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Rousseau, il conflitto e la politica

Note a margine del libro La gabbia ​dell'Euro

di Giovanni Di Benedetto

l arte del confl 5461e815c00e9Il libro di Domenico Moro, La gabbia dell’euro (Imprimatur, Reggio Emilia, 2018) è un agile pamphlet nel quale l’autore sostiene che il dispositivo dell’euro e del vincolo monetario rappresenta lo strumento attraverso il quale le classi dirigenti europee hanno ridefinito, a proprio favore, i rapporti di forza e gli equilibri, per come si erano assestati lungo i Trenta gloriosi, con le classi subalterne e, in primis, il movimento operaio. Si è trattato di una vera e propria controrivoluzione per affermare, a partire dalla metà degli anni ’70 del secolo scorso, il dominio del capitale e, con esso, margini di profitto in grado di fronteggiare i limiti di redditività dovuti alla caduta tendenziale del saggio di profitto, e per causare l’erosione del carattere pubblico e redistributivo dello Stato dei diritti e del welfare keynesiano. La proposta del libro di Moro risiede nella necessità di superare l’integrazione europea e, in particolare, l’integrazione valutaria e l’euro: “in effetti, non è credibile lottare per la sanità, per il salario, per la creazione di posti di lavoro, per i servizi del proprio comune se si cozza contro la gabbia dell’integrazione europea, soprattutto valutaria. (…) In questo senso, l’obiettivo del superamento dell’euro permette di recuperare i salariati, i disoccupati e i giovani alla partecipazione politica e di ricostruire una coscienza di classe a livello europeo” (D. Moro, ibidem, p. 95). L’intento di queste riflessioni non è, tuttavia, quello di riassumere il testo di Moro; già numerose sono le recensioni, tutte di valida fattura, che danno conto delle tesi dell’autore. Il proposito, più modesto, consiste e si limita, piuttosto, a soffermarsi, brevemente, su tre temi che vengono affrontati ne La gabbia dell’euro e che oggi assumono, agli occhi di chi scrive, particolare importanza.

Il primo di questi temi è relativo al riferimento, poco attuale di questi tempi, al pensiero politico di Rousseau, quale maggiore esponente della critica al cosmopolitismo illuminista. Il riferimento è, peraltro, quanto mai congruo, se così si può dire, perché Rousseau è autenticamente proiettato oltre l’ordine costituito dell’ancien régime e seriamente desideroso di sovvertirne i rapporti politici, sociali e economici. Già nell’Emilio, quasi trenta anni prima del 1789, il ginevrino vaticina di una possibile rivoluzione presentandola in questi termini: “Voi avete fiducia nell’ordine attuale della società, senza pensare che quest’ordine è soggetto a rivoluzioni inevitabili e che vi è impossibile prevedere e prevenire quella che potrebbe travolgere i vostri figli. Il grande diventa umile, il ricco diventa povero, il monarca diventa suddito: così rari giudicate i colpi della sorte, da poter contare di andarne esenti? Ci avviciniamo a un’età di crisi, al secolo delle rivoluzioni” (J.-J. Rousseau, L’Emilio, Mondadori, Milano, 2009, p. 252). I grandi classici sono tali anche perché sanno guardare oltre la contingenza spicciola del presente per anticipare il futuro.

Il pensiero di Rousseau è, dunque, espressione di una radicale istanza di cambiamento, ma non solo. Il ricorso alla volontà generale, quale sinonimo della cura per il bene comune, apre le porte al tempo della democrazia e sancisce il passaggio dalla logica dell’utile individualistico e strumentale alla logica dell’utile collettivo che salvaguardi, al contempo, la libertà personale. Una tale indicazione di fondo si staglia all’interno di una cornice storica nella quale non mancano riferimenti a fatti e figure a carattere nazionale. L’autore del Contratto sociale intende sottolineare che non può esserci azione politica se non nel quadro di una profonda sintonia con i bisogni stratificati e le istanze complesse della soggettività collettiva. Ecco perché, in uno studio di alcuni anni fa, Alberto Burgio ha potuto affermare che “è possibile scorgere nella volonté générale il luogo di accumulo dell’esperienza storica della collettività, del suo vissuto, e ricondurre a tale funzione l’idea-chiave della sua connaturata razionalità (quindi la sua indefettibile capacità di guidare le scelte collettive verso il bene comune)” (A. Burgio, Rousseau e gli altri, DeriveApprodi, Roma, 2012, p.125).

È una prospettiva nella quale emergono in modo prepotente le aspirazioni degli sfruttati e le istanze dei subalterni, ossia di tutti coloro che si sentono e si vivono come un soggetto collettivo in grado di esprimersi attraverso una volontà generale la cui azione è volta esclusivamente al perseguimento del bene comune, della libertà e insieme dell’uguaglianza. Nel capitolo XI del libro secondo del Contratto sociale i concetti di libertà e uguaglianza sono esplicitamente accostati e, a proposito di quest’ultima, il ginevrino scrive: “quanto all’uguaglianza, non bisogna con questa parola intendere che i gradi di potenza e di ricchezza siano assolutamente identici; ma che (…) quanto alla ricchezza, che nessun cittadino sia tanto ricco da poterne comprare un altro e nessuno tanto povero da esser costretto a vendersi” (J.-J. Rousseau, Il Contratto sociale, Mursia, Milano, 1983, pp. 60-61). Rousseau insegna, di fronte allo svuotamento delle procedure e degli istituti democratici determinato dall’attuale capitalismo globalizzato, che occorre recuperare libertà e autogoverno, democrazia e uguaglianza sociale.

Moro trae spunto dalla concezione rousseauiana per evidenziare la necessità di richiamarsi a una rinnovata volontà popolare in grado di attenersi alla suggestiva idea di patriottismo costituzionale, cioè a un’idea di appartenenza a una comunità nazionale condizionata al rispetto e al rilancio della Costituzione e capace di porre “la questione della conquista del potere da parte delle classi subalterne e, nell’immediato, quella dell’azione per la modifica dei rapporti di forza tra le classi” (D. Moro, La gabbia dell’euro, op. cit., p. 55). Entrambi i concetti, volontà popolare e patriottismo costituzionale, vanno agiti contemporaneamente a un livello nazionale e internazionalista insieme. In sostanza, dunque, il problema non risiede nel bisogno di recuperare una sovranità nazionale ma nell’urgenza di conquistare una sovranità popolare che sia nelle condizioni di modificare gli equilibri e i rapporti di forza tra Stato e classi subalterne, attualmente pesantemente sussunti agli interessi del capitale.

E qui si perviene al secondo tema, strettamente connesso al primo e relativo alla necessità di fare della battaglia sulla natura dell’euro, come strumento di affermazione del potere del capitale, il principale terreno sul quale costruire il conflitto politico. Il problema si intreccia, peraltro, al bisogno di indagare in modo autentico la forma assunta dallo Stato quale principio di regolazione e mediazione dei rapporti sociali fra le classi. Anche se la pubblicistica mainstream negli ultimi decenni ha veicolato l’idea di una significativa riduzione delle mansioni e delle prerogative dello Stato sembra vera, piuttosto, un’altra tendenza. Si tratta del fatto che il potere pubblico, piuttosto che perderle, ha mantenuto buona parte delle sue prerogative: semplicemente, le ha cambiate e reindirizzate, sostanzialmente a favore delle imprese e del capitale. È attraverso il vincolo esterno dell’integrazione valutaria, rappresentato dalla moneta unica, dalla fissità dei cambi e dalla disciplina di bilancio, che viene svuotato il ruolo del Parlamento e reindirizzata la natura dello Stato a una funzione di carattere ancillare subordinata alle esigenze del capitale e delle grandi multinazionali.

​“Di conseguenza, – scrive Moro – l’obiettivo politico principale della classe lavoratrice nel contesto europeo non è tanto la rivendicazione della sovranità nazionale, quanto il recupero e l’allargamento dei livelli precedenti di sovranità democratica e popolare. Il recupero della sovranità democratica e popolare non va confuso con il ristabilimento di un governo popolare, in realtà mai realizzatosi e impossibile in un contesto di rapporti di produzione e sociali capitalistici. Il recupero della sovranità democratica e popolare è, prima di tutto, il ristabilimento di un contesto di lotta in cui i subalterni non siano sconfitti in partenza, mediante la reintroduzione di meccanismi economico-istituzionali che consentano di ridefinire i rapporti di forza più favorevoli al lavoro salariato. Questi meccanismi si concretizzano, innanzi tutto, nella ricollocazione al livello statale del controllo sulla valuta, al fine di manovrare sui cambi e di attribuire alla Banca centrale il ruolo di prestatore di ultima istanza e di acquisto dei titoli di Stato” (D. Moro, La gabbia dell’euro, op. cit., pp. 83-84).

Insomma, un terreno di lotta e di opposizione politica non velleitari possono sorgere solo se si assumono come centrali, in tutta la loro drammatica gravità, i danni causati dalla moneta unica e, in conseguenza di ciò, la rivendicazione capace di trasformare il malessere e il disagio sociali in conflitto per la redistribuzione della ricchezza e la riappropriazione di contesti nei quali i rapporti di forza siano meno squilibrati. Avendo consapevolezza del fatto che il vincolo della moneta unica è solo l’anello debole a partire dal quale provare a aggredire la contraddizione tra capitale e lavoro.

L’ultima questione, centrale per chi pensa la teoria e la pratica come forme dell’agire politico complementari, è relativa al profilo che una soggettività politica organizzata deve assumere di fronte a processi che determinano lo scivolamento dei subalterni nelle braccia di culture xenofobe, di estrema destra e regressive. Ne I Quaderni del carcere Gramsci si chiede, a proposito delle cause che hanno determinato l’affermazione del fascismo, perché non c’è stata difesa (A. Gramsci, I Quaderni del carcere, Einaudi, Torino, p. 319). Il fascismo, quale regime autoritario di massa, costruisce elementi di stabilizzazione della crisi attraverso la capacità di orchestrare la disorganizzazione delle masse, ossia l’assenza, al loro interno, di una reale autonomia e capacità di elaborare un punto di vista indipendente dalla prospettiva delle classi dominanti. Scrive Gramsci: “avviene quasi sempre che ad un movimento «spontaneo» delle classi subalterne si accompagna un movimento reazionario della destra della classe dominante, per motivi concomitanti: una crisi economica, per esempio.” (A. Gramsci, ibidem, p. 331). L’autore dei Quaderni pone un tema centrale nella modernità, si riferisce alla necessità, per chi intende lottare per la liberazione e l’emancipazione delle classi subalterne, di creare una visione del mondo in grado di porre le premesse per l’effettiva conquista della direzione politica.

Il punto è, dunque, lavorare per ricostruire una visione complessiva che, al di là delle percezioni superficiali e frammentate del senso comune, sappia guardare in profondità alle cause reali dei processi storici, degli eventi sociali e delle determinanti economiche. Un tale lavoro può contribuire a creare, quando non diventi mera erudizione fine a se stessa ma sappia connettersi alle criticità del reale, una visione del mondo che abbia la capacità di imporsi alle masse, di essere interiorizzata ed assunta come naturale. L’elaborazione di un immaginario e di una visione del reale non è mai neutrale rispetto al mondo nel quale si realizza: essa può contribuire a solidificare gli attuali equilibri o può partecipare alla loro messa in discussione. La prospettiva di Moro si pone entro questo orizzonte concettuale e propone di recuperare quella concezione della politica, come capacità di intervenire su un piano generale, che si impegna e lavora per modificare i rapporti di forza complessivi tra le classi radicandosi nel processo della prassi concreta dell’umanità. L’autore, con il suo approccio, concorre a offrire un’indicazione creativa sul modo con il quale affrontare i nostri problemi di questo inizio del XXI secolo.

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