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"Politiche monetarie, banche centrali e crisi dell'Euro"
Una moneta del comune per il reddito di cittadinanza in Europa
Beppe Caccia intervista Christian Marazzi
Abbiamo intervistato Christian Marazzi a Lugano, nei giorni della tempesta che ha investito le valute delle potenze economiche emergenti e all'indomani del referendum con cui oltre il 50 per cento degli elettori svizzeri hanno chiesto misure restrittive nei confronti dell'immigrazione proveniente dai paesi dell'Unione Europea. Ne è venuta fuori una lettura originale e stimolante delle politiche monetarie seguite dalla Federal Reserve Bank americana e dalla Banca Centrale Europea, nel quadro dell'evoluzione della crisi finanziaria globale. E alcune utili indicazione per i movimenti sociali costituenti in Europa.
Anche nella comunicazione dominante, la narrazione della “ripresa” ha sostituito la retorica dei “sacrifici”: dalle “lacrime e sangue” dell’austerity si è passati a descrivere l’apertura di un nuovo ciclo, di una nuova fase economica di superamento della crisi. Quanto c’è di reale in questo discorso, guardando ovviamente alle diverse aree economiche e politiche del pianeta? Un discorso vale sicuramente per gli Stati Uniti, un discorso vale per le cosiddette “economie emergenti”, un discorso vale per l’Europa.
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Uscire dall’incubo dell’euro: le asimmetrie dell’Eurozona
di Alberto Montero Soler*
Passano i mesi, diventano anni, e la possibilità che i paesi periferici dell’Eurozona superino questa crisi attraverso un percorso diverso da una soluzione di rottura si allontana sempre di più all’orizzonte.
Contro quanti insistono nel sostenere che esistano soluzioni riformiste capaci di affrontare l’attuale situazione di deterioramento economico e sociale, la realtà si sforza di dimostrare che la fattibilità di queste proposte richiede una condizione previa ineludibile: la modificazione radicale della struttura istituzionale, delle regole di funzionamento e della linea ideologica che guida il funzionamento dell’Eurozona.
Il problema di fondo è che questo contesto risulta funzionale ed essenziale al processo di accumulazione del grande capitale europeo; ma è anche funzionale, ed è qualcosa che dobbiamo avere sempre presente, al consolidamento del ruolo egemonico della Germania in Europa, e del ruolo al quale essa aspira nel nuovo ambito geopolitico multipolare in costruzione. Per questo motivo possiamo avanzare almeno due argomenti fondamentali per rafforzare la tesi della necessità della rottura del contesto restrittivo imposto dall’euro, se si desidera aprire il ventaglio di possibilità a percorsi di uscita da questa crisi che consentano una minima possibilità di emancipazione per l’insieme dei popoli europei.
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Le illusioni di Maastricht e l’Europa reale
Luigi Pandolfi
Sono passati ormai più di vent’anni da quel 7 febbraio del 1992, quando i paesi pionieri della Comunità europea firmavano il trattato istitutivo della nuova Europa. Nel frattempo sono cambiate tante cose, a cominciare dalla percezione del processo di integrazione. Si può dire che un ciclo si è ormai irrimediabilmente chiuso?
Sul piano storico il documento siglato a Maastricht costituiva un atto di grande valore simbolico, se non altro perché veniva adottato dopo la caduta del Muro di Berlino, l’evento politico più dirompente dopo la tragedia della Seconda Guerra Mondiale. Oltre il dato formale, esso celebrava la vittoria del capitalismo e del libero mercato sul socialismo dirigista del vecchio blocco sovietico.
C’era enfasi nelle sue parti iniziali. La nuova Europa avrebbe dovuto assicurare “uno sviluppo armonioso ed equilibrato delle attività economiche nell’insieme della Comunità”, “alti livelli di occupazione e di protezione sociale”, “il miglioramento del tenore e della qualità della vita” delle persone, un “elevato grado di convergenza dei risultati economici”, perfino la “solidarietà tra gli stati membri”.
Di questi macro-obiettivi non se ne è realizzato nessuno.
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Più Europa? No, grazie!
Quale sinistra per quale Europa
Spartaco A. Puttini
La crisi ha mostrato il vero volto del processo d’integrazione europeo. A dispetto di tanta pubblicità, oggi la Ue non gode di grande reputazione presso i popoli europei. Quando si parla di Europa occorre evitare i facili equivoci. L’Unione europea non è infatti l’Europa, ma una sua parte e l’Eurozona è, a sua volta, una parte della Ue. Ciononostante nel linguaggio corrente i termini sono interscambiabili.
Il processo di integrazione europeo si è ammantato di nobili ideali e anche di qualche utopia, rincorrendo il sogno federale degli Stati Uniti d’Europa ma realizzando l’incubo sovranazionale della Ue, cioè dell’Europa degli Stati Uniti.
Europa degli Stati Uniti sia nel senso che ad integrarsi sono stati i paesi di quella parte d’Europa soggetta all’egemonia Usa (significativo che l’allargamento dell’Ue ad est avvenga parallelamente all’espansione ad est della Nato), sia nel senso che la costruzione dell’unione avviene sotto la tutela americana, all’insegna dell’accettazione piena della reazione neoliberista già in voga nel mondo anglosassone e, in definitiva, come ulteriore tappa del processo di mondializzazione1.
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L'Europa ipocrita e l'Euro-sclerosi
di Pier Giorgio Ardeni
Il concetto di euro-sclerosi fu coniato negli anni 80 per indicare un mercato del lavoro sclerotico. Oggi le arterie della vecchia europa sono di nuovo intasate. E la più grave crisi da ottanta anni a questa parte non ha ancora trovato una chiave di lettura
Forse in pochi ricordano un termine venuto di moda in certi circoli negli anni '80 – Euro-sclerosi – per indicare un mercato del lavoro "sclerotico", come fossero le arterie otturate della vecchia Europa, a fronte di un'economia comunque in crescita che non lasciava fluire i lavoratori dentro e fuori, a differenza di quello americano a quel tempo più "dinamico". Ne parlarono Olivier Blanchard e Larry Summers, allora "giovani economisti" promettenti, in un famoso articolo del 1986 sull'isteresi della disoccupazione europea (agli economisti è sempre piaciuto rifarsi ai fisici e prenderne a prestito i termini con ben altro significato). L'Euro-sclerosi come sinonimo di alta disoccupazione e bassa mobilità. Non che gli Stati Uniti stessero poi così meglio, a quel tempo, e con il senno di poi lo si può ben dire, visto che il productivity slowdown cominciato alla fine degli anni '70 faceva ancora sentire i suoi strascichi. E, anche lì, giù a dare la colpa al mercato del lavoro. Gli anni sono passati, e di acqua sotto i ponti ne è passata al punto di allagare, esondare, ritirarsi in siccità e cambiare il mondo.
Oggi siamo nel mondo del post, il postmoderno, il post-capitalismo, il post-comunismo (ce lo siamo già dimenticati).
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Riflessioni sul voto svizzero
I limiti di una lettura razzista e l’esigenza di una riposta internazionale di classe
Collettivo Scintilla
Torniamo nuovamente sul voto svizzero dello scorso 9 febbraio e lo facciamo con il contributo a firma dei compagni e delle compagne del Collettivo Scintilla (Ticino). Un contributo interessante perché evidenzia, a nostro avviso, come il caso svizzero sia meglio comprensibile se guardato da un punto di vista più ampio (e di classe), capace di tenere dentro la discussione la complessità dei rapporti tra la Confederazione svizzera e l’Unione Europea. A loro vanno i nostri ringraziamenti per il contributo; buona lettura!
Il 29 novembre 2009, gli elettori svizzeri accettavano l’iniziativa popolare : “Contro la costruzione di minareti”. Questa iniziativa, destinata ad avere ampio risalto nelle testate giornalistiche di tutta Europa, iscriveva nella Costituzione Federale l’esplicito divieto di edificazione delle caratteristiche “torri” dalle quali i muezzin sono soliti chiamare alla preghiera i fedeli mussulmani. All’epoca della votazione esistevano in Svizzera, ed esistono tuttora d’altronde, quattro moschee provviste di minareto, nessuna delle quali eseguiva appelli pubblici alla preghiera.
L’iniziativa venne approvata contro ogni previsione. Portata avanti dalla sola Unione Democratica di Centro (UDC) [1] contro il parere di tutte le altre formazioni politiche e autorità istituzionali, fu salutata dalla destra xenofoba autoctona e straniera come il trionfo della volontà popolare e della democrazia (semi)diretta: Il popolo, di nuovo sovrano, rispondeva alla “minaccia” dell’”islamizzazione” e dell’inforestieramento, utilizzando lo strumento del voto per imporre il proprio volere ad un esecutivo giudicato troppo tollerante e passivo.
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Necessario un progetto sovranazionale per rompere l'Europa dei mercati
N.Fragiacomo intervista Franco Russo
Franco Russo, classe 1945, vanta una lunga e coerente militanza a sinistra: iscrittosi nel 1961 alla FGCI - da cui venne espulso sei anni dopo per aver promosso il Centro antimperialista Che Guevara - ha preso parte al movimento del ’68 romano; cofondatore di Democrazia Proletaria (del cui gruppo parlamentare è stato presidente) e tra gli animatori della sinistra rosso-verde, ha poi aderito a Rifondazione Comunista, ricoprendo dal 2006 al 2008 la carica di deputato. E’ stato anche attivo nel Social Forum europeo da ‘Firenze 2002’. Nel 2012, assieme a Giorgio Cremaschi e ad altri, ha dato vita a Ross@.
Non è il classico politico che parla di tutto senza approfondire nulla: Russo conosce come pochi – non solo a sinistra – la complessa materia dei trattati e del diritto europeo. La sua posizione è chiara: il 14 dicembre, all’assemblea di Ross@, ha letto una relazione intitolata “Rompere l’Unione Europea” – unica via, sostiene, “per battere centrosinistra e centrodestra, al governo insieme in Italia, che portano avanti le politiche antipopolari dell’austerità. L’altro nostro nemico è il populismo.”
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“Dual mandate” per la Bce
di Agenor
Banche da legare/5 L'ossessione della grande finanza per il tapering, il programma di acquisto di titoli di stato americani da parte della Federal Reserve
Mentre a Bruxelles e Francoforte si continua a discutere di indefinite e “infalsificabili” riforme strutturali per risolvere gli squilibri macroeconomici e finanziari causati da trent'anni di ideologia neoliberista e pessimo senso dello Stato, nei circoli della grande finanza si sente parlare sempre più di 'tapering' e dei rischi che questo possa comportare per l'economia globale e I mercati emergenti.
Ciò che si vuole gradualmente ridurre (per l'appunto 'tapering'), è un programma di acquisto di titoli di stato americani da parte della Federal Reserve – la banca centrale americana - volto a sostenere l'economia domestica, la casse dello stato e l'occupazione. Sembrerà strano a chi legge la stampa italiana, ma tutte le principali banche centrali del mondo, dalla Banca d'Inghilterra alla Fed, alla Banca del Giappone, stanno da diverso tempo acquistando quantità massicce di debito pubblico o garantito dal pubblico nel mercato secondario. Tutte ad eccezione della Banca Centrale Europea.
Come documentato in un precedente articolo, risale a circa un anno fa il tanto conciso quanto epocale annuncio con cui la federal reserve comunicava che avrebbe mantenuto i tassi d'interesse vicini allo 0% ed acquistato debito pubblico americano e obbligazioni private in mano ad agenzie statali (prevalentemente mortgage-backed securities) al ritmo di $85 miliardi al mese finché il tasso di disoccupazione sarebbe rimasto sopra il 6,5% e le aspettative di inflazione ancorate attorno al 2%.
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Attenti ai gattopardi
Giovanni Bucchi intervista Emiliano Brancaccio
Euro, disegnato per la Germania: in cinque anni l’occupazione tedesca cresciuta di 1,5 mln, nei paesi periferici calata di 6 milioni. Il disastro non si può evitare col buonismo comunitario. Sì a un “piano B” di uscita dall’euro ma attenzione ai gattopardi del liberismo
L’Italia ha bisogno di un “piano B” per uscire dall’euro, ma bisogna intendersi su come intraprendere questo percorso. Parola di Emiliano Brancaccio, docente all’Università del Sannio, uno di quegli economisti ai quali non si può addebitare la colpa di non aver previsto la crisi, viste le sue ricerche del decennio scorso che avanzavano dubbi sulla tenuta dell’eurozona. Nel settembre 2013 Brancaccio ha promosso un “monito” pubblicato sul Financial Times e sottoscritto da alcuni tra i principali esponenti della comunità accademica mondiale (www.theeconomistswarning.com), dove si legge che le politiche di austerity portano dritto all’uscita dall’euro. Gli abbiamo chiesto un parere sul manifesto del prof. Paolo Savona, che propone un “piano B” di uscita dall’eurozona, sia pure come ipotesi estrema.
Professor Brancaccio, quali sono i motivi di questa avversità crescente verso la moneta unica?
“Negli auspici dei padri fondatori, l’Unione monetaria europea avrebbe dovuto creare più collegialità nelle decisioni di politica economica, in modo da arginare il potere soverchiante della Germania unificata. Oggi sappiamo che quelle speranze erano vane.
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"E' la prima volta nella storia dell'umanità che abbiamo un sistema monetario così assurdo"
Alessandro Bianchi intervista Alberto Bagnai
Nel Consiglio europeo di giovedì 19 dicembre, Angela Merkel, di fronte all'impossibilità di far accettare ad i suoi “alleati” i cosiddetti contratti di riforma vincolanti, ha sostenuto come “senza la coesione necessaria, l'euro prima o poi esploderà”. Sarà la Germania a staccare la spina? E ci troveremo, quindi, di fronte ad una beffa assoluta per i paesi del sud che hanno deciso la via della povertà, della disoccupazione di massa e della rinegoziazione dei diritti sociali pur di restare nella moneta unica?
Farei una riflessione iniziale di principio. E' assolutamente ovvio come un'unione monetaria tra paesi diversi, creando distorsioni e tensioni derivanti dall’abolizione di quello strumento difensivo che è il cambio flessibile, non possa sopravvivere senza un coordinamento o una cooperazione. Questa esigenza basilare, iscritta in modo molto chiaro nei Trattati europei soprattutto per quel che riguarda le politiche sociali, si può realizzare in tanti modi. Quello che Angela Merkel propone oggi è abbastanza simile ad una resa senza condizioni, come ha commentato in modo molto efficace Jacques Sapir.
L'Unione Europea nasce fra paesi diversi, alcuni dei quali erano in un ritardo quantificabile in termini di Pil pro capite in una ventina di anni rispetto al paese leader, la Germania. In questo contesto, il sogno era quello di creare una comunità di eguali per competere con i big player del mondo, ma per arrivare a questo, i paesi del sud dovevano essere aiutati da quelli del nord ed una cooperazione positiva di questo tipo non si è verificata.
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I governi che vogliono fare politiche progressiste non possono rimanere nell'euro
Intervista a Costas Lapavitsas
Pubblichiamo un'attualissima intervista a Costas Lapavitsas, economista greco che insegna all'Università di Londra e scrive sul Guardian. Oltre ad affrontare in profondità il tema economico, Lapavitsas discute anche delle grandi speranze suscitate dalla lista Tsipras e dal partito Syriza, sia in Grecia che nel resto dell'Europa e nel nostro paese: se non si affrontano i temi con chiarezza, si rischia di affossarle definitivamente
Come sará il voto greco per le europee?
In questo momento c’é tanta rabbia, disperazione e mancanza di capacitá organizzativa. Non so se la gente in Europa lo capisce, peró i greci si sentono molto frustrati, disillusi e soprattutto deboli. É probabile che il Pasok, il vecchio partito di governo socialdemocratico, sparisca completamente e Nuova Democrazia, il partito di destra che è al potere, subisca importanti perdite. É anche probabile che Syriza cresca tanto da diventare il partito di maggioranza relativa, anche se non so se potrá governare da solo. É da prevedere una crescita del partito fascista fino a diventare il secondo o terzo partito per importanza.
Le elezioni europee, insieme alle amministrative in Grecia - si voterá lo stesso giorno - saranno senza dubbio un evento politico molto significativo. Le elezioni europee potrebbero significare una completa trasformazione del quadro politico ed elettorale in tutta la Grecia. Se la coalizione di governo di destra e Pasok dovesse perdere voti, sarebbe molto difficile per loro continuare a governare con stabilitá e portare a termine le misure che esige la Troika.
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Lista Tsipras? No, grazie!
di Leonardo Mazzei
Almeno sulla stampa, Alexis Tsipras appare come il personaggio del momento. Il tempo ci dirà per quanto, ma vediamo subito di capire il perché. Il leader di Syriza, nonché candidato alla presidenza della Commissione europea, sembra dire cose ragionevoli. Molto ragionevoli, forse un po' troppo ragionevoli... E' molto aperto, e di tutto dice di voler discutere, tranne che di una cosa. Eh sì, perché il giovane Alexis un tabù ce l'ha, ed è proprio quello a renderlo simpatico a certi nostrani tromboni.
Andiamo subito al sodo. Parlando ieri l'altro a Parigi (vedi il manifesto del 5 febbraio) Tsipras ha messo le cose in chiaro: l'euro non si discute. Secondo la corrispondente parigina del giornale, Anna Maria Merlo, questa è stata la premessa, il punto fermo, il cardine attorno al quale tutto il resto del ragionamento si svolge. Dunque: le politiche austeritarie vanno abbandonate (in qualche modo lo ha detto perfino Napolitano al parlamento di Strasburgo), ma l'uscita dalla moneta unica non può neppure essere oggetto di discussione.
Questa posizione non è certo nuova. Tsipras l'ha ripetuta in tutte le sedi. Ad esempio in questa recente intervista a la Stampa, dove insieme agli attacchi a Grillo e ad ogni movimento anti-euro, si legge questa affermazione:
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L’Europa chiusa in gabbia
Marco Bascetta
Nella prefazione a una raccolta di articoli di Slavoj Zizek e Srecko Horvat (Cosa vuole l’Europa?, Ombre corte, pp. 153, euro 14) scrive Alexis Tsipras: «l’economia è come una mucca. Si nutre di erba e produce latte. È impossibile ridurre la sua razione di erba di tre quarti e pretendere che produca quattro volte più latte. Essa ne morirebbe semplicemente». È una immagine semplice e incisiva quella cui fa ricorso il leader di Syriza per descrivere le pretese che la Troika avanza nei confronti della Grecia e i loro devastanti effetti. Fatto sta che il suggestivo esempio scelto da Tsipras è veritiero solo fino a un certo punto. La dottrina e la pratica del neoliberismo hanno trovato da un pezzo il modo di mungere anche la più scheletrica delle mucche, pur rinviandone costantemente il decesso. A partire dalla separazione netta e indiscussa tra l’obbligo di pagare gli interessi del debito e la necessità della crescita economica. Laddove il primo rappresenta un imperativo oltre che indipendente gerarchicamente sovraordinato alla seconda. La rendita finanziaria si garantisce, insomma, non sulla base di una espansione produttiva, ma sulla base di un potere di ricatto spudoratamente travestito da principio etico.
Strangolati e risanati
Per restare nella metafora bovina, la nostra mucca non avrà bisogno di produrre quattro volte più latte, ma di riversare gran parte del poco che produce nella cisterna dei creditori.
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Il patto dell'Europa
di Fabio Mengali
Il blocco neoliberale tra attacco al lavoro e diritti civili. Lo spazio dei movimenti sta nella cittadinanza insorgente e nei diritti sociali
Hollande ha aperto il nuovo anno con un outing pubblico che i giornali francesi non hanno recepito. Non stiamo parlando delle vicissitudini circa la sua vita sentimentale, ben narrate da tutti i media, ma di ciò che inizialmente è passato quasi inosservato. L'outing a cui mi riferisco è la sua spudorata dichiarazione del suo orientamento politico: ha ammesso, proprio durante la presentazione del suo patto di responsabilità, di essere un “moderato social-democratico”, termine che subito dopo la sua entrata all'Eliseo aveva sempre rifiutato. Benché fosse ormai evidente l'allineamento di Hollande alla Troika europea, mai in Francia si era parlato di aperta e diretta austerità e di intervento drastico nel mondo del lavoro, con l'abbassamento dei suoi costi e la riduzione delle sue tutele.
Da questo passaggio non secondario, riguardante uno dei paesi portanti dell'economia dell'Eurozona, si può provare a fare delle considerazioni sull'Europa. Dagli ultimi dati, sembra che la riorganizzazione dei mercati finanziari europei stia intraprendendo la via della deflazione. Molti economisti – dichiaratamente liberal - vedono infatti il pericolo della deflazione alle porte dalle nuove misure in materia economica del continente.
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Frequently Asked Questions sull'Euroexit
di Jacques Sapir
Il dibattito sull'uscita, o sulla dissoluzione dell'Euro, suscita una serie di domande che continuano a ripetersi. Raccogliamone alcune nella nota che segue, al fine di chiarire il dibattito.
1 - Differenza tra deprezzamento e svalutazione della moneta
Questi due termini sono oggi usati come sinonimi. In realtà fanno riferimento a cose leggermente diverse.
1. Svalutazione è un termine usato quando la valuta ha un regime di cambio fisso, sia esso rispetto a un metallo (l’oro, l’argento o entrambi) o a una moneta (la Sterlina, il Dollaro, etc.). La parità è garantita dallo stato, che si impegna a scambiare una certa quantità della sua moneta contro una certa quantità del riferimento, metallo o un’altra valuta, a un tasso di cambio determinato. Si parla di svalutazione quando questo tasso viene ribassato ufficialmente. La svalutazione veniva praticata nei sistemi monetari a tasso fisso (per esempio Bretton Woods). Per analogia, se un governo si impegna a garantire una parità della propria moneta entro dei margini di oscillazione noti (+ o - 5%) rispetto ad un tasso di cambio, ma poi annuncia che la sua moneta fluttuerà oltre i vecchi limiti, si parla di svalutazione o rivalutazione a seconda della variazione che avviene quando questi limiti vengono superati.
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