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sinistra

Lucciole e lanterne

di Massimo Croci

PINTURA MODERNISTA 61- Provo a esprimere alcune opinioni sulle questioni poste nella “discussione” (che, in realtà, oltre a essere espressa nella forma di correttezza e rispetto reciproco come sempre dovrebbe avvenire tra “compagni”, per tali intendendosi chi si opponga organicamente all’imperialismo, a mio avviso tale non è, non rinvenendosi un reale contrasto di idee tra i due) che oggettivamente viene aperta su “Sinistra in rete” 19/4/26 dalla “lettera aperta a Flavia Manetti” di Algamica - dal contesto dell’articolo si capisce peraltro trattarsi della seconda parte dell’acronimo, Michele Castaldo- riferito all’articolo del 3/04/26, appunto di Flavia (Manetti), sulla stessa rivista, “Qualche riflessione sull’Iran e su di noi”.

2- Per la verità, i temi proposti sono due, nettamente distinti, benché oggettivamente e soggettivamente interconnessi: A) perché un movimento, seppur non gigantesco come quello del 2003 contro la aggressione di USA e “coalizione dei volenterosi” all’Iraq 1), ma comunque vastissimo e capillare come quello che quasi improvvisamente ha fatto irruzione nella scena mondiale, nella tarda primavera e in particolare nel primo autunno del 2025, non si è poi pressoché in nessun modo formato, almeno in “Occidente”, rispetto all’altrettanto efferata aggressione (benché fino a ora, aprile 2026- quantitativamente molto più limitata quanto entità di vittime e distruzioni) allo Stato, e soprattutto al popolo dell’ Iran?

* * * *

1)Pure il marchio di questa denominazione gli gnomi europei hanno copiato dagli USA, perché così fu definita la alleanza di ben 48 Stati tra cui - cito a caso - Gran Bretagna, Spagna, Italia, Polonia Olanda, Ucraina, Turchia, Giappone, Ruanda, Uganda, Nicaragua (!) che si unirono alla “guida statunitense”nell’aggressione all’Iraq – sotto questo profilo, molta acqua, in questo caso non bella per il blocco imperialista, da allora è passata sotto i ponti (e negli stretti!), considerando che contro l’Iran sia nel giugno 2025 sia dal 28 febbraio 2026 USA e Israele sono rimasti soli nell’aggressione militare all’Iran.

 

B) E’ esistito e il movimento che voleva “modificare l’esistente” non lo aveva capito - ed esiste, un oggettivo “moto storico”- modo di produzione, quello capitalistico, governato dalle sue “leggi impersonali”, durato a tutt’oggi (benché ora in crisi, ma su questo sarebbe prudente aggiungere al “finalmente”, anche un “forse”, o almeno “probabilmente”) da centinaia e centinaia di anni, rispetto a cui (anche) “la classe sfruttata e oppressa” era ed è complementare. Con la conseguenza della erroneità storica dell’individuazione, nel proletariato, della formazione sociale, della classe, in particolare quella operaia (si potrebbe aggiungere: classe operaia di fabbrica) che sarebbe stata capace nella parte più sviluppata del mondo di “mandare in crisi le leggi del moto”, cioè di divenire il “becchino” di quel modo di produzione capitalistico. E ciò senza riuscire a comprendere che era la “lotta della classe operaia del cuore della metropoli” a essere subordinata alla“lotta anticoloniale e antirazzista”, e non viceversa.

 

3 -Comincerei da quest’ultimo, il punto B).

Una premessa semantica. Già sopra ho utilizzato l’espressione “Occidente” per brevità, ma non si può mancare di rilevare la incongruità di questa espressione (geograficamente scorretta, perché in questo concetto di Occidente è ricompreso certamente anche, per esempio, il Giappone, che nella cartografia corrente si situa in estremo oriente),”democrazie occidentali”, “nord del mondo” (idem, perché ne fanno parte anche l’Australia e Nuova Zelanda, che si trovano in quello che viene definito emisfero sud). Si tratta, effettivamente, di una identificazione, oltre che, come appena visto, scorretta, in ogni caso soltanto geopolitica: questi Stati sono l’originario, storico, contenitore territoriale dell’ Imperialismo (sostanzialmente coincidente- pur con notevoli modifiche, da allora, della distribuzione del peso egemonico- con quello esistente alla vigilia della prima guerra mondiale), nel senso che in questi territori, dove vive meno di un ottavo della popolazione mondiale, che qualcuno chiama, con approssimazione per eccesso, “il miliardo d’oro”, sono nati e si sono incistati l’insieme di realtà industriali, tra cui palesemente crescente è il ruolo del c.d. complesso “militar-industriale”, economiche, finanziarie (fondi speculativi e di investimento, primi tra tutti gli ormai ben noti Black Rock, Vanguard, State Street; già solo il primo controlla un patrimonio equivalente alla sommatoria dei PIL annuo di U.K., Germania, Francia e Italia, e inoltre essi hanno tra loro partecipazioni incrociate), e, ovviamente, ma non da sole, statuali e interstatuali, che costituiscono la evoluzione del capitale verso la forma imperialista nella sua variante neo-liberista, a sua volta ora in via di modificazione. Quella forma già a suo tempo in linea di principio analizzata da Lenin, sulla scorta del resto delle intuizioni marxiane, e a cui in concreto, in diverse misure e articolazioni reciproche, unitamente all’innervatura del sistema informativo-culturale mondiale, va fatto risalire ciò che accade nel mondo. Forse più corretta sembra essere allora la definizione di tutto ciò come “Blocco Imperialista”.

Seconda premessa: la antinomia determinismo/volontarismo è, antica quanto il mondo. Per la religione, almeno quella cristiana,è: predestinazione divina (ma allora, il peccato?) versus libero arbitrio, ma vi è anche la questione del “ Deus sive natura” spinoziano (se la natura determina tutto, qual è lo spazio di movimento effettivamente libero per il vivente, e maggior ragione per l’essere sociale?). Per la filosofia attiene alle categorie modali di possibilità/impossibilità in relazione a quella di necessità (se…allora)/contingenza-casualità; in particolare, per menzionare quello che molti considerano il più importante filosofo, perlomeno tra quelli “marxisti”, del novecento, la contraddizione in questione è anche quella tra il Lukacs di “Storia e coscienza di classe” e quello maturo, o forse solo più anziano, che la autocriticò per essere stato ivi“più hegeliano di Hegel”. Per il diritto (come del resto nel senso comune) interseca la - molare, in questo comparto delle discipline umane - questione del nesso di causalità:ossia, quando si può affermare che un fatto ha determinato un evento? Facile rispondere quando uno spara 10 colpi di pistola e la vittima muore, molto più complesso (guarda caso) quando si tratta di determinare se quel fattore nocivo nel procedimento di una certa produzione ha causato il cancro a quello specifico lavoratore/lavoratrice, se l’omissione di quelle cautele ne ha causato la morte, e così via. Che, visto da un’altra prospettiva, è poi la stessa questione del rischio , inteso come la gamma (da zero alla pressoché totale certezza) di possibilità che, dato un determinato elemento fattuale, questo produca un evento (dannoso). In particolare, quanto alla criminologia- diritto penale, è di grande attualità, paradossalmente, il ritorno a Lombroso e al “tipo di autore” di nazistica memoria, realizzato con la A.I., utilizzata, quest’ultima, per predire se quella specifica persona commetterà dei reati (e allora, perché aspettare che li commetta? Blindiamola sùbito!).

Se ci si vuole limitare ai più recenti spazi di dibattito non “mainstream” (ammesso che in quest’ultimo ve ne siano, perché sui temi fondamentali è graniticamente unitario),in fondo, le stesse questioni sono affrontate, direttamente o indirettamente, in vari interventi, solo per citarne solo alcuni, e limitandosi al solo 2026: sempre in questa stessa “Sinistra in rete”, Ilaria Bifarini (“ Chi guida il grande reset e le sorti dell’ Occidente ci sta portando alla deriva”), Mimmo Porcaro (“Aspettare Godot? Breve discorso sul partito che non c’è”) e, su “L’antidiplomatico” Fabrizio Verde (“Lenin, il primo architetto del mondo multipolare”) nonché, su “Machina” Christian Marazzi (“Immaginare nuove lotte contro l’imperialismo fossile e algoritmico”).

 

4- Il Blocco Imperialista, e l’ 1% della popolazione mondiale: quest’ultima delimitazione fu introdotta dall’ormai lontano O.W.S. (“Occupy Wall Street”), e ora (sarà perché è statunitense?) viene ripreso da Mister Prevost (in certi dialetti: il Prete), Papa Leone.

E, a questo proposito, attiene strettamente all’oggetto di questa discussione la constatazione che sono davvero pochissimi i conflitti bellici, o comunque con implicazioni anche belliche, come la guerra genocida di Israele contro il popolo palestinese, così come quella dispiegata di “Usraele” contro l’Iran, e quella, anch’essa dispiegata, contro la Russia anche in evidente funzione di quella latente contro la Cina, attivi e potenziali (Cuba e in genere America Latina, Artico, Africa, insomma, tutto il pianeta, e forse tra un po’ anche oltre) che non siano riconducibili, direttamente o indirettamente (magari tramite organizzazioni falsamente autodefinite “non governative”, o “proxy”) al Blocco Imperialista . Il quale, limitandosi a un discorso antropologico, è, in fondo, nelle mani di quell’uno per cento, il quale tuttavia, se si vuole accettare questa quantificazione, corrisponde pur sempre a una ottantina di milioni di persone. Nota a margine: costoro non credo che risolutamente la vogliano, ma mi pare sia ragionevole ipotizzare, sulla base di quel che succede nel mondo, che si siano resi disponibili a mettere in conto, per raggiungere i propri scopi, anche la guerra termonucleare totale, la quale, a ben guardare, in ossequio al principio secondo cui nulla si crea e nulla si distrugge ma tutto si trasforma, non annienterebbe totalmente ogni forma di vita sul pianeta, ma la modificherebbe, seppur radicalmente, lasciando, tra l’altro, nelle aree geografiche che non sarebbero coinvolte (a che scopo sganciare una bomba H in Amazzonia, nel Sahara, nelle foreste Africane?), una buona riserva di territorio e manodopera (certo, malata, ma perché oggi non ci sono anche oggi le tecnopatie?) disponibile. Complottismo? Dopo aver occhieggiato (perdipiù in quella ridotta parte resa disponibile) il satanismo e nichilismo degli Epstein files, è ancora formulabile questa accusa?.

 

5- L’abbiamo visto: il Blocco Imperialista è stato capace non solo di inserirsi nelle situazioni di crisi esistenti fomentandole, indirizzandole, e comunque piegandole a proprio favore, ma addirittura di crearle artificialmente, “ingegnerizzarle”, come è avvenuto allorché è stato formato, e poi cullato, alimentato, supportato in ogni modo, come una propria creatura, dal nulla, una protesi di Stato, Israele, laddove non vi era né terra, né popolo né governo (i tre elementi che nel diritto costituzionale più elementare vengono considerati quelli indefettibilmente essenziali per la esistenza di una realtà definibile come “Stato”).

 

6- E’ vero, nella sfera territoriale dell’ imperialismo, e in particolare, ma non esclusivamente, negli USA, uno degli elementi determinanti perché il Blocco Imperialista si regga (benché intriso di drammi, disuguaglianze, ingiustizie, in misura crescente dagli anni ’80 del secolo scorso) è il consenso. Il proletariato “occidentale” è consapevole della crisi del capitale nell’area in cui vive, ma, ne sposa, o comunque condivide più o meno entusiasticamente, presupposti e obiettivi:modelli di vita, veri o virtual-immaginari (potenza della pubblicità!), cultura in generale, giudizi di valore generali, aspirazione a livelli di consumo, ecc.… E non importa se, in realtà, per esempio negli USA, quei consumi, l’”american way of life”, sono, in realtà, prerogativa solo di una parte della popolazione, mentre un’altra parte vive in condizioni che un tempo si sarebbero dette “terzomondiste”, con in più il fentanil e simili.

Il paradosso storico è che questo proletariato aveva visto, maturandosi la situazione in tal senso negli anni ‘60 e ‘70 del secolo scorso, progredire la in forte misura la propria condizione socio-politica ed esistenziale (diritti civili), tanto che ci si sarebbe potuto aspettare che in questa fase le lotte si attenuassero, mentre è avvenuto -senza alcuna sopravvalutazione, soprattutto quanto agli esiti- storicamente, il contrario: le lotte, specie operaie, financo armate, sembrarono addirittura quasi aver fatto effettivamente paura al “padrone del vapore”. Simmetricamente, ci si sarebbe potuto attendere che, a maggior ragione, il peggioramento sotto tutti i profili della condizione operaia e proletaria in generale, galoppante dagli 2000 in poi (ma in Italia- oggi sembra incredibile a dirsi, ma in allora punta avanzata delle lotte in Europa- c’erano già i segni premonitori nella sconfitta operaia alla Fiat, seguita dalla sconfitta nel referendum sul punto unico della scala mobile, rispettivamente nel 1980 e 1984),rappresentata dalla caduta del salario, sia diretto, sia indiretto(strangolamento del Welfare, compresa scuola pubblica e universale, salute e sanità, ecc.) e della condizione lavorativa (sicurezza sul lavoro, precariato, ecc.), producesse battaglie sociali ancor più serrate e determinate.

E’ sotto gli occhi di tutti che cosa invece è successo (certo in Italia più che altrove, ma il dato, in Occidente, è generale, salvo alcuni “fuochi” tipo “gilets jaunes” e simili), e cioè: mutati i rapporti di forza, reali o putativi, è intervenuta la pace sociale (e introiezione della pulsione di lotta nella microconflittualità, ma di questo dirò poi, con riferimento anche al punto A), l’ Iran e noi) . La lotta di classe solo dall’alto, vinta dal padrone, e l’intreccio essenziale, che qui solo enuncio, tra pace sociale e guerra (mondiale).

Pace sociale, complessivo consenso verso il sistema economico- sociale-culturale: ha radici lontane, appunto nel fatto che quella che nella sostanza era ed è, effettivamente, “schiavitù del lavoro salariato”) assume la forma della “libera” messa disposizione sul “libero” mercato della propria forza lavoro . E del proprio corpo,e, alla fin fine, della propria vita, vita in quanto qualità della vita, “vita quam vivimus”, e financo “nuda vita”, “vita qua vivimus”). “Anch’io, proletario, partecipo, o posso partecipare, magari con possibilità anche di diventare un vincente, al grande mercato mondiale, che tutto mercifica” (mercificazione del feticcio, prima ancora di feticismo delle merci,da un lato, e la banale proposizione di Kipling, esposta peraltro selle scrivanie-chissà perché- di molti impiegati pubblici: non importa se sei leone o gazzella, l’importante è che tu corri). Tutto ciò è particolarmente vero se si pensa alle molteplici forme di lavoro salariato camuffato da lavoro autonomo.

6.1- Ma alla base di questo consenso ci vuole, e c’è, il Senso.

Il Senso, la piegature delle cose, è, da un lato il postulato non espresso della pratica discorsiva e produttiva, ma, al tempo stesso è oggetto di produzione, molto spesso con sostanziale coincidenza soggettiva tra consumatore e produttore. Questo è sempre stato vero, dalla antichità in poi, ma oggi lo è all’ennesima potenza: la pervasività dei mezzi di comunicazione delle più disparate tipologie, comunque digitali. Ad esempio tra i tanti, pur senza eccessive enfatizzazioni e complottismi, si può ricordare che nella cura delle disabilità gravi la “ingegneria assistiva” ha già realizzato rapporti diretti “brain-machine” e viceversa. Questi mezzi, in molte situazione non sono “mezzi di comunicazione”, ma “comunicazione” essi stessi (dai social, alle chat, fino alla A.I., ecc.), e vanno a formare un “general intellect” che costituisce il retropensiero incontrollato (meglio: incontrollato dal basso, ma non dall’alto- vedi i giganteschi server negli USA, necessari anche per la A.I.) e, per molti aspetti proprio per questo, espressione ferrea dell’esercizio del potere, sì, di controllo, ma anche di formazione in positivo della coscienza,e alla lunga, dell’essere.

 

7- Ebbene, se tutto questo è vero, restano le due domande per noi che viviamo qui e ora, in quel tempo, il presente, che (in parziale analogia col ventesimo secolo, da alcuni detto il “secolo breve”) non esiste, essendo solo un ponte tra il passato, il quale ultimo ha il privilegio di essere irreversibile (se non nelle fiction di fantascienza) e ontologicamente certo (diverso è il problema gnoseologico, del suo ricordo- cinque testimoni del medesimo fatto daranno cinque versioni diverse- e della sua conoscenza, di primo così come di secondo grado, ossia del giudizio e delle teorie su di esso), e il suo opposto, il futuro, che è per definizione l’esatto contrario, del tutto elastico, soggettivamente programmabile ma non mai certo. La prima domanda è: che ruolo hanno, nelle “leggi impersonali del moto” i soggetti? Fanno parte essi stessi di quel moto (quasi in inversione del rapporto soggetto-oggetto in Hegel)? La seconda domanda, molto più terra-terra, è: quale che sia la risposta alla prima domanda, noi,”occidentali” appunto qui e ora, che facciamo? Siamo pur sempre al “che fare?”.

 

8- Quanto alle leggi impersonali del moto, avuto a mente anche che, per così dire “quantisticamente”, la conoscenza e misurazione di un fenomeno ne comporta l’alterazione, come affrontare queste leggi ? Ebbene, vi sono certamente pagine e pagine di Marx ed Engels (come del resto di altri), la cui lettura destoricizzata e dogmatica costituirebbe l’esatto contrario della metodologia che essi ci hanno insegnato, che restano interessanti sotto vari profili, ma non sono più utilizzabili (per esempio, molte tesi, soprattutto in Engels, probabilmente influenzate dalle teorie evoluzioniste, che, in fondo, preconizzavano un “lieto fine”, ossia quella fuoriuscita dalla preistoria in cui Marx vedeva tuttora intrappolata la umanità-ma non è questa la sede per parlarne). Vi sono invece molte intuizioni, spesso, espresse quasi “en passant”, e in poche parole, come in questo caso, che non possono che essere definite (con espressione che essi disapproverebbero) geniali e una delle tante è la seguente, formulata nei Grundrisse, che qui riassumo: se essenza e fenomeno coincidessero, non ci sarebbe necessità di alcuna scienza (mia banalizzazione : se sintomo e malattia coincidessero, tutti potremmo curarci senza bisogno alcuno di medici e scienza medica). Ma, purtroppo, non è così: essenza e fenomeno non coincidono, e pertanto le leggi che governano la realtà, scientifiche così come sociali, non si presentano come immediatamente percepibili dall’intelletto e interpretabili dalla ragione,e questo vale necessariamente anche per quelle leggi del moto di cui si è detto.

            8.1- Senza alcuna pretesa di dar risposta a quelle due domande, ma forse, per quanto banale, può, almeno intuitivamente, essere di qualche utilità, a patto di non farsene intrappolare, la metafora del contadino, del terreno e delle sementi. Se c’è un campo, ma è coperto di cemento, è oggettivamente impossibile che diventi un campo di grano, e qualora il contadino butti comunque dei semi, anche i migliori del mondo, può anche darsi che crescano qua e là dei ciuffi, magari anche rigogliosi, ma il campo di grano non ci sarà. Se il terreno sarà invece fertile e non ricoperto di materiali, ma nessuno vi butterà i semi, ugualmente non vi sarà il campo di grano, ma al massimo analoghi ciuffi casualmente cresciuti. Se il terreno è fertile, e il contadino vi butta i semi (ma bisogna che sappia quali sono i semi giusti, quando e come gettarli, e soprattutto deve averli), la formazione del campo di grano diventerà possibile, si può dire anche probabile, sebbene non certa, dovendo per tale realizzazione verificarsi tutta una serie di fattori che nella mente del contadino possono essere ritenuti casuali, ma che corrispondono, come per ogni casualità, a causalità non conosciute o quantomeno non previste.

         8.2- Quanto alla individuazione, a partire, in sostanza, dalla “rivoluzione contro Marx” dell’ Ottobre russo, in un altrove rispetto al suddetto “Occidente” della possibilità di pervenire non certo alla fine della Storia “à la Fukuyama”, ma, semmai, a quel percorso di fuoriuscita dalla preistoria di cui diceva Marx, occorre tenere conto di una realtà che sembra essere, per quanto, sotto tale prospettiva, “cinica e bara”: la rivendicazione del Sud del mondo, cioè di tutta l’umanità meno un ottavo (ma in questo 1/8 c’è quel famoso uno per cento!), non è di abolire l’esistente, abolire lo sfruttamento, e neppure eliminare le ingiustizie dello sviluppo ineguale, della distribuzione dei profitti nella catena del valore, e men che meno mettere in discussione la differenza di accesso al “buen vivir” tra Nord del mondo e Sud del mondo. No, quel che sembra essere chiesto, almeno per ora (multipolarismo, BRICS, ecc.) è una distribuzione un po’ meno squilibrata dell’accesso a quei “confort”, una fuoriuscita da un modello di lavoro semi-schiavistico che ha caratterizzato le varie manifatture del mondo, una possibilità di avere almeno un po’ di voce in capitolo. Certo, è bastato questo per far scatenare la belva, belva che tale era anche prima, ma il cui dominio incontrastato faceva sembrare tutto tranquillo. E’ ragionevole pensare che se la belva si calmasse almeno un po’, prendendo in considerazione anche la possibilità di perdere,o limitare, anche solo alcuni dei suoi privilegi, allora il Sud del mondo (cioè, va ribadito, il mondo) potrebbe anche a sua volta accettare, più o meno definitivamente, certi privilegi, come, a fondamentale esempio, la supremazia del dollaro e il parassitismo della Società americana rispetto al resto del mondo, cosa tra l’altro che, secondo certi economisti, è proprio il comportamento del gruppo dirigente USA, al di là delle intenzioni, a mettere in pericolo.

 

9- Passiamo ora alla parte A), l’Iran e noi.

Sarebbero da formulare innanzitutto due semplici constatazioni: a)l’assenza di un (del) movimento sulla aggressione all’Iran avviene dopo che comunque, anche rispetto a Gaza e Palestina, pur continuando l’operazione genocidaria (soltanto, fino a ora, in proporzioni quantitativamente inferiori, e del resto, quanto alle cose, a Gaza restava ormai ben poco da distruggere) questo movimento, nel “nostro” “Occidente” si era già da tempo inabissato;

b) per converso, quel movimento del 2025 si è costituito dopo poco meno di un anno e mezzo di quasi silenzio rispetto al genocidio già ampiamente noto e dispiegato, nelle medesime distruttive e genocidarie proporzioni, fin dall’ottobre 2023. Incubazione?un po’ lunga, però! Forse è enucleabile, quanto agli ultimi decenni, caratterizzati dal trionfo del digitale, una legge sociale secondo cui la velocità di reazione della “gente” rispetto alle notizie è inversamente proporzionale alla velocità, a volte uguale a quella della luce, con cui queste pervengono ?

 

10- A scanso di equivoci, chiarisco subito che, come milioni di persone nel mondo, anch’io ho messo a disposizione di quel movimento del 2025 corpo e cervello, e quindi i rilievi che seguono non provengono da un olimpico osservatore esterno.

Quel movimento, risentiva innanzitutto di un grave limite ancor prima della questione Iran (tra l’altro già attaccato senza provocazione alcuna nel giugno ’25), e cioè la mancanza di una visione complessiva, per così dire “olistica”, delle strategie del Blocco Imperialista, che gli eventi successivi hanno mostrato che sarebbe stata necessaria come l’ossigeno da respirare per la continuazione delle mobilitazioni: vedasi, per citare i più importanti, i bombardamenti in Nigeria “per difendere i cristiani”, l’attacco al Venezuela e il rapimento del suo capo di Stato e della sua compagna anch’essa politicamente attiva,i progetti di inglobamento della Groenlandia (che la Danimarca- a sua volta colonizzatrice- aveva preso in seria considerazione, se è vero che era già organizzato la distruzione degli aeroporti per prevenire l’invasione) e persino del Canada, l’attacco, per ora non militare, ma comunque letale a Cuba, oltre, appunto, l’aggressione all’ Iran. Il problema è che quel movimento aveva a mente non dicasi il pianeta intero, non dicasi i 7 ottavi dei esso (è caduta nel vuoto la considerazione del Presidente della Colombia Petro secondo cui bombardando Gaza, bombardavano “noi”, inteso appunto come il Sud mondo), non dicasi l’ Asia Occidentale, ma neppure la Palestina tutta. La mobilitazione, infatti, si incentrava, e scaturiva da quella parte del genocidio massiccia e conclamata a Gaza, mentre contemporaneamente il progetto genocidario (che, come noto, non si compone solo di uccisioni e bombardamenti, ma anche di annientamento di attività economiche, simboli, religiosi o meno, linguaggi, culture, libertà e dignità personali,ecc.) proseguiva quasi indisturbato in Cisgiordania. E ora, inverno-primavera 2026, si constata quanto quest’ultima componente del genocidio stia galoppando. Insomma, se è consentita un’ultima metafora, si è voluto curare un pur importantissimo albero, ma si è trascurato che almeno la maggior parte del suo male proveniva dalla enorme foresta di cui faceva parte.

Certo, quello in corso a Gaza, era un vero e proprio supplizio, eseguito nella agorà coincidente col mondo intero. E fa parte del supplizio la sua ostensione al popolo, come ci insegnano Foucault e per certi aspetti Guy Debord, ma anche, nei tempi odierni, la constatazione di come sia tipico del microcosmo della violenza di persone contro persone la trionfante rappresentazione sulla rete (social, ecc.), come sua componente essenziale e connotazione teleologica, dello “splendore” del supplizio inflitto alla vittima. E di questo “popolo” fanno parte tutti/e, anche chi disapprova quel supplizio, e magari potrebbe esserne la futura vittima (V.sopra, Petro).

Questo dal punto di vista del Potere. Dal punto di vista dei soggetti, invece, a proposito di Iran e noi, c’è la secolare questione del rapporto tra individuo e potere, e prima ancora tra individuo e massa. A me ha molto colpito un cartello portato da un manifestante, che diceva “credevamo di liberare la Palestina ma alla fine la Palestina ha liberato noi”. Quel “noi” è l’”homo”(inteso nel senso tedesco di “mensch”, essere umano)”occidentalis”.

 

11-Come vive, in particolare questi anni, decenni, di latenza di lotta di classe dal basso, questo “homo occidentalis”? Fermo restando quel che giustamente nota Flavia (sulle cui osservazioni tutte mi sembra difficile si possa dissentire) secondo cui il tessuto di vita quotidiano di questo soggetto, per quanto degradato, resta pur sempre, per i sette ottavi della umanità “un Eldorado”, questo soggetto stesso vive serenamente adagiato nei suoi privilegi (ma ha privilegi il “working poor” che abita nella sua automobile?)? O non si muove forse in un acido brodo di coltura caratterizzato da una permanente microconflittualità interpersonale e intrapersonale? Il suo percorso di vita (se escludiamo non già i medio-ricchi, ma i soli super- ricchi), non è forse costellato dal vicino rompicoglioni e dalla assemblea condominiale, dal treno dei pendolari non più solo in ritardo ma soppresso, dalla lista di attesa per un controllo oncologico a due anni, dal continuo contenzioso col coniuge separato/divorziato, da tutte le problematiche, in primo luogo economiche, dei figli, e non solo minorenni, dalle mille password che vanno cambiate, dallo SPID, dall’auto che non va più, e quando va immette in una demenziale processione di pendolari a 10 kmh, e in più c’è quello stronzo che ti taglia la strada,dal tasso del mutuo per la casa che è schizzato in alto, dalla banca che non ti fa più credito, dalla bolletta stratosferica e incomprensibile, ecc. ecc, ?. Anche la questione, le questioni, del lavoro, venuta meno o perlomeno enormemente indebolita la solidarietà di classe, attengono a questa sfera individuale (a far tempo ,ma anche prima per molti aspetti, dagli operai che, solitariamente, salivano sui tetti delle fabbriche anni fa).

Queste sono le lucciole che vede ogni giorno questo individuo, e non è che le scambia per lanterne, no, per lui/lei SONO lanterne. Solo queste evocano passioni, e per altro verso costituiscono una barriera, molle ma non per questo meno insormontabile, tra lui/lei e la massa di altri lui/lei, prima ancora che verso il Potere, il mondo intero e le sue questioni.

 

12- Ecco, anche alla luce di tutto ciò, il supplizio di Gaza ha avuto la potenza di superare (certo, non per tutti, ma per molti sì) questa barriera, di divenire anche per l’ “homo occidentalis” una lanterna, illuminante e/o accecante qui benché esistente là. Capace anche di travolgere una tendenza che non può non esserci a una istintiva identificazione (per modello e abitudini di vita, costumi in senso ampio, fino al modo stesso di vestire) coll’ “homo occidentalis” israeliano, specie quello urbanizzato, portando invece quello europeo e americano dalla parte di “quella povera gente”, in buona parte vestita alla araba, islamica, orientale. Il manifestante, l’ “equipaggio a terra” della famosa flottiglia, per quel breve periodo, ha pensato, ha detto: no, questo è troppo, questo va a incidere anche su di me, sulla mia responsabilità, sulla mia vita. Questa è una lanterna, non è una lucciola.

 

13- E qui la assoluta giustezza, ancora una volta, della osservazione di Flavia secondo cui la”nostra solidarietà ai popoli oppressi” si sviluppa (in realtà, non sempre) con forza “in assenza di una loro reazione”, ma se questa c’è allora le cose cambiano. Ecco allora la russofobia, gli anatemi contro l’Iran (non importano qui le critiche, innanzitutto economiche, che gli stessi iraniani non venduti all’Occidente legittimamente possano avanzare) che hanno preceduto e, nelle intenzioni, legittimato l’aggressione del 28 febbraio, costituendone la retrovia ideologico-bellica,anzi, il fuoco di copertura per gli imminenti bombardamenti e stragi. Fino all’ affacciarsi talora, nel 2025, dell’assurdo parallelismo tra Palestina occupata e invasa e Ucraina occupata e invasa, come se non fosse stato chiaro che Israele e Ucraina erano dalla stessa parte della barricata, quella del blocco imperialista, oltreché anche specificamente alleate e collaboranti sul piano strategico-militare, e che erano in sostanza due articolazioni (una di primaria, l’altra di secondaria importanza) dello stesso grande corpo imperialista.

 

14- E’ un’ipotesi assolutamente “di laboratorio”, dato che c’è in parte del vero nel detto “la storia non si fa con i se”, però è lecito domandarsi: se in Occidente, all’interno del Blocco Imperialista geograficamente inteso, fosse stata, e fosse oggi, in corso una effettiva e robusta lotta di classe dal basso, sarebbe altrettanto facile per tale Blocco spargere guerre, distruggere, sterminare un po’ ovunque nel noto “globo terracqueo” e, andando più sul prosaico, per esempio sottrarre ulteriori denari al salario indiretto, deviando gigantesche risorse dalla sanità, dalla scuola, dalla cultura, dalla ricerca scientifica, dal welfare in generale in favore di armi e guerre?

 

15- D’altro canto, e qui concludo queste note, ben consapevole di aver solo sfiorato le questioni affrontate e omesso altre di altrettanto molare importanza (per esempio: la guerra all’Iran è nei progetti del Blocco Imperialista ben al di là delle sollecitazioni di Israele? E, alla fin fine, è Israele a determinare le scelte degli Usa, o viceversa? Il capitale nella sua forma imperialista non ha davvero altro sbocco che la guerra? E in base a quali meccanismi?), se quella barriera di micro lucciole-lanterne di cui dicevo prima potesse essere non contingentemente superata, nel Nord come nel Sud del mondo, se fosse possibile, alla Leopardi, trasformare la ragione (questo mondo, così com’è, non mi conviene) in passione (ma anche viceversa, la passione in ragione: sono incazzato/a, troviamo il modo realistico per tradurre ciò in prassi concreta), ecco, allora, forse, potrebbe iniziare un percorso, al tempo stesso non spontaneo, motu proprio, ma non volontaristico, di fuoriuscita dalla preistoria del genere umano che era oggetto delle aspirazioni e, in fondo, criterio ispiratore dell’intera architettura del pensiero di Marx.


Di seguito i link degli interventi citati
https://www.sinistrainrete.info/estero/24543-flavia-manetti-cina-la-terra-rara-officina-e-miniera-del-mondo.html
https://www.sinistrainrete.info/sinistra-radicale/32794-algamica-lettera-aperta-a-flavia-manetti-niente-di-personale-anzi.html
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