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il rasoio di occam

200 anni di Engels: per una nuova lettura della “Dialettica della natura”

di Gabriele Schimmenti

unnamedno75epNell’anno del bicentenario di Engels, vale ancora la pena di tornare a discutere del Generale e di tenere a mente come la sua attività teorica, nelle ultime fasi della sua produzione, si fosse concentrata sul progetto incompleto di una “Dialettica della natura”. Il libro di Kaan Kangal, “Friedrich Engels and the Dialectics of Nature” (Palgrave Macmillan 2020), affronta le intenzioni, i fini, le procedure, le tesi e la storia degli effetti dell’“opera” in questione, invitandoci a ritornare ad Engels senza cadere vittima delle stratificate maldicenze sul suo conto. Solo in questo modo, da una nuova lettura di Engels, sarà possibile osservare i meriti e i limiti del progetto di una “Dialettica della natura”, del suo discorso e delle sue intenzioni.

Nei manoscritti de L’ideologia tedesca, Marx ed Engels scrissero che

conosciamo una sola scienza, quella della storia. La storia può essere considerata sotto due aspetti, ed essere suddivisa in storia della natura e storia degli uomini. Tuttavia, questi aspetti sono inseparabili: finché esistono uomini, la storia della natura e la storia degli uomini si condizionano reciprocamente.[1]

Sebbene la ricerca più recente ci mostri come entrambi i sodali fossero versati nella storia naturale (come mostrato ad esempio di recente, relativamente a Marx, dai lavori John Bellamy Forster o di Kohei Saito), è stato Engels che ha dedicato la maggior parte della sua ad un progetto in cui la natura assumeva un ruolo centrale, ovvero la cosiddetta Dialettica della natura.

Il volume di Kangal, Friedrich Engels and the Dialectics of Nature, che compare nella serie “Marx, Engels, and Marxism” curata da M. Musto e T. Carver, discute approfonditamente il progetto incompleto di una Dialettica della natura, considerandone gli aspetti storici, editoriali e teoretici. Il volume è strutturato in sei capitoli, i quali seguono una sorta di ordine retrospettivo: dopo l’introduzione (capitolo 1), Kangal discute la controversa storia editoriale del testo di Engels (capitoli 2 e 3). L’autore esamina le intenzioni, i fini e le procedure del progetto engelsiano come anche alcuni dei concetti fondamentali sviluppati da Engels all’interno del suo scritto, come ad esempio le coppie materialismo/idealismo e dialettica/metafisica (capitoli 4 e 5), concludendo infine con una visione complessiva dei risultati del suo volume (capitolo 6).

L’introduzione dello scritto è intitolato polemicamente Neue-Engels-Lektüre (nuova interpretazione di Engels), con un chiaro riferimento alla corrente interpretativa tedesca nota come Neue-Marx-Lektüre (nuova interpretazione di Marx), originatasi, quest’ultima, dai lavori pionieristici di H. Reichelt e H.-G. Backhaus e che conta importanti recenti sostenitori come M. Heinrich, I. Elbe o J. Hoff. Nondimeno, sebbene entrambe le proposte interpretative intendano stabilire un nuovo modo di interpretare il pensiero di Marx ed Engels, mostrando la stretta relazione che intercorre tra i due autori e il pensiero di Hegel, l’approccio di Kangal parte da un presupposto polemico e (auto)critico (p. 7), essendo tale approccio sostanzialmente differente e per certi versi opposto rispetto alla summenzionata corrente interpretativa marxiana. Infatti, nel secondo capitolo, Kangal si occupa della maledizione lanciata contro Engels dagli studiosi di Marx. In queste letture marxiste, colpevole per certi versi anche la Neue-Marx-Lektüre, Engels non è percepito come il propugnatore di una teoria comune o, quantomeno, come colui che ha tentato di diffondere e disseminare la teoria di Marx. La maledizione di Engels è anzi quella di essere colui che ha mistificato le teorie economiche dell’autore de Il capitale, oppure colui che ha contaminato, in maniera forse colposa, il marxismo e i suoi sviluppi, interpretando in modo impreciso le affermazioni di Marx o deviando il discorso del Moro dall’ambito della storia o delle formazioni economico-sociali a quello delle scienze naturali. Kangal mostra invece come molte letture marxiste falliscano nell’interrogarsi su questo presupposto interpretativo, talvolta accettato in maniera meramente aprioristica. Kangal contesta dunque l’idea di una reale separazione tra la teoria di Marx e quella del “secondo violino”, quantunque i due si fossero dedicati a differenti oggetti di indagine. Pertanto, sebbene il contributo individuale, nel caso di Engels, sia rappresentato dalla Dialettica della natura, ciò non significa che quest’ultima non debba essere considerata come un “simbolo non convenzionale di un’attività collettiva scientifico” (p. 28). In questo capitolo, vengono mostrate numerose evidenze testuali dell’intensa collaborazione tra Engels e Marx negli anni Settanta dell’Ottocento. Peraltro, l’autore critica in maniera tagliente tutti quei lettori che presuppongono che Engels si fosse attribuito i meriti di Marx; in tal senso, mi pare che gli argomenti di Kangal siano particolarmente convincenti, dato che essi sono basati su una meticolosa analisi delle lettere di Engels scritte a) dopo la morte di Marx e b) rivolte a terzi. È infatti merito di Kangal quello di basare la sua analisi su evidenze testuali e contestuali, considerando anche meticolosamente gli interventi editoriali sui testi. È fondamentale comunque adottare – sostiene Kangal – un approccio ermeneutico ai testi di Engels e, pertanto, è sempre necessario analizzare le intenzioni, i fini e le procedure di un testo, nonché l’orizzonte di (pre)comprensione dell’autore e del lettore; tale approccio ci permette di gettare uno sguardo sui meriti e sui limiti del discorso di e su Engels e sulla Dialettica della natura.

Come suggerisce il titolo del terzo capitolo, Le origini del dibattito su Engels (The Origins of the Engels Debate), l’autore discute la nascita di due campi interpretativi opposti, cioè i pro e i contra Engels, ovvero quella rigida separazione tra marxismo occidentale e marxismo sovietico, in cui la figura di Engels gioca un cruciale ruolo divisivo. Secondo Kangal è Storia e coscienza di classe di Lukács che ha forgiato una narrazione basata sull’ingiustificata “estensione” engelsiana del metodo dialettico dal regno della storia a quello della natura. Le affermazioni di Lukács sono contestate in maniera precisa da Kangal, il quale mostra come una sorta di dibattito su Engels si fosse originato ben prima della pubblicazione del testo di Lukács: dalla morte di Hegel in avanti, infatti, molti filosofi volevano escludere un fruttuoso incontro tra la dialettica e le scienze naturali (da Trendelenburg fino a Lange, passando per Dühring). Dopo aver discusso il dibattito marxista sino al famoso scritto di Lukács e analizzando le posizioni di Kautsky, Bernstein, Struve e così via, l’autore mostra come il dibattito a tal riguardo fosse stato in verità molteplice e trasversale, al punto da sostenere che è difficile ammettere in termini generali una rigida separazione tra marxismo sovietico e occidentale. Proseguendo in tale direzione, Kangal si occupa prima del conflitto tra deboriniti e i meccanisti in Unione Sovietica e poi della genesi editoriale della Dialettica della natura, esaminando in profondità come le varie imprese editoriali fossero principalmente dirette a “stabilire […] un testo autentico”, invece di considerare lo stato frammentario dei manoscritti che lo compongono (p. 59). L’autore, dunque, difende ciò che chiama “teorema di incompletezza” (p. 124), sulla base del quale l’“opera” Dialettica della natura vada considerata nel suo statuto di incompletezza e non, per l’appunto, in quanto “opera”.

Nel capitolo 4, intitolato La Dialettica della Natura tra politica e filosofia (Dialectics of Nature: Between Politics and Philosophy), l’autore ammette che la Dialettica della natura deve essere intesa come il vero e proprio progetto di Engels, visto che le altre opere principali di questo periodo (ad esempio l’Anti-Dühring) nascono “su richiesta o consiglio di altri” (p. 94). Nella Dialettica della natura, Kangal ritiene che Engels tuttavia non espliciti le sue intenzioni generali in maniera chiara, cosa che pertanto richiede un lavoro ricostruttivo da parte dello studioso. A parere dell’autore, una delle intenzioni centrali di Engels era quella di integrare la dialettica e le leggi di sviluppo della natura; inoltre, egli sviluppava gradualmente e assieme a Marx la sua concezione, dato che essi avevano il fine comune di guadagnare gli scienziati naturali alla dialettica materialista. Lo sforzo del Generale può dunque essere visto come “un investimento oppure un contributo all’apertura di un nuovo fronte filosofico-teoretico e all’espansione della sfera di influenza del marxismo nel regno delle idee” (pp. 96-97). Engels era consapevole di un “trend anti-filosofico” comune in quel periodo agli scienziati naturali e credeva che molti di essi (ad esempio Moleschott o Büchner) condividevano un materialismo ingenuo simile a quello francese del diciottesimo secolo. La dialettica, pertanto, doveva essere reintrodotta a livello metodologico, quantunque ciò avrebbe dovuto significare il superamento (nel senso hegeliano della Aufhebung) della dialettica hegeliana nel materialismo dialettico. Non si può, secondo Kangal, separare le intenzioni e i fini di Engels da due “premesse costitutive” del suo discorso (p. 95): la funzione della teoria e il ruolo dell’intellettuale nel movimento della classe lavoratrice, il quale deve contribuire a offrire una teoria del e per la classe lavoratrice medesima. Da ciò segue che per Engels e Marx filosofia non è mera attività contemplativa, bensì pratica.

Raggiungiamo, dunque, il quinto capitolo, il quale rappresenta il cuore del volume e concerne alcune questioni cruciali (e filologiche) relative alla Dialettica della natura. Kangal contesta l’idea tradizionale di una redazione dell’opera che copra gli anni dal 1873 al 1882. Secondo lui, invece, vi sono probabilmente 7 progetti dal 1873 al 1886, che l’autore divide in 4 fasi principali: il progetto iniziale (1873-76), il piano del 1878 (1878-79), il piano del 1880 (1880-1882) e poi il progetto finale (1886 o dopo). Secondo Kangal, una profonda revisione del progetto ha luogo al livello del terzo progetto, in cui Engels sembra ridurre i materiali di ricerca e poi nell’ultimo progetto in cui predispone i materiali in quattro cartelle come se egli volesse scrivere alcuni articoli invece di un volume.

Kangal dunque passa a mostrare i limiti dell’opera incompleta di Engels, sostenendo che egli non fu in grado di portare a compimento il suo progetto di un’ontologia della natura, come risulterebbe dimostrato dalla concezione engelsiana delle opposizioni concettuali di materialismo/idealismo e di dialettica/metafisica. I limiti del discorso engelsiano, comunque, non meritano di essere stigmatizzate, dato che la Dialettica della natura era un lavoro (o, forse sarebbe meglio dire “più lavori”) in fase di sviluppo. Engels, col suo fine di superare Hegel, si riferisce in maniera problematica solo a parti del sistema hegeliano, considerando a malapena la “logica soggettiva” hegeliana e lasciando da parte (in maniera ancor più problematica) la Fenomenologia dello spirito, concentrandosi invece sulla logica oggettiva, che egli non discute tuttavia in maniera approfondita. Pertanto, Engels fallisce nel sostenere un serio confronto con la logica di Hegel e propone un fil-rouge problematico tra Aristotele e Hegel e, al contempo, un problematico rifiuto di Kant. Non considererò qui di seguito la discussione del rapporto con Aristotele e Kant di Kangal, il quale mostra le ambiguità di Engels (o, quantomeno, la sua mancanza di chiarezza) nell’interpretazione di entrambi i filosofi. Resta nondimeno da notare che Engels spesso tradisce le semantiche dei suoi autori di riferimento; e ciò avviene anche relativamente al tentativo di superamento dell’idealismo. La terminologia adottata da Engels e specialmente la sua concezione oppositiva di materialismo e dialettica e di metafisica e idealismo fallisce se si analizzano le sue riflessione sulla base del significato che a quei termini dava Hegel. Infatti, Kangal mostra come in un certo senso la concezione di Engels, sebbene se ne distanziasse terminologicamente, fosse in verità d’accordo con quella hegeliana relativamente ai concetti di metafisica e di idealismo: se intendiamo per idealismo il fatto che le entità singolari finite sono interconnesse e interdipendenti in quanto momenti di una totalità in sviluppo e se concepiamo la metafisica nel senso di una ricerca rigorosa delle strutture della realtà e della conoscenza (p. 157), allora sarà forse possibile cogliere la vicinanza concettuale malgrado la distanza terminologica. Sono molto favorevole all’idea di Kangal che “il lavoro di Engels è talvolta considerato come troppo metafisico; io credo che non sia abbastanza metafisico” (p. 7; trad. mia). Pertanto, dovremmo evitare di cadere in errore quando confondiamo diversi sensi di “metafisica”, senza considerare la specificità di quello hegeliano, alla stessa stregua di quanto Kangal rileva essere un limite del discorso engelsiano.

Nondimeno, per quanto riguardo la filosofia della natura di Hegel, Engels voleva dimostrare come il filosofo di Stoccarda, malgrado individuasse nella dialettica l’unico metodo razionale, avesse riconosciuto e rifiutato al contempo una dialettica della natura, non ammettendo in alcun modo la storicità di quest’ultima e concependo il cambiamento naturale in quanto causato da una causa “esterna”, ovvero l’Idea o lo Spirito. Nel riconoscimento di una storia della natura, può essere rinvenuto il lato darwinista del discorso di Engels e anche la sua critica a Hegel. Aggiungo qui che Engels prese davvero seriamente ciò che una volta Marx gli scrisse: l’Origine delle specie era “il libro che contiene i fondamenti storico-naturali del nostro modo di vedere”[2].

Nell’ultimo paragrafo del quinto capitolo, l’autore contesta l’idea di un unico piano per la Dialettica della natura con argomenti molto convincenti, mostrando le diverse formulazioni di Engels delle leggi della dialettica e le differenti declinazioni della stessa dialettica nei differenti piani, mostrando ulteriormente le stratificazioni dei testi engelsiani.

Nella conclusione, vengono riassunti i risultati del volume; l’autore riafferma che la Dialettica della natura resta un “torso” e che essa

non fu pensata essere […] un’introduzione complessiva alla fondazione filosofica delle scienze naturali. Sin dalle prime fasi fino alla fine, Engels si stava preparando piuttosto per incrociare le spade su questioni riguardanti la storicità della natura, la necessità della filosofia nelle scienze naturali applicate e l’indispensabilità di una revisione continua e un rinnovamento dei mezzi per la percezione e la conoscenza nella filosofia e nelle scienze naturali (p. 204; trad. mia).

Ho già detto che sono molto favorevole alle intenzioni di Kangal di dare nuova luce a Engels e al suo progetto e concordo con la maggior parte dei suoi argomenti di fondo (quantunque la questione filologica meriterebbe un discorso a parte), anche se continuo a non essere convinto sul considerare Marx ed Engels in maniera troppo stringente come un “collettivo scientifico” (e mi riferisco qui specialmente agli scritti economici)[3]. A scanso di ogni equivoco, fare le dovute differenze non vuole e non deve però coincidere col lanciare una nuova maledizione contro il già abbastanza vituperato Engels. Concludendo, il volume di Kangal rappresenta un serio ed intenso confronto con la Dialettica della natura, la sua origine, la sua Wirkunkgsgeschichte, le sue intenzioni, le sue procedure e i suoi limiti; il testo offre importanti intuizioni e riflessioni e pone un rinnovato standard metodologico per investigare i testi di Engels, nonché un nuovo modo di considerare i manoscritti della Dialettica della natura.


 

NOTE
[1] K. Marx, F. Engels, L’ideologia tedesca. Critica della più recente filosofia tedesca nei suoi rappresentanti Feuerbach, B. Bauer e Stirner, e del socialismo tedesco nei suoi vari profeti, trad. it. di F. Codino, in K. Marx, F. Engels, Opere complete, Vol. V, Editori Riuniti, Roma 1972, p. 14. I manoscritti de L’ideologia tedesca sono stati pubblicati di recente (2018) nell’edizione storico-critica tedesca MEGA2 secondo l’ordine cronologico di stesura: a tal proposito si rimanda il lettore italiano a R. Fineschi, «L’ideologia tedesca» dopo la nuova edizione storico-critica (MEGA2), in “Historia Magistra. Rivista di storia critica”, Anno XI, 30/2019, pp. 89-104; mi sia permesso di rimandare anche G. Schimmenti, Processualità e ideologia ne L’ideologia tedesca, in “H-Ermes. Journal of Communication”, 7 (2016), pp. 189-204.
[2] Marx a Engels a Manchester, Londra, 19 dicembre 1860, in K. Marx, F. Engels, Opere complete, Vol. XLI, Lettere (gennaio 1860-settembre 1864), Editori Riuniti, Roma 1973, p. 145.
[3] Per una ricostruzione equilibrata di alcune di tali differenze rimando a G. Sgro’, Friedrich Engels e il punto d’approdo della filosofia classica tedesca, Orthotes, Napoli-Salerno 2017.
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Comments

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Eros Barone
Tuesday, 08 December 2020 13:38
@ Pantaléone
La ringrazio per l'apprezzamento, che è reciproco. Mi consenta però di precisare che il mio cognome è, esattamente, Barone (non Baronne né, tanto meno, Baronessa). Anzi, a questo proposito vi è un gustoso episodio della mia vita di insegnante che vale la pena di riferire. Un mio collega, anche lui di origine siiciliana, si chiamava, guarda caso, Baronessa, cosicché, quando ci si incontrava in una mensa popolare di Gallarate che frequentavamo negli anni Ottanta del secolo scorso, ci divertivamo a scambiare questi aristocratici saluti: "Buongiorno, Baronessa", "Buongiorno, Barone"...
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Pantaléone
Monday, 07 December 2020 10:48
Contro il materialismo contemplativo, il materialismo storico.
Venne prima dalla Sacra Famiglia, per produrre una critica all'idealismo di Feuerbarch, per per finire all'idealismo borghese di Kant.
Come E. Baronessa, le categorie di apertura e chiusura sottolineano il futuro del movimento storico e soprattutto i destruens di tutte le cose di Hegel.
Una bella sintesi di E Baronne, che mi piace sempre leggere e conoscere.

Tradotto con www.DeepL.com/Translator (versione gratuita)
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Eros Barone
Sunday, 06 December 2020 15:30
“Pertanto, Engels fallisce nel sostenere un serio confronto con la logica di Hegel e propone un fil-rouge problematico tra Aristotele e Hegel e, al contempo, un problematico rifiuto di Kant. Non considererò qui di seguito la discussione del rapporto con Aristotele e Kant di Kangal, il quale mostra le ambiguità di Engels (o, quantomeno, la sua mancanza di chiarezza) nell’interpretazione di entrambi i filosofi.” Questo enunciato, falso in linea di principio e in via di fatto (basta leggere con attenzione, e senza prevenzione, la “Dialettica della natura” per falsificarlo), dimostra come i ‘falsi amici’ di Engels – vezzeggiato in questo articolo come “il Generale” (ma va’ là…) - siano ancora più insidiosi degli avversari dichiarati. Così, l’articolo in questione, filologicamente agghindato e teoreticamente inconsistente, non serve ad altro se non ad ingrossare quel torrentello vorticoso e zigzagante della letteratura marxologica che scorre ancora negli anfratti dello screditato mondo accademico del nostro paese. Vediamo allora di chiarire, andando oltre il riassuntino della interpretazione di Kangal, che cosa si è veramente proposto di fare Engels nella (e con) la “Dialettica della natura”. Si dica dunque che ciò che Engels chiama “dialettica della natura” consiste innanzi tutto nel progetto di generalizzare, mediante un ‘uso parziale alternativo’ della logica di Hegel, quattro acquisizioni centrali della scienza a lui coeva: lo stadio di sviluppo della termodinamica e della meccanica, lo stadio di sviluppo della biologia la cui massima espressione è il darwinismo, i risultati della matematica così come si sono andati configurando nel corso dell’Ottocento e, infine, i risultati cui è giunta, grazie all’indagine di Marx, la critica dell’economia politica (di questi aspetti, se si escludono alcuni accenni scolastici alla logica di Hegel, non vi è nell’articolo la benché minima traccia: il che la dice lunga sulla serietà dell’impostazione). Il fine del progetto filosofico-scientifico engelsiano è quello di contribuire a promuovere nuove forze produttive attraverso l’azione cosciente di un movimento operaio capace di confrontarsi con questa fondamentale problematica e di appropriarsi dei più avanzati sviluppi delle scienze della natura, che la società borghese ha generato. In questo senso, secondo Engels, la logica hegeliana può svolgere una preziosa funzione epistemologica e gnoseologica non solo come strumento efficace e flessibile al servizio della costruzione e della organizzazione concettuale degli apparati teorici e dei campi di ricerca indagati dalle scienze della natura, ma anche come “guida per l’azione” al servizio della prassi consapevole del “lavoratore sociale collettivo” (operai, tecnici, ricercatori e scienziati), il cui obiettivo è quello di emanciparsi dal giogo capitalistico e di socializzare le conoscenze scientifiche. Ecco perché la ripresa di un dibattito serio su Engels non può che situarsi entro un programma di ricerca e di emancipazione il cui oggetto è la “dialettica della natura” e il cui obiettivo è il comunismo: programma che Engels ha strettamente collegato con l’azione di una classe sociale organicamente interessata, dato il posto che occupa nel processo produttivo, e a sostenere il progresso scientifico-tecnico e a verificarne la fecondità in funzione dell’interesse collettivo. Quindi, nulla di più lontano dalle intenzioni dei suoi “falsi amici”. Parimenti, la “dialettica della natura” di Engels è costruita a partire dall’assunto secondo cui è possibile liberare la scienza dalla sussunzione al capitale e dalla congenita anarchia che è propria di quest’ultimo, trasformando la scienza nella leva potente di una regolazione razionale del ricambio organico della specie umana con la natura. Così, la “dialettica della natura” di Engels esprime un progetto egemonico che si contrappone alla ideologia e alla pratica della scienza e degli scienziati come ‘corpo chiuso e separato’ rispetto alle forze vive della società, e tende a promuovere una peculiare razionalità che, se non è ancora in atto, risponde tuttavia ad una profonda esigenza della nostra epoca. Il metodo dialettico che Marx ed Engels utilizzano è tratto, come si sa, dalla Scienza della logica di Hegel. Essi utilizzano criticamente tale metodo come un linguaggio che permette loro, in primo luogo, di interpretare i risultati delle scienze in termini di movimenti tra concetti; in secondo luogo, di cogliere le differenze qualitative del materiale analizzato dalle singole scienze e delle relative pratiche scientifiche; in terzo luogo, di definire il senso di tali differenze qualitative in rapporto alle diverse pratiche scientifiche; in quarto luogo, di dedurre dagli interventi dialettici sulle scienze quel nucleo generatore dei rapporti conoscitivi e sociali che è il rapporto tra la teoria e la prassi (per un esempio magistrale di applicazione creativa del metodo della dialettica materialistica, messo a punto da Engels, alla scienza contemporanea si veda di E. Bitsakis, “Basi della fisica moderna”, Dedalo, Bari 1992). È allora evidente che, se la ‘deduzione’, in quanto ‘pars construens’, ha un carattere sistematico, poiché le pratiche scientifiche tendono a isolare sezioni della realtà per poi procedere alla loro articolazione concettuale, gli interventi dialettici adempiono invece la funzione di ‘pars destruens’, poiché pongono in risalto le discrasie interne di tale articolazione. A tale proposito, un esempio paradigmatico della individuazione di tali discrasie o, per dirla con Engels, di mancata corrispondenza tra le forme materiali di movimento, è fornito dalla polemica scientifico-culturale che Engels conduce contro Dühring e la sua ‘imago mundi’ meccanicistica. In questo quadro critico-analitico Engels inserisce anche la distinzione, entro il pensiero di Hegel, tra ‘sistema’ e ‘metodo’, mostrando come la trama del pensiero di Dühring contenga implicitamente elementi della logica concettuale di Hegel, dai quali Engels intende differenziare la propria posizione. Questa emerge chiaramente in virtù del senso nuovo che egli attribuisce al termine ‘dialettica’, laddove il ristabilimento della mancata corrispondenza tra le forme materiali di movimento richiede la generalizzazione teorica della storia delle esperienze non solo pratiche, ma anche logiche, dell’umanità nel suo millenario cammino. Perciò, la dialettica intesa nella sua nuova accezione come la ‘pars destruens’ del metodo di indagine, fa sì dei risultati raggiunti dalle scienze un suo presupposto, ma permette anche di individuare potenzialità scientifiche e cognitive non ancora attuate, istituendo una feconda tensione tra la logica dell’essere e la logica del possibile, che è isomorfa a quella che si manifesta in seno alla prassi sociale. Da questo punto di vista bifocale, va detto che la tensione con la pratica scientifica non è creata, ma soltanto ‘mostrata’ dalla dialettica all’interno di un processo in cui questa si pone come il risultato e, insieme, come la prefigurazione di uno sviluppo. Se le potenzialità scientifiche non si realizzano, se quindi gli scienziati non riconoscono che l’autonomia della loro funzione sociale non li esime dalla necessità di collocare se stessi e i propri strumenti di lavoro in una prospettiva storica che tenga conto delle molteplici crisi intrecciate nella crisi generale della società capitalistica (da quella economica a quella culturale, da quella che attanaglia la democrazia borghese a quella educativa, da quella internazionale a quella ecologica, senza dimenticare la specificità della crisi epistemologica che coinvolge gli stessi scienziati); allora essi rinunciano ad esercitare un ruolo attivo nell’orientare lo sviluppo sociale, delegando al potere capitalistico la prerogativa di decidere sul loro stesso operato scientifico. Del resto, è proprio qui che va individuato il nesso tra gli interventi dialettici nel campo delle scienze naturali e la critica marxiana dell’economia politica, laddove è proprio quest’ultima che rende possibile ad Engels il progetto di ‘pensare’ le scienze, estendendo l’analisi dialettica oltre i confini della critica dell’economia politica. Certo, come rilevava Marx, «altra cosa è arrivare a portare per mezzo della critica una scienza al punto di poterla esporre dialetticamente ed altra applicare un sistema di logica astratto e bell’e pronto a presentimenti per l’appunto di tale sistema». Lo sforzo di Engels si concentra, allora, sulla elaborazione di una visione del mondo materialistica contraddistinta dalla centralità della categoria di totalità e animata dalla consapevolezza che tale centralità nasce da un bisogno insopprimibile della mente umana. Engels riconosce dunque quale importante contributo di Hegel l’aver coniugato il carattere sistematicamente critico del suo metodo (la ‘pars destruens’) con la elaborazione di un sistema enciclopedico; tuttavia, egli non nasconde in nessun modo che, all’interno di una costruzione idealistica della totalità dei concetti, l’opposizione tra la ‘chiusura’, che è propria del sistema, e l’‘apertura’, che invece caratterizza il metodo, non può essere superata. Sennonché l’acquisizione più importante della “Dialettica della natura” riguarda proprio, a questo punto, l’uso critico delle categorie logiche di Hegel alla luce del materialismo dialettico, questione che in questo intervento può essere soltanto indicata ma non trattata.
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