Giardini, foreste e l’armonia del modello economico ortodosso
di Riccardo Leoncini
Qualche tempo fa, mentre camminavo verso la fine del mio trekking in una foresta indiana, all’avvicinarci del posto di ritrovo, ho fatto notare alla mia guida che dopo aver camminato nel silenzio della foresta, i rumori che sempre più distinti si facevano largo fra piante e fogliame indicavano che ci avvicinavamo al punto di ritrovo comune. Anche io, completamente perso nel bel mezzo della foresta, capivo che stavamo tornando alla civilizzazione. Quando l’ho fatto notare, lui si è messo a ridere e ha confermato dicendomi: “Ora siamo al sicuro!”. Questa sua risposta mi è sembrata la perfetta metafora della nostra condizione: siamo al sicuro soltanto quando siamo (finalmente) fuori dalla natura. La natura, di cui, da buoni ecologisti della domenica, siamo paladini e santi protettori, in realtà ci fa paura. Tuttavia, non è soltanto la paura che esprime la nostra relazione con la natura, e tuttavia ci fornisce una metafora della modernità che vale la pena di approfondire.
Immagino ciascuno di noi abbia presente un giardino. Da quelli più o meno (disastrosamente) curati di casa nostra a quelli regalmente curati di Versailles. Ebbene, secondo me, questi giardini, ma in realtà tutti i giardini (perché stiamo parlando del concetto stesso di giardino, e non di uno in particolare) costituiscono il punto più avanzato del trionfo dell’uomo sulla natura. Probabilmente il primo giardino è stato pensato nel momento in cui l’uomo ha intellettualmente compreso che sarebbe stato in grado di controllare l’entropia del sistema semplicemente allargando i confini del proprio io e inglobando il disordine esterno nel proprio ordine interno. Mettere ordine nel caos costituiva l’unico modo per sopravvivere in un ambiente decisamente ostile, in cui il passaggio da predatore a preda era funzione di un numero veramente limitato di parametri: forza, velocità, ed eventualmente resistenza. L’unico modo per non dover vivere in continua tensione adrenalinica, guardandosi intorno in continuazione per prevedere e quindi prevenire il possibile attacco, cioè l’unico modo per sopravvivere nel caos primigenio era quello di ridurre l’entropia dell’ambiente circostante per trasformare le equazioni non lineari che generano il caos in funzioni lineari che si “comportassero bene” e che garantissero che ogni alterazione dell’equilibrio sarebbe stata ricondotta all’ordine (all’equilibrio) da un meccanismo di feedback negativo endogeno.
Poiché un sistema aperto importa ed esporta entropia dall’ambiente esterno, se l’ambiente esterno è fortemente entropico, il bilancio sarà negativo per il sistema. Allora, per diminuire l’entropia un modo possibile è quello di assorbirla convertendola in ordine interno, cioè creando strutture di maggior energia interna. Ergo, il giardino rappresenta il trionfo dell’ordine borghese, il momento in cui l’uomo realizza la propria divinità: produrre l’ambiente a propria immagine e somiglianza. La raffinatezza estetica del giardino rappresenta la raffinatezza estetica di colui che lo progetta, lo mette in opera e lo cura. Ognuno a suo modo ingloba una parte di ambiente e con il suo mestiere speciale mantiene l’entropia ad un livello accettabile.
Riesco appena ad immaginare l’epifania primordiale che deve aver provato la prima persona che ha vissuto l’illuminante scoperta di possedere un vero e proprio superpotere. Superpotere, che gli avrebbe permesso di costruire un giardino. E di mostrare l’accecante bellezza e la sovrumana potenza del proprio ordine interiore ai suoi concittadini. Immagino (anche se so che sembra poco probabile, al limite dell’assurdo), che quell’uomo, dopo aver inglobato l’entropia dell’ambiente immediatamente circostante all’interno del proprio giardino, poi, ingolosito dalla ineluttabile espansione di questo superpotere, abbia inglobato anche quelli che da allora sarebbero diventati i suoi sudditi. Il suo giardino, che diventa il suo regno, è la dimostrazione a tutti i suoi sudditi che l’ordine costituito dall’assorbimento dell’entropia ambientale poteva garantire un benessere di gran lunga superiore a tutta la comunità rispetto ai tempi bui del caos primordiale.
Ma poiché più entropia si assorbe dall’esterno più entropia si genera all’interno, questa entropia interna deve essere gestita da un numero crescente di persone: più il giardino si allarga più giardinieri dovranno essere al suo servizio. Un esercito di persone necessarie al solo mantenimento del livello entropico dell’ambiente interno. L’ordine dal caos è il desiderio primordiale, la magia suprema. Gaia e Urano, e Tartaro naturalmente, in cui ammucchiare nascondendoli gli abissi infernali, e poi Atun che genera l’ordine dopo Nun il caos, e poi Pangu, il gigante che separando la terra dal cielo porta ordine nel caos. E poi, Quetzalcoatl, Brahma, Odino e chissà quanti altri ci hanno dato l’onnipotenza della certezza dell’ordine. Lo stato da cui tutto prende forma e sostanza. Come diceva M.A. Escher “ordine è la ripetizione di unità. Il caos è la molteplicità senza ritmo” e, chiosa finale “adoriamo il caos perché ci piace produrre l’ordine”
Nessuna meraviglia, dunque, se anche l’economia, la disciplina più impertinentemente piena di sé, abbia creato la sua cosmogonia portatile nell’equilibrio economico generale, delirio di onnipotenza allo stato puro. La realtà, così complicata, insondabile, sorprendente e proprio per questi motivi a volte catastrofica, viene addomesticata ad un insieme di equazioni lineari che si risolvono tutte insieme e che danno il risultato migliore possibile per la società. L’ottimo Paretiano che mette tutto a posto dando a ciascuno quello che si merita e facendo scorrere tutte le transazioni sul velluto del mercato, anzi degli n mercati necessari a soddisfare tutti, ma proprio tutti oggi e domani. E l’entropia? Espulsa, fuori dal dominio, negli spazi caotici della sociologia e della psicologia, dove tutto può accadere a causa della mancanza della razionalità, attributo così fondamentale, così intrinsecamente scientifico.
La rottura dell’equilibrio, che può avvenire soltanto a causa di un evento imprevisto, metterebbe immediatamente in atto forze che tenderebbero a ristabilirlo. “…proprio come se una pietra appesa a una corda venisse spostata dalla sua posizione di equilibrio, la forza di gravità tenderebbe immediatamente a riportarla nella sua posizione di equilibrio.” (Alfred Marshall, Principles of Economics, VIII ed., p. 288, mia traduzione)
Come ogni giardino che si rispetti, anche l’equilibrio economico generale ha bisogno di giardinieri che se ne prendano cura continuamente, che rassettino e rimettano in ordine la cintura protettiva dei teoremi così necessari a difenderne il core, il cuore pulsante del sistema economico. L’equilibrio e la sua stabilità sono la terra promessa, il giardino delle meraviglie in cui perdersi e giocare senza alcuna incertezza (al massimo un po’ di calcolabile rischio), ma con il solo piacere di risultati rotondi e precisi.
Come ha scritto Laplace, in piena trance da onnipotenza scientifica, per un agente che conoscesse posizione e velocità di tutte le particelle dell’universo e le leggi che regolano i rapporti fra di loro, e avesse capacità di calcolo sufficiente, ebbene, per questa persona nulla sarebbe incerto, e il futuro, come il passato, sarebbe presente davanti ai suoi occhi. La megamacchina deterministica in piena azione, in grado di pianificare il giardino non solo nel suo stato attuale, ma per i secoli a venire. E così è l’equilibrio economico generale. E poiché il presente è figlio del passato e padre del futuro, lo stato attuale è l’elemento fondamentale da cui si transita, sia in avanti che all’indietro. Il giardino è quindi la piena realizzazione dell’onnipotenza umana. Gestire passato, presente e futuro con un unico sguardo, un modello unico fondamentale capace di fornire le coordinate di un disegno elaborato da una mente talmente superiore da sentirsi in grado di sostituire il caos con la certezza onnipotente della matematica.
Tuttavia, il mondo non è fatto di soli giardini ordinati e precisi, ma anche di boschi. Foreste e giungle che ribaltano il nostro senso comune sprofondandoci nell’incertezza (la true uncertainty di Frank Knight), cioè nella mancanza di conoscenza quantificabile sull’occorrenza di un evento: a differenza del rischio, che fornendoci conoscenza quantificabile, stabilisce probabilità calcolabili, l’incertezza certifica l’esistenza di un limite alla nostra conoscenza della natura, e stabilisce la nostra ignoranza sulla prevedibilità degli eventi futuri. Un mondo caratterizzato da incertezza forte distrugge qualunque pretesa di divinità. L’ordine che nasce da questi modelli nasce dal caos (deterministico) e dipende in maniera cruciale da un minestrone di condizioni iniziali, in cui il minimo cambiamento altera in maniera strutturale il risultato finale. Soltanto in una foresta di questo tipo le farfalle hanno un ruolo che non sia meramente estetico. E l’ordine è un filo di rasoio, su cui il sistema si inerpica in maniera caotica, per raggiungere uno stato in cui la dissipazione di entropia segue una regola dinamicamente instabile. L’equilibrio dinamico è faticosamente raggiunto e faticosamente mantenuto, ma è quello in cui le capacità innovative del sistema si dispiegano al massimo grado.
All’opposto del giardino, la logica prevalente del bosco, della foresta, della giungla è quella del disordine e della devianza. Diversamente dal giardino, in un bosco ogni pianta non ha un posto preassegnato in cui tranquillamente crescere, ma deve trovare da sé la propria nicchia ecologica in cui potersi sviluppare ed eventualmente evolvere. E se la nicchia non esiste, va creata. Ma questa creazione è di fatto quasi sempre a somma zero, cioè va a scapito di altre piante. Il disordine del bosco è puramente predatorio, il processo di crescita del bosco è basato sul principio della pura sopraffazione.
Il bosco, la foresta, la giungla crescono attraverso un processo doloroso di distruzione, attraverso il quale altre piante maggiormente adatte o adattabili all’ambiente esterno prevalgono e si diffondono. Il processo dinamico è quello di un disequilibrio continuo, che continuamente demolisce l’equilibrio nel momento in cui si ottiene. Il bosco, la foresta, la giungla sono in perpetuo mutamento, mai fermi mai uguali a sé stessi, ma proprio questo processo incessante di rinnovamento è quello che li mantiene immutabili nel tempo. Una specie di ossimoro: la continuità nella transizione continua. La stabilità nel continuo mutamento. L’equilibrio dinamico figlio di una tensione continua fra due equilibri (anche soltanto immaginati o semplicemente previsti).
La pressione competitiva in un bosco è talmente elevata da spingere alla cooperazione specie concorrenti, che si adattano a cooperare fra di loro per abbassare la pressione e aumentare la probabilità di sopravvivenza. La simbiosi, che modifica un parametro del modello preda predatore, e che prende forme differenti a seconda del beneficio o del danno che una specie porta all’altra, crea una nicchia ecologica di rara sofisticazione all’interno della quale è possibile trovare un microambiente favorevole da sfruttare a fini evolutivi.
L’idea che un sistema economico sia più simile ad un bosco che non ad un giardino, era già presente in Alfred Marshall, che in quanto segue (che di fatto è la continuazione della citazione fatta più sopra), sembra proprio scrivere a Laplace una risposta assai perspicace e definitiva. Infatti, “…nella vita reale [le] oscillazioni sono raramente ritmiche come quelle di una pietra appesa liberamente a una corda; il paragone sarebbe più esatto se si supponesse che la corda fosse appesa nelle acque turbolente del canale di un mulino, il cui flusso fosse a volte lasciato scorrere liberamente e altre volte parzialmente interrotto. Né queste complessità sono sufficienti a illustrare tutti i disturbi di cui devono occuparsi sia gli economisti che i commercianti. Se la persona che tiene la corda muove la mano con movimenti in parte ritmici e in parte arbitrari, l’illustrazione non supererà le difficoltà di alcuni problemi di valore molto reali e pratici. Infatti, nella pratica, le curve di domanda e offerta non rimangono invariate per molto tempo, ma cambiano costantemente; e ogni cambiamento in esse altera la quantità di equilibrio e il prezzo di equilibrio, dando così nuove posizioni ai centri attorno ai quali la quantità e il prezzo tendono a oscillare.” (Alfred Marshall, Principles of Economics, VIII ed., p. 288, mia traduzione).
Non a caso, nella prefazione all’ottava edizione dei suoi Principles, Marshall pone in epigrafe la spiegazione di tutto ciò: “La Mecca dell’economista risiede nella biologia economica piuttosto che nella dinamica economica. Ma le concezioni biologiche sono più complesse di quelle meccaniche; un volume sui Fondamenti deve quindi dedicare uno spazio relativamente ampio alle analogie meccaniche; e si fa spesso uso del termine “equilibrio”, che suggerisce un’analogia statica.” (Alfred Marshall, Principles of Economics, VIII ed., p. xii, mia traduzione). In pratica, Marshall si rende conto (ma piazza i relativi commenti addirittura nell’appendice H) che il giardino neoclassico che lui ha così contribuito a costruire non funziona benissimo. Anzi, nello spazio di una sola appendice, ci rivela, in primis, che “se per qualsiasi altro motivo l’offerta dovesse diminuire, il prezzo dell’offerta non tornerebbe indietro seguendo lo stesso percorso che aveva seguito in precedenza, ma seguirebbe un percorso più basso. L’elenco dei prezzi dell’offerta che era valido per il movimento in avanti non sarebbe valido per il movimento all’indietro, ma dovrebbe essere sostituito da un listino prezzi più basso.”, cioè contrariamente all’idea dei modelli lineari che possono essere navigati in su e in giù a piacimento, nelle condizioni della vita reale esiste la freccia del tempo, e, in secundis, che potrebbero tranquillamente esistere equilibri multipli: “era tacitamente sottinteso, come avviene comunemente, che potesse esserci una sola posizione di equilibrio stabile in un mercato: tuttavia, in realtà, in determinate condizioni ipotizzabili, sebbene rare, possono esserci due o più posizioni di equilibrio reale tra domanda e offerta, ognuna delle quali è ugualmente coerente con le circostanze generali del mercato e ognuna delle quali, una volta raggiunta, sarebbe stabile fino al verificarsi di un grave sconvolgimento.” Insomma, una teoria del disequilibrio.
D’altronde, come ha ben mostrato Schumpeter, l’equilibrio economico generale è inerentemente instabile grazie alla distruzione creatrice dell’attività innovativa (che è incerta per definizione). L’introduzione dell’attività innovativa, in apparenza una semplice addizione al modello di equilibrio economico generale, in realtà distrugge alla base il modello di giardino così faticosamente costruito creando un gran bosco di dinamiche economiche. Se gli agenti perseguono l’innovazione, la sua essenza, su cui gli agenti fondano la loro competitività, è quella di saper fare qualcosa di diverso rispetto agli altri, e così facendo guadagnare un vantaggio competitivo. Ma questo mina alla base il concetto stesso di impresa rappresentativa. L’impresa rappresentativa costituisce il tipico esempio di essenzialismo platonico, cioè ogni entità è identificata da poche caratteristiche distintive che ne rappresentano le qualità essenziali. Qualità essenziali che costituiscono il minimo comun denominatore di quella “specie”, che ne rappresentano l’essenza: ogni variazione rispetto all’idealtipo platonico costituisce un’aberrazione.
Per ragionare di innovazione e sviluppo economico, occorre quindi mutare qualitativamente approccio, e fare riferimento al pensiero popolazionista così tipico della moderna biologia. In questo caso, l’unità di analisi non è la singola entità, ma la popolazione. In questo modo di pensare lo sviluppo, varietà e diversità sono fondamentali. Le caratteristiche di una popolazione non possono che essere descritte tramite la loro distribuzione: non esiste (non può esistere) l’individuo tipico. Ma c’è di più, lo sviluppo di una popolazione è correlato positivamente alla varietà dei suoi componenti. Dovrebbe apparire ora evidente che il pensiero evolutivo rappresenta un modello che non può applicare al proprio giardino, ma ad una foresta, in cui ogni specie è a sua volta preda e predatore, e in cui il successo è un concetto assai relativo, il disordine è di fatto l’ordine con cui il sistema si sviluppa, e l’ordine che si può generare dal caos è un ordine dinamico in cui un sistema si viene a trovare quando riesce a mettere in equilibrio l’esportazione con l’importazione di disordine. E questo equilibrio termodinamico costituisce quell’edge of chaos in cui il sistema risulta produrre al suo interno il massimo dell’innovazione possibile. Il capitalismo basato su un modello di questo genere è fortemente innovativo ma altrettanto fortemente instabile.
Soltanto se una di queste specie acquisisce un peso preponderante, può modificare l’ambiente a proprio vantaggio. Come, espandendo il proprio ambiente interno e acquisendo ambiente esterno da convertire in ordine. Ma poiché questo è impossibile che succeda con sole forse dell’evoluzione, occorre un’appropriazione originale che conferisca ad un qualche agente (o ad una specie) la possibilità di inglobare l’ambiente esterno in maniera strutturale, vincendo la resistenza degli altri agenti.
Vuoi vedere che Marx aveva ragione?













































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