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Il 2016 di fuoco delle banche italiane
I pericoli per il sistema bancario, i rischi dei risparmiatori e quelli del governo Renzi
di Leonardo Mazzei
Da anni questo blog segue le dinamiche di crisi del sistema bancario italiano. Nel luglio 2013, di contro a chi si ostinava a non vedere il problema, indicavamo il rischio del crollo del sistema bancario italiano. Mazzei torna sull'argomento con un'analisi impeccabile dei diversi aspetti della bomba bancaria e conclude con una proposta
Almeno per le banche, il 2016 non sarà un anno come gli altri. Che il sistema bancario italiano abbia dei seri problemi, questo ormai l'hanno capito tutti. Le stesse ripetute rassicurazioni sulla sua "solidità" non fanno altro che confermare la gravità della situazione. In poche settimane abbiamo avuto il "decreto salvabanche", le perdite dei risparmiatori coinvolti, lo scontro di Renzi con la Germania, il caso delle dimissioni rientrate del governatore Visco, la corsa di fine anno alla sistemazione di alcuni istituti di credito (Banca Veneto e non solo), mentre dal primo gennaio saranno legge le norme del bail-in voluto dall'Europa. Insomma, una situazione in forte movimento, con sullo sfondo la questione delle questioni: il via libera oppure no, e se sì in quale forma, alla bad bank, il nuovo istituto che dovrebbe assorbire i crediti in "sofferenza" delle banche italiane, consentendo alle stesse una consistente ripulitura dei bilanci.
Tante le questioni in gioco: politiche, economiche e finanziarie. Tanti i soggetti a rischio, potenzialmente diversi milioni di italiani. Proviamo allora ad inquadrare i vari aspetti del problema.
1. Lo scontro con Angela Merkel non è solo propaganda
Partiamo da un fatto politico: lo scontro inscenato da Renzi nei confronti di Angela Merkel all'ultimo Consiglio europeo non è solo propaganda. Chi lo pensa sbaglia.
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L’Unione Bancaria nuoce all’Italia
Consulta e Cassa Depositi intervengano
di Enrico Grazzini
A causa delle pessime regole dell'Unione Bancaria decise dalla Commissione Europea sotto dettatura del governo tedesco, il risparmio italiano e l'intero sistema bancario nazionale sono a rischio. Dopo che i buoi sono scappati dalla stalla – ovvero dopo che migliaia di ignari e innocenti piccoli risparmiatori hanno perso tutti i loro soldi, come è successo nel caso delle quattro banche regionali Banca Marche, Carife, Popolare Etruria e CariChieti – Matteo Renzi, leader maximo del governo italiano, si lamenta che la Unione Europea usa due pesi e due misure: uno per la Germania e l'altro per l'Italia (e per gli altri paesi cosiddetti periferici dell'eurozona). La Germania fa quello che vuole non solo sulle banche, ma anche sull'immigrazione e sull'energia e sul business con la Russia. Renzi se ne accorge solo ora? Meglio tardi che mai!
Lamentarsi – magari per cercare di recuperare i voti del crescente malcontento – non basta: per riuscire veramente a uscire dalla morsa teutonica, occorre che in prospettiva il governo imponga la revisione degli idioti, unilaterali e anticostituzionali trattati europei, a partire da quello sull'Unione Bancaria. Nell'immediato bisogna invece emettere nuova moneta fiscale e nazionalizzare almeno una grande banca italiana con l'intervento della Cassa Depositi e Prestiti. Questa sarebbe la vera difesa del risparmio italiano! Uscire dalla trappola della liquidità e salvare le banche.
Renzi ha approvato senza fiatare trattati europei anti-costituzionali, tra cui l'Unione bancaria. Oggi però si lamenta che i due capi del governo tedesco, Merkel e Gabriel, fanno solo ed esclusivamente gli interessi del loro paese.
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L'Unione Europea tra Rivoluzione Passiva e questione meridionale
Note a partire da Gramsci
di Diego Fusaro
“L’umanità europea si è allontanata dal telos che le è innato. È caduta in una colpevole degenerazione poiché, pur essendo già divenuta consapevole di questo telos (avendo mangiato dell’albero della conoscenza), non lo ha portato alla più piena coscienza né ha insistito nel tentativo di realizzarlo come proprio senso vitale pratico, ma gli è diventata infedele”. (E. Husserl, L’idea di Europa)
1. Premessa
Scopo del presente saggio è rileggere l’odierna Unione Europea e il suo processo di integrazione dei popoli attraverso il prisma interpretativo di tre categorie dei gramsciani Quaderni del carcere, in particolare a) la “rivoluzione passiva”, b) la “quistione meridionale”, e c) il “cesarismo”.
Tuttavia, prima di affrontare i plessi teorici appena annunciati, occorre svolgere alcune considerazioni preliminari, onde evitare fuorviamenti interpretativi. In particolare, allorché si ragiona sul dibattutissimo tema dell’Unione Europea, bisogna preventivamente distinguere tra i tre piani dell’ideale, del reale e dell’ideologico.
In estrema sintesi, l’odierna Unione Europea viene troppo spesso surrettiziamente presentata come se, nella sua attuale configurazione, corrispondesse in actu alle premesse e alle promesse del nobile ideale europeo quale era venuto prendendo forma, sia pure secondo modalità differenti, nelle elaborazioni concettuali di alcuni dei protagonisti della stagione filosofica moderna (da Immanuel Kant1 a Edmund Husserl2). In questo modo, il reale viene scambiato indebitamente con l’ideale, in una totale rimozione del fatto che, tra i due, nell’odierno presente si dà uno scarto abissale; uno scarto in forza del quale si può, senza esagerazioni, sostenere che l’attuale Unione Europea si pone come antitesi del grande ideale dell’Europa come confederazione – così in Kant, ma poi anche in Spinelli – di Stati liberi e democratici, uguali e solidali.
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Austerity, supervisione e ristrutturazioni bancarie
Il ruolo controverso della BCE
di Raffaele Giammetti
In letteratura sussistono vari riscontri a sostegno della esistenza di una relazione tra politiche fiscali restrittive, calo della produzione e dei redditi e connesso deterioramento dei coefficienti patrimoniali delle banche europee. Le analisi suggeriscono che una restrizione dei bilanci pubblici può compromettere la stabilità dei bilanci bancari, inducendo piani di ricapitalizzazione e al limite liquidazioni e acquisizioni estere: vale a dire, fenomeni di “centralizzazione” dei capitali bancari in Europa. Se si accetta questa chiave di lettura, si può trarre anche una riflessione critica sul nuovo duplice ruolo della BCE, di gendarme dell’austerity e di supervisore bancario.
***
Dal novembre 2014 la Banca Centrale Europea ha preso in consegna la supervisione regolamentare diretta di circa 130 gruppi bancari dell’area euro. Si è così perfezionato il Meccanismo Unico di Vigilanza (MUV), primo tassello verso la creazione di una Unione Bancaria Europea. L’avvio del nuovo meccanismo di vigilanza è stato preceduto dal Comprehensive Assessment (CA), un esercizio ufficiale di valutazione dei bilanci effettuato con l’obiettivo di esaminare la qualità degli attivi, il grado di resistenza a shock macroeconomici esterni e più in generale l’adeguatezza patrimoniale dei bilanci delle banche dell’Unione europea.
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È un attacco ai risparmi degli italiani
Così ha vinto la Germania di Schaeuble
R. Santilli intervista Vladimiro Giacchè
Lo schema di garanzia europea dei depositi bancari scompare dalle conclusioni dell'ultimo vertice Ue dei capi di Stato e di governo. E adesso la situazione per le banche italiane si complica ulteriormente
A fare il punto è l'economista Vladimiro Giacchè, autore, tra l'altro, di due testi molto conosciuti e apprezzati come "Anschluss - L'Annessione", e il recente "Costituzione italiana contro Trattati europei, il conflitto inevitabile".
Giacchè è presidente del Centro Europa Ricerche di Roma e collaboratore di Micromega e il Fatto Quotidiano.
"Ancora una volta - dice Giacché ad AbruzzoWeb - è stata data vinta al ministro delle Finanze tedesco, Wolfgang Schaeuble, il quale aveva affermato che non avrebbe fatto passare la mutua garanzia dei depositi fra le banche europee. Questa è la ciliegina sulla torta di una unione bancaria che è stata costruita in un modo tale che non riduce, ma enfatizza le asimmetrie tra i sistemi bancari nazionali dell’Eurozona".
Il tutto mentre ancora non si placano le polemiche sul crack delle quattro piccole banche - Banca Etruria, Banca Marche, Cassa di Risparmio di Ferrara e Cassa di Risparmio di Chieti - da anni in grave difficoltà ma "miracolate" grazie al decreto "salva-banche" del governo italiano "aggrappato" alle regole europee.
"L'unione bancaria - spiega Giacchè - si fonda su tre pilastri: il primo è la sorveglianza della Banca centrale europea sulle banche europee, il secondo è il Resolution Mechanism, il sistema accentrato per la gestione delle crisi bancarie nei paesi aderenti all’area euro, e il terzo quello che avrebbe dovuto essere la mutua garanzia tra le banche a livello europee.
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Ci siamo! Feld sull'esproprio (con backstage e un abbraccio ai veneti)
di Alberto Bagnai
(...pubblico al volo. Ci saranno refusi...)
L'intervista rilasciata oggi a Fubini (tanto nomini...) da Lars Feld chiarisce finalmente una volta per tutte qual è il bivio di fronte al quale siamo. Feld dice chiaro e tondo che dobbiamo rivolgerci alla Troika per ricapitalizzare le nostre banche.
Il ragionamento passa per alcuni semplici e prevedibili snodi:
1) le banche italiane sono in crisi ("restano correzioni da fare nei bilanci delle banche");
2) questi problemi devono essere risolti col bail-in perché così prevede l'Unione Bancaria (è il SRM, Single Resolution Mechanism, secondo pilastro dell'unione);
3) l'Unione Bancaria prevede anche un fondo di garanzia europeo (è l'EDIS, European Deposit Insurance Scheme), ma quello la Germania non lo vuole perché "sarebbe un modo di esternalizzare i problemi delle banche di certi paesi verso altri paesi" (leggi: i tedeschi non vogliono pagare);
4) resta quindi solo la strada del bail-in, leggi esproprio;
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Banche, credito e risparmio: l’Europa viola la Costituzione
di Alessandro Somma
Dopo l’unione monetaria, un’altra sciagura incombe sull’Europa: l’unione bancaria, il sistema unificato di vigilanza sulle banche nazionali.
Il suo avvio è stato preceduto lo scorso anno da una misura destinata a stimare lo stato di salute delle varie banche, a tal fine sottoposte a uno stress test. L’idea non era malvagia, giacché la speculazione finanziaria cui si sono dedicate, e tutt’ora si dedicano, costituisce una delle principali cause della drammatica crisi che stiamo vivendo. Stupisce però che l’Europa sia molto preoccupata della tenuta delle banche, ma nel contempo conduca politiche che portano al dissesto dei sistemi di sicurezza sociale, almeno altrettanto indispensabili a fronteggiare la crisi. Se quei sistemi fossero sottoposti a stress test, emergerebbe ciò che si vede a occhio nudo: che la perdita di posti di lavoro, incredibilmente affrontata con la precarizzazione e la svalutazione del lavoro, richiede di lenire la macelleria sociale con risorse decisamente più ambiziose di quelle contemplate dal culto dell’austerità.
Stupisce poi che, per fronteggiare la finanziarizzazione dell’economia, la politica richieda la solidità patrimoniale di chi la incalza, invece di vietare le pratiche che si reputano dannose. Evidentemente si sconta qui uno dei principali limiti ideologici del neoliberalismo, che non ammette ostacoli alla libertà di mercato, pensando che per tutelare i cittadini sia sufficiente imporre freddi standard qualitativi o meri obblighi informativi.
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La remontada di Podemos
La sfida della radicalità democratica e plurinazionale
di Andrea Moresco
Alla fine la remontada che si respirava e invocava da settimane c’è stata. Il verdetto uscito ieri delle urne di tutta Spagna ci consegna una parziale ma decisiva remontada da parte di Podemos, che supera il 20% dei voti totali ma non il PSOE (22,11%), raggiungendo soltanto uno dei due obiettivi che la rincorsa delle ultime settimane poteva porsi e ritrovandosi così un gradino sotto alla tradizionale forza di centro-sinistra nella trattativa – improbabile – per un eventuale governo di coalizione con gli stessi socialisti. D’altra parte, la significativa attestazione elettorale della formazione guidata da Pablo Iglesias è a tutti gli effetti decisiva nel sancire la fine del bipartitismo e dei meccanismi della rappresentanza tradizionale che caratterizzano la Spagna dal ’78 ad oggi. Se il PP (Partito Popular) e PSOE vorranno ora governare potranno farlo solo con un governo di larghe intese, magari comprensivo di un appoggio più esteso al centro, per esempio di Ciudadanos, sulla scia di quanto accaduto in Italia nel febbraio 2013: un’opzione sicuramente da “ultima spiaggia”, dato l’esplicito rifiuto di questa possibilità dichiarato in campagna elettorale da ambo, ma ad oggi quanto meno valutata da fazioni dell’uno e dell’altro partito – a patto che Mariano Rajoy sia disposto a lasciare alla guida di un governo di Grosse Koalition la sua attuale vice-presidente Sorana Saez de Santamaria. E’ Podemos e non Ciudadanos a segnare la crisi definitiva della “vecchia politica” spagnola e metterne a nudo la comune vocazione neoliberale mascherata dalla chimera della stabilità nazionale: la riforma della legge elettorale, l’indiscutibile appartenenza della Catalogna alla Spagna, il rigoroso rispetto dei vincoli di bilancio europei e il sostegno nella guerra anti-IS sarebbero i punti d’incontro per un governo di transizione a larghe intese.
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Crisi economica e deflazione salariale: la ricetta della BCE
di Luca Fantuzzi
Come vi ricorderete, abbiamo già visto che il Jobs Act, lungi dall'essere un'idea di Matteo, è in realtà tutto made in BCE. Molto succintamente - e rimandando a chi ha spiegato con stupefacente chiarezza la questione: per esempio qui - abbiamo anche notato come ciò derivi dalla circostanza che, in caso di perdita di competitività relativa di un Paese, l'impossibilità di una svalutazione della moneta comporta la necessità di una svalutazione del lavoro.
Non a caso, quando vedo nelle sedi sindacali la bandiera con le stelline (il manto della Madonna: cosa che a me fa doppiamente male) reagisco così:

Siccome so che siete miscredenti e quando si afferma senza prove tendete ad alzare il sopracciglio, peggio di un San Tommaso qualunque, oggi porto le prove. Traduco, qui di seguito, un breve estratto del Bollettino Economico BCE n. 8 del 2015 (l'originale, lo trovate qui: guardatelo tutti, anche chi l'inglese lo fischia, perché nella traduzione - in quanto incapace informatico - non ho riportato i grafici e le tabelle. Ora una versione completa è pubblicata da "voci dall'estero").
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Eurozona, l’80% del surplus commerciale è tedesco
di Luigi Pandolfi
In Europa, sul fronte macroeconomico, la notizia di questi giorni è che le esportazioni vanno a gonfie vele. In effetti, gli ultimi dati forniti dalla Bce non lasciano spazio ad alcun dubbio: nel secondo trimestre di quest’anno, il saldo delle partite correnti nell’eurozona si è chiuso in attivo per 67,1 miliardi di euro, doppiando, quasi, la cifra registrata nei primi 3 mesi del 2015 (35,9 miliardi di euro). Bene, verrebbe da dire. E invece no, niente applausi. Intanto perché a questi numeri non corrisponde un miglioramento sostanziale della situazione sociale nei Paesi membri e, complessivamente, nell’intera area, né, per stare agli obiettivi della politica monetaria di Eurotower, un aumento apprezzabile dell’inflazione e, quindi, della domanda interna.
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BCE, il colossale fallimento del quantitative easing
di Thomas Fazi
Dopo otto mesi di quantitative easing, l’eurozona è più debole che mai. Ecco perché
A più di otto mesi dall’avvio del programma di quantitative easing della BCE, Mario Draghi e i vari leader nazionali non paiono avere dubbi: «Il programma è stato un successo». Ma tutto questo entusiasmo è giustificato? Guardiamo i numeri. Partiamo dal tasso d’inflazione. Com’è noto, il mandato della BCE prevede un solo obiettivo – il mantenimento del tasso d’inflazione ad un livello vicino al 2 per cento – ed è dunque normale giudicare l’operato della banca centrale innanzitutto in base a questo parametro, anche perché uno degli obiettivi dichiarati del QE è proprio quello di far riavvicinare l’inflazione all’obiettivo del 2 per cento. Bene, da questo punto di vista i dati parlano chiaro: ad ottobre l’inflazione è tornata negativa (-0,1 per cento, manco a farlo apposta esattamente lo stesso livello registrato a marzo di quest’anno, quando la BCE ha avviato il suo programma di acquisto titoli).
Ma sarebbe un errore attaccarsi allo “zero virgola”. La situazione è ben più grave, infatti: la verità è che è il tasso d’inflazione medio dell’eurozona, senza considerare gli enormi differenziali di inflazione tra paesi, è inferiore all’obiettivo dichiarato del 2 per cento dalla fine del 2012 e inferiore all’1,5 per cento – sotto il quale possiamo parlare de facto di deflazione – dall’inizio del 2013. In altre parole, da quasi tre anni.
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Il Portogallo visto dalla Grecia
di Stathis Kouvelakis
La nascita di un governo socialista appoggiato dall’esterno dal Blocco di sinistra e dal Partito comunista in Portogallo rischia di tradursi in una replica della capitolazione di Syriza?
[Il testo di Kouvelakis che qui pubblichiamo cerca di rispondere a molti dubbi e interrogativi sorti in seguito all’evoluzione politica in Portogallo: la nascita di un governo socialista appoggiato dall’esterno dal Blocco di sinistra e dal Partito comunista portoghese rischia di tradursi in una replica della capitolazione di Syriza? Sia pure con prudenza, esprimendo le proprie critiche con uno stile che dovremmo adottare tutti nei nostri dibattiti, Kouvelakis lo ritiene molto probabile. Abbiamo già pubblicato un’intervista a uno storico militante del Blocco, Francisco Louçã, nella quale questa evenienza viene invece implicitamente scartata. Nei prossimi giorni forniremo altri materiali perché questa discussione non avvenga in termini troppo generali e generici: per esempio, stralci del programma concordato fra PS, Bloco, PCP e Verdi e una cronologia del come si è arrivati a questo accordo, il primo in Portogallo da almeno quattro decenni a questa parte. Lo sviluppo della situazione portoghese e la svolta verificatasi in Spagna con la dichiarazione, per ora virtuale, di indipendenza della Catalogna, fanno della penisola iberica un’area in ebollizione alla quale è necessario prestare la dovuta attenzione. CD]
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È solo dopo notevoli esitazioni che mi sono deciso a commentare i recenti sviluppi della situazione in Portogallo. Prima ho ascoltato con molta attenzione gli argomenti della compagna Mariana Mortagua [deputata del Bloco de Esquerda] nella seduta plenaria della conferenza Historical Materialism a Londra, il 9 novembre.
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Il Piano C, o “Splendori e miserie della sinistra europea”
di Alberto Bagnai
Nel post francese su Goofynomics il prof. Bagnai condivide con i suoi lettori alcuni eventi del suo viaggio tra Rouen e Parigi: in primo luogo la chiara considerazione espressa al convegno di giuristi tenutosi a Rouen sull’idea di stato federale europeo, e poi l’interessante discussione con un collega sulla lunga serie di errori della “sinistra”, serie che va a culminare col prossimo sinistro errore, il Piano B. Ecco la traduzione per i diversamente europei
Al convegno: “Nessuno crede in un’Europa federale!”
Mi trovo a Rouen, città dove sono successe tante cose europee (come in qualsiasi città dell’ Europa, d’altronde), a partire da un certo processo, per arrivare a un certo convegno, che è l’occasione della mia visita.
Due avvenimenti relativamente lontani, ma che hanno in comune una forte presenza di giuristi, e un dibattito molto interessante.
Mi avevano chiamato per descrivere il processo di regionalizzazione in Italia, cosa che ho fatto come ho potuto, con l’aiuto di colleghi membri dell’associazione a/simmetrie, che attualmente presiedo (qui qualcosa di quanto stiamo facendo). Lo scopo del convegno era sostanzialmente quello di confrontare le diverse esperienze di decentramento e di regionalizzazione, vale a dire, in un certo senso, di “federazione” degli enti locali (siano essi Stati, come negli Stati Uniti, regioni, come in Italia, o cantoni, come in Svizzera). Si affrontavano questioni come la posizione degli Stati federati (o delle regioni) in rapporto allo stato federale (o allo stato centrale), la posizione degli Stati federati (o delle regioni) in rapporto alle comunità sub-statali (stati, provincie, unioni di comuni, città metropolitane, capitali, comuni …), ecc. Le asimmetrie economiche svolgono in questo un ruolo importante, sia a livello informativo, che sul piano dei rapporti di forza, o delle regole di funzionamento, e in effetti quasi tutti i relatori nelle loro presentazioni facevano riferimento al concetto di asimmetria.
Dopo due giorni di lavori, una cosa mi sembra ovvia, e, facendo mostra di una certa ingenuità (estote ergo prudentes sicut serpentes et simplices sicut columbae), non rinuncio a farla notare ai miei colleghi:
“Cari colleghi, abbiamo parlato di tutela delle minoranze etniche, quindi spero che vogliate accogliere con indulgenza questa domanda posta dal solo economista qui presente. Abbiamo visto i problemi della regionalizzazione, e possiamo dire che sono in gran parte comuni a tutte le esperienze che abbiamo analizzato: dalla difficoltà di risolvere democraticamente i conflitti tra i diversi livelli di governo, alla difficoltà di adattarsi al fatto (storico ed economico) che le frontiere cambiano, etc. Abbiamo visto, allo stesso tempo, che a questi problemi sempre uguali nel tempo e nello spazio le diverse comunità hanno sempre fornito soluzioni diverse, soprattutto qui e ora, in Europa.
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Il Colpo di Stato Silenzioso a Lisbona
di Jacques Sapir
Dopo Pritchard, anche il prof. Sapir denuncia i recenti avvenimenti in Portogallo, dove, in nome dei mercati e delle istituzioni europee, il volere dell’elettorato è stato ignorato contro ogni norma democratica (il Presidente ha deciso di non dare il mandato per formare il governo a una coalizione di sinistra, nonostante questa abbia ottenuto la maggioranza assoluta). Nel finale Sapir preme per un coordinamento a livello europeo di tutte le forze che si battono per il recupero della sovranità democratica
Il Portogallo è stato vittima, nei giorni scorsi, di un colpo di stato silenzioso organizzato dalla classe dirigente europeista del suo paese [1]. Si tratta di un evento particolarmente grave. Esso si verifica in un modo che ricorda il golpe condotto contro il governo greco tramite la combinazione di pressioni politiche da parte dell’Eurogruppo e pressioni economiche e finanziarie da parte della Banca Centrale Europea. Esso conferma la natura profondamente anti-democratica non solo della zona euro, ma anche, e ce ne dobbiamo rammaricare, della stessa Unione Europea.
I risultati delle elezioni portoghesi
È stato ampiamente detto dalla stampa, specialmente in Francia, che la coalizione di destra è uscita vincitrice dalle elezioni legislative portoghesi. Ciò è falso. I partiti di destra, guidati dal primo ministro Passos Coelho, non hanno totalizzato che il 38,5% dei voi, e hanno perso 28 seggi in parlamento. La maggioranza degli elettori portoghesi ha votato contro le recenti misure di austerità, per un totale del 50,7%. Questi elettori hanno dato il loro voto alla sinistra moderata, ma anche al Partito Comunista Portoghese e ad altre formazioni politiche di sinistra radicale. Infatti il Partito Socialista Portoghese ha ottenuto 85 seggi, il Blocco di Sinistra (di sinistra radicale) 19 seggi, e il Partito Comunista 17 seggi. Sui 230 seggi del parlamento portoghese, si tratta di 121 seggi ottenuti dalle forze anti-austerità, una cifra superiore alla soglia assoluta, di 116 seggi [2].
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Portogallo, Polonia (Atene è "pacificata"?): il trionfo dell'€uropa del fogno... O no?
di Quarantotto

Europe’s Many Economic Disasters
1. La situazione è seria. Ma non ancora grave (ma lo diventerà presto).
Analizzarla in tutta la sua complessità geo-politica è un compito praticamente impossibile: il condizionamento mediatico occidentale, che seleziona, riformula e manipola i fatti, in una narrazione ossessiva, che spinge sempre e soltanto verso la direzione paradossale di confondere la democrazia con le politiche deflattive (che preserverebbero i consumatori e quindi, si dice, i lavoratori), è troppo intenso per poter avere un quadro fattuale completo e compiere una valutazione attendibile.
2. Prendiamo la vicenda portoghese.
Qui prendiamo le mosse dall'articolo del "solito" A.E. Pritchard sul Telegraph, tradotto da Voci dall'estero.
Il "pezzo" è sufficientemente eloquente e condivisibile, riportando elementi di comprensione che abbiamo più volte sottolineato su questo blog.
In pratica, sappiamo che il Presidente della Repubblica, Anibal Cavaco Silva, preferisce, dopo le elezioni, attribuire l'incarico al primo ministro uscente, che ha perso la maggioranza (pur conservando la sua formazione politica la qualità di partito maggioramente votato), - e dunque non può, con ogni probabilità ottenere la fiducia del parlamento-, pur di non consentire l'insediamento di un governo di effettiva maggioranza (parlamentare), formato dalla coalizione tra socialisti di Costa e le due formazioni di sinistra contrarie all'euro e al fiscal compact (le due cose, comunque la pensi Tsipras, coincidono nei presupposti e negli effetti socio-economici).
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