati e altri. [1]

Le idee alla base del Monito erano le seguenti. La continuazione delle politiche di austerità e di deflazione nell'Unione Monetaria Europea aumenterà gli squilibri tra paesi creditori e debitori, con una conseguente centralizzazione dei capitali dal Sud al Nord Europa e ulteriori crisi bancarie. Come risultato di questo processo, il destino dell'Euro sarà segnato. L'Unione Monetaria Europea, almeno come l'abbiamo conosciuta, tenderà a deflagrare e i responsabili politici saranno lasciati di fronte a una scelta tra differenti vie di uscita dall'Euro, ciascuna con differenti effetti sulle diverse classi sociali.

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sollevazione2

Banche, l'attacco tedesco all'Italia

di Leonardo Mazzei

201302061802163517 deutsche bankPerché non finirà a tarallucci e vino

C'è o non c'è un attacco tedesco all'Italia? Certo non ci sono i carri armati al Brennero, ma c'è o non c'è una guerra economica neppure tanto nascosta? Chi rispondesse con sicumera di no avrebbe di diritto l'iscrizione garantita al concorso a premi per l'ipocrita dell'anno. La cosa è così palese che persino i grandi imbonitori del politicallycorrect (uno per tutti: Paolo Mieli) preferiscono assumere una diversa postura: non negano l'attacco, ma pensano che all'Italia convenga far finta di non vederlo. Che nella classe dirigente non manchino i vigliacchi è cosa nota. Costoro non fanno mai seri bilanci storici. La loro narrazione del «sogno europeo» sta andando a pezzi? Non importa, conta solo continuare ad esser servi, a dire signorsì ai padroni di turno che gli staccano l'assegno mentre loro scrivono articoli sempre più timorati del Dio Euro(pa).

Ci sono poi i quadratori del cerchio. Costoro vedono già meglio il problema, ma pensano di poterlo risolvere con qualche brillante trovata lessicale.

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manifesto

Il continente delle piccole patrie

Marco Bascetta

L’indipendentismo ha assunto i tratti dell’autodeterminazione dei popoli o, all’opposto, quelli xenofobi e populisti. Ma viene altresì declinato, nella prospettiva dell’autogoverno delle risorse, come mezzo per rilanciare il welfare state e per definire in senso democratico i rapporti tra stati a livello europeo

mesa street art m e s a 16Nel più prossimo futuro dell’Unione europea, la questione delle autonomie, o delle indipendenze, sembra destinata a occupare una posizione centrale e decisamente complicata. Nel senso che non riguarderà più solamente il rapporto tra le regioni che rivendicano l’autonomia e lo stato nazionale da cui aspirano a separarsi, ma porrà problemi politici di carattere generale tali da investire l’assetto stesso dell’Unione. La quale, nei suoi trattati e nelle sue politiche, ha completamente eluso la questione, adottando implicitamente quella posizione che nel diritto internazionale è raccomandata come principio di «non ingerenza». Insomma, soprattutto dopo l’esito delle elezioni catalane e spagnole, le indipendenze non potranno più restare affare esclusivo dei catalani, dei baschi, degli scozzesi o dei corsi, ma lo diventano di tutti gli europei e dell’idea di democrazia che vorranno affermare.

 

Oligarchie regionali

Converrà, tuttavia, definire chiaramente una premessa. Chi non ama, come chi scrive, gli stati nazionali, non può certo vedere di buon occhio la loro moltiplicazione. Ciò che è accaduto dopo il 1989 non ha fatto che confermare questa decisa avversione.

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sollevazione2

Crisi dell'Unione Europea: il «fronte italiano» è ormai aperto

di Leonardo Mazzei

A proposito della crisi bancaria, del conflitto Renzi-Juncker e del gigantesco scontro di interessi in atto. In coda un breve commento sulle dichiarazioni di Draghi

«Le banche vengano dunque salvate (evitando il bail-in e mandando a quel paese l'UE), ma nello stesso tempo nazionalizzate»

crisi bancariaRassicurare. L'ordine di giornata è questo, e non potrebbe essere altrimenti. Crollano i valori borsistici delle banche italiane? Per Renzi e Padoan il sistema bancario italiano è il più solido d'Europa. Il Monte dei Paschi di Siena (Mps) perde oltre il 50% della propria capitalizzazione dall'inizio dell'anno? La soluzione "arriverà dal mercato", dice il presidente del consiglio in una mega intervista (prima, seconda e terza pagina) sul Sole 24 Ore di stamane.

Rassicurano ovviamente i banchieri - e cos'altro dovrebbero fare! -, rassicurano gli speculatori professionali (uno su tutti: il "leopoldino" Davide Serra: “ci pensiamo noi”) e rassicura perfino la Bce: la lettera alle banche sulle sofferenze? Una comunicazione di routine di ben poca rilevanza... Strano era sembrato a tutti il contrario...

Ma mentre lorsignori "rassicurano", segno evidente che non hanno al momento idee chiare sul da farsi, sarà bene fare mente locale sui cosiddetti "fondamentali". Oggi, come prevedibile, le borse europee hanno realizzato il più classico dei rimbalzi, e naturalmente chi più aveva perso nei giorni scorsi (vedi Mps e Carige) più è “rimbalzato”, senza però recuperare le perdite precedenti. Ma le borse sono solo un sintomo di una malattia che ha ben altre cause. E che richiederebbe ben altre medicine, esattamente quelle che non si trovano nelle farmacie del sistema neoliberista.

Cerchiamo perciò di risalire ai "fondamentali" per tentare di capire, pur tra tante incertezze, come potrà svilupparsi la situazione. Per farlo bisognerà però tener conto che i "fondamentali" non sono soltanto quelli di natura economica, ma pure quelli di matrice politica.

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asimmetrie

L’esercito europeo di riserva

di Agenor

DISORDINI NELLA BANLIEUELe grandi strategie sono sempre composte da una sequenza di piccole iniziative e il quadro finale diventa visibile solo quando tutti i singoli pezzi del puzzle sono stati inseriti al posto giusto. La divisione in singole iniziative permette di focalizzare le discussioni su aspetti minori, senza sottoporre la grande strategia al vaglio dell’opinione pubblica o del dibattito parlamentare. Le grandi strategie sovranazionali, poi, hanno anche il vantaggio di limitare il dibattito oltre che alle singole misure anche a specifiche questioni locali, interne ai singoli paesi. Il disegno strategico di fondo non può essere contestato perché non è reso esplicito, non è sottoposto a dibattito e supera i confini delle competenze nazionali. Esso rimane quindi perfettamente al riparo dal processo democratico.

Uno di questi grandi disegni strategici che si sta realizzando in questi anni è la trasformazione dello stato sociale e del mercato del lavoro in Europa. Il cambio di paradigma fu dichiarato vent’anni fa dall’OCSE: passare dall’attivismo dello stato in economia per promuovere la piena “occupazione” alle politiche liberiste e mercantiliste per promuovere la piena “occupabilità”. Destra e sinistra in tutti i paesi si sono egualmente spese senza grandi distinzioni, in Italia come in Europa, per applicare il nuovo paradigma. Come tutte le grandi strategie, anche questa è composta da una sequenza di misure specifiche e ha un preciso modello di riferimento.

Il primo punto è il contenimento dei salari. È fondamentale che livello dei salari sia basso per mantenere competitivo il sistema produttivo.

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micromega

La Germania alle prese con il nazismo

di Alessandro Somma

germania merkel nazismo 510La Legge fondamentale tedesca dispone il divieto dei partiti «che per i loro fini o per il comportamento dei loro sostenitori mirano a pregiudicare o sovvertire l’ordine liberale e democratico» (art. 21). Questa disposizione realizza ciò che nel corso degli anni Trenta venne definita in termini di «democrazia militante», ovvero impegnata a difendersi attraverso il contrasto delle forze che mirano a reprimere le libertà politiche, in particolare quelle di ispirazione fascista[1].

A ben vedere, però, la repressione delle libertà politiche è solo una manifestazione del fenomeno fascista, che si è altresì connotato per un particolare modo di intendere il rapporto tra capitalismo e democrazia. Questo aspetto viene però trascurato nel dibattito politico tedesco, recentemente polarizzato dall’intensificarsi di episodi da cui ricavare una reviviscenza della violenza nazista o neonazista. In tal modo si impedisce la comprensione delle dinamiche, riconducibili anch’esse a un particolare rapporto tra capitalismo e democrazia, che presiedono allo sviluppo del processo di integrazione europea.

 

I partiti neonazisti agiscono indisturbati

Secondo quanto prevede la Legge fondamentale tedesca, il divieto dei partiti antidemocratici viene disposto da un giudice molto particolare, la Corte costituzionale, su istanza di un ramo del Parlamento, o dell’esecutivo federale o di uno regionale.