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Mobilitazione della Scuola Pubblica contro il DDL Stabilità
Una lettera aperta ai Genitori
Ai Genitori degli alunni dell’I.C. Zagarolo
Lo scopo di questa lettera è quello di informare ogni utente della scuola dei provvedimenti nei confronti della classe docente, e quindi di tutto il sistema della scuola pubblica, proposti dal governo nel DDL Stabilità in discussione in questi giorni alla Camera. Noi docenti della scuola secondaria di primo grado intendiamo illustrare brevemente alcuni dei punti focali oggetto della proposta di legge, alcune considerazioni sui nostri orari di lavoro ed infine comunicare ai genitori l’immediato provvedimento di sospensione delle attività didattiche non obbligatorie.
Il testo del DDL Stabilità al comma 42 decreta l’aumento dell’orario frontale (quello destinato alle lezioni in classe) dei docenti di tutte le discipline, nonché di sostegno, della scuola secondaria di primo e secondo grado da 18 a 24 ore settimanali. Tali ore in più andrebbero a coprire gli spezzoni di cattedra dei singoli istituti, le supplenze temporanee e le varie ore aggiuntive di insegnamento. Un aumento di un terzo dell’orario di lavoro a parità di stipendio. La proposta di legge è motivata dal ministro con la necessità di portare il livello di impegno dei docenti sugli standard europei. Si tratta di una palese falsità: i docenti italiani della scuola secondaria hanno un carico settimanale di ore di lezione pari o in alcuni casi superiore alla media europea. Gli alunni svolgono lo stesso numero di giorni di lezione (circa duecento) ed hanno lo stesso numero di settimane di vacanza cadenzate in modi differenti nel corso dell’anno (circa undici).
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Che cos’è il contemporaneo
Giorgio Agamben
Il testo della lezione inaugurale del corso di Filosofia Teoretica 2006-2007 presso la Facoltà di Arti e Design dello IUAV di Venezia, in G. Agamben, Che cos’è il contemporaneo e altri scritti, Roma, Nottetempo, collana I sassi, 2010, pp. 22-33
1. La domanda, che vorrei iscrivere sulla soglia di questo seminario, è: “Di chi e di che cosa siamo contemporanei? E, innanzitutto, che cosa significa essere contemporanei?” Nel corso del seminario ci capiterà di leggere testi i cui autori distano da noi molti secoli e altri piú recenti o recentissimi: ma, in ogni caso, essenziale è che dovremo riuscire a essere in qualche modo contemporanei di questi testi. Il “tempo” del nostro seminario è la contemporaneità, esso esige di essere contemporaneo dei testi e degli autori che esamina. Tanto il suo rango che il suo esito si misureranno dalla sua – dalla nostra – capacità di essere all’altezza di questa esigenza.
Una prima, provvisoria, indicazione per orientare la nostra ricerca di una risposta ci viene da Nietzsche. In un appunto dei suoi corsi al Collège de France, Roland Barthes la compendia in questo modo:
“Il contemporaneo è l’intempestivo”.
Nel 1874, Friedrich Nietzsche, un giovane filologo che aveva lavorato fin allora su testi greci e aveva due anni prima raggiunto un’improvvisa celebrità con La nascita della tragedia, pubblica le Unzeitgemässe Betrachtungen, le Considerazioni inattuali, con le quali vuole fare i conti col suo tempo, prendere posizione rispetto al presente.
“Intempestiva questa considerazione lo è,” si legge all’inizio della seconda Considerazione, “perché cerca di comprendere come un male, un inconveniente e un difetto qualcosa di cui l’epoca va giustamente orgogliosa, cioè la sua cultura storica, perché io penso che siamo tutti divorati dalla febbre della storia e dovremmo almeno rendercene conto”.
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Frammenti insurrezionali
Marcello Tarì
In tempi eccezionali fenomeni normalmente considerati marginali diventano essenziali e delineano il comune di un’epoca. Stiamo vivendo uno di quei tempi
Partire dal mezzo
Si era pensato che parole come insurrezione, rivoluzione, anarchia e comunismo fossero state per sempre rinchiuse in esangui ambienti «antisistema« e che non restasse, al meglio, che ripetere a ogni autunno il rituale movimentista. Ma oggi, in presenza di movimenti insurrezionali diffusi, sono proprio i movimentisti a ritrovarsi minoritari. Alcuni sono in affannosa ricerca di una nuova rappresentanza, se non di una narrazione di governo che si aggrappa alla capacità di resistere di un non meglio specificato «ceto medio», mentre i circoli del radicalismo si trovano espropriati della loro identità costruita proprio sull’assenza dell’insurrezione.
Sta di fatto che è davvero impossibile non riuscire a scorgere nella sua fredda sequenzialità il concatenamento insurrezionale che dalla rivolta delle banlieues francesi del 2005 corre sino ai riot dell’ultimo agosto inglese. In mezzo – sono queste tipo di sequenze storiche che mostrano cosa vuol dire partire dal mezzo – c’è l’incendio di Copenaghen, la rivolta contro il Cpe, l’interminabile insorgenza greca, la guerriglia in Campania, le insurrezioni nei paesi del Nordafrica, il blocco delle raffinerie in Francia, il 14 dicembre romano, la battaglia del 3 luglio in Val di Susa e tanti altri frammenti – una festa, un incontro, una frase – che risuonano l’uno con l’altro distorcendo finalmente la triste sinfonia imperiale che solo fino a poco tempo fa ricominciava identica, sempre daccapo, sprofondando nella noia di un mondo senza forma. La forma infatti è definita non dalla riconciliazione bensì dalla guerra tra due princìpi in lotta, diceva il vecchio Lukàcs. E la forma è venuta, infine. Potremmo dunque ripetere, intensificando la polarizzazione: la forma comune data da un’incessante rielaborazione dello scontro locale tra forme di vita. Tutta una ridefinizione delle sensibilità si gioca in questa rottura della ciclità nevropatica dei «movimenti sociali».
Se riusciamo oggi a sentirel’epoca come una verità, cioè come un fatto che abbiamo in comune,lo dobbiamo dunque a questo ritmo insurrezionale che imprime unaforma dentro questo tempo. Tempo e forma che hanno l’aspetto di una guerra per la definizione della vita stessa poiché si elabora a ogni latitudine in quanto insurrezione contro questo ambiente, ostile poiché inabitabile, che si concretizza nella pervasiva positività della metropoli. Ma che, così definendosi, prende anche congedo dalle più svariate definizioni di guerra che da un lato e dall’altro riportano tutto a una questione militare.
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Empiria ed economia
Giancarlo Lutero
Qualche anno fa Giorgio Ruffolo scrisse un agile libricino intitolato Cuori e denari. C’è un passo di quell’opera davvero pregnante per un discorso inerente lo statuto dell’economia politica e delle sue vestali, le discipline quantitative come l’econometria e la statistica applicata: “Chi l’ha detto che l’economia è senza cuore? Lo ha detto – con parole sue – Thomas Carlyle, forse in un momento di malumore. La battezzò dismal science, scienza triste, scienza tetra. Nessuno avrebbe rivolto un’accusa del genere alla matematica. O alla fisica. O alla paleontologia. Il fatto è che la matematica si occupa di simboli astratti. La fisica di oggetti inanimati. La paleontologia di scheletri remoti. L’economia si occupa di uomini. É vero che alcuni economisti si sono sforzati di trapiantarla, l’economia, nella grande serra delle scienze esatte, dalla giungla intricata delle scienze sociali. Ma non si può dire che abbiano avuto successo. Per loro, lo statuto definitivo dell’economista resta affidato a una vita futura: se saranno stati dei buoni economisti, saranno accolti nel paradiso dei fisici; se cattivi, nell’inferno dei sociologi. Nel loro tempo, dovranno adattarsi al purgatorio. La ragione essenziale di quel fallimento sta nel fatto che la “mela” di cui gli economisti si occupano non è una mela newtoniana, che obbedisce nella sua caduta a leggi imprescrittibili. É una strana mela, una mela che pensa. E che, cadendo, può cambiare opinione e percorso. Per questo le predizioni degli economisti sono così fallibili.” Si deve a Keynes l’immagine della mela pensante, che riesce a cogliere tutte le contraddizioni irrisolte in cui si agita ancor oggi la scienza economica (i suoi paradigmi teorici dominanti così come i suoi codici empirici). Essa è divenuta sempre più formalizzata e tecnica, ma nonostante questo sforzo sembra essere sempre più invisa all’opinione pubblica, soprattutto in tempi di crisi economica. Forse c’è una diffusa percezione, a torto o a ragione, del ruolo ideologico di sostegno ai poteri dominanti in cui la teoria economica e l’econometria sono state precipitate da molti dei suoi “agenti” interessati.
È nota la battuta dell’econometrico Edward Leamer il quale affermava che “le stime econometriche sono come le salsicce: è meglio non assistere alla loro preparazione”. Uno dei più grandi e brillanti econometrici viventi, David Hendry, si chiede in un suo famoso lavoro se l’econometria sia alchimia o scienza: il suo interesse per le questioni metodologiche è culminato nel poderoso volume scritto con la storica Mary S. Morgan The foundations of econometric analysis in cui si ripercorrono le tappe di quell’ambizioso progetto di fondazione empirica dell’economia che è stato la creazione dell’Econometric Society.
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«Trasformano il timore in indignazione»
La Comune di Madrid e il movimento globale
Written by Marco Assennato
0 - 1676: Scrive Spinoza, nel suo Trattato Politico (IV, 4), che il potere politico pecca - viene meno alla sua ragion d’essere - quando pensa di poter fare quello che vuole di una cosa che considera in suo possesso. Persino la proprietà insomma, fonte ultima dell’unico nómos ancora positivo in terra, esiste all’interno d’un limite, superato il quale essa diviene impedimento, dominio parassitario sul libero dispiegarsi della vita collettiva. «Analogamente - continua il filosofo - se pure diciamo che gli uomini non godono del loro diritto, ma sono soggetti al diritto della società civile ciò non significa che hanno cessato di essere uomini per acquistare un’altra natura, e che quindi la società abbia diritto di far sì che gli uomini [...] riguardino con tutti gli onori cose che provocano il riso o la nausea». Se il potere costituito dà mostra delle sue corruzioni, o viola e disprezza le leggi che s’è dato e sulle quali si regge, se impedisce la vita della collettività o rapina gli uomini e le donne allora «il timore si trasforma in indignazione».
Ed è proprio attorno all’indignazione che ruota la geometria politica delle passioni spinoziste: contrapposta alla speranza - passione triste che deprime la capacità d’aggregazione collettiva, registrandone al più la nostalgia o peggio la paura d’assenza - l’indignazione produce invece l’uscita dallo stato passivo verso l’attiva costruzione della dinamica collettiva. Che sia questa l’origine del nome che scuote le piazze spagnole, e prosegue il lungo tremore del continente europeo, non possiamo dirlo. Certo però la dinamica pare la stessa. E di questa dinamica vogliamo occuparci qui. Perché essa forma appunto l’uscita dalla paura, dal timore, e marca un passaggio d’ostilità, che pare a chi scrive gravido di potenza costituente. Usiamo Spinoza come immagine dialettica, ricordo sovversivo e selvaggio. In fondo fu, a suo tempo, un migrante anche lui, uomo in fuga, che dovette fare dell’Europa (dalla Spagna al Portogallo fino all’Olanda del Seicento si dispiega la narrazione della vita della famiglia De Espinosa) il luogo minimo di riferimento per la sua vita. E anche questo carattere biografico transnazionale fa sorridere, e parla d’oggi.
1 - Luoghi del bando: l’indignazione sembra presentarsi in scena arrivando da un qualche punto esterno del territorio amministrato. Gente messa a bando che torna a bussare alle porte della città. Che movimenti sono? che dinamica politica innescano? dopo la rivolta delle banlieues francesi, Mario Tronti tornò a riflettere su quel passaggio che vedeva i senza parte nella partizione della scena politica metropolitana, definire una rivolta a suo dire etica, prepolitica, contro il potere costituito. Lo chiamò potere destituente: «una critica delle condizioni di fatto pura e semplice che è da sola talmente forte da avere capacità di aggregazione e mobilitazione», dove il primato non è tanto al progetto di costruzione di qualcosa ma alla destituzione di ciò che c’è in campo.
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Il chiarimento del caos
Perché gli USA usano l'ISIS per conquistare l'Eurasia
di Piotr
Una straordinaria analisi a firma Piotr. Cos'è la Terza guerra mondiale a zone di cui parla il papa. I veri confini del dibattito su ISIS, Di Battista, l'Ucraina, i curdi
1. I corsari erano dei privati (spesso armatori) che ingaggiavano comandanti abili nella navigazione per perseguire propri interessi in condominio con quelli politici di una potenza che li forniva, appunto, di una "lettera di corsa". Tale lettera li abilitava ad attaccare e saccheggiare navi di altre potenze sotto particolari condizioni (solitamente una guerra).
Le attività dei pirati e quelle dei corsari erano praticamente le stesse. Cambiavano solo le coperture politiche ufficiali. Diversi corsari finirono la loro carriera come pirati, a volte impiccati dagli stessi governi che li avevano ingaggiati.
Di fatto i corsari potevano permettersi di fare quelle cose che uno Stato riteneva politicamente e/o economicamente imprudente fare.
Una variante molto più in grande ed organizzata erano le Compagnie commerciali dotate di privilegi, come la famosa Compagnia Inglese delle Indie Orientali, che benché totalmente private (la Corona inglese non possedeva nemmeno un'azione delle Compagnie inglesi) avevano il nulla osta per condurre guerre e attività di governo.
Corsari e pirati hanno smosso le fantasie romantiche e libertarie di generazioni di persone che invece storcevano il naso per le imprese dei loro mandanti.
Oggi la storia si ripete. In peggio.
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Il socialismo è morto, viva il socialismo
Intervista a Carlo Formenti
Carlo Formenti è una delle menti più lucide e preparate che quella sinistra che non ha voluto piegarsi ai diktat del liberismo, ha al suo interno. La sua preparazione è sotto agli occhi di tutti: nel suo impegno politico ma soprattutto nel suo lavoro.
Infatti, tante sono le sue pubblicazioni e tutte hanno precorso i tempi, dando modo di aprire una profonda riflessione che ha provocato la necessaria reazione al dominio neoliberista anche nel nostro paese, la stessa reazione che oggi vede diversi soggetti iniziare ad aggregarsi per costruire un campo e una prospettiva marcatamente socialista e sovranista, antimperialista, antiliberista e anticapitalista.
In occasione dell’uscita del suo ultimo libro “Il socialismo è morto, viva il socialismo“, edito da Meltemi, abbiamo chiesto ad Enea Boria di Rinascita!, di intervistare per noi Carlo Formenti sul suo libro.
Ne è scaturita una conversazione interessantissima, assolutamente da non perdere. Eccola qui di seguito.
* * * *
Enea Boria: Leggendo il tuo ultimo libro la prima sensazione che si prova è uno strappo doloroso. Non tanto per quello che riguarda un divorzio dalla sinistra ampiamente consumato, quanto per il lapidario giudizio sul ‘900 e quindi sull’esperienza storica e culturale dalla quale proveniamo, che per te sono da considerare definitivamente finiti. Questo però non lascia spazio al pessimismo. Abbiamo perso la guerra più che una battaglia, scrivi, ma poi aggiungi che la storia non è finita e che occorre ricostruire identità e capacità di mobilitazione intorno a un progetto che sia altro dal capitalismo. Per questo sostieni che bisogna cambiare prospettiva: non basta più limitarsi a ripetere, con Gramsci, che “il vecchio muore ma il nuovo non può nascere”, bisogna iniziare ad agire nel segno di un nuovo che “deve nascere”.
Mi sembra che nella prima parte del libro, sintetizzata nelle dodici tesi del primo capitolo, si evidenzi una continuità con due opere precedenti, “Utopie letali” e “La variante populista”, i cui contenuti vengono qui riproposti e sintetizzati in una necessaria pars destruens. Sgombrato il tavolo degli attrezzi consunti e ormai inservibili, nella seconda parte del libro, inaugurata da altre ventidue tesi, attrezzi il banco di lavoro con nuovi strumenti e abbozzi alcune istruzioni su come utilizzarli.
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Nel mondo capovolto della sinistra
di Giovanni Mazzetti
La crisi globale rappresenta uno spartiacque che impone di cambiare se stessi. Questo dovrebbero capire le forze politiche e i movimenti antagonisti. Rileggendo Marx e Keynes
Le cose si complicano perché spesso gli individui non sanno accettare che le difficoltà possono avere una natura paradossale. Invece di riconoscere che i problemi sopravvenuti "parlano" contro (para) il comune sapere (doxa) - che dunque va cambiato - pensano di poter procedere inerzialmente sulla base della cultura di cui sono depositari, credendo che basti rimboccarsi le maniche, cioè agire come sanno fare, ma con maggior determinazione. In questo modo, però, la natura di spartiacque della crisi viene cancellata, appunto perché si nega la necessità di cambiare se stessi, di spingersi al di là dei limiti della cultura di cui si è depositari.
Nello specifico l'errore sta nell'interpretare la crisi come fenomeno determinato da un impoverimento della società. Intendiamoci, non è che un impoverimento non ci sia. Ma esso è l'effetto della crisi, non ciò che la causa. Quante volte negli ultimi decenni ho sentito invece ripetere, da molti esponenti di primo piano della sinistra, che ci troveremmo nei guai perché «la spinta della società a vivere al di sopra delle proprie possibilità materiali» avrebbe comportato un depauperamento di cui oggi subiremmo le conseguenze.
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La semplice macroeconomia del dopo crisi
di Alberto Bagnai
La crisi è appena cominciata, o forse dovremmo dire che non è mai terminata, non sappiamo quanto sarà profondo questo terzo scalino verso il basso, ma siccome sappiamo che non è vero che questa volta è diverso, e siccome Ray Dalio (un uomo che sa come navigare attraverso le crisi) si è posizionato al ribasso, sappiamo che qualcosa dovrà succedere, e possiamo cominciare a farci delle idee basandoci sull'esperienza storica.
Intanto, oggi Goldman Sachs ci fa sapere che secondo lui andrà così:

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Gas, nazi e media: la verità sulla guerra
Franco Fracassi
Un'azienda del gas, un oligarca e un'agenzia di pubbliche relazioni senza scrupoli, un gasdotto che non s'ha da fare e impronte che portano molto vicino alla Casa Bianca
«È mia profonda convinzione che un piccolo numero di parole, ma con grande impatto emotivo, possa modificare le convinzioni dell'opinione pubblica». «In Bulgaria è andato tutto bene. Adesso bisogna spingere per Odessa». Un inglese e uno statunitense. Per adesso non importa come si chiamino, né che ruolo abbiano in questa vicenda. Odessa, Sofia, Londra, Washington e Dniepropetrovsk. Questa è la storia di due incontri segreti. È la storia del controllo dell'approviggionamento di gas all'Europa. È la storia di un'agenzia di pubbliche relazioni in grado di manipolare l'informazione internazionale. È la storia del cuore del potere mondiale, e di come esso abbia anche a che fare con profitti personali. È la storia di un massacro nazista. È la storia di una guerra. In mezzo più di quaranta milioni di cittadini inermi. In altre parole, questa è la storia (a quanto pare) del perché in Ucraina c'è stato un colpo di Stato e del perché si sta combattendo una guerra civile.
Iniziamo con lo scenario. Le più grandi riserve di gas del mondo si trovano in Russia o in Kazakistan, Paese alleato di Mosca. Ma nuovi e ricchi giacimenti sono stati recentemente rinvenuti anche in Ucraina. La Russia è il più importante fornitore di gas all'Europa. Fino a pochi anni fa la maggior parte dei gasdotti (e degli oleodotti) transitavano per il territorio ucraino.
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Come vedete nell'introduzione la provocazione è che dei cittadini
occidentali si devono rivolgere a paesi terzi (del resto abbiamo visto nelle guerre precedenti come non sia servito l'appello delle masse ai nostri governi...). Una campagna massiccia di email servirebbe adare a uesti paesi una giustificazione in più (della serie: vedete, paesi Nato, i vostri cittadini non vogliono questa guerra).
www.interculture.it/libia
indicando l'oggetto e nome e indirizzo
a
Marinella This email address is being protected from spambots. You need JavaScript enabled to view it.
E U.S. CITIZENS FOR PEACE & JUSTICE- Rome
resta che rivolgerci ai membri non
belligeranti del Consiglio di Sicurezza Onu”
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Al margine del caos
Geopolitica ai tempi dell’era della Complessità
Pierluigi Fagan
Cosa sta succedendo nel mondo? Come siamo giunti qui? Sino all’estate del 2001 vivevamo nel migliore dei mondi possibili, il futuro era bright and happy, il confort delle nostre vite mai così comodo, le nuove tecnologie erano la nostra terza rivoluzione industriale, l’Europa stava per varare la propria prima forma concreta di comunità ovvero una nuova moneta comune, il G20 si riuniva in Canada per la terza volta e la guerra una pratica irrazionale che avevamo finalmente superato come stadio evolutivo e per alcuni, addirittura, la storia era finita nel senso che avevamo raggiunto il fatidico inveramento dello spirito assoluto nel capitalismo liberale planetario1. Poi è iniziata, una prima lenta poi sempre più precipitosa, sequenza di fatti fuori norma, fatti del tutto contrari a quel sentimento di calma tranquilla e fiduciosa apertura al futuro.
Qualcuno lancia aeroplani civili contro i cristalli dei due simboli della nota skyline di New York, si va in guerra, d’accordo contro l’Afghanistan (?) ma perché anche contro l’Iraq? Poi un altro giorno di Settembre (mese in cui sembra che si formi uno sorta di “tutti i nodi vengono al pettine”) di qualche anno dopo, salta per aria una delle grandi banche d’investimento americane ed a seguire viene giù tutto il sistema di punta della pompa finanziaria che regge la nuova versione del sistema economico occidentale, la versione smaterializzata e iperglobalizzata.
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La lezione di Augusto Graziani
Emiliano Brancaccio
In ricordo del grande economista recentemente scomparso, per molti anni collaboratore di «Critica marxista». Ci ha insegnato che la lotta di classe c’è, persino quando non se ne ha coscienza. E che la disoccupazione non si combatte con la deregolamentazione del lavoro. Lo sguardo preoccupato sull’euro, a partire dalla sua introduzione
Augusto Graziani è morto il 5 gennaio scorso, a Napoli, pochi mesi dopo le celebrazioni per i suoi ottant’anni. Scompare così il maestro di una intera generazione di economisti italiani, raffinato innovatore delle idee di Marx e Keynes e acutissimo critico dei luoghi comuni su cui regge il consenso verso la politica economica dominante. Nato a Napoli nel 1933, esponente di punta delle scuole italiane di pensiero economico critico, già senatore e accademico dei Lincei, nell’arco di quasi mezzo secolo di pubblicazioni Graziani si è cimentato con successo nella infaticabile opera di tessitura di una sottile trama logica, in grado di tenere coerentemente assieme ricerca teorica pura, didattica e divulgazione1. Per questa sua missione gramsciana, riuscita a pochi altri e oggi considerata impossibile dalla stragrande maggioranza degli economisti, Graziani ha saputo farsi apprezzare non solo da studenti e colleghi ma anche da un più ampio pubblico di estimatori, tra cui i lettori dei suoi editoriali pubblicati sul manifesto, sul Corriere della sera e su varie altre testate nazionali2.
All’interno della comunità scientifica Graziani si è distinto per l’originalità e la vastità delle sue ricerche, dagli studi dei primi anni ’60 dedicati ai problemi del Mezzogiorno e del relativo sviluppo dualistico italiano, alle interpretazioni definite “conflittualiste” della crisi e della ristrutturazione degli anni ’60 e ’70, fino ai più recenti contributi degli anni ’80 e ’90 volti alla costruzione di uno schema di “teoria monetaria della produzione”.3 Il terreno della ricerca non è tuttavia l’unico sul quale Graziani si è cimentato. A esso si affianca quello, non meno congeniale, della didattica.
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Il capitalismo entra nella sua fase senile
Ruben Ramboer intervista Samir Amin
"Il pensiero economico neoclassico è una maledizione per il mondo attuale". Samir Amin, 81 anni, non è tenero con molti dei suoi colleghi economisti. E lo è ancor meno con la politica dei governi. "Economizzare per ridurre il debito? Menzogne deliberate"; "Regolazione del settore finanziario? Frasi vuote". Egli ci consegna la sua analisi al bisturi della crisi economica
Dimenticate Nouriel Roubini, alias dott. Doom, l'economista americano diventato famoso per avere predetto nel 2005 lo tsunami del sistema finanziario. Ecco Samir Amin, che aveva già annunciato la crisi all'inizio degli anni 1970. "All'epoca, economisti come Frank, Arrighi, Wallerstein, Magdoff, Sweezy ed io stesso, avevamo detto che la nuova grande crisi era cominciata. La grande. Non una piccola con le oscillazioni come ne avevamo avute tante prima, ricorda Samir Amin, professore onorario, direttore del forum del Terzo Mondo a Dakar ed autore di molti libri tradotti in tutto il mondo. "Siamo stati presi per matti. O per comunisti che desideravano quella realtà. Tutto andava bene, madama la marchesa… Ma la grande crisi è davvero cominciata a quel tempo e la sua prima fase è durata dal 1972-73 al 1980". Inoltre Samir Amin afferma recisamente: "essere marxista implica necessariamente essere comunista, perché Marx non dissociava la teoria dalla pratica: l'impegno nella lotta per l'emancipazione dei lavoratori e dei popoli".
Parliamo per cominciare della crisi degli ultimi cinque anni. O piuttosto delle crisi: quella dei subprimes, quella del credito, del debito, della finanza, dell'euro… A che punto siamo?
Samir Amin. Quando tutto è esploso nel 2007 con la crisi dei subprimes, tutti hanno fatto finta di non vedere. Gli europei pensavano: "Questa crisi viene dagli Stati Uniti, la assorbiremo rapidamente". Ma, se la crisi non fosse venuta da là, sarebbe cominciata altrove. Il naufragio di questo sistema era scritto e lo era fin dagli anni 1970. Le condizioni oggettive di una crisi di sistema esistevano ovunque.
Le crisi sono inerenti al capitalismo, che le produce in modo ricorrente, ogni volta in modo più profondo. Non si possono comprendere le crisi separatamente, ma in modo globale. Prendete la crisi finanziaria. Se ci si limita a questa, si troveranno soltanto cause puramente finanziarie, come la deregolamentazione dei mercati. Inoltre, le banche e gli istituti finanziari sembrano essere i beneficiari principali di quest'espansione di capitale, cosa che rende più facile indicarli come unici responsabili. Ma occorre ricordare che non sono soltanto i giganti finanziari, ma anche le multinazionali in generale che hanno beneficiato dell'espansione dei mercati monetari. Il 40% dei loro profitti proviene da operazioni finanziarie.
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La grande crisi, la Germania e gli Stati Uniti
Miguel Martinez
In questi giorni, una quantità impressionante di persone si sta improvvisando economista.
Fanno benissimo, visto che quella che chiamano “crisi economica” sta trasformando il futuro sociale di tutti noi, e quindi è una crisi propriamente politica.
La crisi del 1929, semplificando, ha portato al collasso degli Stati liberali, alla sostituzione dell’impero britannico con quello americano, al nazismo e alla Seconda guerra mondiale, che non è poco.
Il problema, oggi come allora, è capire quali sono le grandi linee di questa crisi, e i parametri cui ci ha abituati la politica simbolica e spettacolare non servono a niente; occorre occuparsi anche di cose di cui pochi ci capiscono davvero. E quei pochi sono decisamente parte in causa.
Intuiamo sullo sfondo della crisi anche qualcosa che riguarda nomi di paesi: Germania, Inghilterra, Francia, Grecia, Stati Uniti…
Diciamo nomi di paesi, perché è difficile, almeno per me, capire dove inizia e dove finisce una economia nazionale – le aziende che conosco io hanno sede a Milano, la produzione in Cina e investono i soldi in banche di proprietà francese che li reinvestono in pension fund statunitensi. Chi, in questo intricato giro, prende le vere decisioni?
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Populisti - Comunisti 50 a 1
Vogliamo parlarne?
di Mimmo Porcaro, Ugo Boghetta
Ci sarà modo di tornare sul significato politico, istituzionale e sociale di queste importantissime elezioni, ma una cosa balza agli occhi. Le classi che hanno maggiormente sofferto a causa della globalizzazione e dell’Unione europea, ossia, per dirla in soldoni, gli strati inferiori della borghesia e del proletariato, si sono apertamente ribellate all’ordine vigente, si sono intrecciate nel voto ed hanno scelto partiti che raccolgono la protesta mescolando nostalgie liberiste e promesse di protezione. L’inevitabile alleanza tra la piccola borghesia ed il proletariato più debole avviene, al momento, sotto l’egemonia della prima. Soluzione obbligata, visto lo spettacolo vergognoso offerto in tutti questi anni dalla sinistra, ormai intossicata da una pestifera miscela di europeismo, retoriche politically correct e movimentismo. Accentuando la sua crisi, il PD segue il destino delle cosiddette socialdemocrazie europee, vittime del loro ipermercatismo. Per parte sua, la variante espressa da Liberi ed Eguali, si dimostra inevitabilmente inefficace, essendo soltanto antirenziana e non sufficientemente antiliberista. E Potere al popolo? Il risultato della sinistra radicale è cosa meno ovvia, perché è in quell’ambiente che avrebbe potuto e dovuto maturare un’alternativa al globalismo europeista e sono quelle le forze che avrebbero dovuto capitalizzare in qualche modo la benvenuta débacle del PD. Invece è avvenuto il contrario, e la sinistra radicale ha raggiunto il peggior risultato della sua storia. Perché?
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Le ragioni del profitto sulla linea di sangue tra Israele e Gaza
di Andrea Pannone
In questo articolo Andrea Pannone ragiona sulle cause strutturali del conflitto palestinese, guardando alle logiche che muovono gli interessi materiali ed economici delle potenze occidentali, Stati Uniti in primis. L'autore ci spiega come la nuova natura degli Stati nazionali sia inseparabile dagli interessi dei maggiori gruppi economico-finanziari. In questo contesto sono proprio i settori della difesa e militare ad essere maggiormente integrati a questo sistema, che si avvia ad essere uno dei principali settori trainanti dell'economia.
* * * *
Leggendo in queste settimane commenti e articoli dei media mainstream sul nuovo drammatico conflitto tra Israele e palestinesi, è difficile non riconoscere un (più o meno) intenzionale processo di allontanamento dalla comprensione delle sue reali cause, peraltro non dissimili da altri conflitti bellici attualmente in corso su scala planetaria, pur nelle loro specifiche manifestazioni geografiche, storiche e culturali. Il punto è perfettamente sintetizzato da Emiliano Brancaccio in un post su Econopoly: «Più che occuparsi di comprensione dei fatti, i “geopolitici” di grido paiono affaccendati in una discutibile opera di persuasione, che consiste nel suscitare emozioni e riflessioni solo a partire da un punto del tempo scelto arbitrariamente. Essi ci esortano a inorridirci e a prender posizione, per esempio, solo a partire dalle violenze di Hamas del 7 ottobre 2023, mentre suggeriscono di spegnere sensi e cervelli sulla trasformazione israeliana di Gaza in un carcere a cielo aperto, o su altri crimini e misfatti compiuti dai vari attori in gioco e anteriori a quella data. Inoltre, come se non bastasse l’arbitrio del taglio temporale, ci propongono di esaminare i conflitti militari come fossero mera conseguenza di tensioni religiose, etniche, civili, ideali. Quasi mai come l’esito violento di dispute economiche».
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Lezioni da riscrivere per la teoria economica
di Armanda Cetrulo
La crisi non ha prodotto un cambiamento della didattica nelle università. Noi studenti sentiamo ripetere le stesse lezioni come se nulla fosse accaduto. È l’ora di cambiare registro. O cambiare i maestri?
Il 2 novembre, alcuni studenti di Harvard hanno deciso di non seguire la lezione del corso di Introduzione all’Economia del professor Mankiw, ex consigliere economico di Bush, oggi consulente di Mitt Romney. La protesta, che alcuni hanno etichettato come ideologica, pone in realtà una serie di interrogativi essenziali su cui studenti e docenti dovrebbero interrogarsi. Nella lettera aperta rivolta al professor Mankiw, gli studenti “criticano fortemente il metodo di studio del corso, basato su un punto di vista sull’economia che favorisce il perpetuarsi delle disuguaglianze economiche nella nostra società” e lamentano la totale assenza di confronto tra le diverse teorie economiche. Essi identificano due problematiche tra loro connesse: da una parte l’influenza e la responsabilità che un certo approccio all’economia ha rivestito nella costruzione delle nostre società, nella scelta delle politiche economiche adottate dalle grandi istituzioni internazionali (composte spesso da ex studenti della prestigiosa università) e nel dibattito attuale sulle misure necessarie per uscire dalla crisi; dall’altra, una questione più scientifica e didattica, che interroga il modo in cui l’economia viene insegnata nelle università ai giovani studenti.
Già con lo scoppio della crisi americana si era sviluppato un movimento che aveva l’obiettivo di individuare i testi economici “tossici”, poiché basati su false convinzioni e su una visione limitata dell’economia. Oggi sono diversi i siti che riprendono questi temi, come il Kickitover.org o il sito Econ4 (1) e molti economisti hanno letto, nella crisi economica, anche una deriva della teoria che ha dominato gli ultimi 30 anni. (2) Se è vero allora che le ipotesi e i presupposti logici su cui la teoria economica dominante si basa sono oggi messi in discussione dalla realtà dei fatti, non possiamo certo dire che stia avvenendo altrettanto all’interno delle università, in particolare nelle facoltà di economia.
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Il neoliberismo è un'ideologia
Elisabetta Teghil
Un tema che mi è molto caro è che il neoliberismo sta tentando di riportare questo paese agli anni ’50.
Non solo, ma la commistione con i partiti e partitini della così detta sinistra e associazioni satellitari fa sì che il neoliberismo sia capace di dettare anche l’agenda politica ed il linguaggio al movimento, almeno a quella parte che ci crede o fa finta di crederci.
L’Appello per la mobilitazione del 15 ottobre è un appello così generico, infarcito di parole ad effetto, con un tessuto interclassista e politicamente corretto che può essere sottoscritto da tutte/i.
Il ritorno agli anni ’50 è già stato realizzato, quando si organizza una mobilitazione incardinata su un documento così. Negli anni ’70 sarebbe stato prodotto da qualche circolo delle Acli. Bisogna andare ai documenti, alle manifestazioni e agli scioperi delle Trade Unions inglesi degli anni ’50 per leggere qualche cosa di simile.
Degli esempi per tutto.
Le banche sono uno strumento del sistema capitalista. Prendersela con il sistema bancario, accusandolo di un’economia distorta, è fare un favore a tutto il sistema. Le banche si devono nazionalizzare senza rimborso.
Fare appelli al presidente della repubblica, come garante della costituzione, è far passare il principio che vede nelle istituzioni qualche cosa di neutro e al di sopra delle parti. Siamo, addirittura, all’abc della politica.
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EAT THE RICH! Perchè e come
è proprio nelle occasioni in cui c’è tutto da temere che non bisogna temere niente;
è quando siamo circondati da pericoli di ogni tipo che non dobbiamo averne paura;
è quando siamo senza risorse che dobbiamo contare su tutte;
è quando siamo sorpresi che dobbiamo sorprendere il nemico.
Sun Tzu, L’arte della guerra
In questi mesi abbiamo seguito, come tutti, il dibattito economico e politico che si è scatenato nel nostro paese. È stato subito chiaro che si metteva male per noi: che di qualsiasi cosa si trattasse, gira e rigira, questa crisi e questo debito li avrebbero pagati gli studenti, i lavoratori, i disoccupati e precari, i migranti, insomma, il caro e niente affatto “vecchio” (anzi, giovanissimo, visto che ci stanno finendo anche i ventenni e trentenni delle “classi medie”) proletariato. Perciò abbiamo cercato di capire bene cosa stesse succedendo, e poi ci siamo messi a pensare cosa potevamo fare per evitare di finire nel Nuovo Medioevo che ci stanno preparando, con la stessa schiavitù ma con in più le telecamere...
Be’, non abbiamo trovato la Soluzione, però delle buone idee sì, o almeno qualche punto fermo che ci possa permettere di orientarci ed agire sin da subito. Così è nata la campagna Eat The Rich!, un’insieme di analisi, film, canzoni rock, volantini, subvertising e soprattutto iniziative, che vuole essere una proposta di agitazione per quest’autunno.
Attenzione: non si tratta di una nuova Rete, dell’ennesimo Comitato, di un cartello elettorale… Si tratta solo di far passare un semplice e inequivocabile messaggio, che dovrebbe essere la base di ogni opzione politica “alternativa” a questo sistema, un messaggio che deve girare in maniera larga, in ogni luogo dove soffre e speri questo nuovo proletariato, un messaggio che sarebbe bello spuntasse in maniera “virale”, che si diffondesse ovunque, sui muri, nelle scuole, anche senza firme, perché dice una cosa che è di tutti….
Un messaggio che dovremmo imporre a chi ci governa, dal padrone a fianco a quello lontano, dal ministro al tecnocrate europeo, dal banchiere al giornalista di regime, perché capiscano una volta per tutte che noi li odiamo, come loro ci odiano, che sono loro i nostri nemici, che se siamo ridotti così è colpa dei ricchi e dei padroni, di chi ha tutto e che pure continua a levarlo a chi non ha più niente, che sono loro a dover pagare, e che li combatteremo e non ci accontenteremo finché non li vedremo faticare la vita come noi, finché non saremo tutti uguali.
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Credere, Obbedire, Soccombere
di Gianandrea Gaiani
Dopo un anno di guerra in Ucraina non è ancora chiaro chi potrà forse vincere il conflitto sul campo di battaglia ma tra gli sconfitti senza appello, “senza se e senza ma” ci sono i media occidentali, in particolare quelli europei, in special modo la gran parte di quelli italiani.
Studi televisivi riempiti con bandiere giallo-blu, anchor-man che tolgono l’audio in diretta a un discorso di Vladimir Putin atteso dal mondo intero “per non dare spazio alla propaganda russa”, conduttori che prendono le distanze dalle dichiarazioni di ospiti che indugiano nello sposare ogni tweet della propaganda di Kiev o nell’accusare solo i russi per ogni responsabilità e nefandezza di questa guerra.
Che dire poi delle interviste al presidente ucraino Volodymyr Zelensky talmente in ginocchio da far apparire equilibrata e pure aggressiva la “mitica” intervista di Gianni Minà a Fidel Castro del 1987?
Nessuna domanda scomoda sulle opposizioni messe al bando, il patrimonio personale del presidente e di diversi ministri e generali, le leggi che soffocano la libertà di stampa ed espressione, la corruzione dilagante anche a danno dei militari che ha portato alla rimozione di molti funzionari, il rapporto di Amnesty International che accusa le truppe ucraine di crimini di guerra, le armi donate dall’Occidente rinvenute su fronti bellici in altri continenti, le rappresaglie sui “collaborazionisti” nelle città riconquistate, i video che mostrano le truppe di Kiev ferire o uccidere prigionieri…solo per citare alcuni dei temi più eclatanti.
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Benvenuti nel Reale. Il ritorno alla materialità dopo il postmoderno
Written by Marco Assennato
1) Farla finita con il postmoderno?
Nel luglio 2011 «Micromega» ha dedicato il suo «Almanacco di filosofia» alla fine del postmoderno, insomma alla rivisitazione di una delle categorie filosofiche che ha tenuto il banco della discussione nell’ultimo trentennio. A seguito di quella pubblicazione, il confronto è proseguito sul sito web della medesima rivista e alcune delle tesi in campo son giunte a marcare presenza nell’edizione 2011 del Festivalfilosofia di Modena, Carpi e Sassuolo, dedicato alla Natura. Il dibattito verte sul ritorno al reale dopo la sbornia postmoderna. Ritorno ai fatti dopo l’ormai esausta vague delle interpretazioni, potremmo dire o, parafrasando Nietzsche, riaffermazione del mondo vero al tramonto di ogni sua possibile favola.
Seppure limitata essenzialmente agli autori che, nel dibattito italiano, hanno alimentato la sfida cosiddetta debolistica - che fu solo una delle possibili declinazioni di quel vago quanto ampio arcipelago che chiamiamo postmoderno - ed in particolare ad un confronto serrato tra Gianni Vattimo e Maurizio Ferraris, la contesa pare nascondere un nucleo problematico più profondo e politicamente significativo di quanto a prima vista possa sembrar ovvio. Del resto Ferraris aveva già da tempo preso le distanze dalle tesi del suo maestro, ancora in occasione della ripubblicazione della sua mappa della filosofia postmoderna Tracce. Nichilismo, moderno, postmoderno (Mimesis, Milano, 2006). Nella postfazione intitolata Postmoderno vent’anni dopo appena appresso un formale riconoscimento del debito che egli deve a quella stagione, chiosava:
«A un certo punto ho cambiato idea. [...] All’inizio degli anni novanta cominciai a [...] essere scettico sullo scetticismo. [...] Era cominciata per me la stagione del realismo, che mi avrebbe portato, più avanti, a distinguere tra oggetti fisici, ideali e sociali, fuori dalle trappole del postmoderno. [...] Morale: le montagne non si costuriscono, e nemmeno i teoremi, il mondo è pieno di fatti che non sopportano interpretazioni» (p. 169).
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Fusaro vs De Monticelli
Uno scambio di riflessioni
Di seguito la risposta di Diego Fusaro ad una severa critica nei suoi confronti pubblicata da Roberta De Monticelli sul sito Phenomenology Lab e riportata in calce
"Cara Roberta,
chiamato in causa dalla tua appassionata e appassionante riflessione, ti rispondo. Lo faccio in privato, per correttezza. Se poi tu riterrai opportuno, renderò pubblica la risposta. Mi sembra corretto fare così con una collega, per di più decano, che stimo e con cui sono seriamente felice e onorato – al di là di ogni retorica – di potermi confrontare su questi temi decisivi. Nel rispetto dell’interlocutore, credo sia più giusto fare così. Spero, naturalmente, in un’analoga amicizia e in un’analoga stima da parte tua, nonostante la differenza delle visioni (o proprio in forza di essa, se, come credo, è sempre bene valorizzare le differenze!).
Credo che, in fondo, combattiamo contro la stessa cosa, se – come tu dici – è contro la “mente prigioniera” che lotti. È ciò contro cui lotto anch’io. Certo, bisogna capire di che cosa è prigioniera oggi la mente: converrai con me che le ideologie cambiano e che di volta in volta è l’ideologia dominante a imprigionare le menti.
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Software Libero per la tua libertà
Perché non ci si può fidare di software che non si può controllare
Richard Stallman
Il controllo del nostro software dalla parte di un'azienda di software proprietario, che sia essa Microsoft, Apple, Adobe o Skype, vuol dire il controllo su quello che possiamo dire e a chi. Questo minaccia le nostre libertà in tutti i campi della vita... Gli Stati uniti non sono l'unico paese che non rispetta i diritti umani, per cui mantenete i vostri dati sul vostro computer personale e i vostri backup sotto la vostra custodia. E utilizzate il software Libero sul vostro computer.
Lo sappiamo in tanti che i governi possono minacciare i diritti umani attraverso la censura e la sorveglianza di Internet. Non molti si rendono conto che il software che utilizzano, a casa o al lavoro, potrebbe costituire una minaccia anche peggiore. Pensando che il software sia "solo uno strumento", suppongono che obbedisce loro, invece, in effetti, obbedisce ad altri. Il software che gira nella gran parte dei computer è software non-libero, proprietario, e cioè controllato dalle aziende produttrici di software e non dai suoi utenti. Gli utenti non possono controllare quello che questi programmi stanno facendo, né possono impedire che facciano qualcosa di indesiderato. Molte persone accettano tutto ciò perché non conoscono altre possibilità. Ma è semplicemente sbagliato lasciare agli sviluppatori [di software] il potere sui computer degli utenti.
Questo potere ingiusto, come sempre, induce chi lo possiede a compiere ulteriori misfatti. Se un computer comunica su una rete e voi non controllate il software, esso può facilmente spiarvi.
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La spinta propulsiva della scuola di Francoforte
di Enzo Modugno
Raccolti per gli Editori Riuniti i saggi principali di Hans Georg Backhaus, allievo di Theodor W. Adorno
Questo libro, Dialettica della forma di valore di Hans-Georg Backhaus, restituisce quella straordinaria stagione francofortese che ebbe il suo culmine negli anni '60 e che non ha affatto esaurito la sua "spinta propulsiva". L'atmosfera è quella di una rovente assemblea teorico-politica. Sullo sfondo, come in una celebre foto, la testa rotonda di Adorno imbronciato per gli attacchi di Krahl che gli siede accanto, per le obiezioni di Backhaus, Reichelt, Schmidt. Argomenti fondamentali esposti con grande chiarezza, si è tentati di intervenire, gli stessi curatori lo fanno, chiunque legga questo libro vorrà farlo. Persino il recensore.
Lo scambio è la chiave della società, aveva detto Adorno. Tuttavia per i suoi allievi non si tratta semplicemente dello scambio generalizzato, ma piuttosto della forma specifica che esso assume nel modo di produzione capitalistico: è per questo che si impegnano nella "ricostruzione" della teoria marxiana del valore, ricerche note come Neue Marx-Lektüre, condotte soprattutto da Hans Georg Backhaus, Helmut Reichelt, Alfred Schmidt. Sono ora raccolti per gli Editori Riuniti i saggi principali di Backhaus, a cura di Riccardo Bellofiore e Tommaso Redolfi Riva, (pp. 549, euro 18,00). I curatori hanno voluto rendere omaggio a Emilio Agazzi che, a metà degli anni '80, aveva tradotto e commentato una parte di questi saggi.
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Neoliberismo goliardo: Keynes VS Friedman
di Cesare Del Frate
Gli economisti sapientoni assomigliano sempre più a tifosi da stadio che inneggiano al mercato, e i manager rampanti a bambini capricciosi che vogliono tutto e subito: quando cominceremo ad affidare l’economia ad adulti maturi e responsabili?
Il neoliberismo contemporaneo cresce abnorme e si divora tutto, spinto dall’inesauribile fame di profitto; eppure, fino a pochi decenni fa, nell’economia trovavamo posizioni ben più prudenti e pluraliste, eccone una:
Il capitalismo non è intelligente, non è bello, non è giusto, non è virtuoso e non produce i beni necessari. In breve, non ci piace e stiamo cominciando a disprezzarlo. Ma quando ci chiediamo cosa mettere al suo posto, restiamo estremamente perplessi (John Mainard Keynes, Esortazioni e profezie).
I distinguo, le esitazioni, la ricerca di un punto di vista sfaccettato e comprensivo, atteggiamenti tipici di Keynes, stridono fortemente se paragonati alla retorica da stadio del neoliberismo:
dovunque, in ogni tempo, il progresso economico è valso molto di più per il povero che per il ricco.
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Leggete Karl Marx!
«Il capitalismo non è eterno. E Marx è ancora necessario»
Conversazione tra Marcello Musto e Immanuel Wallerstein
Nasceva duecento anni fa l’autore del «Manifesto del partito comunista»: sul suo pensiero abbiamo interpellato il sociologo Immanuel Wallerstein, che ne rivendica l’attualità. «Non può fare a meno di lui una sinistra globale che voglia rappresentare l’80% più povero degli abitanti della Terra».
Immanuel Wallerstein, Senior Research Scholar alla Yale University (New Haven, USA) è considerato uno dei più grandi sociologi viventi. I suoi scritti sono stati molto influenzati dalle opere di Marx ed egli è uno degli studiosi più adatti con il quale riflettere sul perché il pensiero di Marx sia ritornato, ancora una volta, di attualità.
* * * *
MM: Professor Wallerstein, 30 anni dopo la fine del cosiddetto “socialismo reale”, in quasi tutto il globo tantissimi dibattiti, pubblicazioni e conferenze hanno a tema la persistente capacità da parte di Marx di spiegare le contraddizioni del presente. Lei ritiene che le idee di Marx continueranno ad avere rilevanza per quanti ritengono necessario ripensare un’alternativa al capitalismo?
IW: Esiste una vecchia storia su Marx che dice che ogni qual volta si cerca di buttarlo fuori dalla porta, lui rientra dalla finestra. È quanto sta accadendo anche in questi anni. Marx è ancora fondamentale per quanto scrisse a proposito del capitalismo. Le sue osservazioni furono molto originali e completamente diverse da ciò che affermarono in proposito altri autori. Oggi affrontiamo problemi rispetto ai quali egli ha ancora molto da insegnarci e tanti editorialisti e studiosi – non certo solo io – trovano il pensiero di Marx particolarmente utile in questa fase di crisi economica e sociale. Ecco perché, nonostante quanto era stato predetto nel 1989, assistiamo nuovamente alla sua rinnovata popolarità.
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Lo tsunami finanziario
di F. William Engdahl
I. IL DEBITO IPOTECARIO SUBPRIME E’ SOLO LA PUNTA DELL’ICEBERG
Parte 1: la dolorosa lezione della Deutsche Bank
Perfino i miei amici esperti banchieri mi assicurano che a parer loro il momento peggiore del cataclisma da cui sono state colpite le banche statunitensi è oramai superato, e che la situazione sta lentamente tornando alla normalità. Ma nel loro roseo ottimismo manca la percezione dell'ampiezza del deterioramento in atto sul mercato mondiale del credito, che ruota attorno al mercato americano dei titoli garantiti, e in particolare a quello delle COD (Collateralized Debt Obligations) e delle CMO (Collateralized Mortgage Obligations). Ogni attento lettore ha senz'altro sentito dire "Si tratta di una crisi del mercato statunitense del debito ipotecario subprime". Ma quasi nessuno di quelli che conosco ha capito che il problema dei subprime è solo la punta di un colossale iceberg, ora in lento scioglimento. Vi faccio un esempio recente per spiegarvi la mia convinzione che lo "tsunami finanziario" stia solo cominciando.
Pochi giorni orsono la Deutsche Bank ha subito un rude colpo quando un giudice dell'Ohio (USA) ha emesso
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Il “nudo” e il “sacro”
La biopolitica di Giorgio Agamben
di Fabio Milazzo
la storia della ragione governamentale
e la storia delle contro condotte che le si sono opposte non possono essere dissociate l’una dall’ altra.”
Michel Foucault, Sicurezza, territorio e popolazione. Corso al Collège de France (1977-1978), p.365).
Nel 1979 Michel Foucault rese celebre il concetto di “biopolitica” dedicandogli un intero corso al Collège de France[1].
Durante il ciclo di lezioni Foucault cercò di dimostrare la correlazione tra il liberalismo, l’economia e il governo. L’economia, con il liberalismo, diventa il paradigma orientante le pratiche di governo.
“ Mi sembra che l’analisi della biopolitica non si possa fare senza aver compreso il regime generale di questa ragione governamentale di cui vi sto parlando, regime generale che si può chiamare questione di verità, in primo luogo della verità all’interno della ragione governamentale, e di conseguenza se non si comprende bene di che cosa si tratta in questo regime che è il liberalismo, (…) e una volta che avremo saputo che cos’è questo regime governamentale chiamato liberalismo potremo sapere cos’è la biopolitica”[2].
Foucault lega indissolubilmente le pratiche di governo e il regime di verità. Analizzando la situazione del Dopoguerra in America egli dimostra che il “mercato” diventa il “luogo” entro il quale si produce l’ordine veritativo capace di denotare di senso la realtà. Il governo degli uomini si struttura secondo logiche e direttive fantasmatiche di derivazione economica. Il calcolo “costi/benefici” diventa il criterio concatenante delle logiche di potere.
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La nuova via della seta
Un progetto per molti obiettivi
di Vladimiro Giacché
Il progetto di una Nuova Via della Seta, lanciato negli ultimi anni dalla dirigenza cinese, comprende due diverse rotte, una terrestre e l’altra marittima. La prima è indicata nei documenti ufficiali come Silk Road Economic Belt, la seconda come Maritime Silk Road. L’intero progetto è espresso in forma abbreviata come One belt, one road. Esso è stato annun-ciato per la prima volta dal presidente cinese Xi Jinping in un discorso ad Astana (Kazakhstan) nel 2013, ribadito a Giacarta (Indonesia) nel novembre dello stesso anno e di nuovo ad Astana nel giugno 20141
I precedenti
L’idea non è del tutto nuova: da alcuni è stata posta in continuità con i tentativi di Jiang Zemin di superare le tradizionali dispute sui confini della Cina (1996), nonché con la politica Go West di Hu Jintao2. Ovviamente il precedente storico cui si richiama è molto più illustre e lontano nel tempo: si tratta dell’antica Via della Seta, rotta commerciale che partendo dalla Cina legava Asia, Africa ed Europa. Essa risale al periodo dell’espansione verso Ovest della dinastia Han (206 a.C.-220 d.C.), che costruì reti commerciali attraverso gli attuali Paesi dell’Asia Centrale (Kyr-gyzstan, Tajikistan, Kazakhstan, Uzbekistan, Turkmenistan e Afghanistan), come pure, in direzione sud, attraverso gli attuali Stati di Pakistan e India. Tali rotte si estesero sino al-l’Europa, facendo dell’Asia centrale l’epicentro di una delle prime ondate di ‘globalizza-zione’, connettendo mercati, creando ricchezza e contaminazioni culturali e religiose. L’importanza massima di questa rotta di traffico si ebbe nel primo millennio dopo Cristo, ai tempi degli imperi romano, poi bizantino e della dinastia Tang in Cina (618-907). Fu-rono le Crociate e l’avanzata dei mongoli in Asia centrale a determinare la fine di questo percorso e la sua sostituzione con le rotte marittime, più rapide e a buon mercato3
L’antica Via della Seta evoca tuttora l’idea di uno sviluppo pacifico, di un interscambio commerciale e culturale in grado di determinare progresso per tutte le parti coinvolte. In quanto tale, il riferimento a essa è consapevolmente adoperato dall’attuale dirigenza cinese, anche in termini propagandistici e polemici. Lo dimostra il passo tratto da un opuscolo del governo cinese del 2014: «Come una sorta di miracolo nella storia umana, l’antica Via della Seta potenziò il commercio e gli interscambi culturali nella regione eurasiatica. In epoche antiche, differenti nazionalità, differenti culture e differenti reli-gioni a poco a poco entrarono in comunicazione tra loro e si diffusero lungo la Via della Seta al tintinnio dei campanacci dei cammelli.
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Daniela Danna: Che cosa è successo nel 2020?

Qui una presentazione del libro e il link per ordinarlo
Paolo Botta: Cos'è lo Stato

Qui la prefazione di Thomas Fazi
E.Bertinato - F. Mazzoli: Aquiloni nella tempesta
Autori Vari: Sul compagno Stalin

Qui è possibile scaricare l'intero volume in formato PDF
A cura di Aldo Zanchetta: Speranza
Tutti i colori del rosso
Michele Castaldo: Occhi di ghiaccio

Qui la premessa e l'indice del volume
A cura di Daniela Danna: Il nuovo volto del patriarcato

Qui il volume in formato PDF
Luca Busca: La scienza negata

Alessandro Barile: Una disciplinata guerra di posizione
Salvatore Bravo: La contraddizione come problema e la filosofia in Mao Tse-tung

Daniela Danna: Covidismo
Alessandra Ciattini: Sul filo rosso del tempo
Davide Miccione: Quando abbiamo smesso di pensare

Franco Romanò, Paolo Di Marco: La dissoluzione dell'economia politica

Qui una anteprima del libro
Giorgio Monestarolo:Ucraina, Europa, mond
Moreno Biagioni: Se vuoi la pace prepara la pace
Andrea Cozzo: La logica della guerra nella Grecia antica

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