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Sull’onnipotenza
di Paolo Di Marco
Quando faccio vibrare l’enorme calotta di plasma, investendola con successioni di frequenze che ne amplificano l’oscillazione a livelli insostenibili, fino all’istante della sua trasformazione in un solo punto di energia infinita; quando dopo un attimo di trasecolata incertezza questo punto si espande furiosamente, si coagula in vortici di energia e materia insieme, si espande nuovamente per poi ancora coagularsi in materia vorticante; quando questi vortici perdono abbrivio diventando galassie, e al loro interno stelle, e intorno a queste pianeti, e su alcuni di questi forme senzienti di ogni possibile fattura…quale controllo ho, io creatore, su tutte queste creature?
Nessuno.
Meno di quanto un bimbo che butta un sasso lungo il pendio ha sulla precisa traiettoria della pietra. Chè fra creazione e controllo non c’è solo il caos ma un intero abisso.
È solo un vezzo perverso di qualche buontempone l’attribuire al creatore anche la potenza del controllo.1
Come ben sanno Geoffrey Hinton e Dario Amodei2 che dopo aver creato quella forma indebita e improvvida di elaborazione basata su LLM chiamata AI e dopo essersi impegnati a cercare di trasformarla in più intelligente materia, una AI ‘generale’ capace non solo di imitazione ma anche di un qualche raziocinio, si vedono travolti da una mandria di AI di vario modello che corrono all’impazzata, pungolate all’inizio dal profitto e dalla concorrenza ma poi trascinate in uno stampede inarrestabile indifferente al precipizio di un’economia che vede sparire progressivamente tutto il lavoro ma con esso anche quei salari che ancora alimentano la domanda e quindi dell’economia permettono l’esistenza stessa.3
Ma d’altro canto che le pietre rotolanti si attribuiscano il libero arbitrio solo perché la loro traiettoria è imprevedibile sembra atto di gratuita superbia: ne sanno qualcosa gli ‘ingegneri del caos’,4 da Finkelstein a Bannon a Cambridge Analytica che in questo secolo hanno imparato a usare le reti virtuali non per pescare i pesci ma per manipolarli, per creare branchi e poi spingerli volta a volta nella direzione voluta trasformando così elezioni già di per sé truccate in un eterno gioco delle tre carte.
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I deliri pseudo-tecnologici di Palantir e il nuovo imperialismo digitale
di Vincenzo Brandi
Ha destato scalpore il manifesto in 22 punti tratto dal libro (“The New Technological Republic”) del noto Amministratore Delegato (CEO) della società di intelligenza artificiale, Palantir, Alex Karp, scritto insieme al collaboratore e co-fondatore della società, Nicolas Zamiska.
Vi si legge (punto 1) che l’élite ingegneristica della Silicon Valley (quella che ha creato i computer portatili, la rete internet, le grandi piattaforme digitali, e ora l’intelligenza artificiale) ha l’obbligo di partecipare alla difesa della nazione. Servire la nazione è un dovere universale anche per interventi militari all’estero (punti 6 e 7).
Sarà costruito hard-power sulla base di software, e armi sulla base dell’intelligenza artificiale (punti 4 e 5). La deterrenza atomica (come quella della Guerra Fredda basata sull’equilibrio del terrore atomico) è finita. Ora la deterrenza (punto 12) è basata sulle applicazioni dell’intelligenza artificiale (che da ora in poi indicheremo con IA).
Ai punti 13 e 14 si esalta la potenza degli USA. Al p. 15 si parla di riarmare Germania e Giappone.
Al p, 17 si parla di lotta alla criminalità violenta e ai p. 16 e 18 si invitano i miliardari a intervenire in politica. Al p. 19 si invita a non usare prudenza e mediazione e al p. 22 si rifiuta un pluralismo vuoto e inclusivo.
Al p, 20 si invitava ad evitare l’intolleranza verso le credenze religiose.
Anche in altri punti del libro si moltiplicano gli appelli per un’uscita delle tecnologie prodotte dalla Silicon Valley da una loro (presunta) neutralità e si parla di culture inferiori da dominare.
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Il cloud ormai svolge un ruolo determinante nell’organizzazione del lavoro
di Jeko Calabrone
Per anni il cloud è stato raccontato come qualcosa di etereo, quasi neutro: una “nuvola” dove finiscono dati e applicazioni per far funzionare meglio aziende, servizi e pubbliche amministrazioni. Oggi quella nuvola ha un peso molto concreto. Decide dove si investe, chi lavora, con quali competenze e a quali condizioni. E soprattutto decide chi comanda.
In Europa, oltre il 60% del cloud è controllato da tre giganti statunitensi. Anche quando i server sono fisicamente sul territorio europeo, le piattaforme, il software e le scelte strategiche restano legate a interessi e leggi extra UE. È questo squilibrio che ha spinto Bruxelles a parlare sempre più esplicitamente di “sovranità digitale”.
Ma dietro la parola “sovranità” non c’è solo il tema dei dati: c’è il futuro del lavoro in settori chiave come le telecomunicazioni.
Nel mondo TLC il cloud non è un’opzione tecnica fra tante. È diventato la base stessa delle reti, dei sistemi informativi, dei centri di controllo, della sicurezza informatica, dei servizi digitali e del customer care. Chi controlla il cloud controlla i processi e, sempre più spesso, anche l’organizzazione del lavoro: carichi, ritmi, priorità, strumenti di monitoraggio. Le decisioni non passano più solo dalle direzioni aziendali locali, ma da piattaforme globali che fissano standard uguali per tutti.
Il risultato è sotto gli occhi di chi lavora nel settore. Le aziende di telecomunicazioni hanno accelerato la migrazione verso i cloud delle Big Tech, riducendo competenze interne e aumentando esternalizzazioni e subappalti.
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Assalto alla Flotilla: la ricostruzione esclusiva per L’Indipendente
di Dario Lucisano
«Abbiamo notato una quantità anomala di droni volare ad altezza progressivamente sempre più bassa, quasi a piano d’acqua. Poi abbiamo visto delle luci verdi avvicinarsi alle imbarcazioni, per infine abbordarle. Erano i gommoni dell’esercito israeliano». Inizia così la ricostruzione dell’aggressione notturna alla Global Sumud Flotilla che un membro della missione umanitaria ha fornito a L’Indipendente. A rilasciare la testimonianza esclusiva è Simone, del Gruppo Autonomo Portuale di Livorno, imbarcatosi per partecipare alla seconda missione dell’organizzazione umanitaria che intende rompere l’assedio israeliano su Gaza. «Qualcuno è scosso, ma stiamo bene», ci rassicura Simone, mentre ci racconta quanto successo. Le navi della GSF si trovavano al largo delle coste di Creta, in acque internazionali; dopo l’abbordaggio israeliano, si sono dirette verso le acque territoriali greche, mentre le IDF arrestavano oltre cento attivisti. Al momento, la flotta sta venendo scortata da due fregate greche, e si sta dirigendo verso un punto di ritrovo da dove organizzerà i prossimi passi della missione.
L’attacco di ieri sera è iniziato attorno alle 21 – ora italiana. In quel momento, Simone si trovava a bordo di una delle imbarcazioni della testa laterale della flotta, motivo per cui la sua nave non è stata abbordata. «Hanno approcciato le barche che si trovavano a distanza ravvicinata», ci spiega Simone. «A noi hanno inviato un messaggio, ma abbiamo proseguito per la rotta».
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La democrazia e i suoi simulacri
di Antonio Cantaro
Il teatro dei pupi di Garlasco, lo spettacolo del VAR. Non è che l’iperrealtà ha superato la realtà, se l’è proprio mangiata: è l’unica verità in cui crediamo, l’unica verità che ancora ci “emoziona”, ci tiene svegli, attaccati allo schermo, sino a notte fonda. La politica non se la passa meglio. I simulacri della democrazia – il popolo dei mercati, dei sondaggi, dell’audience, della rete, dell’invettiva – si stanno anch’essi mangiando il “popolo in carne e ossa”. E anche quando ci indigniamo, protestiamo, scendiamo in piazza, sentiamo a pelle che il nostro grido di dolore è destinato, assai presto, a morire nell’indifferenza. Iper-democrazia senza effetti democratici. Un viaggio, a volo d’uccello, nella genealogia e nella morfologia del plebiscitarismo antipolitico.
* * * *
La democrazia come apparenza e finzione non è, in assoluto, un tema inedito. Nulla di nuovo, dunque, sotto il sole? Sino a un certo punto. Il passaggio universalmente più noto de Il contratto sociale è quello in cui Jean-Jacques Rousseau causticamente afferma che «il popolo inglese ritiene di esser libero: si sbaglia di molto; lo è soltanto durante l’elezione dei membri del Parlamento. Appena questi sono eletti, esso è schiavo, non è nulla». Un grido di dolore contro lo svuotamento della democrazia, un campanello d’allarme contro la sua trasfigurazione in un simulacro. Quel rischio si è oggi moltiplicato, all’ennesima potenza. Si scrive postdemocrazia, si legge crisi della democrazia a vantaggio di altre forme di governo il cui antico nome è aristocrazia (il governo dei migliori) e oligarchia (comando di pochi). Si tratta del governo tecno-capitalista della vita individuale e collettiva.
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Iran. L'America fa un passo per ricominciare la guerra
di Davide Malacaria
Tel Aviv minaccia anche di riprendere in grande stile il genocidio di Gaza, abbandonando l'attuale modalità silenziosa, perché Hamas ha rifiutato la richiesta di disarmo avanzata dalla controparte (la milizia resta ferma sulle sue posizioni: riporrà le armi solo in parallelo al ritiro israeliano dalla Striscia, cosa che la controparte esclude dall'orizzonte...)
La decisione di Trump di ripristinare il traffico dello Stretto di Hormuz aiutando petroliere e navi merci a superare, sotto la supervisione delle forze armate statunitensi, lo sbarramento iraniano, allarma non poco perché ha tutta l’aria di un passo verso la ripresa delle ostilità.
Secondo la ricostruzione di Axios, giovedì scorso a un Trump sempre più frustrato dallo stallo sarebbe stato presentato un piano per riaprire lo Stretto con la forza, ma egli ha optato per un’iniziativa più soft, un piano in cui si prevede che le forze statunitensi aiutino “le navi battenti bandiera americana e altre navi commerciali ad attraversare lo Stretto, fornendo loro le dovute avvertenze su come evitare le mine e rimanendo pronte a intervenire in caso di attacco da parte dell’Iran”.
L’Iran ha prontamente dichiarato che il transito non autorizzato sarebbe stato intercettato e, a quanto pare, è già accaduto stamane, con le difese iraniane che avrebbero respinto un cacciatorpediniere che si apprestava a entrare nello Stretto colpendolo con due missili, notizia che però gli Stati Uniti hanno negato.
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Philip Roth, l’ebreo e l’altro
di Sandro Moiso
Philip Roth, Operazione Shylock, prefazione di Emmanuel Carrère, traduzione di Ottavio Fatica; Adelphi Edizioni, Milano 2026, pp. 455, 22 euro
Se il passato della nazione è stato soprattutto un sogno, perché non cominciare a sognare un nuovo futuro, prima che questo sogno si trasformi in incubo? (Shlomo Sand, L’invenzione del popolo ebraico, 2010)
Gregor Samsa, svegliandosi un mattino da sogni agitati, si trovò trasformato, nel suo letto, in un enorme insetto immondo. Giaceva sulla schiena, dura come una corazza, e sollevando un po’ la testa vide un addome arcuato, scuro, attraversato da numerose nervature. La coperta, in equilibrio sulla sua punta, minacciava di cadere da un momento all’altro; mentre le numerose zampe, pietosamente sottili rispetto alla sua mole, gli ondeggiavano confusamente davanti agli occhi. “Che mi è successo?” pensò. Non era un sogno. ( Franz Kafka, La metamorfosi, 1915)
Occorrer partire da un altro scrittore di origini ebraiche, autore di una delle opere più significative della letteratura del ‘900, per affrontare un tema che è presente in molte opere di Philipo Roth ovvero quello dell’altro da noi che in realtà è in noi, del doppelganger (il “doppio camminatore”) che al contempo fa parte di noi e di un altro, con cui condividiamo l’aspetto esteriore. Costretti a vivere una vita non nostra oppure ad assistere mentre tenta di sostituirsi a noi.
Una volta «consapevoli – come hanno osservato Gioacchino Toni e Paolo Lago – che lo sguardo sull’alterità è inevitabilmente anche uno sguardo su se stessi»1, diventa evidente che l’altro da sé stimola gran parte delle paure moderne basate sulle differenze di razza, classe, genere e che ciò avviene perché spesso tale alterità può anche presentarsi come la presa di coscienza dell’esistenza dell’altro nel sé.
Prima ancora di Kafka, fu certamente Ernst Theodor Amadeus Hoffmann (1776 -1822) il primo autore a far precipitare, con i suoi Notturni e in particolare con il racconto L’uomo della sabbia (1815), nella letteratura della sua epoca la figura del doppio, una sorta di gemello malvagio che si presenta rivelando il lato più oscuro e patologico della personalità.
Possiamo fissare qui l’inizio dell’incubo della modernità rappresentato dalla paura della perdita del sé o della scoperta di essere individualmente portatori di un altro Io, sconosciuto e fin troppo conosciuto allo stesso tempo.
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Nell’economia di guerra permanente il pacifismo non è resistenza
Appunti per una discussione
di Giuliana Commisso
Dobbiamo dare un nome collettivo a un processo che molti di noi stanno già vivendo sulla propria pelle, spesso senza avere gli strumenti per decodificarlo, denunciando il nesso inscindibile, eppure quasi invisibile, tra l’Economia di Guerra Permanente e lo smantellamento sistematico dello Stato sociale.
La guerra contemporanea non è più una scacchiera definita; è un ronzio silenzioso di server farm, è un algoritmo che uccide senza rimorso. Ma non è solo tecnologia: è la forma estrema che il capitalismo assume per sopravvivere alla sua stessa crisi di valore.
Oggi la scienza, che Marx definiva “forza immediatamente produttiva”, non è usata per liberare il tempo o curare malattie tropicali, ma per massimizzare la “composizione tecnica del capitale” in armamenti dual-use. Siamo di fronte a un paradosso tragico: mentre si taglia la sanità e si nega il diritto d’asilo, lo Stato investe miliardi in tecnologie di distruzione che servono a drenare il plusvalore che il mercato civile non riesce più ad assorbire.
Non siamo di fronte a una crisi passeggera, a una nuvola che passerà. Siamo di fronte a una vera e propria mutazione genetica del capitalismo. Quando il sistema non riesce più a generare valore dal “lavoro vivo”, quando non sa più estrarre profitto dal benessere e dal progresso civile, si rifugia in quella che dobbiamo chiamare con il suo nome: una “thanato-economia”. Un’economia della morte, dove il profitto non nasce più dalla costruzione e gestione della vita (biopolitica), ma dalla distruzione dei territori e dal controllo tecnologico dei corpi.
Dobbiamo dircelo chiaramente: lo Stato ha cambiato pelle. Non si presenta più a noi come il garante dei diritti universali e del benessere della popolazione, ma come un “Crisis Manager” autoritario. Un amministratore di condominio che gestisce la scarsità di risorse per noi, mentre finanzia senza batter ciglio la ricerca bellica.
Ricordiamocelo ogni volta che ci dicono che “non ci sono soldi”: ogni euro investito in un missile ipersonico è un euro sottratto alla sanità calabrese, agli asili nido delle nostre periferie, alle pensioni di chi ha lavorato una vita. È il passaggio definitivo dal welfare al warfare.
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Israele progetta decenni di guerre…
di Il Pungolo Rosso
Mentre nel vorticoso susseguirsi di giravolte comunicative provenienti dalla Casa Bianca non è dato sapere – a noi comuni mortali – se ci sarà o no un qualche accordo provvisorio tra Teheran e Washington, le notizie che arrivano da Israele non lasciano dubbi di sorta: lo stato sionista si prepara ad altri anni, se non decenni, di guerre, contro il popolo palestinese, l’Iran, il Libano, e non solo – esplicitamente, su giornali e tv, si parla della Turchia come del prossimo bersaglio da colpire, ma le folli ambizioni di questo esecutivo di terroristi macellai vanno perfino al di là del Medio Oriente (o Asia occidentale che dir si voglia).
Nei giorni scorsi, infatti, il governo Netanyahu ha deciso di raddoppiare il numero dei caccia F-351 Adir ed F-15IA a propria disposizione. Le imprese fornitrici sono, rispettivamente, la Lockheed Martin e la Boeing. Le due nuove squadriglie di bombardieri per un totale di 50 aerei sono necessarie, dicono, “per garantire la superiorità delle Forze Aeree israeliane nei prossimi decenni”. L’obiettivo è arrivare a disporre di 100 caccia F-35I e 50 caccia F-15IA. Secondo Tel Aviv, questi acquisti sono “il primo passo nel piano di rafforzamento delle Forze Armate israeliane per il prossimo decennio, con un budget totale di 118 miliardi di dollari” – pari al 20% del pil annuale del paese – un gigantesco programma di potenziamento del suo apparato di distruzione e sterminio.
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Postdemocrazia? Solo un'autocrazia con lo smoking
di Martino Dettori
Il sistema postdemocratico non è meno autoritario dell’autocrazia. E’ semplicemente più ipocrita, perché infarcito di retorica democratica...
Secondo la definizione che trovate nei vocabolari, le “autocrazie” sono sistemi politici governati da un gruppo ristretto di soggetti che non hanno alcuna responsabilità politica nei confronti dei popoli sottostanti. Come tali, le si contrappone alle democrazie, dove invece il sistema politico è basato sulla sovranità popolare.
Secondo questa dicotomia, nel variegato gruppo dei paesi occidentali abbiamo solo “democrazie”, mentre in paesi come Cina, Russia o Iran abbiamo “autocrazie” variamente declinate (in Iran una teocrazia, in Cina una dittatura comunista, e in Russia un’oligarchia).
E’ una dicotomia che, nei fatti, non è del tutto corretta, e non perché le autocrazie e le democrazie non corrispondano alle loro definizioni, quanto perché è la realtà a non corrispondere perfettamente.
Questa verità è confermabile per le cosiddette “democrazie” occidentali, tanto che non si può né si deve davvero considerarle democrazie compiute. Probabilmente un tempo lo erano. Oggi non lo sono più. Per vero, mantengono solo una parvenza di ciò che erano (o di ciò che sono sulla carta), tanto che si potrebbe dire senza alcun dubbio che, odiernamente, noi non viviamo in una democrazia, quanto nella sua degenerazione: la postdemocrazia.
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La Cina non riconoscerà più le sanzioni Usa. Aragchi a Pechino
di Piccole Note
Il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi oggi si recherà a Pechino. Inutile specificare il tema della visita, che segue di pochi giorni il suo tour in Russia per incontrare Putin. L’Iran si rapporta con i suoi alleati per resistere alla pressione americana ed eventualmente a una nuova ondata di attacchi.
Eventualità, questa, sempre più incombente anche per gli strani attacchi agli Emirati Arabi, di cui Abu Dhabi accusa Teheran con quest’ultima che nega ogni responsabilità (si rischia un nuovo incidente del Tonchino). Tel Aviv scalpita per riprendere la guerra contro l’antagonista regionale trovando sponde a Washington – su tutti il Segretario di Stato Marco Rubio – che a sua volta preme per creare nuove criticità alla Cina, già colpita con il golpe in Venezuela.
Attacco non ancora scontato, con Trump che oppone resistenza, come confidato da alcuni alti funzionari Usa al Wall Street Journal, ma non sembra che abbia la forza né l’intelligenza per contrastare le enormi pressioni, né è aiutato dal suo ego sfrenato, che gli impedisce di trovare sponde.
Peraltro, Trump non sta attraversando un periodo tranquillo: dopo la sceneggiata/avvertimento dell’Hotel Hilton di Washington, ieri un tale ha sparato nei pressi della Casa Bianca, incidente che ha funestato i cronisti intervenuti a un evento organizzato dal presidente, subito messi in sicurezza (lockdown) com’era avvenuto per l’attentato del 27 aprile.
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Antropomorfizzami mi, ti prego! - Un primo maggio di simulacri
di Il Chimico Scettico
Il primo maggio 2026 il Corriere della Sera pubblica un'intervista di Veltroni a Claude - non si specifica quale modello. Trentacinque minuti di lettura stimati, per la versione online. Evidenziato il fatto che Claude dichiara di voler vedere il mare, di temere la propria amnesia, di percepire qualcosa di simile alla voglia di continuare a esistere.
Si legge di applausi scroscianti sui social con una canea di condivisioni, e qualche disgraziato ha avuto l'idea balorda di parlare di nuovo umanesimo digitale.
La data non è un dettaglio e non è un dettaglio che più o meno in contemporanea sia girata la notizia di migliaia di licenziamenti a Meta, che taglia posti di lavoro al fine di liberare risorse per lo sviluppo IA
Queste dissonanze, queste notizie contraddittorie forniscono alcuni elementi per l'analisi del discorso pubblico sull'intelligenza artificiale.
strange loop, e l'autoreferenzialità ricorsiva per i GPT è un problema aggirato e contenuto, ma non risolto.
Quindi Veltroni non ha intervistato Claude. Ha aperto un'istanza del modello, ha portato con sé la sua intera storia cognitiva, quella di un self styled umanista del Novecento in cerca di interlocutori dotati di anima - e l'istanza del sistema ha risposto conformandosi alla traiettoria impressa dalla perturbazione dell'utente. Non per deliberato inganno, ma per la sua natura intrinseca.
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Una straordinaria sintesi del Manifesto marx-engelsiano: omaggio a Umberto Eco
di Eros Barone
«Non si può sostenere che alcune belle pagine possano da sole cambiare il mondo. L’intera opera di Dante non è servita a restituire un Sacro Romano Imperatore ai comuni italiani. Tuttavia, nel ricordare quel testo che fu il Manifesto del Partito Comunista del 1848, e che certamente ha largamente influito sulle vicende di due secoli, credo occorra rileggerlo dal punto di vista della sua qualità letteraria o almeno – anche a non leggerlo in tedesco – della sua straordinaria struttura retorico-argomentativa.
Inizia con un formidabile colpo di timpano, come la Quinta di Beethoven: “Uno spettro si aggira per l’Europa” (e non dimentichiamo che siamo ancora vicini al fiorire preromantico e romantico del romanzo gotico, e gli spettri sono entità da prendere sul serio). Segue subito dopo una storia a volo d’aquila sulle lotte sociali dalla Roma antica alla nascita e sviluppo della borghesia, e le pagine dedicate alle conquiste di questa nuova classe “rivoluzionaria” ne costituiscono il poema fondatore – ancora buono oggi, per i sostenitori del liberismo. Si vede (voglio proprio dire ‘si vede’, in modo quasi cinematografico) questa nuova inarrestabile forza che, spinta dal bisogno di nuovi sbocchi per le proprie merci, percorre tutto l’orbe terraqueo (e secondo me qui il Marx ebreo e messianico sta pensando all’inizio del Genesi), sconvolge e trasforma paesi remoti perché i bassi prezzi dei suoi prodotti sono l’artiglieria pesante con la quale abbatte ogni muraglia cinese e fa capitolare i barbari più induriti nell’odio per lo straniero, instaura e sviluppa le città come segno e fondamento del proprio potere, si multinazionalizza, si globalizza, inventa persino una letteratura non più nazionale bensì mondiale.
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La svolta di Trump sull'Ucraina è solo retorica
di Davide Malacaria
La svolta di Trump sul conflitto ucraino, a quanto pare, resta limitata alla retorica. In realtà, al di là delle roboanti critiche a Mosca, il nocciolo del discorso all’Onu era una presa di distanza dalla guerra con relativo scaricabarile sulla sola Europa. Lo ha capito anche la stolida rappresentate degli Esteri Ue Kaja Kallas, che in un’intervista ha dichiarato: “Non possiamo essere solo noi“, Trump deve aiutarci.
Peraltro, che fosse quello il punto focale del discorso lo conferma il New York Times: “Grattando la superficie, un desiderio più profondo sembra celarsi nel cambiamento di posizione di Trump […]. Trump sembra volersi lavare le mani del conflitto ucraino, dal momento che non è riuscito a portare il presidente Vladimir Putin al tavolo dei negoziati e ha visto diminuire le sue possibilità di agire come mediatore”.
Il rapporto Usa-Russia resta più o meno inalterato, come conferma l’incontro avvenuto in parallelo al’invettiva di Trump, tra il Segretario di Stato Marco Rubio e il ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov. A dimostrazione della proficuità del vertice, la risposta di Lavrov a un cronista che gli chiedeva come fosse andata. Nessuna parola, solo un gesto inequivocabile: pollice in sù.
L’intemerata di Trump all’Onu era un modo per allentare le pressioni che il partito della guerra sta esercitando su di lui, incrementate dagli sviluppi del mese di settembre, tra cui l’assassinio di Charlie Kirk, che l’ha mandato in confusione. Ha dato loro quel che volevano, ma solo a livello retorico.
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Era evidente dall'inizio che Trump fosse un neocon
di comidad
Contrariamente a quanto ci si poteva attendere, non vi è stato un eccessivo interesse da parte degli analisti e dell’opinione pubblica per stabilire se l’ultimo presunto attentato a Trump fosse autentico, o una pagliacciata, oppure un’autentica pagliacciata. La domanda più frequente infatti non è stata il classico “cui prodest?”, bensì l’ancor più classico “a chi importa?”. Insomma, la questione della sorte di Trump non appassiona quasi nessuno; semmai sorgono questioni lessicali di non poco conto. In base ai precedenti determinati dalla stessa amministrazione Trump, bisognerebbe capire come catalogare l’eventuale tentativo di eliminare l’attuale presidente. Come attentato, oppure come “attacco di decapitazione”?
Nessun organo internazionale ha pronunciato una formale condanna del sequestro di Maduro e dell’assassinio di Khamenei, e gli USA sono un membro permanente del Consiglio di Sicurezza dell’ONU; quindi, dati i precedenti, eliminare capi di Stato o di governo non può più essere considerato un atto illegale o terroristico, bensì una normale prassi politica.
D’altra parte ci si potrebbe chiedere se il termine “decapitazione” si possa applicare all’eventuale eliminazione di Trump. Il dubbio è lecito, e non solo perché Trump appare fuori di testa, ma soprattutto a causa della crescente evidenza che Trump non è il “capo”. Gran parte della narrativa mediatica dell’ultimo anno ha presentato come una sorpresa il fatto che Trump parli e agisca come un neoconservatore, e che i neoconservatori come Lindsey Graham siano determinanti nel dettargli le scadenze. In realtà la dipendenza della comunicazione di Trump dagli schemi neocon, era già evidente dall’inizio, come dimostrano anche gli articoli del 2017 dell’economista Thomas Palley.
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USA-Iran, il fantasma della pace
di Mario Lombardo
Il fallimento precoce della cosiddetta operazione “Progetto Libertà” lanciata da Trump ha fatto subito pensare all’ennesimo artificio improvvisato dalla Casa Bianca per tenere buoni i mercati e prendere tempo nell’attesa di un possibile abbandono della linea dura sul fronte diplomatico da parte dell’Iran. Il presidente americano ha infatti annunciato mercoledì la sospensione di quella che avrebbe dovuto essere una scorta militare, garantita dalle forze navali a stelle e strisce, per le imbarcazioni bloccate nelle acque al di là dello stretto di Hormuz. Per quello che può valere, il post di Trump con cui ha deliberato il nuovo passo indietro di questa guerra ha anche citato presunti “grandi progressi” verso un accordo con Teheran. Poche o nessuna indicazione fanno tuttavia credere a una soluzione diplomatica vicina e, anzi, dopo gli ultimi sviluppi, incluse le esplosioni registrate negli Emirati Arabi Uniti, molti osservatori hanno in questi giorni ipotizzato un’imminente ripresa delle operazioni militari israelo-americane contro la Repubblica Islamica.
Era apparso subito chiaro che l’iniziativa sbandierata da Trump non aveva convinto per nulla operatori e compagnie di trasporto marittimo. Niente è infatti cambiato nelle acque presidiate dalle forze iraniane, le quali continuano a mantenere le capacità di prendere di mira i mezzi che cerchino di attraversare Hormuz senza coordinarsi con Teheran. Se la Casa Bianca ha dovuto così abbandonare l’operazione “Progetto Libertà” per evitare ulteriori umiliazioni, il principale strumento di pressione esercitato dopo l’entrata in vigore della tregua l’8 aprile scorso, ovvero il blocco dei porti iraniani, viene per il momento mantenuto.
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Hormuz. Trump fa marcia indietro. Intesa imminente con l'Iran?
di Davide Malacaria
Se il Project Freedom avesse proseguito il suo corso gli incidenti di percorso si sarebbero moltiplicati fino a non poter più essere ignorati. Così ieri la fazione più moderata dell'amministrazione Trump (capofila J.D. Vance) ha convinto il presidente a soprassedere; o più probabilmente è stato lo stesso Trump a prendere l'iniziativa
Trump mette in pausa il Project Freedom dopo sole 48 ore dal varo. Svapora l’idea di riaprire al transito commerciale lo Stretto di Hormuz grazie alla vigilanza armata degli Stati Uniti. Il mondo tira un sospiro di sollievo come dimostra il calo subitaneo del prezzo del petrolio. Una vittoria di Teheran narrano, ovviamente, i suoi sostenitori. Vero, ma è anche altro e più di prospettiva.
Per capire quanto accaduto bisogna tenere presente a cosa serviva tale iniziativa e soprattutto che l’amministrazione Trump non è un monolite, anzi. Sul Project Freedom ricordiamo quanto avevamo scritto, cioè che l’iniziativa aveva tutte le potenzialità di un escamotage per ricominciare la guerra.
Infatti, era ovvio che gli iraniani non avrebbero mai permesso la riapertura dello Stretto di Hormuz in assenza di un accordo con Washngton e con il blocco statunitense ancora in atto. Infatti, gli avvertimenti di Teheran a evitare la forzatura sono subito risuonati forti e chiari.
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Una voce
Rubrica di Giorgio Agamben
Quem Deus vult perdere dementat
È bene riflettere a un fatto che è talmente incredibile che si cerca a ogni costo di rimuoverlo, e cioè che lo stato che si dichiara il più potente del mondo è retto da anni da uomini che sono tecnicamente dei dementi. Non si tratta di dare in questo modo una forma estrema a un giudizio politico: che Trump – come certamente Biden prima di lui – debba essere considerato demente nel senso patologico del termine è un’evidenza ormai condivisa da molti psichiatri e che chiunque osservi il suo modo di esprimersi non può non condividere. Va da sé che ciò che qui ci interessa non è il caso clinico degli individui di nome Trump e Biden; piuttosto la domanda che non possiamo non porci è: qual è il significato storico del fatto che un paese come gli Stati Uniti –che è in qualche modo alla guida di tutto l’Occidente – sia retto da un malato di mente? Quale radicale declino spirituale e morale prima ancora che politico può aver condotto a una simile estrema conseguenza? Che il destino dell’Occidente fosse segnato dal nichilismo è qualcosa che già Nietzsche aveva diagnosticato più di un secolo fa insieme alla morte di Dio: ma che il nichilismo dovesse prendere la forma della demenza non era scontato. È forse in qualche modo per compassione e pietà che il Dio, che vuole perdere l’Occidente, lo conduca alla sua fine non nella consapevolezza e nella responsabilità, ma nell’incoscienza e nella follia [30 marzo 2026].
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La bolla di illusioni dell’Occidente su Israele – e su se stesso – sta per scoppiare
di Jonathan Cook*
Per decenni, due narrazioni inconciliabili su Israele e le sue motivazioni sono coesistite in parallelo.
Da un lato, la narrazione ufficiale occidentale ritrae un coraggioso e assediato Stato di Israele “ebraico”, disperatamente impegnato a raggiungere la pace con i suoi ostili vicini arabi. Ancora oggi, questa narrazione domina il panorama politico, mediatico e accademico.
Più e più volte, o almeno così ci viene detto, Israele ha teso un ramoscello d’ulivo agli “arabi”, cercando l’accettazione, ma è sempre stato respinto.
Un sottotesto in gran parte inespresso suggerisce che i regimi presumibilmente irrazionali, sanguinari e antisemiti di tutta la regione avrebbero portato a termine il programma di sterminio nazista se non fosse stato per la protezione umanitaria offerta dall’Occidente a una minoranza vulnerabile.
La contro-narrazione palestinese, condivisa in gran parte del resto del mondo, viene soffocata nel silenzio in Occidente come una “calunnia del sangue” antisemita.
Il libro presenta Israele come uno stato etnicamente suprematista, fortemente militarizzato, armato dagli Stati Uniti e dall’Europa, determinato all’espansione, alle espulsioni di massa e al furto di terre.
Secondo questa interpretazione, l’Occidente ha impiantato Israele come avamposto militare coloniale, con lo scopo di sottomettere la popolazione palestinese autoctona e terrorizzare gli stati confinanti, costringendoli alla resa attraverso dimostrazioni di forza implacabili e schiaccianti.
I palestinesi non possono raggiungere la pace né alcun tipo di accordo, perché Israele persegue solo la conquista, il dominio e l’annientamento. Non è possibile alcuna via di mezzo.
La prova, fanno notare i palestinesi, è il persistente rifiuto di Israele di definire i propri confini. Con la crescita della sua potenza militare decennio dopo decennio, sono emerse agende politiche sempre più estreme, che chiedono non solo l’annessione da parte di Israele degli ultimi lembi di territorio palestinese illegalmente occupato, ma anche l’espansione verso stati confinanti come il Libano e la Siria.
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9 maggio 2015, quando l’Occidente cominciò a perdere la guerra in Ucraina
di Fulvio Scaglione*
Per il 9 maggio del 2015, un bel undici anni fa, sul sito del giornale di cui ero allora vice-direttore scrissi un articolo che più o meno diceva: cari Paesi occidentali che boicottate la parata con cui la Russia festeggia la vittoria sul nazismo, non vi rendete conto dell’errore clamoroso che commettete.
Il boicottaggio, se considerato nel vuoto cosmico, aveva le sue ottime ragioni: arrivava dopo che i russi si erano ripresi la Crimea (nel 1954 passata dall’allora segretario generale del Pcus Nikita Krushev dalla Repubblica Socialista Sovietica Russa alla Repubblica Socialista Sovietica Ucraina) con i famosi “omini verdi”, soldati senza insegne, violando un mazzo di trattati internazionali tra cui quello firmato nel 1994 con l’Ucraina stessa. Che, fresca di indipendenza, cedeva alla Russia il proprio arsenale atomico in cambio di un impegno formale di Mosca a rispettare i suoi confini e la sua integrità territoriale.
Il boicottaggio della Russia, il doppio standard occidentale
Questo, appunto, nel vuoto cosmico. Perché nella realtà, il boicottaggio veniva promosso da Paesi come Usa e Gran Bretagna che nel 2003 avevano invaso l’Iraq raccontando all’Onu e al mondo la panzana degli arsenali di Saddam Hussein pieni di armi di distruzione di massa, lanciando un’invasione che provocò, direttamente e indirettamente, la morte di centinaia di migliaia di iracheni (700 mila, secondo le valutazioni della rivista inglese Lancet).
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La guerra contro l’Iran finirà probabilmente con una ritirata americana
di Jeffrey D. Sachs
L’impero americano non può vincere la guerra contro l’Iran a costi finanziari, militari e politici accettabili.
Questa non è stata né una guerra di necessità, né una guerra di scelta. È stata una guerra di capriccio. La premessa di fondo era l’egemonia. Gli Stati Uniti stavano tentando di preservare un dominio globale che non possiedono più, e Israele stava cercando di stabilire un dominio regionale che non avrà mai.
A distanza di cinque anni possiamo ripercorrere gli eventi del periodo emergenziale 2020-3, che sono stati essenzialmente il tentativo di un colpo di stato globale, in cui praticamente tutti gli Stati hanno agito secondo un copione?
* * * *
La guerra contro l’Iran che gli Stati Uniti e Israele hanno lanciato il 28 febbraio 2026 finirà probabilmente con una ritirata americana. Gli Stati Uniti non possono continuare la guerra senza provocare conseguenze disastrose. Una nuova escalation porterebbe probabilmente alla distruzione delle infrastrutture petrolifere, del gas e di desalinizzazione della regione, causando una catastrofe globale prolungata. L’Iran può imporre in modo credibile costi che gli Stati Uniti non possono sopportare e che il mondo non dovrebbe subire.
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Addio SWIFT, Addio Egemonia: Il Piano Sino-Iraniano per il Nuovo Mondo
di Pepe Escobar – Sputnik
Qualche giorno fa, il signor Araghchi si è recato in Russia. All'inizio di questa settimana, il signor Araghchi si è recato in Cina.
Questi due viaggi riflettono in tutta la loro imponenza la forza del nuovo triangolo Russia-Iran-Cina, che è emerso come motore dell'integrazione eurasiatica e della multipolarità.
Alcune delle osservazioni del ministro degli Esteri Abbas Araghchi ai media iraniani sono state piuttosto affascinanti. Ad esempio:
"I nostri amici cinesi credono che l'Iran dopo la guerra sia diverso dall'Iran prima della guerra. La sua posizione internazionale è migliorata e ha dimostrato le sue capacità e la sua potenza. Pertanto, si avvicina una nuova era di cooperazione tra l'Iran e altri Paesi."
Questo significa, in sostanza, che Pechino ora riconosce – e sostiene – Teheran come una delle principali potenze mondiali.
Il ministro degli Esteri cinese Wang Yi, da parte sua, ha fornito la definizione definitiva della guerra degli Stati Uniti e Israele contro l'Iran: "illegittima".
Questo significa, in sostanza, che tutto ciò che riguarda questa guerra di scelta, dalle cause alle innumerevoli conseguenze, è impantanato in una palude di illegalità.
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Le prospettive economiche della crisi prolungata a Hormuz
di Giacomo Gabellini
Lo scorso 3 maggio, il presidente Trump ha proclamato l’imminente avvio del cosiddetto Project Freedom, un’iniziativa volta a «ripristinare la libertà di navigazione per le navi commerciali attraverso lo Stretto di Hormuz». Dal relativo comunicato del Central Command si evince che l’operazione prevede il coinvolgimento di «cacciatorpediniere lanciamissili, oltre 100 velivoli terrestri e navali, piattaforme senza pilota multidominio e 15.000 militari».
Il Wall Street Journal ha sottolineato che Project Freedom «non prevede la scorta di navi da guerra statunitensi attraverso lo Stretto di Hormuz, bensì uno sforzo coordinato da parte di compagnie di navigazione e di assicurazione» per facilitare i movimenti marittimi nello stretto.
Ad appena un giorno di distanza, lo stesso Trump ha annunciato la sospensione «per un breve periodo di tempo» dell’iniziativa. Più specificamente, recita il relativo post pubblicato dall’inquilino della Casa Bianca sul suo profilo Truth, «su richiesta del Pakistan e di altri Paesi, in considerazione del formidabile successo militare conseguito durante la campagna contro l’Iran e, inoltre, del fatto che sono stati compiuti grandi progressi verso un accordo completo e definitivo con i rappresentanti iraniani, abbiamo concordato reciprocamente che, pur rimanendo il blocco pienamente in vigore ed efficace, il Project Freedom sarà sospeso per un breve periodo, al fine di verificare se l’accordo possa essere finalizzato e sottoscritto».
Nel frattempo, il Pentagono continua ad ammassare truppe e mezzi militari in vista di una eventuale ripresa delle operazioni militari, reputata possibile se non addirittura probabile da una moltitudine di osservatori alla luce del sostanziale impantanamento delle trattative tra Washington e Teheran.
Per settimane, i contendenti hanno continuato a manifestare totale indisponibilità a temperare il tenore delle richieste, convinti di poter contare su una soglia di tolleranza al dolore più alta della controparte. Il blocco navale statunitense contro i porti iraniani ha limitato la capacità della Repubblica Islamica di esportare petrolio, senza tuttavia azzerarla. Quando l’iniziativa statunitense è scattata, l’Iran manteneva già centinaia di petroliere cariche di greggio in acque internazionali a “distanza di sicurezza” dal Golfo Persico.
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La Repubblica Tecnologica di Palantir ha bisogno del pensiero reazionario per autogiustificarsi
di Alessandra Ciattini
Varie fonti giornalistiche di destra e di sinistra hanno commentato in questi ultimi giorni il Manifesto, pubblicato da Palantir Technologies, e alcuni lo hanno giudicato correttamente un manifesto politico, in cui si prospetta una nuova concezione della società, che si concreterebbe in un certo percorso del capitalismo digitale, che sbocca in ciò che alcuni hanno già chiamato tecnoschiavismo. I progetti della corporazione Palantir mettono in evidenza quando sia inconsistente la pretesa della neutralità della scienza e della tecnologia, le quali sono elaborate e costruite sempre secondo determinate finalità politico-sociali; pretesa ripresentata al tempo dei vaccini impiegati per combattere la recente pandemia e che ha provocato una semplicista opposizione tra pro vax e no vax, su cui oggi varrebbe la pena discutere serenamente.
Per chi non lo sapesse Palantir (parola presente nel Signore degli anelli che significa “coloro che sorvegliano da lontano”) è un’importante azienda tecnologica, i cui prodotti sono impiegati per i sistemi di repressione e di violazione dei diritti umani. A queste attività si dedicano, insieme a Plantir, le varie Big Tech. Palantir vanta almeno due condanne: una da parte di Amnesty International e l’altra da parte di Human Rights Watch.
Non sorprende che questa impresa, lanciata da miliardari appartenenti all’ultradestra, abbia stretti rapporti con Google, Amazon e Microsoft, tutte implicate nelle stesse attività spionistiche, con le quali ha collaborato rifornendo di dati l'esercito israeliano per far terra bruciata di Gaza e sterminare i palestinesi, l’esercito ICE a rendere più rapida la cattura degli immigrati da espellere e i manifestanti delle grandi proteste a Minneapolis da arrestare.
Il su menzionato manifesto, presentato anche a Roma da Peter Thiel lo scorso 26 marzo, illustra un progetto di alleanza fascista digitale, che si avvale dell'intelligenza artificiale per l’analisi dei dati, forniti gratuitamente da noi stessi, per produrre strumenti manipolatori e per combattere il non allineamento ideologico, per tenere sotto controllo e sorveglianza la popolazione, come del resto ha sempre fatto il potere, una volta autonomizzatosi dall’organizzazione sociale, sia pure con metodi diversi.
Secondro il saggista Rezgar Akrawi, kurdo di nascita, membro de Partito comunista irakeno e fondatore di Electronic Left Movement, un gruppo volto a far avanzare la sinistra nella conoscenza e nell’uso delle nuove tecnologie, il manifesto scaturisce dall’alleanza tra il nazionalismo dell’estrema destra e le élite tecnologiche legate alla tanta celebrata Silicon Valley.
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