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Liberi dal lavoro

Il domani (quasi) possibile

di Roberto Paura

L'editore Nero porta in Italia il testo fondamentale della nuova sinistra accelerazionista

in rilievo inventare il futuro 02 Occupy Wall StreetNel 2013 due giovani ricercatori inglesi di sinistra, Nick Srnicek e Alex Williams, pubblicano l’ennesimo manifesto per una “new Left”. Lo chiamano Manifesto per una politica accelerazionista, e produce i consueti dibattiti nei ristretti ambienti dell’accademia critica e di quella militanza intellettuale fortemente minoritaria che non disdegna di usare le nuove tecnologie. Il resto del mondo lo ignora. Accade lo stesso con il libro che i due autori pubblicano due anni dopo, estendendo le tesi succintamente esposte nel manifesto: Inventing the Future. Lo dimostra il fatto che in Italia il volume è arrivato solo ora, tre anni dopo, e pubblicato da una nuova intraprendente micro-casa editrice, Nero, collegata al progetto editoriale del magazine Not diretto da Valerio Mattioli.

Eppure, Inventare il futuro meriterebbe ben più notorietà di quella che sembra godere solo se si frequenta la stessa bolla in cui le tesi di Srnicek e Williams sono nate e si sono diffuse: perché è un testo che fornisce finalmente un orizzonte nuovo a una società priva di futuro e condannata da un triste e declinante presentismo, e lo offre a tutti, anche se si rivolge per impostazione solo ai militanti di sinistra (che gli autori si premurano, da buoni accademici, di definire come l’insieme dei “seguenti movimenti, posizioni e organizzazioni: socialismo democratico, comunismo, anarchismo, libertarismo di sinistra, anti-imperialismo, antifascismo, antirazzismo, anticapitalismo, femminismo, autonomia, sindacalismo, movimento queer e una gran parte del movimento ecologista, nei suoi vari gruppi alleati o ibridati con le categorie precedenti”).

Qual è quest’orizzonte? Quello della società post-lavoro, che dal 2015 (anno della pubblicazione di Inventing the Future) a oggi è stato così sdoganato ed entrato nel dibattito internazionale da dimostrare, da solo, quanto Srnicek e Williams ci abbiano visto lungo.

 

Contro la folk politics

Sono quattro gli elementi che rendono persuasive le tesi di Inventare il futuro: la critica alla cosiddetta folk politics, la politica “ingenua” e di corte vedute della sinistra antagonista contemporanea; l’accettazione delle nuove tecnologie come strumenti di liberazione, se usati in chiave politica, e pertanto la posizione a favore dell’accelerazione tecnologica, e non del neo-luddismo; la società post-lavoro come orizzonte di aspettativa (o come iperstizione, per usare il gergo accademico nato nell’alveo della Cybernetic Culture Research Unit attiva a cavallo del Duemila all’Università di Warwick, leggendaria fucina dell’accelerazionismo); l’enfasi posta sulla necessità di costruire un pensiero contro-egemonico rispetto a quello dominante, che nega il futuro o lo trasforma in una mera proiezione in avanti delle stesse logiche del presente.

Partiamo dal primo punto. Cos’è la folk politics? Termine coniato già nel loro manifesto, e meglio approfondito in questo libro, fa riferimento al modo di fare politica di quelli che oggi chiamiamo i movimenti della sinistra antagonista, come Occupy Wall Street, o quelli che hanno portato alla nuova stagione delle occupazioni di spazi abbandonati nelle città italiane.

Un’idea della politica legata, scrivono gli autori, “a una feticizzazione degli spazi locali, dell’intervento estemporaneo, del gesto transitorio e di vari tipi di particolarismo”. In sostanza, un modo di fare le cose condannato inesorabilmente al fallimento perché privo di un’agenda globale, incapace “di articolare e costruire mondi nuovi”.

La folk politics si limita quasi sempre a reagire, e non ad agire, in funzione della mobilitazione per singole rivendicazioni; a occupazioni temporanee di luoghi, che vengono tollerate dalle autorità fintanto che non costituiscono una minaccia all’ordine esistente (ossia: sono ininfluenti), per poi essere sgomberate inesorabilmente non appena tentano di rappresentare una minaccia; si basa esclusivamente sul volontarismo spontaneo e disdegna ogni tentativo di istituzionalizzazione. Un esempio al riguardo, citato dagli autori, è “l’infuocato dibattito sull’eccessivo (o meno) rumore prodotto dai tamburi a Zuccotti Park” durante le proteste di Occupy Wall Street, “esempio particolarmente grottesco” del modello organizzativo fatto di assemblee spontanee permanenti in cui ogni particolare è discusso fino all’inverosimile, ma lasciando poi che le decisioni strategiche siano prese da pochi militanti.

La folk politics punta sul localismo, l’orizzontalismo (l’enfasi sulla democrazia partecipativa, che funziona solo per piccole comunità, non su scala globale), la politica prefigurativa, fondata sul voler anticipare nel presente la società che si intende realizzare nel futuro (per esempio creando spazi temporanei anti-capitalisti attraverso le occupazioni).

Sono soluzioni a corto respiro, ragionano gli autori, che rispondono a una logica di fondo: una risposta semplice alla complessità crescente del mondo. Viceversa, all’aumento di complessità del mondo in cui viviamo, deve corrispondere un aumento di complessità delle soluzioni e delle pratiche connesse. Non ha senso occupare le fabbriche se il lavoro in fabbrica sta scomparendo e la classe operaia è in via di estinzione a causa dell’accelerazione tecnologica. Meglio, piuttosto, imparare i punti deboli del sistema tecnologico per piegarlo alle proprie finalità politiche.

Inutile puntare sull’economia locale in un mondo globalizzato: a volte è meno impattante importare prodotti dalla Nuova Zelanda all’Inghilterra che produrli in loco, cosa che richiederebbe mutamenti dell’ecosistema locale ad alto impatto ambientale. Inutile sperare nel ritorno alle socialdemocrazie, se esse si fondavano sull’idea di “lavorare tutti”, sulla piena occupazione, che nell’era dell’automazione è un’idea ormai superata.

 

Accelerare verso un futuro migliore

Completata la pars destruens che tante critiche è costata agli autori (e dalle quali essi cercano di difendersi in una postfazione aggiunta successivamente, con l’unico difetto di edulcorare troppo la dura ma corretta diagnosi del volume), si passa gradualmente alla pars costruens. Se si vuole ambire a un futuro diverso da quello proposto dal neoliberismo, fondato sulla modernizzazione intesa come realizzazione del modello socio-economico dell’Occidente contemporaneo, con le sue clamorose diseguaglianze e una lotta senza quartiere per la sopravvivenza, bisogna riappropriarsi del concetto di “modernità”, diventato “dominio della destra”.

Bisogna rifiutare la lettura cara a “tanti movimenti emersi dagli anni Settanta in poi”, che rifiuta sic et simpliciter la modernità perché la fa coincidere col capitalismo. Piuttosto, bisogna immaginare una nuova modernità che non abbia paura di servirsi delle nuove tecnologie per realizzare un futuro più inclusivo, nettamente distante da quello di stampo neoliberista. Bisogna, ancora, riappropriarsi dell’idea di progresso, abbandonata dalla critica di sinistra fin dagli anni Sessanta perché legata a un’errata visione unidirezionale del cambiamento, e a cui si è fatalmente opposto un modello anti-progressista che ha lasciato l’iniziativa alla sola economia di mercato:

“Altri tipi di modernità sono possibili, e nuove visioni del futuro sono essenziali per fornire un supplemento necessario a qualsiasi progetto di sinistra che aspiri a trasformare la società. Questi futuri possibili possono non solo dare una direzione alla lotta politica, ma sono in grado di suggerire quali criteri adottare e quali battaglie intraprendere, quali movimenti ostacolare, cosa ancora va inventato e così via. Senza la prospettiva del progresso ci possono essere solamente reazione, battaglie di difesa, resistenza locale e una mentalità da fortino assediato: insomma, tutti i tratti propri di quella che abbiamo chiamato folk politics”.

Questo progresso deve naturalmente includere le istanze dei popoli dei paesi non-occidentali, senza tuttavia proporre una relativizzazione eccessiva delle culture, ma ricercando un nuovo universalismo.

L’idea è quella di passare dalla libertà negativa su cui si basano le nostre società occidentali a una libertà sintetica, secondo cui “un diritto formale non accompagnato da una capacità materiale è del tutto inutile”. Per avere le capacità materiali necessarie a fare tutto ciò che si vuole, bisogna rovesciare la logica che lega i mezzi di sopravvivenza al lavoro.

Bisogna puntare alla società post-lavorista, dove chiunque avrà i mezzi per auto-realizzarsi all’interno di una società inclusiva. Per farlo, bisogna accelerare lo sviluppo tecnologico affinché la crescita esponenziale del capitale non sia legata né a disastri ecologici né allo sfruttamento crescente del surplus di forza-lavoro del mondo attuale, ma sia realizzato dalle macchine e messo a disposizione di tutti.

 

“L’obiettivo del futuro è la piena disoccupazione”

La frase attribuita ad Arthur C. Clarke (già citata peraltro da Erik Brynjolfsson e Andrew McAfee nel loro La nuova rivoluzione delle macchine) apre il capitolo centrale del libro, “Immaginari del post-lavoro”.

L’obiettivo della nuova sinistra non dovrà più essere la piena occupazione, ragionano gli autori, ma la piena automazione: la cessione alle macchine e agli algoritmi di tutti o quasi tutti i lavori per avere tempo libero a disposizione per realizzare i propri obiettivi al di là della corsa ai mezzi di sostentamento. Una visione necessariamente di lungo periodo, la cui realizzazione richiederà decenni. Ma alcune istanze possono già essere rivendicate: per esempio la riduzione dell’orario settimanale di lavoro con un weekend esteso a tre giorni (a parità di trattamento salariale). Paradossalmente, in ragione della politica accelerazionista da loro difesa, non bisognerà resistere all’introduzione di più robot nelle fabbriche, ma imporre la piena automazione delle fabbriche. Al tempo stesso, bisognerà rivendicare salari minimi e strumenti di welfare più solidi, affinché l’automazione non si traduca in povertà diffusa, come avviene adesso.

In prospettiva, l’orizzonte è quello della fine del lavoro, che imporrà una completa trasformazione dell’attuale società capitalistica.

Il reddito universale, che integra e non sostituisce il welfare, potrà rivoluzionare le società, riducendo le discriminazioni di genere (la donna casalinga, l’uomo breadwinner) e quelle etniche (i neri dei paesi in via di sviluppo come nuova manodopera a basso costo delle società occidentali).

È chiaro agli autori che per realizzare quest’obiettivo non si tratta solo di puntare sull’accelerazione tecnologica, ma anche sulla trasformazione della mentalità. Bisogna abbandonare l’etica del lavoro che tanto ossessiona anche la sinistra in funzione di un discorso contro-egemonico (nel senso gramsciano: la sinistra intellettuale inglese è da tempo in luna di miele col pensiero di Gramsci, più di quella italiana).

Nuovi think-tank sul modello di quelli di matrice neoliberista avranno il compito di diffondere e promuovere queste idee a tutti i livelli della società, e per farlo dovranno dotarsi di una prospettiva di lungo termine, come quella che ha contraddistinto la Mont Pelerin Society, che tanto ha contribuito al successo del paradigma neoliberista nella seconda metà del Novecento.

La politica egemonica è “l’antitesi della folk politics: al contrario di quest’ultima, mira a persuadere e a influenzare, e non presuppone una politicizzazione spontanea; opera su scale diverse non limitandosi al tangibile e al locale; e si prefigge di conseguire forme di potere sociale che spesso non appaiono affatto «politiche», anziché concentrarsi sui metodi politici più spettacolari (come le proteste di strada)”.

Uno degli obiettivi dei think-tank sarà quello di democratizzare la tecnologia, ricondurla al controllo della collettività, affinché nuovi mezzi siano impiegati per nuovi fini e non si ricada in forme tecnocratiche di potere tese solo alla riproduzione dell’esistente. In questo senso, un ruolo è immaginato anche per la fantascienza.

 

Appendice: l’eccezione italiana

Ci sia consentito, in conclusione, allontanarci per un attimo dal testo per calarlo nella realtà italiana, a cui gli autori non accennano nemmeno di sfuggita.

Non è difficile immaginare il perché: l’Italia rappresenta una clamorosa eccezione, dal momento che quando noi italiani leggiamo folk politics ci viene in mente il Movimento 5 Stelle prima che la sinistra antagonista, che qui se la passa da tempo molto male (se si eccettua il revival delle occupazioni e dei movimenti nati al loro interno).

E quando parliamo di reddito universale, ci viene di nuovo in mente il movimento di Grillo piuttosto che formazioni della sinistra a cui pensano Srnicek e Williams, come potrebbe essere una delle sue ultime incarnazioni elettorali, “Potere al popolo”, il cui programma è ben lontano da ogni politica accelerazionista. Nella loro postfazione, gli autori chiariscono che il loro programma è fortemente radicato nella cultura di sinistra. Il mondo post-lavoro che invocano “deve essere concepito come una risposta alle condizioni emergenti o già esistenti di stampo neocoloniale, razzista, sessista e classista. Come tale, un progetto post-lavoro che finisse con il perpetrare o l’esacerbare queste condizioni sarebbe diametralmente opposto alla nostra visione del futuro”.

Questo sembra chiudere la porta a proposte post-lavoriste non di sinistra come quella del M5S. Eppure, se in Italia un movimento del genere ha convinto almeno un quarto dei suoi cittadini, mentre le forze della sinistra sono da anni in disordinato ripiegamento, ciò dovrebbe costituire una spia allarmante per Srnicek e Williams.

Se ad appropriarsi dell’orizzonte di aspettativa da loro proposto è un movimento post-politico, mentre i movimenti politici continuano a guardare al passato, il rischio è che la contro-egemonia da loro auspicata finisca per cadere – dal loro punto di visita – in “mani sbagliate”.

D’altro canto, Karl Marx era convinto che la rivoluzione proletaria sarebbe scoppiata nei paesi a industrializzazione avanzata, come la sua Germania; mai avrebbe immaginato un paese arretrato come la Russia adottare la sua proposta politica. Per un caso esemplare di eterogenesi dei fini, la politica accelerazionista di Srnicek e Williams potrebbe finire per essere adottata dalla folk politics sbagliata, e sarà interessante vedere verso quale futuro potrebbe condurci.


 Letture
  • Erik Brynjolfsson, Andrew McAfee, La nuova rivoluzione delle macchine. Lavoro e prosperità nell’era della tecnologia trionfante, Feltrinelli, Milano 2015.
  • Nick Srnicek, Alex Williams, Manifesto per una politica accelerazionista, 2013. (in Rete se ne trovano diverse traduzioni)
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Comments   

#2 clau 2018-03-06 17:42
Il quadro che esce da questa presentazione del libro, mi sembra ardita ed interessante, e non potrebbe essere altrimenti dal momento che si prefiggono d'"inventare il futuro". Premesso ciò, mi sembra che alla complessiva elaborazione teorica manchi un passaggio non secondario, ossia l'espropriazione politica e materiale di coloro che si sono appropriati politicamente e materialmente del mondo. Non credo, infatti, che sia sufficiente puntare sulla "trasformazione delle mentalità, persuadere ed influenzare" per espropriare gli espropriatori. E se non si espropriano politicamente e fisicamente costoro, non credo proprio che si possa "ricondurre la tecnologia al controllo della collettività", anzi, la maggior tecnologia non farebbe altro, come sta facendo, che immiserire e depauperare ulteriormente gran parte della collettività. Apprezzabile, dunque, la loro immaginifica elaborazione teorica, ma prima occorre organizzarsi e lottare per espropriare gli espropriatori e le loro molteplici organizzazioni che s'irradiano con mille tentacoli dal locale al globale.
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#1 Ernesto Rossi 2018-03-05 17:10
Penso che sia arrivata l'ora per i sinistri, di andarsi a leggere "Abolire la Miseria" di Ernesto Rossi. Cagoni, capetti, opportunisti!
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