Il “lavoro mentale” non è immateriale ed è sfruttato
di Ascanio Bernardeschi
Intervista a Guglielmo Carchedi sulle caratteristiche del lavoro mentale, della produzione di conoscenza in Internet e sulla validità della teoria del valore anche per la produzione di conoscenza
Guglielmo Carchedi, economista marxista di fama internazionale, è stato fra coloro che più radicalmente hanno combattuto le interpretazioni di tipo neoricardiano del Capitale di Marx, contestando la determinazione simultanea – à la Sraffa – del saggio del profitto, dei prezzi di produzione dei fattori produttivi e dei prodotti. Introducendo nella sua analisi il fattore tempo e interpretando la teoria del valore di Marx come un sistema di non equilibrio, ha mostrato che tale interpretazione consente di superare tutte le obiezioni fatte al procedimento marxiano di trasformazione dei valori in prezzi di produzione. Insieme a Alan Freeman ha curato e pubblicato un volume che è una pietra miliare di questa critica [1].
Ha letto anche, sempre con lenti marxiane, le caratteristiche di questa crisi economica, producendo tra l'altro un'analisi di classe delle contraddizioni insite nel processo di integrazione economica europea [2]. Recentemente ha dato un contributo teorico importante [3] per controbattere molte teorie di moda, sul lavoro cognitivo e su Internet in particolare, tendenti oggettivamente a disarmare la classe lavoratrice espungendone la componente dei lavoratori mentali e sostenendo l'inapplicabilità della teoria del valore al lavoro mentale. Insomma il suo contributo a confutare i “confutatori” ci consente di parlare ancora di pluslavoro e plusvalore e di individuare ancora nella classe lavoratrice il soggetto principale di un possibile superamento del modo di produzione capitalistico.



Nel 2013 due giovani ricercatori inglesi di sinistra, Nick Srnicek e Alex Williams, pubblicano l’ennesimo manifesto per una “new Left”. Lo chiamano Manifesto per una politica accelerazionista, e produce i consueti dibattiti nei ristretti ambienti dell’accademia critica e di quella militanza intellettuale fortemente minoritaria che non disdegna di usare le nuove tecnologie. Il resto del mondo lo ignora. Accade lo stesso con il libro che i due autori pubblicano due anni dopo, estendendo le tesi succintamente esposte nel manifesto: Inventing the Future. Lo dimostra il fatto che in Italia il volume è arrivato solo ora, tre anni dopo, e pubblicato da una nuova intraprendente micro-casa editrice, Nero, collegata al progetto editoriale del magazine Not diretto da Valerio Mattioli.
Con la tecnologia, contro la retorica
Marta Fana, dottore di ricerca presso l’Institut d’Études Politique de SciencesPo a Parigi e giornalista, ha scritto un libro che, giunto alla terza edizione in poche settimane, è diventato occasione per tornare a discutere della condizione del lavoro in Italia. Si intitola 
Sembrerebbe una questione importante per la politica italiana se si considerano i periodici sussulti alla presentazione dei dati statistici sull’occupazione in cui i pochi decimi percentuali di variazione del tasso di disoccupazione o la crescita di qualche migliaio di occupati a tempo determinato sollevano entusiasmi o scoramenti per l’avvicinarsi o l’allontanarsi del mitico milione di nuovi posti di lavoro dell’era berlusconiana. Eppure, molto più contenute e generiche sono le riflessioni della nostra classe dirigente alle altre numerose indicazioni (anche statistiche) che denunciano il persistente deterioramento che, da lunga data, subisce il “lavoro” – inteso sia come condizione per la sopravvivenza economica, ma anche come strumento di inclusione civile –, processo strettamente legato all’estendersi delle disuguaglianze sociali e all’ampliarsi delle povertà.
Queste note analizzano alcuni aspetti della relazione tra il mercato del lavoro, i migranti e i rifugiati nell’Unione Europea, tenendo conto dei recenti flussi migratori provenienti non solo dall’Asia e dall’Africa, ma anche dall’Ucraina, dove continua un conflitto a bassa intensità. La gestione dei recenti flussi di rifugiati e migranti ha esacerbato la segmentazione del mercato del lavoro dell’UE, rafforzando il processo di degradazione. La politica migratoria e del lavoro dell’UE si basa sulla segmentazione del mercato del lavoro, che genera forti differenze salariali e processi di stigmatizzazione e razzismo. Tuttavia, i migranti e i rifugiati, sostenuti anche da una parte dell’associazionismo di base e da alcuni sindacati, si muovono per contrastare questa tendenza.
Più che tanti tomi di Aristotele,
A: La cosa che mi ha stupito leggendo questo libretto con il tuo commento [“Malgrado voi” (1977)] è che tu avevi anche parlato di un bisogno di capire bene la nuova connessione tra il sapere, la tecnologia ed il lavoro. Dato che sono molto interessata alle trasformazioni dello sviluppo economico, connesso anche alla cosiddetta digitalizzazione, al virtuale, etc, sono stata stupita che tu già alla fine degli anni settanta sostenevi che per capire bene la nuova composizione della classe e ricostruire l’Autonomi bisognava rivolgere l’attenzione verso questa connessione; purtroppo credo che i movimenti non fossero in grado di sviluppare un comportamento collettivo per affrontare tale cambiamento. Dal punto di vista tuo e delle lotte degli anni settanta, come descriveresti questo sviluppo nella composizione di classe ma anche nello sviluppo economico? 
Leggendo la cronaca quotidiana del declino industriale italiano, non ultimo il dibattito fra Calenda ed Emiliano sul futuro/passato dell’

L’economia neoclassica insegnata nei primi anni universitari presenta il tempo libero come uno dei due beni che determinano l’utilità individuale, sulla cui base calcolare l’offerta di lavoro operaia. Gli individui raggiungono maggiori livelli di utilità quanto più è alta la loro disponibilità di consumo e di tempo libero.


Il lavoro di ricerca è sempre un lavoro teso su una corda, nel senso che stiamo cercando di affrontare dei processi sociali nuovi, che ci sorprendo perché, come abbiamo tentato di dire soprattutto nel primo lavoro, L'impero virtuale (1), sono processi ad altissima velocità storica e sorpassano la nostra capacità di adattamento. Il tempo, la storia, dell'Ottocento e del Novecento, per rimanere negli ultimi due secoli, aveva un passo molto più lento: il lavoratore del sud Italia che veniva a lavorare alla Pirelli a Milano o alla Fiat di Torino, poteva arrivare anche digiuno di quella che era una cultura del mondo del lavoro, sindacale, di classe ecc., e aveva poi il tempo per entrare progressivamente nei problemi che stava vivendo insieme ai diversi contesti che attraversava e che erano abbastanza omogenei: i contesti urbani dei quartieri, quelli di fabbrica, i contesti sociali più organizzati. Oggi questo non c'è più. Oggi i tempi sono talmente violenti e veloci che ci mettono di fronte a delle dinamiche che sono mondiali, e che solo dieci anni fa non esistevano. Facebook, per esempio, che nel 2007 entra come processo sociale non più riferito a un piccolo gruppo di università, e dieci anni dopo raggiunge i due miliardi di utenti. È quindi comprensibile che le persone che vi si sono riversate lo vivano più esperenzialmente e intuitivamente che avendone contezza e gli strumenti per leggere che cos'è, come funziona, come funzionano loro stessi mentre utilizzano questo tipo di strumenti.
Al momento in cui la «gestione sociale della crescita» non viene più ritenuta necessaria per il buon andamento degli «affari», il lavoro creatore di valore finanziario - parzialmente ridistribuito nel quadro delle politiche socialdemocratiche di ispirazione keynesiana - diventa un modello che, sotto la pressione di una devastante mutazione capitalista, i poteri pubblici si sforzano di sopprimere nel nome dell'indispensabile adattamento alle necessità della «globalizzazione felice»
All’interno del dibattito sulle attuali condizioni del mondo del lavoro italiano, si colloca la questione salariale. Secondo la teoria dominante, ripresa qui su Econopoly in un recente 
Il Contesto Europeo




































