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I conti nascosti del Pentagono
di Mario Lombardo
Il bilancio militare degli Stati Uniti è talmente enorme da sembrare quasi impossibile da aumentare ulteriormente. Eppure anche la cifra di 1.500 miliardi di dollari che l’amministrazione Trump si appresta a mettere sul tavolo per il prossimo esercizio rischia di essere un dato fortemente sottostimato. Il problema è che una parte consistente della spesa militare americana non compare nel bilancio del Pentagono, ma viene disseminata tra decine di altre voci e agenzie federali, fino a rendere il costo reale dell’apparato bellico statunitense molto più alto di quello ufficialmente dichiarato.
È questa la conclusione cui arriva un recente articolo di David Vine sul blog indipendente TomDispatch, basato anche sul lavoro del “Project on Government Oversight” (POGO), che ha provato a ricostruire il vero ammontare della spesa militare americana attraverso diverse metodologie. Il risultato è impressionante: già nel 2025, ultimo anno fiscale completo preso in esame, la spesa militare effettiva sarebbe stata compresa tra 1.500 e 1.800 miliardi di dollari. Con le richieste di Trump per il 2027, il conto potrebbe invece arrivare ad almeno 2.581 miliardi.
La ragione di una differenza tanto gigantesca rispetto ai numeri abitualmente citati è relativamente semplice. Negli Stati Uniti le spese per le forze armate e per le guerre non vengono contabilizzate tutte nello stesso posto. Oltre al Dipartimento della Difesa – che Trump ha ribattezzato “Dipartimento della Guerra” – centinaia di miliardi di dollari vengono iscritti nei bilanci di almeno altri 17 dipartimenti e organismi federali.
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“Naza”. Quando il genocidio diventa sistema
di Fabrizio Marchi
Ho visto ieri sera il film “Naza”. In realtà si tratta di un documentario dove parlano, naturalmente in incognito e senza mostrare il volto, alcuni dei protagonisti del genocidio in corso da anni a Gaza. Sono per lo più tecnici specializzati (soprattutto informatici) e anche alcuni membri delle unità di elite dell’esercito israeliano che hanno deciso, non so per quale ragione – soltanto uno per un autentico pentimento, tutti gli altri forse per un non ancora consapevole bisogno inconscio di portare alla luce l’immane massacro di cui anch’essi sono stati protagonisti e di cui sono responsabili per la loro parte – di rispondere alle domande che venivano loro poste.
Ciò che emerge è ciò che quelli come noi, più informati sui fatti e soprattutto sulla natura dello stato israeliano, sapevano già, ma un film è potenzialmente destinato ad un pubblico enormemente più vasto e meno informato sulla carneficina tuttora in corso e destinata a non finire se non con l’annientamento dei palestinesi di Gaza (e poi della Cisgiordania).
Sono diversi gli aspetti che vengono alla luce.
Il primo. Non c’è dubbio che quanto sta accadendo a Gaza è ciò che, storicamente parlando, si avvicina di più a quanto ideato e poi messo in pratica dai nazisti durante la seconda guerra mondiale sia nei confronti degli ebrei che delle popolazioni slave e russe.
Il secondo. Il documentario mostra e dimostra la vera finalità di ciò che sta accadendo che non è la distruzione di Hamas e delle altre organizzazioni della resistenza palestinese ma il vero e proprio annientamento del popolo palestinese.
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I russi attaccano i ponti sul Dniepr, Zelensky punta a indebolire Trump
di Gianandrea Gaiani
Nelle prime ore del mattino di ieri un attacco russo contro Kiev ha colpito nuovamente il ponte Pivdennyi (Ponte Sud) della capitale ucraina, già bersagliato più volte nella giornata di ieri. La notizia è riportata da Ukrinform, che cita il sindaco Vitali Klitschko su Telegram. Klitschko ha inoltre riferito che detriti sono caduti in un’area aperta nel quartiere di Holosiivskyi. Finestre di un edificio non residenziale e diverse automobili sono state danneggiate. A
Kiev dunque il traffico dei mezzi pubblici è temporaneamente limitato su alcuni ponti, ha fatto sapere l’amministrazione cittadina tramite Telegram. Il Ponte Sud, in particolare, è chiuso in entrambe le direzioni; il ponte della metropolitana è chiuso in direzione della riva destra. Il Comune ha comunicato ai cittadini le modifiche al trasporto pubblico.
Il traffico a Kiev è andato in tilt dopo la chiusura di uno dei ponti principali della città e l’imposizione di restrizioni su altri, in seguito a una nuova ondata di attacchi russi con droni. I reporter dell’AFP hanno osservato lunghe code di auto e autobus bloccati sulle arterie principali della capitale ucraina, mentre i pendolari cercavano percorsi alternativi.
Il congestionamento è stato causato dalla chiusura totale al traffico, in entrambe le direzioni, del Ponte Sud (Pivdennyi Mist), uno degli otto ponti che collegano la parte orientale e quella occidentale di Kiev attraversando il fiume Dnipro. Il Ponte Paton, situato più a nord, è rimasto aperto in un solo senso di marcia, ha dichiarato il sindaco Vitali Klitschko, senza tuttavia segnalare danni alla struttura.
I droni russi hanno colpito le strutture portanti del Ponte Sud. Il passaggio è stato chiuso temporaneamente per consentire una valutazione strutturale. Sebbene avesse riaperto al traffico veicolare e alla metropolitana poco dopo, il ponte ha subito nuovi attacchi con droni nella notte appena trascorsa, ha riferito Klitschko. Il secondo attacco notturno ha danneggiato un pilone, il manto stradale e una barriera protettiva in calcestruzzo lungo la linea della metropolitana, ha aggiunto il sindaco.
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Morire di abbondanza
di Onofrio Romano
Ci sono libri con i quali si discute e libri nei quali, con un certo sconcerto, ci si ritrova. Il libro di Massimiliano Civino (Max, per me), Quel pane che non sazia. Scarsità, bisogni e crisi dell’uomo nell’età dell’abbondanza (Independently published, 2026) appartiene decisamente alla seconda categoria. Il saggio s’installa dentro una domanda che continua a sembrarmi scandalosamente rimossa: e se il nostro problema non fosse più, o non fosse soltanto, la scarsità?
Siamo così addestrati a pensarci come esseri mancanti che persino quando critichiamo il capitalismo continuiamo spesso a raccontare il mondo con le sue categorie. Non ce n’è abbastanza. Non produciamo abbastanza. Non abbiamo abbastanza. E quando finalmente immaginiamo l’alternativa, essa consiste quasi sempre nel distribuire meglio ciò che continua a essere pensato sotto il segno della penuria.
Civino prende la questione dall’altro lato. Il suo Erisittone mangia e più mangia più ha fame. Non perché il pane non ci sia, ma perché non riesce più a nutrirlo. È una differenza gigantesca. La maledizione non consiste nella mancanza dell’oggetto, ma nell’impossibilità di stabilire con esso una relazione che possa, almeno per un istante, concludersi. Il libro parte da qui: la modernità ha prodotto una potenza tecnica e sociale capace, almeno potenzialmente, di allentare la presa della necessità materiale, e proprio nel momento in cui questa possibilità diventa storicamente pensabile la fame cambia natura. Sopravvive dentro il soggetto.
È questo il primo motivo per cui il libro mi sembra importante. Non imbocca la comoda via penitenziale. Non ci racconta che eravamo felici quando eravamo poveri, che la comunità tradizionale era calda e accogliente e poi è arrivato il capitalismo cattivo a guastare la festa. Il mondo antico era anche fame vera, dipendenza, esposizione brutale alla necessità. E la modernità, insieme alle sue devastazioni, ha effettivamente liberato energie inaudite. Dimenticarlo significa trasformare la critica in una forma un po’ patetica di turismo nel passato.
Il punto interessante viene dopo.
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E’ la bolla: quanta energia nelle mani dei padroni
di Infoaut
Stiamo entrando mani e piedi in un sistema di capitalismo finanziario in cui l’energia è la principale merce di scambio.
Merce immateriale ma profondamente terrena: senza energia non c’è vita, l’energia è il motore per curarci, per mangiare, per scaldarci. Terrena come le miniere di uranio per produrre energia atomica, terrena come ettari di suolo che ospitano palazzi di server, terrena come scatole di metallo che se colpite da missili o droni possono fare saltare in aria centinaia di petabyte. Quel che salta in aria non è una fabbrica di armi o una ferrovia ma è il contenitore dentro il quale non vi è più alcun confine tra militare e civile.
L’Italia è un teatrino grottesco. Il governo Meloni dall’inizio del suo mandato è passato dai proclami sull’hub del Mediterraneo per il gas e al Piano Mattei per poi voler dare seguito agli ultimi colpi di coda del Green New Deal europeo, per poi passare a encomiare la necessità delle trivellazioni di greggio – praticamente inesistente nella penisola – fino ad arrivare alla grande truffa del nucleare come soluzione finale.
Il Ministro della Sicurezza energetica ha dunque ottenuto il consenso per il disegno di legge sul ritorno all’atomo. Questo disegno di legge delega dovrà essere sostanziato dai decreti legislativi di attuazione ma intanto traccia delle cosiddette “linee guida”, fumose e insensate, che possono essere riassunte così: si parla di nuovi “small modular reactor” senza parlare di deposito per le scorie passate né di decommissioning delle vecchie centrali; si parla di nucleare sostenibile senza parlare di salute degli abitanti dei territori contaminati né dei costi ambientali ed economici, oltre che di sicurezza.
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Torna l’inflazione, resta la questione di classe
di coniarerivolta
L’inflazione torna a mordere, e galoppa: +3.3% ad agosto, +4,2% a settembre, su base annua. Nel solo mese di settembre i prezzi sono aumentati dello 0,7%.
Da una parte la BCE che torna ad aumentare i tassi di interesse e così facendo colpisce i lavoratori e le famiglie due volte, se non tre: aumentando il costo dei mutui, aumentando i costi del finanziamento per le imprese, che possono trasferirne una parte sui prezzi, tanto più nei settori non concorrenziali e quindi alimentare l’aumento dei prezzi e, infine, ma non per questo meno importante, con questa manovra la BCE esprime la volontà di aumentare la disoccupazione e raffreddare sul nascere qualsiasi ipotesi di spinta salariale.
Dall’altra parte, il governo, che è affannosamente alla ricerca di misure simboliche per dimostrare di stare facendo qualcosa (l’intervento spot sulle accise per il carburante nei giorni del rientro estivo è illuminante in questo senso) e chiama in soccorso il capitalismo petrolifero nazionale, che disvela così tutta la sua misera opulenza. Tutte queste misure, tuttavia, non affrontano minimamente le radici strutturali della questione inflazione, e soprattutto le sue conseguenze distributive che vanno ben oltre il numeretto che mensilmente l’ISTAT distribuisce. Vediamo allora cosa ci dicono i dati, se allarghiamo un po’ lo sguardo prendendo in considerazione cos’è successo negli anni recenti.
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La necessaria fatica dell'apprendere (IA, scuola, università)
di Il Chimico Scettico
Qua sopra fin dall'inizio si prese una posizione chiara sugli inviti allo studio e alla lettura che dilagavano sui media social e non. Si fece notare che il problema non era leggere, ma cosa leggi, e non era tanto studiare ma capire quello che si studia.
I media degli ultimi 30 anni e in particolare i social media hanno lavorato esattamente in direzione contraria, producendo vaste folle (bolle) dove chi accusava l'altro di analfabetismo funzionale era di fatto incolto quanto lui. La parola d'ordine, non compresa ma assimilata acriticamente, sostituiva il processo cognitivo. In questo quadro l'uso di massa degli LLM costituisce il passo successivo: non si delega all'IA semplicemente il processo cognitivo, gli si delega anche quello scrittorio - la perfetta quadratura del cerchio. E tale delega dello scrivere viene pure rivendicata da molti che di scrittura vivono, che si lamentano di una caccia alle streghe anti IA e non si rendono conto che tra scrivere con un word processor e ottenere testo tramite un LLM la differenza è abissale (in fondo solo una conferma delle infime competenze linguistiche che sono la cifra del pop contemporaneo?).
Già Nature aveva parlato del de-skilling dei medici negli ospedali che usano l'IA per le diagnosi: i medici usavano l'IA e perdevano capacità diagnostica. Ora sulla stessa rivista arrivano le preoccupazioni sull'uso dell'IA da parte degli studenti.
All’inizio di quest’anno, il ricercatore in scienze dell' educazione Lixiang Yan si è reso conto che gli studenti potevano affidare interamente a un’intelligenza artificiale il lavoro del suo corso universitario.
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Gli USA stanno sfrattando Netanyahu?
di Domenico Moro
Negli ultimi giorni è arrivata l’ennesima conferma, questa volta da parte dell’intelligence egiziana, del fatto che Netanyahu sapeva in anticipo dell’attacco di Hamas il 7 ottobre 2023. L’obiettivo è molto chiaro: liberarsi di Netanyahu, divenuto ormai impresentabile, a meno di un mese dalle elezioni israeliane.
Il mandante dell’operazione è piuttosto chiaro: il governo degli Usa. La soffiata dell’intelligence dell’Egitto, paese controllato e finanziato dagli Usa, è passata attraverso il Wall Street Journal, che è di proprietà del miliardario Rupert Murdoch, sostenitore della grande finanza Usa e ultra-repubblicano. Evidentemente, il mastino israeliano alla fine è risultato poco controllabile per il padrone Usa in diversi contesti (compresi quelli dell’Iran e del Libano). Urge, quindi, un cambio di premier.
Comunque, lo sfratto statunitense nei confronti di Netanyahu è anche una risposta a chi diceva che la potenza egemone dell’imperialismo occidentale, cioè gli Usa, potesse essere controllata da un paese come Israele, che ne è la centesima parte e che, senza aiuti militari e finanziari degli Usa e senza l’appoggio delle loro Forze Armate, collasserebbe in poco tempo. È, piuttosto il contrario, sono gli Usa che si servono degli israeliani per controllare l’area più importante del mondo in termini di risorse energetiche, anche se Israele spesso agisce di testa sua.
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Perchè dovete vedere Palestine 36 e non applaudire NAZA
di Tawfiq Al-Ghussein e Rania Hammad
Alla Mostra del Cinema di Venezia una sala si è alzata in piedi e ha applaudito per venticinque minuti. È l’ovazione più lunga nella storia del festival. L’anno prima il record era di ventitré minuti, e apparteneva anch’esso a un film su Gaza: La voce di Hind Rajab, costruito attorno all’ultima telefonata di una bambina palestinese intrappolata in un’auto sotto il fuoco.
Le due ovazioni più lunghe mai tributate a Venezia riguardano entrambe Gaza. La più lunga, però, non è per la voce della bambina. È per NAZA, un documentario in cui ufficiali dell’intelligence e soldati israeliani, con il volto nascosto, raccontano come Gaza sia stata trasformata in un sistema di bersagli, di punteggi, di morti civili calcolate in anticipo. Il titolo stesso è un termine che l’esercito israeliano usava per indicare quanti civili una singola incursione avrebbe presumibilmente ucciso.
Vale la pena fermarsi qui, prima di parlare del film.
Da quasi tre anni i palestinesi di Gaza documentano in tempo reale la propria distruzione. Hanno filmato le bombe mentre cadevano, i bambini estratti dalle macerie, gli ospedali che crollavano attorno ai medici, i giornalisti uccisi mentre lavoravano. Padri e madri hanno puntato le telecamere sui corpi dei propri figli. Hanno filmato se stessi mentre morivano di fame, fuggivano, tornavano, scavavano, seppellivano. È difficile immaginare la distruzione di un popolo documentata più di questa, e non solo da ottobre 2023, ma da decenni. Eppure non bastava. Non basta mai. Solo quando a parlare è un israeliano, la sala si alza.
Perché la verità cambia statuto quando a pronunciarla è un israeliano? Perché ciò che un palestinese racconta dalla propria casa distrutta viene trattato come testimonianza di parte, mentre la stessa cosa detta da qualcuno dentro l’apparato che ha prodotto quella distruzione diventa una rivelazione?
Il poeta palestinese Mohammed El-Kurd ha dato un nome a questo meccanismo.
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La guerra non è un videogame
di Enrico Manera
Cercare di tracciare un confine tra reale e virtuale, analogico e digitale ha smesso di avere senso diverso tempo fa, nella misura in cui una porosità si è fatta prima intreccio e poi impasto. In Giocare alla guerra. Come l’industria ludica militarizza le nostre menti, (Nottetempo 2026), Dario Bassani conferma questa idea declinandola sul tema della guerra, tornata dal 2022 in modo macroscopico nell'orizzonte di senso comune: tanto nelle forme della violenza “calda”, brutale e ravvicinata, quanto nella forma “fredda” e a distanza; fare la guerra ha assunto l'aspetto di una pratica ibrida, digitalizzata e materiata di droni e intelligenze artificiali che potenziano le asimmetrie in campo e divaricano la forbice tra l'esercizio della violenza e i suoi effetti su carne, ossa e sangue.
Il libro, scritto da uno studioso nato nel 1994, getta uno sguardo vivido su una esperienza dai tratti autobiografici e generazionali che si muove tra storia, teoria e analisi del presente con un felice passo narrativo e sotto il segno di un certo disincanto. Quello di chi sa quanto la scrittura e l'impegno intellettuale, urgenti e necessari, siano in fondo “antiquati” e quasi inadatti a un presente in cui il linguaggio comune è armato (nel senso che l'inglese weaponizing rende in modo più efficace) e le forme del pensiero e degli stati di coscienza assumono nuances inaspettate per il modo in cui si costruiscono socialmente, collettivamente, digitalmente.
Uno degli assi del libro è storico-culturale e muove dall'idea che dall'epoca moderna-contemporanea guerra e gioco non siano mai stati davvero separati. Bassani ricostruisce una genealogia che muove dal Kriegsspiel prussiano tra Settecento e Ottocento e nei secoli attraversa giochi da tavolo, di ruolo e di strategia, in video e in rete, e si contamina con i simulatori di volo e gli scenari fantasy di Dungeons & Dragons fino ai First person shooters, ai contemporanei Doom, Call of Duty, Modern Warfare, e da lì senza soluzione di continuità giunge ai visori per realtà virtuale, alle Intelligenze artificiali, ai droni mobilitati per il combattimento.
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Il lato oscuro di data center e giga factory dell'intelligenza artificiale
di Francesco Cappello
Ecco perché vogliono i piccoli reattori. Dietro la corsa a Data Center e gigaFactory dell’Intelligenza Artificiale si profila il ritorno del nucleare, la competizione per acqua e territorio, l’automazione del lavoro trasformato in materia prima algoritmica e la nascita di un nuovo complesso militare-informativo [Anteprima dell’inchiesta programmata per il mensile Lavoro e Salute].
* * * *
Il boom dell’intelligenza artificiale sta portando il consumo elettrico globale verso territori inesplorati. L’addestramento e il funzionamento dei grandi modelli linguistici (LLM) richiedono una potenza di calcolo senza precedenti. Le proiezioni indicano che, entro la fine del decennio, i data center per l’IA arriveranno ad assorbire circa 945 terawattora all’anno, una cifra sbalorditiva che eguaglia l’intero fabbisogno energetico di una nazione fortemente industrializzata come il Giappone. In Italia, secondo gli aggiornamenti diffusi da Terna alla fine dell’estate 2026, le richieste di connessione alla rete elettrica nazionale per i nuovi data center e le infrastrutture legate all’intelligenza artificiale hanno varcato la sbalorditiva soglia dei 95 gigawatt, arrivando a sfiorare i 100 gigawatt (vedi nota 1).
Non a caso anche in Italia si sta tornando al nucleare nella forma dei piccoli reattori
Per alimentare queste immense cattedrali di calcolo, note come AI Gigafactory, i tradizionali contratti di fornitura dalla rete elettrica nazionale non sono più sufficienti. L’industria tecnologica si è scontrata con un limite fisico invalicabile, che ha spinto i giganti del web, i cosiddetti hyperscaler, a trasformarsi da semplici consumatori in grandi investitori e sviluppatori del settore energetico.
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Le elezioni israeliane e la guerra all'Iran
di Davide Malacaria
Quanto è accaduto ieri ha dato ossigeno alla campagna elettorale di Netanyahu. Non una nostra considerazione, ma quanto titola TimesofIsraele ”L’attentato al volo Flydubai salverà la campagna elettorale in difficoltà di Netanyahu?”
Nello stallo, s’intensificano le pressioni per una nuova guerra contro l’Iran. Dalla Gran Bretagna a Israele fino agli Emirati arabi tutto spinge in questa direzione, con Trump che apparentemente segue l’onda, avendo ribadito che dopo le elezioni di Midterm potrebbe riprendere la guerra su larga scala.
E alle parole stanno seguendo i fatti, con l’America che ha inviato una terza portaerei verso il Medio oriente insieme a una piccola flotta che imbarca altri 2mila marines, che si aggiungono alle forze già inviate nell’area. Inoltre ha inviato altri Patriot a Qatar e Arabia Saudita.
La Gran Bretagna ormai si è accodata alla scia, come dimostra l’inchiesta sullo stranissimo attentato sventato contro la base aerea di Fairford che sta puntando decisamente ad coinvolgere Teheran. Ieri è stato arrestato un britannico con doppia cittadinanza, l’altra è ovviamente iraniana. La trama del thriller è già scritta: si scoprirà che l’uomo arrestato ha avuto contatti con l’ambasciata iraniana o con qualche esponente delle Guardie della rivoluzione.
Ribadiamo le nostre perplessità sull’accaduto e, a quanto abbiamo già scritto, aggiungiamo i dubbi di Kurt Nimmo che, sul sito del Ron Paul Institute, ha scritto: “Si è subito affermato che i presunti responsabili fossero terroristi iraniani […] e come prova è stata pubblicata l’immagine di uomini ammanettati a torso nudo.
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Antrophic a cena da Trump, ma il conto lo paghiamo noi
di Daniel A. Casari
Il dibattito sul futuro dell’intelligenza artificiale si snoda tra lo spettro apocalittico di una super intelligenza letale per l’umanità e la realtà materiale di una spregiudicata competizione economica e strategica. I recenti sviluppi di cronaca, segnati dal vertice alla Casa Bianca e dalla distensione dei rapporti tra il presidente Trump e il CEO di Anthropic, Amodei, sono un esempio perfetto delle dinamiche in corso.
Per mesi le tensioni tra l’azienda e Washington sono rimaste altissime, culminando con il bando di Claude dalle agenzie federali e dal Pentagono, a causa del rifiuto di Anthropic di rimuovere i limiti etici sul tracciamento e sulle armi autonome. Eppure, proprio in concomitanza con il vertice, la startup ha avviato le procedure per una IPO (Initial Public Offering), l’offerta pubblica iniziale con cui una società privata vende per la prima volta le sue azioni sul mercato azionario per quotarsi in borsa. Si tratta di un’operazione finanziaria complessa che richiede per legge il deposito di un prospetto informativo in cui l’azienda è obbligata a mettere a nudo i propri bilanci e i potenziali fattori di rischio per gli investitori.
È qui che la coincidenza temporale assume contorni fumosi: i documenti di Anthropic hanno svelato perdite nette spaventose per 42 miliardi di dollari, ma nello stesso istante sbandieravano catastrofici “rischi esistenziali” legati alla potenziale letalità dell’intelligenza artificiale.
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Burqa e antisemitismo, pur di distrarre dal giro dei soldi
di comidad
Le norme anti-burqa contenute nell’ultimo decreto del governo sulla Scuola rappresentano un espediente per prendere i classici due piccioni con una fava. Su un problema inesistente il governo allestisce per la sua base elettorale uno spot pubblicitario a sfondo pornografico; anzi, sadomaso, lasciando fantasticare su chissà quale calvario di vessazioni a carico degli odiati mussulmani.
Ma il risultato più sostanzioso del diversivo burqa è quello di far perdere di vista il vero scopo della ennesima “riforma” della Scuola, che porta abusivamente il nome del fantoccio di turno al ministero della ex Istruzione. La sedicente riforma cerca infatti di avviare il meccanismo per ridurre il corso di studi superiore a soli quattro anni, in modo da tagliare in termini di personale e di edilizia scolastica. Con le modifiche al sistema dell’istruzione tecnica i soldi pubblici rimasti potranno essere regalati alle imprese private in nome della mitica FSL (Formazione Scuola Lavoro). Grazie alla FSL gli imprenditori privati hanno il doppio vantaggio di incassare soldi pubblici e di poter utilizzare manodopera a costo zero (schiavi). Si dice imprese “private”, ma in realtà è un sistema che dipende dal rapporto organico con istituzioni pubbliche. Pubblico e privato sono finzioni giuridiche, cortine fumogene di lobby trasversali che si creano il loro giro di affari.
A proposito di diversivi e di finzioni giuridiche, arriva a proposito la discussione sul DDL antisemitismo, peraltro già approvato al senato.
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Elezioni 27: i partiti di fronte alla guerra e le basi materiali del movimento
di Infoaut
Le elezioni del 2027 si avvicinano, nessuno sa ancora bene quando saranno, ma la macchina elettorale e la conseguente campagna martellante è già partita alla grande
Il governo prova a consolidare il suo consenso con mancette in stile berlusconiano e si lancia in una gara a chi è più razzista con il competitor Vannacci. La lega si sfalda, probabilmente in via definitiva e tutti i parlamentari si preparano alla rielezione o a incassare il proprio vitalizio.
Nonostante il tentativo di tenere la campagna elettorale ben ancorata al tema dell’immigrazione e della “sicurezza” vediamo però come i baricentri di produzione del consenso tendano a deragliare verso il tema del riarmo europeo: quindi della spesa abnorme da investire in questo campo, sul sostegno all’Ucraina, sul sostegno alle politiche atlantiste e prone ai disegni americani per il nostro paese e l’Europa. In generale quindi su come le élite europee hanno intenzione di affrontare a colpi di tagli al welfare le nuove condizioni economiche dettate dall’evoluzione della guerra globale in corso. In questo senso è particolarmente indicativo del clima che si respira, l’allarmismo scatenato dal presunto report della CIA pubblicato da El Mundo, su possibili attacchi russi a Italia e Spagna subito smentito dal governo. Solleva aspetti differenti e strategie diverse che dall’esterno si giocano sulla campagna elettorale.
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Fine dell’ONU e trionfo dell’anarchia
di Roberto Iannuzzi
L’Assemblea generale di fine settembre ha mostrato che non esiste più alcun ordine mondiale laddove gli USA, che si ergevano a garante di tale ordine, hanno imposto il principio della nuda forza
Lo spettacolo sconfortante offerto dall’Assemblea generale dell’ONU di fine settembre ha avuto il merito di fornire un quadro fedele della spaventosa violenza e frammentazione dell’attuale panorama internazionale.
Negli anni ’30 del secolo scorso, la Società delle Nazioni non fu in grado di fronteggiare le crisi internazionali che avrebbero spinto il mondo nel baratro del secondo conflitto mondiale. L’ONU rischia di ripercorrere la tragica parabola dell’organismo che lo ha preceduto.
L’Assemblea generale, l’organismo più alto che rappresenta collegialmente gli stati che compongono la comunità umana sul pianeta, ha mostrato la sua inutilità e impotenza, e lo sfacelo dell’ordine internazionale.
Emblematicamente, i due discorsi che più si sono contraddistinti per la loro violazione dei principi basilari della diplomazia e della stessa Carta dell’ONU sono stati pronunciati dal presidente della prima superpotenza mondiale, che fino a pochi anni fa si vantava di difendere la legalità e l’ordine internazionale, e dal premier del suo stretto alleato, Israele.Annientare una civiltà
Il presidente statunitense Donald Trump ha esordito tracciando un quadro surreale dello stato della superpotenza americana:
La nostra economia è l’invidia del mondo. Le nostre forze armate sono le più potenti della Terra. La nostra tecnologia non è seconda a nessuno e siamo all’avanguardia praticamente in ogni campo. La nostra energia alimenta il pianeta. L’America sta risorgendo […] e il nostro futuro è davvero radioso.
Egli ha mentito sulle cause del conflitto con l’Iran accusando Teheran di aver rifiutato il negoziato (sia nel giugno 2025 che nel febbraio 2026, la Repubblica Islamica fu attaccata proprio mentre stava negoziando).
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Il 3 novembre sarà la disfatta di Trump?
di Alessandro Scassellati
La guerra con l’Iran, l’aumento dei prezzi e il basso indice di gradimento del presidente danno un vantaggio ai Democratici alle elezioni di midterm del 3 novembre prossimo, ma i Repubblicani hanno investito ingenti somme di denaro nelle elezioni chiave. Gli analisti suggeriscono che l’esito finale dipenderà dalla fazione dei “mad-as-hell” (gli esasperati), un elettorato trasversale stufo dello status quo che vede la sfida non come una scelta tra destra e sinistra, ma tra “i ben pasciuti e gli esasperati” (the well-fed versus the fed-up). Il Paese sembra essere entrato in una fase storica in cui le elezioni sono percepite come “esistenziali” da entrambe le fazioni, un clima anomalo che carica le urne di una pressione democratica senza precedenti. In questo clima di forte polarizzazione politica e sociale, il movimento sindacale statunitense sta vivendo un anno elettorale straordinario, con oltre tre dozzine di candidati legati ai sindacati in corsa per la Camera e il Senato, nel tentativo di restituire le leve del potere ai cittadini comuni e ridare voce alla classe lavoratrice. A cavalcare questo risentimento è soprattutto l’ala sinistra del Partito Democratico insieme con i DSA (Democratic Socialists of America), che hanno eletto il tema dell'”affordability” — l’accessibilità economica dei servizi e dei beni essenziali — a proprio cavallo di battaglia elettorale per intercettare il malcontento contro il carovita e il trumpismo.
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Il logoramento della retorica presidenziale e l’effetto zavorra
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I codici della cattura: critica dell’ideologia giuridica Woke
di Jacques Bonhomme
1. Il problema
Che cos’è il Woke? Bella domanda! Proveremo ad avanzare in essa parafrasando Agostino d’Ippona quando meditava sul “tempo”, e avviava la meditazione ammettendo che prima di riflettere, il tempo lo conosceva bene, però cominciando a rifletterci, smarriva ogni conoscenza precedente. Con il Woke non è proprio la stessa cosa, per quanto questa sfasatura del discorso, con tutte le differenze che separano i due argomenti, ci si riproponga insistentemente.
Il fatto è che al livello del “senso comune” il Woke ha già compiuto tutto il cammino di un’ideologia, e quindi lo si incontra nel linguaggio e nelle abitudini culturali degli ambienti da esso permeati, mentre al livello delle sue pratiche spontanee, dei suoi effetti trasversali e indiretti, delle sue oscillazioni fra conformismo “politicamente corretto” e rivolte “politicamente scorrette” - e ancor più delle sue contraddizioni tra la felice “buona coscienza” dei fruitori borghesi delle biotecnologie e la “coscienza infelice” dei giovani emarginati americani che vogliono spezzare i simboli e gli strumenti della violenza statale - a questo livello è più difficile farsene un’idea. Beninteso, i due piani non sono ideologicamente separati, ma una loro distinzione metodologica è indispensabile se si vuol tentare di attraversare un terreno accidentato come quello del Woke, che è così accidentato, ed anche molto scivoloso, non soltanto a causa del dualismo tra codici culturali strutturati istituzionalmente e pratiche sociali echeggianti rapporti di classe, ma anche a causa delle campagne propagandistiche delle destre fasciste, astutamente propense, in tutto l’Occidente, a giocare la carta dell’anti-Woke all’interno delle loro rivalità elettorali con le sinistre capitalistiche neoliberali, patrocinatrici zelanti del Woke.
La loro vacua contesa ha un’apparenza aristofanesca – i sostenitori di Cleone contro i denigratori di Cleone -, ma, al di là dell’apparenza, questo torneo mediatico mira a costruire una scena politica surrogatoria e totalizzante attraverso i cliché dell’“industria culturale”. La fabbricazione dell’ideologia Woke percorre anche questa via.
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Bibi files: Il lawfare in salsa kosher
di Alberto Fazolo
Guardando il film Bibi files viene il sospetto che possa essere la componente mediatica di una sporca operazione di lawfare. Un qualcosa che per certi versi non è difforme dai tentativi di “regime change” che abbiamo visto in tanti paesi del mondo, in cui si sono state usate inchieste giudiziarie (supportate dai media) per rimuovere dei personaggi politici.
La tesi del film è che Netanyahu abbia trascinato Israele in guerra per poter creare un clima di emergenza e unità nazionale che gli consentisse di non rispondere dei propri crimini economici (delle becere storie di corruzione). Il prossimo 27 ottobre in Israele ci saranno le elezioni e qualcuno vorrebbe togliersi di torno Netanyahu scaricando su di lui tutte le responsabilità del genocidio e assolvere così lo Stato d’Israele.
Dalle ricostruzioni del film appare plausibile che Netanyahu possa essere un corrotto, anche se si parla di regalìe di imprenditori per un totale di 250 mila dollari nell’arco di 10 anni, per lo più casse di champagne, scatole di sigari e qualche gioiello per la moglie. Nulla di così diverso da ciò che fanno tanti altri governanti in ogni parte del mondo.
Il film propone la mostrificazione di Netanyahu per aver preteso qualche dono e non per la mattanza che ha fatto a Gaza o in Libano. Questo è l’aspetto più stridente del film, il più inaccettabile.
Con tutte le critiche che si possono muovere a Netanyahu, non si può accettare una mostrificazione che non sia in primis per i crimini contro l’umanità.
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Dal Nord Stream allo "Stretto di Trump": il piano di Washington per deindustrializzare l'Europa
di Giuseppe Masala
In più di una circostanza abbiamo chiarito come la causa di fondo della grande crisi geopolitica in corso, è da ricercare nella scarsa competitività nei mercati mondiali del paese egemone dell'epoca post caduta del Muro di Berlino: gli Stati Uniti d'America.
Tale scarsa competitività non è dovuta solo all'emergere di nuovi attori in grado di sfidare gli USA sul piano industriale e della ricerca quali innanzitutto la Cina, peraltro favorita nella sua ascesa dalla decisione occidentale di trasferire buona parte della propria produzione nel Celeste Impero Comunista, con la finalità di sfruttare l'enorme bacino di lavoro umano a basso costo che la Cina poteva offrire e così aumentare a dismisura i profitti diretti (utili aziendali) e indiretti (mettere il booster a quella enorme fabbrica di dollari sintetici che si chiama Wall Street). Il calcolo americano alla lunga si è dimostrato catastroficamente sbagliato: la Cina non si è limitata a fornire manodopera a basso costo, ma ha approfittato per chiudere il gap con l'occidente sul piano della ricerca, della tecnologia, dell'industria e, con in tempo, anche sul piano finanziario e, conseguentemente, anche politico e militare. Insomma, sono stati proprio gli Stati Uniti ad allevarsi in seno il competitor che li sta relegando in una posizione subordinata nell'agone delle potenze mondiali.
Non basta, nel suo azzardo dettato dalla convinzione che dopo la caduta del Muro di Berlino la storia fosse finita, Washington ha creato altri, ulteriori, concorrenti che si sono rivelati mortali.
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Nvidia: il bluff del buyback da 235 miliardi che minaccia le nostre pensioni
di Alessandro Volpi*
Una finanza tossica che può fare molto male.
Il fenomeno dei riacquisti di azioni proprie attuato da Nvidia ha raggiunto cifre che ridisegnano la storia dei mercati finanziari.
Una delibera del cda ha avviato un programma di buyback, di riacquisto di azioni proprie, con un'estensione complessiva record di 235 miliardi di dollari.
Questo intervento, che per dimensioni supera persino i primati storici di Apple, non rappresenta soltanto una restituzione di liquidità agli azionisti, ma una manovra di ingegneria finanziaria di portata sistemica.
In pratica, Nvidia ricompra proprie azioni più di quanto abbia mai fatto qualcuno in passando rendendo davvero difficile capire quale sia il valore reale del titolo.
Assorbendo centinaia di miliardi di dollari in azioni sul mercato secondario, Nvidia riduce infatti artificialmente il denominatore del numero di titoli in circolazione.
Questo consente di gonfiare l'utile per azione anche di fronte a di un'eventuale stabilizzazione o contrazione dei margini operativi netti. In una fase in cui la valutazione dell'azienda oscilla su multipli di prezzo su utili che incorporano aspettative di crescita esponenziale e ininterrotta, l'impiego sistematico della cassa crea un paracadute artificiale per la quotazione.
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The Bibi files: sacrificare Netanyahu per salvare Israele
di Alessandro Bartoloni
The Bibi files recentemente uscito nelle sale cinematografiche italiane rappresenta una sofisticata psy-op che segna un punto di svolta nella propaganda sionista. D’altronde, centinaia di ore di registrazioni video degli interrogatori del primo ministro in carica, della moglie, del figlio, di un ex ministro delle finanze, di due imprenditori milionari amici loro e di alcuni dei loro più stretti e fidati collaboratori non escono dagli uffici della polizia e del tribunale poco prima delle elezioni senza che ci sia una regia e un piano. Il cui obiettivo è apertamente dichiarato con cristallina chiarezza fin dai primi minuti del documentario: presentare il 7 ottobre e ciò che ne è seguito come il risultato delle scelte politiche di un uomo costretto a rincorrere la guerra per sfuggire ai propri guai giudiziari e non come risultato del contrasto tra il blocco sociale che cerca di costruire la Grande Israele e chi vuole liberare la Palestina dal fiume fino al mare.
Prima dell’alleanza con l’estrema destra di Ben-Gvir e Smotrich, Bibi è dipinto come un brillante politico conservatore esperto di lotta al terrorismo, il cui unico difetto è il delirio di onnipotenza derivante dall’arrembante successo che lo porta a pensare di essere al di sopra della legge. Non a caso, l’unica accusa che la regista gli muove è quella per cui è portato a giudizio in tribunale, e cioè di essere un corrotto. Motivo per cui sarebbe stato ostracizzato da una classe politica e una società civile la cui democraticità è presupposta e più volte ribadita dalle massicce manifestazioni che prima della guerra ne hanno chiesto le dimissioni.
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Il libro imperdonabile
di Damiano Palano
Operai e capitale sessant’anni dopo
Sessant’anni fa usciva Operai e capitale di Mario Tronti, libro cardine dell’operaismo italiano che ha rappresentato un fondamentale momento di rottura rispetto al marxismo occidentale e alla tradizione marxista-leninista. Damiano Palano torna su quel testo sottolineandone una radicalità spesso attenuata dalle letture successive: non soltanto il rovesciamento del rapporto tra capitale e classe operaia, la centralità della fabbrica come luogo dell’autonomia operaia e il rifiuto del lavoro, ma anche la critica della neutralità della tecnica, della pianificazione socialista e della stessa idea tradizionale di rivoluzione. Un libro che, come scrive Palano, «rimane davvero una delle opere più originali del marxismo della seconda metà del Novecento, oltre che uno dei libri che più hanno inciso sulla cultura italiana dell’ultimo secolo. Un libro che, nel mondo ancora più che in Italia, non cessa di conquistare nuovi lettori e che, a dispetto del passare del tempo, può essere riletto ogni volta con occhi nuovi».
* * * *
Negli ultimi anni della sua vita, Mario Tronti ricordò in varie occasioni una regola che aveva imparato a sue spese:
♦ Non scrivete un libro di successo da giovani: non ve lo perdoneranno mai
♦ si rimane per sempre imprigionati in una sola casella.
Si riferiva naturalmente al travolgente successo registrato da Operai e capitale, pubblicato proprio sessant’anni fa, quando Tronti aveva trentacinque anni e faceva il correttore di bozze dell’Enciclopedia universale dell’arte, edita da Sansoni.
Il libro venne stampato dalla tipografia della casa editrice Einaudi il 27 settembre 1966 e qualche settimana dopo arrivò in libreria. L’uscita del volume fu salutata da critiche feroci, in alcuni casi persino astiose, che rivolgevano al libro l’accusa di essere al tempo stesso irrazionalista e idealista.
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Il caso Regeni e le leggi dello scambio
di Algamica*
Diciamoci la verità: fa un certo effetto vedere i genitori di Giulio Regeni battersi, per lunghi dieci anni, contro i mulini a vento di un diritto che rincorre affannosamente il reo senza trovarlo. E quando ritiene di averlo trovato incappa nei tre gradi di giudizio e nella possibilità della prescrizione. Non solo, ma di trovarsi fin dal primo grado di giudizio di fronte a una levata di scudi delle supreme leggi dello scambio delle leggi impersonali dell’economia.
In queste poche note non ci occupiamo di cosa facesse il giovane universitario italiano in Egitto o quali siano stati i motivi per cui fu preso e ucciso in malo modo non da un gruppo di delinquenti comuni ma da personaggi dello Stato d’Egitto, dunque con una responsabilità politica di rilievo.
Giustizia per Giulio Regeni? Favole per i fessi o per i poveri familiari che si sono consumati nella vana illusione di « avere giustizia ». Da chi si vuole giustizia? è la domanda. Dai tanti ciarlatani sia della carta stampata che dei talk show di intrattenimento tra uno spot per una marca di pasta, di un panettone o un salame, o l’ultima moda di collant? Cerchiamo una volta tanto di essere seri, affrontando le questioni per come vanno realmente analizzate: può una sentenza su Giulio Reggeni, dopo dieci anni, avere un peso importante nei rapporti tra l’Italia e l’Egitto, come da più parti si domanda? Così va posta la questione, altrimenti continuiamo col chiacchiericcio fra gli spot dei talk show.
« Noi con Giulio Ma non si può mollare l’Egitto » è l’editoriale a firma del noto liberista Alessandro Sallusti. Il quale fa un sano ragionamento di pragmatismo economico politico: « Detto che i genitori del ragazzo hanno tutto il diritto di chiedere qualsiasi cosa senza dover essere giudicati, tanto meno da me, stupisce però la fuga in avanti della sinistra politica e culturale che invoca » ecco il punto qualificante della questione « addirittura la rottura di qualsiasi rapporto con l’Egitto di Al Sisi, formalmente una repubblica semipresidenziale ma di fatto una autarchia che » attenzione bene! « potrebbe rientrare nella teorica lista dei cosiddetti “stati canaglia”.
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Antiper: Rossobrunismo, sovranismo, Putin e Ivan Ilyin
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Joseoh Halevi: “Dove si appanna la stella Usa cresce il nuovo ordine mondiale”
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Carlo Formenti: Il futuro dell'ordine mondiale secondo Amitav Acharya
Alessandro Volpi: Aggressione all'Iran. Quello che i giornali italiani non scrivono
Servaas Storm: La teiera di Russell: resoconti dalla fase finale della bolla dell’IA
Ciro Schember: Dopo Gramsci, Nicola Zitara e la variabile legittima della storia
Domenico Moro: Sequestro di Maduro: un episodio della terza guerra mondiale a pezzi
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Luigi Alfieri: Trumpismo, malattia senile dell’americanismo?
Luciano Bertolotto: Alla ricerca di (delle) radici
Andrea Zhok: L'illusione della testa tagliata: perché l'Iran non è un videogioco
Carlo Formenti: Quelli che la Cina non è socialista
Antonio Martone: Presentazione di 'Uno sguardo dal Fronte', di Fulvio Grimaldi
Cristina Quintavalla: La lenzuolata

Qui una presentazione del libro
Giuseppe Muraca: Goffredo Fofi

Qui una recensione di Marco Gatto
Mario Sommella: Cyberfascismo

Qui una presentazione del libro
Fulvio Grimaldi: Uno sguardo dal fronte

Qui una recensione di Antonio Martone
Angelo Calemme: La variabile legittima della storia

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Daniela Danna: Che cosa è successo nel 2020?

Qui una presentazione del libro e il link per ordinarlo
Paolo Botta: Cos'è lo Stato

Qui la prefazione di Thomas Fazi
E.Bertinato - F. Mazzoli: Aquiloni nella tempesta
Autori Vari: Sul compagno Stalin

Qui è possibile scaricare l'intero volume in formato PDF
A cura di Aldo Zanchetta: Speranza
Tutti i colori del rosso
Michele Castaldo: Occhi di ghiaccio

Qui la premessa e l'indice del volume
A cura di Daniela Danna: Il nuovo volto del patriarcato

Qui il volume in formato PDF
Luca Busca: La scienza negata

Alessandro Barile: Una disciplinata guerra di posizione
Salvatore Bravo: La contraddizione come problema e la filosofia in Mao Tse-tung

Daniela Danna: Covidismo
Alessandra Ciattini: Sul filo rosso del tempo
Davide Miccione: Quando abbiamo smesso di pensare

Franco Romanò, Paolo Di Marco: La dissoluzione dell'economia politica

Qui una anteprima del libro
Giorgio Monestarolo:Ucraina, Europa, mondo
Moreno Biagioni: Se vuoi la pace prepara la pace
Andrea Cozzo: La logica della guerra nella Grecia antica

Qui una recensione di Giovanni Di Benedetto




1. Introduzione









































