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Chi non lavora non mangia. Critica al programma di Gotha
di Leo Essen
Il lavoro è la fonte di ogni ricchezza, dunque tutto va al lavoro secondo le giuste proporzioni.
Non è vero, dice Marx. Un programma socialista non può permettere a tali espressioni borghesi di sottacere le condizioni che sole danno un senso al lavoro. Tanto valeva copiare tutto Rousseau.
Quali sono queste condizioni, e perché a Gotha si scrive più una sviolinata russoviana che un programma socialista?
Perché non basta parlare dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo per conferire al discorso una pertinenza marxista. Perché c’è un rigore della critica marxista che la distingue da ogni altra critica della miseria, della violenza, dello sfruttamento, che la distingue da una critica del male, di stampo russoviana, di un male che sopraggiunge con la storia, con lo straniero e l’estraniazione, con la violazione di un’innocenza originaria, con una intrusione che violenta e spezza un’intimità e una purezza originarie.
Lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo è frutto della cultura di tipo occidentale, delle civiltà storiche. L’inizio della storia segna la differenza, la caduta e la decadenza: la partizione tra un mondo innocente e giusto e un mondo ingiusto – il mondo del male. Ciò che sta alla base di ogni russovismo è l’immagine di una comunità immediatamente presente a se stessa, senza differenza, comunità del viso a viso, nella quale tutti i membri vivono nella prossimità del passaparola, del porta a porta, del piccolo villaggio, della trasmissione orale e del contatto vissuto e non corrotto dalla dilazione e dallo strumento, dall’estraniazione -una comunità della volontà presente e vivente. Il terreno dell’autenticità è la relazione di vicinato nelle piccole comunità dove tutti si conoscono (e si controllano). La distanziazione, la dispersione del vicinato, sono la condizione dell’oppressione, dell’arbitrio, del vizio. Gli oppressori fanno tutti lo stesso gesto: rompono la presenza, la compresenza dei cittadini, l’unanimità del popolo radunato, il contatto e la partecipazione diretta: tengono i soggetti sparsi, isolati, nell’impossibilità di vivere nello spazio di una medesima parola, di un solo e medesimo scambio persuasivo, nel soffio di un respiro.
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Retroscena e implicazioni della “lite dello studio ovale” fra Trump e Zelensky
di Roberto Iannuzzi
Mentre il presidente USA sembra determinato a intavolare un negoziato con Mosca, le élite politiche europee appaiono paradossalmente ostili a una pacificazione del vecchio continente
Il disastroso incontro del 28 febbraio fra il presidente americano Donald Trump e il suo omologo ucraino Volodymyr Zelensky alla Casa Bianca è una chiara conferma del fatto che delicate contrattazioni diplomatiche non devono essere condotte in pubblico.
Scontri verbali anche aspri, che possono aver luogo fra leader di governo durante colloqui a porte chiuse, hanno tutt’altro impatto se si verificano durante una conferenza stampa davanti alle telecamere di tutto il mondo.
L’incontro pubblico fra i due presidenti è stato evidentemente mal preparato, ma diverse indicazioni fanno ritenere che il problema sia sorto dalla malaccorta sovrapposizione di due questioni di calibro differente: un accordo per lo sfruttamento di minerali e altre risorse naturali ucraine, e il raggiungimento di una pace duratura fra Mosca e Kiev.
La firma del primo non avrebbe dovuto creare particolari problemi dopo che l’iniziale bozza americana, che secondo alcune fonti equivaleva a una sorta di “accordo capestro”, era stata riveduta per rassicurare il governo Zelensky.
Ma la visita del leader ucraino a Washington (incerta fino all’ultimo) era divenuta l’occasione per discutere ben altro tema, quello della composizione del conflitto fra Russia e Ucraina, che Trump sembra seriamente intenzionato a portare a casa.
Vari indizi fanno ritenere che il negoziato fra la Casa Bianca e il Cremlino stia procedendo più speditamente di quanto trapelato sui mezzi di informazione. Quantomeno, questa sarebbe la convinzione di Trump. Sulla carta, il presidente americano sarebbe intenzionato a concludere un accordo in tempi relativamente brevi.
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Panafricanismo, marxismo, comunismo
II. Cedric Robinson
di Carlo Formenti
Cedric Robinson (1940 – 2016), americano, nato in una famiglia emigrata in California per sfuggire al terrore razziale dell’Alabama, è stato professore di Black Studies all’Università della California fino alla morte. A lui dobbiamo il più importante contributo della seconda metà del Novecento al dibattito afro marxista iniziato nell’interguerra (vedi il precedente post su “Panafricanismo, Marxismo, comunismo”). Black marxism (1), la sua opera più importante, è un lavoro monumentale di cui cercherò di ricostruire le linee fondamentali. Senza seguire l’ordine espositivo del libro, che del resto ha una struttura rapsodica, affronterò, nell’ordine, i seguenti temi: 1) critica dell'impostazione logicistica (hegeliana) del cosiddetto marxismo storico e dialettico; 2) le radici storiche del capitalismo e il ruolo del razzismo nel rapporto di sfruttamento capitalistico; 3) meriti e limiti dell’analisi marxiana (e dei movimenti politici a essa ispirati); 4) valorizzazione del radicalismo afroamericano come via autonoma al superamento del capitalismo.
I. Critica dell’impostazione logicistica (hegeliana) del materialismo storico
Robinson fonda la sua critica metodologica al cosiddetto materialismo storico e dialettico su un presupposto che chi scrive non può che condividere (2): occorre prendere congedo dal concetto di necessità storica ispirato dalla logica hegeliana e dalla teoria evoluzionista, in base al quale ogni modo di produzione è il prodotto delle contraddizioni interne di quello che lo ha preceduto. I capitalisti di una certa epoca, replica Robinson, non discendono da quelli dell’epoca precedente per una sorta di legge immanente alla storia; al contrario: ogni mutazione socioeconomica rompe la continuità storica – potremmo dire con Walter Benjamin (3) che è un “balzo di tigre”.
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Osservazioni ai lucidi del prof. Adriano Paolo Morando* sulla storia e sulla epistemologia delle scienze elettromagnetiche
di Eros Barone
La fisica deve dirigere la sua rotta tra Scilla, l’astratto, e Cariddi, il concreto…
James Clerk Maxwell
I
Circa la categoria storiografica di “rivoluzione scientifica” (d’ora in avanti RS) integrerei l’elenco dei protagonisti aggiungendo a Galilei, Descartes e Newton, per quanto riguarda la biologia, il massimo rappresentante della RS in campo medico, ossia l’inglese William Harvey (1578-1657), il cui merito è stato quello di aver avuto per primo una chiara visione della circolazione del sangue.
Ancora una volta, è Galileo che ha sintetizzato nel binomio delle “sensate esperienze” e delle “certe dimostrazioni” i caratteri del metodo scientifico moderno, che è costituito dall’uso sistematico del cosiddetto “metodo sperimentale” fondato sull’applicazione della matematica e sull’osservazione scrupolosa dell’esperienza. Il problema della conoscenza consisteva dunque nel determinare la via per giungere alla scienza oltrepassando il campo delle mere opinioni e le sole discipline, in cui fu conseguito per giudizio unanime questo scopo, furono la matematica, applicata all’astronomia, e la logica formale. La filosofia della scienza (d’ora in avanti FDS), che mosse i suoi primi passi tra ’600 ed ’800 per iniziativa degli stessi scienziati (Galileo Galilei, Isaac Newton), di alcuni filosofi come Gottfried Leibniz (1646-1716) e Immanuel Kant (1724-1804), protagonista della cosiddetta “rivoluzione copernicana” in filosofia, e del fondatore del positivismo, Auguste Comte (1798-1858), si concentrò pertanto sia sull’analisi dei fondamenti e dei metodi della matematica sia sull’analisi del metodo sperimentale. Il contatto con l’esperienza nelle teorie fisiche fu perciò ritenuto fondamentale, cosicché nei trattati di fisica moderni le proposizioni primitive (assiomi e postulati) devono possedere una loro evidenza, ma anche un aggancio con l’osservazione, come accade nel trattato di A. M. Ampère, Teoria matematica dei fenomeni elettrici unicamente dedotta dall’esperienza (1826).
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"Eurogermania" scassata ma armata: così la Bundeswehr ritorna Wehrmacht
di Fulvio Grimaldi
Se ne sono dette di tutte sulle elezioni tedesche. Perlopiù a partire da un presupposto dato come marmoreo e perenne. Qui si prova a uscire un po’ dal coro e non me ne abbia a male il lettore.
Sarà perché ho un antenato francese, il Capitano Pierre François De Gerbaulet che, scampato alla Notte di San Bartolomeo e alla strage degli ugonotti ordinata da Carlo IX, si rifugia in Germania, Vestfalia, e i suoi discendenti vi rimangono fino ai giorni nostri. Sarà perché ho passato la parte più cruda della guerra in Germania, da ragazzino quasi adolescente, e vi ho anche sparato contro gli angloamericani. Peraltro senza prenderci. E non mi è venuto neanche difficile, dopo aver visto a Germania ormai rasa al suolo, a Francoforte, Colonia, Coblenza, svuotare i palazzi dei loro abitanti a forza del fosforo di Churchill e Roosevelt. O dopo aver raccolto un mio compagno di classe, sfollato dalla Ruhr incenerita, sventrato dalle mitragliatrici degli Spitfire.
Sarà perché a Monaco e a Colonia, con Thomas Mann, ho studiato Germanistica… Ma, pur guardando il mondo, e agendovi, da sinistra estrema, non concordo con quasi nessuno degli analisti che della Germania si dicono esperti (escluso Vladimiro Giacché). Tanto meno ora, viste le valutazioni che si vanno facendo delle recenti elezioni.
Sarà anche perché sono pochi i nostri storici e analisti che concentrano le loro attenzioni sulla Germania. Preferiscono Francia, Gran Bretagna, Spagna, Giappone. Forse perché non abbiamo ancora metabolizzato del tutto il risentimento covato per come ci avevano ridotto i barbari. E poi gli imperatori del Sacro Romano Impero.
Al pur ottimo liceo che ho frequentato, ci parlavano di Montaigne, Hugo, Voltaire, un po’ di Fitzgerald, un accenno a Joyce. Mai una parola su Hoelderlin, Heine, Kleist. Un fugace accenno a Goethe e al suo Faust. E pensare che i germanofoni, più ancora degli inglesi, hanno rivolto a noi la loro massima passione per l’esplorazione storica: Theodor Mommsen su Roma e il suo diritto, Jacob Burckhardt e il Rinascimento, Ferdinand Gregorovius e il nostro Medioevo, lo stesso Goethe…
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Sovrastare il sovrastato
di Carla Filosa
L’ingiustizia oggi cammina con passo sicuro. Gli oppressori si fondano su diecimila anni. La violenza garantisce: com’è resterà. Nessuna voce risuona tranne la voce di chi comanda. E sui mercati lo sfruttamento dice alto: solo ora io comincio. Ma fra gli oppressi molti dicono ora. Quel che vogliamo non verrà mai. Chi è ancora vivo non dica: mai. Quel che è sicuro non è sicuro. Com’è così non resterà. Quando chi comanda avrà parlato Parleranno i comandati. Chi osa dire: mai? A chi si deve se dura l’oppressione? A noi. A chi si deve, se sarà spezzata?Sempre a noi. Chi viene abbattuto, si alzi! Chi è perduto, combatta! Chi ha conosciuto la sua condizione, come lo si potrà fermare? Perché i vinti di oggi sono i vincitori di domani E il mai diventa: oggi!
Bertolt Brecht, “Lode della dialettica”.
Non spaventi subito il ricorso, qui sotto proposto, a un recupero storico di ciò che sta accadendo in questo presente e che forse riguarderà anche un prossimo futuro. L’obiettivo è solo quello di collocare, senza l’emotività e lo sconcerto che caratterizza l’attualità (il video farlocco “Trump Gaza”, per esempio), una comprensione che sappia diluire le apparenti “novità” nel percorso lento e continuo che invece ha preordinato, in questa fase più favorevole, il consolidarsi di vecchi rapporti di forza trasferitisi soprattutto in moderne tecnologie. L’esteriore “tirannide” trumpiana può essere sciolta da un connotato politico preoccupante, quando, al contrario, se ne veda una sorta di mimetismo per il solito ricorso al protezionismo, alternato sempre alla libera circolazione poi di merci e capitali. Inoltre, la brutalità degli insulti alle persone da parte del presidente Usa, è solo espressione del rapporto di capitale che implica la rozzezza dell’arbitrio del potere, mai mancato, intento a svuotare di contenuto strutturale ogni relazione estrinseca, “differente” o “oppositoria”. Le offensive bordate di pochi giorni fa all’indirizzo di Zelensky, ad esempio, possono essere lette non solo come il passo più breve per conquistare appetibili terre rare, ma anche con la sapienza cinese che avverte che “se non si è al tavolo si è nel menu”.
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«La vita privata, è privata di che?»
Giorgio Agamben e la forma-di-vita
di Lorenzo Mizzau
Lorenzo Mizzau riflette sul libro di Evelina Praino, L'uso di sé (Orthotes 2023) che ripercorre l'opera di Agamben cercando di individuare una exit strategy etica dal neoliberalismo attraverso il concetto di forma-di-vita
Perché il fine sia l’origine, la nascita di una comunità-specie realizzata, la nascita continua della presenza coerente, l’affermazione dell’essere inoggettivo, la soggettività vivente al di là dell’avere. Dell’avere un Io, dell’avere una madre, un padre, dell’avere dei figli, dell’aversi, del possedere.
Affinché abbia fine la perdita, infine.
Giorgio Cesarano
Talvolta un istinto sicuro ci mette di fronte a una circostanza brutale: la vita ci sfugge tra le mani. O, meglio, ci è già sfuggita. Ha lasciato il suo luogo proprio, o, forse, è stata trascinata via.
Lo testimonia l’imbarazzo che proviamo quando, alla richiesta di un vecchio amico di metterlo al corrente dei fatti salienti della nostra vita recente, non possiamo che rispondere con un piatto resoconto, in tutto e per tutto simile a un CV. In occasioni simili, nasce in noi il sospetto che il curriculum vitae (letteralmente: il corso-di-vita) abbia sostituito in ogni aspetto il corso della nostra vita.
Ma non è solo la nostra vita a sfuggirci: altrettanto sfuggente, in pieno capitalismo cibernetico, è la vita degli altri, la vita del mondo. Al punto che la FOMO, fear of missing out, la paura di rimanere tagliati fuori dal mondo e di perdersi l’essenziale, potrebbe oggi nominare il tratto centrale del soggetto neoliberale. Ciò che, nella FOMO, siamo terrorizzati di mancare, è forse anzitutto l’appuntamento con noi stessi. Ma ciò significa che, nella FOMO, il soggetto neoliberale diventa qualcosa come il luogo di un appuntamento mancato: il luogo della vita che manca la vita, che si sottrae a sé – il luogo della vita privata. È qui che si palesa un’ambivalenza sottile: che rapporto c’è, infatti, tra la vita privata e la vita pubblica? Non è forse, la vita privata, ciò che rimane quando alla vita è sottratta la sua intrinseca qualità politica? Non è, forse, ogni vita privata, una vita mutilata, spogliata di sé – una nuda vita?
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Il MAGA di Trump e la deregulation
di Michael Roberts
A cura di Antonio Pagliarone
Trump considera gli Stati Uniti solo come una grande corporation capitalista di cui è amministratore delegato. Proprio come quando era il capo nello show televisivo The Apprentice, pensa di gestire un'azienda e quindi può assumere e licenziare persone a suo piacimento. Ha un consiglio di amministrazione che consiglia e/o esegue i suoi ordini (gli oligarchi americani e gli ex presentatori televisivi). Ma le istituzioni dello stato sono un ostacolo. Quindi il Congresso, i tribunali, i governi statali ecc. devono essere ignorati e/o gli si deve dire di eseguire le istruzioni dell'amministratore delegato. Come un buon (sic) capitalista, Trump vuole liberare la plc statunitense da qualsiasi vincolo nel realizzare profitti. Per Trump, la corporation e i suoi azionisti, hanno come unico obiettivo i profitti, non le esigenze della società in generale, né salari più alti per i dipendenti della corporation di Trump. Ciò significa niente più spese inutili per mitigare il riscaldamento globale ed evitare danni all'ambiente. La corporation statunitense dovrebbe semplicemente realizzare più profitti e non preoccuparsi di tali "esternalità". Come l'agente immobiliare che è, Trump pensa che il modo per aumentare i profitti della sua azienda sia fare accordi per acquisire altre aziende o fare accordi su prezzi e costi per garantire i massimi profitti per la sua azienda. Come ogni grande azienda, Trump non vuole che nessun concorrente guadagni quote di mercato a sue spese. Quindi vuole aumentare i costi per le corporate nazionali rivali, come Europa, Canada e Cina. Lo sta facendo aumentando le tariffe sulle loro esportazioni. Sta anche cercando di convincere altre corporate meno potenti a concordare termini per acquisire più beni e servizi delle imprese statunitensi (aziende sanitarie, cibo OGM ecc.) negli accordi commerciali (ad esempio il Regno Unito). E mira ad aumentare gli investimenti delle imprese statunitensi in settori redditizi come la produzione di combustibili fossili (Alaska, fratturazione idraulica, trivellazione), tecnologia proprietaria (Nvidia, AI) e, soprattutto, nel settore immobiliare (Groenlandia, Panama, Canada Gaza).
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Il nichilismo di Trump
di Alfonso Gianni
Nel cercare di analizzare cosa significhi la netta vittoria elettorale di Trump sia per il suo paese che per il resto del mondo, come è necessario fare, bisognerebbe in primo luogo sbarazzarsi, o almeno mettere da parte, alcune caratterizzazioni che sono state appiccicate al personaggio e che non ci sono d’aiuto per comprendere a fondo la natura del fenomeno. Quale quella di essere un avventurista incline alla violenza in ogni campo; di interpretare il suo ruolo come messianico; di adottare atteggiamenti e dichiarazioni a dir poco sopra le righe; di ostentare il suo corpo ferito in un’immagine ricercata e diventata iconica; di brutalizzare il suo stesso agire politico; o addirittura di essere poco più di un “comico naturale”. In particolare dovremmo essere noi, nativi e abitanti dell’italico stivale, a essere sufficientemente vaccinati da simili devianti interpretazioni, avendo assistito increduli - senza necessariamente rammentare le posture mussoliniane, riportate all’attenzione da ricostruzioni romanzate e filmiche – al nascere e allo svilupparsi del fenomeno, pur ben diverso, del berlusconismo e sapendo quanto ci sia costata l’altera sottovalutazione della sua fondata pericolosità, almeno al suo primo manifestarsi. Ma scorrendo anche autorevoli commenti offerti dal mainstream nostrano sembra riconfermarsi l’acuto detto secondo cui la storia è una ottima maestra, ma non ha scolari.
Intendiamoci non si può negare che The Donald, rispetto alla sua prima apparizione come presidente sulla scena della storia statunitense e quindi mondiale, abbia accentuato aggressività e decisionismo nelle sue parole e nei suoi atti. Anzi si possono persino iscrivere questi suoi comportamenti in una nuova categoria, che forse aiuta a comprendere meglio con chi abbiamo a che fare. Si è fin qui e tuttora usato nei confronti dei protagonisti della destra sparsi per più continenti, compreso il nostro, il termine “populismo” per delineare un distorto, ma non meno reale, rapporto con il popolo, basato su promesse demagogiche e sulla esaltazione di un decisionismo governativo rafforzato da un presidenzialismo nelle sue varie forme e accezioni, che lo trasformavano in un populismo autoritario.
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Trump, Putin, UE ed elezioni in Germania
di Fosco Giannini
La vittoria militare della Russia, la “pace” di Trump con la strategia di guerra contro la Cina, la spinta bellica dell’Ue e le elezioni in Germania: lezioni per i comunisti italiani
Zeitgeist: con questo termine, nel “corpo” della filosofia romantico-idealistica tedesca tra il 18° e il 19° secolo, si indicava lo spirito dei tempi, cioè il clima politico, culturale, ideologico, tendente all’egemonia, di un’epoca. Vi è qualcosa che più di ogni altra, in questa fase, esprime l’attuale spirito dei tempi, del video pubblicato da Trump, sul proprio profilo “Truth”, Riviera di Gaza? Nell’orrendo clip musicale il genocidio israeliano su Gaza si trasforma in un trucido festival di danzatrici lascive quali esatte proiezioni del più bieco “appetito” maschile imperialista; le macerie senza fine di Gaza in grattacieli splendenti e riviere vacanziere per i ricchi americani. Con il popolo palestinese totalmente “fuori quadro” poiché espulso, come il popolo di Mosè dagli egizi, dalla propria terra e già vagante – nel film horror di Trump e Musk – in un nuovo deserto del Sinai.
Se la feroce volgarità di Riviera di Gaza è “Zeitgeist”, di quali sommovimenti profondi si fa paradigma, indicatore? Nell’ambito dell’uragano politico che scuote il pianeta (Trump-Putin-Unione europea, elezioni in Germania), essa è il segno dell’attuale metamorfosi in atto nel liberalismo nordamericano, che passa da una volontà di potenza imperialista “liberal” fondata sulla falsità del “libero scambio” mondiale, sulla verità dello “scambio diseguale” e adornata da orpelli pseudoumanistici “woke” (i “democratici”, che imperialisti rimangono anche nella loro postura di “estrema sinistra democratica” alla Ocasio-Cortez, paladina della guerra di Biden contro la Russia e a sostegno del palese fascismo ucraino, tanto palese da essere così definito persino da Trump), a una ancor più oscura e scarnificata volontà di potenza imperialista volta a una nuova accumulazione fondata sull’isolazionismo e sul protezionismo (i “repubblicani”), un “totalitarismo liberale” (così come magistralmente messo a fuoco dal compagno Alessandro Pascale nella sua opera omonima) che abbandona, irridendoli, gli “addobbi” ideologici umanitari per dedicarsi totalmente e seriamente alla definitiva guerra strategica contro il “nuovo mondo”, contro il multilateralismo crescente, contro la Cina.
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La produzione marxiana e l'inconscio freudiano: l'oblio del simbolico secondo Baudrillard
di Sandrine Aumercier
Durante gli anni '70, Baudrillard sviluppò una duplice critica di Marx e Freud. Da un lato, rivolta al mito capitalistico della produzione e dei bisogni, da cui lo stesso Marx sarebbe rimasto dipendente. Dall'altro, rivolta alla nozione freudiana dell'inconscio, che sarebbe stata indebitamente estesa dalla psicoanalisi a un'ontologia trans-storica. Viene qui presentato, e sottolineato l'interesse che riveste questa duplice critica [*1]. Mostreremo anche su cosa Baudrillard basi la sua concezione del simbolico, e i limiti dovuti alla sua teoria semiotica post-strutturalista dello scambio che si riflettono sulle critiche, altrimenti giustificate, che egli rivolge a Marx e Freud.
* * * *
La critica di Baudrillard alla produzione
Ne "Lo specchio della produzione" (1973), Baudrillard descrive la frammentazione funzionale degli oggetti, che la dialettica pretende di riconciliare, facendoli entrare nel movimento della storia. Egli definisce come «proiezione paranoica», l'operazione attraverso la quale i concetti si generano a vicenda seguendo la finalità di una «scienza che vive solo di separazione». Pertanto, la scienza costruisce un'antropologia su misura di quelle funzioni che ha prima separato. Baudrillard analizza alcuni discorsi, come quello di Maurice Godelier: un antropologo marxista che si stupisce del fatto che gli esseri umani primitivi non producano un surplus economico. Godelier risolve questo problema dicendo che tutte queste società senza eccedenze producono solamente per «soddisfare i loro bisogni».
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I vicoli ciechi del pensiero critico occidentale
di Maurizio Lazzarato
Questo testo, scritto alla fine di un «ciclo» di tre libri sulla guerra (Guerra o rivoluzione, 2022; Guerra e moneta, 2023; Guerra civile mondiale?, 2024) precisa alcuni concetti, in modo particolare quelli di imperialismo, monopolio, guerra
In questo momento in tutto il mondo si discute della possibilità di una terza guerra mondiale. Dobbiamo essere psicologicamente preparati a questa eventualità e considerarla analiticamente. Noi siamo decisamente per la pace e contro la guerra. Ma se gli imperialisti insistono nel voler iniziare un'altra guerra, non dobbiamo avere paura. Il nostro atteggiamento nei confronti di questo problema è lo stesso di tutti i disordini: in primo luogo, siamo contrari e, in secondo luogo, non ne abbiamo paura. La prima guerra mondiale è stata seguita dalla nascita dell'Unione Sovietica, con una popolazione di 200 milioni di abitanti. La seconda guerra mondiale è stata seguita dalla formazione del campo socialista, con una popolazione di 900 milioni di abitanti. È certo che se gli imperialisti si ostinano a scatenare una terza guerra mondiale, centinaia di milioni di persone passeranno dalla parte del socialismo e non rimarrà molto spazio sulla terra per gli imperialisti; è persino possibile che il sistema imperialista crolli completamente.
Mao Tse-tung
Ognuno può vedere quanto manchi di tatto il Rabocheye Dyelo quando agita trionfalmente la frase di Marx : «Ogni passo del movimento reale è più importante di una dozzina di programmi». Ripetere queste parole in un momento di sbandamento teorico, è come «fare dello spirito a un funerale».
Lenin
L' affermazione di Mao sembra essere stata scritta per la nostra attualità. Ma siamo psicologicamente impreparati alla realtà della guerra e ancor meno a considerare analiticamente le sue cause, le sue ragioni e le possibilità che potrebbe aprire. Ci mancano gli «affetti» e i concetti per farlo. Il pensiero critico occidentale (Foucault, Negri - Hardt, Agamben, Esposito, Rancière, Deleuze e Guattari, Badiou, per nominare i più significativi) ci ha disarmati, lasciandoci inermi di fronte allo scontro di classe e alla guerra tra Stati, non avendo i concetti per anticipare né per analizzare, né tanto meno per intervenire. Lo «sbandamento teorico» prodotto negli ultimi cinquanta anni è grande. Non si tratta di sopravvalutare la teoria, ma senza quest’ultima, come diceva qualcuno, «non ci può essere movimento rivoluzionario».
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La geopolitica della pace. Discorso al Parlamento europeo il 19 febbraio 2025 (*1)
di Jeffrey D. Sachs
L’amministrazione Trump è imperialista nel profondo. Trump crede ovviamente che le grandi potenze dominino il mondo. Gli Stati Uniti saranno spietati e cinici, e sì, anche nei confronti dell’Europa. Non andate a chiedere l’elemosina a Washington. Non servirebbe a nulla. Anzi, probabilmente aumenterebbe la spietatezza. Piuttosto, si deve avere una vera politica estera europea
Introduzione
Michael, grazie mille e grazie a tutti voi per la possibilità di stare insieme e di pensare insieme. Questo è davvero un periodo complicato, in rapida evoluzione e molto pericoloso. Abbiamo quindi bisogno di chiarezza di pensiero. Sono particolarmente interessato alla nostra conversazione, quindi cercherò di essere il più sintetico e chiaro possibile. Negli ultimi 36 anni ho seguito da vicino gli eventi nell’Europa orientale, nell’ex Unione Sovietica, in Russia e in Ucraina. Sono stato consulente del governo polacco nel 1989, del team economico del Presidente Gorbaciov nel 1990 e 1991, del team economico del Presidente Eltsin nel 1991-1993 e del team economico del Presidente Kuchma in Ucraina nel 1993-1994. Ho contribuito all’introduzione della moneta estone. Ho aiutato diversi Paesi dell’ex Jugoslavia, in particolare la Slovenia. Dopo il Maidan, il nuovo governo mi ha chiesto di venire a Kiev, mi ha portato in giro per il Maidan e ho imparato molte cose di persona. Sono in contatto con i leader russi da più di 30 anni. Conosco da vicino anche la leadership politica americana. Il nostro precedente Segretario al Tesoro, Janet Yellen, è stata la mia meravigliosa insegnante di macroeconomia 52 anni fa. Siamo amici da mezzo secolo. Conosco queste persone. Dico questo perché ciò che voglio spiegare dal mio punto di vista non è di seconda mano. Non è ideologia. È ciò che ho visto con i miei occhi e sperimentato in questo periodo. Voglio condividere con voi la mia comprensione degli eventi che hanno colpito l’Europa in molti contesti, e includerò non solo la crisi ucraina, ma anche la Serbia del 1999, le guerre in Medio Oriente, tra cui l’Iraq, la Siria, le guerre in Africa, tra cui il Sudan, la Somalia, la Libia. Queste sono in misura molto significativa il risultato di politiche statunitensi profondamente sbagliate. Ciò che dirò potrebbe sorprendervi, ma parlo per esperienza e conoscenza di questi eventi.
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Com'è bello far la guerra da Trieste in giù
di Konrad Nobile
La strada è segnata: avanti tutta con Imec e piani Nato. Nuove dichiarazioni sono un grave campanello d'allarme, mentre in città approda la nuova portaerei
Nell’ultimo anno si è fatto veramente un gran parlare di Trieste e di certe manovre che coinvolgono il capoluogo giuliano. Sembra ormai quasi che parlarne sia diventato di moda. E difatti, forse, se ne parla anche un po’ troppo.
A dire la loro su Trieste e a sbavarci sopra si sono avvicendati importanti think thank americani come «Atlantic Council» (1) e «The National Interest» (2), oltre a testate italiane come «formiche» (3) e la famosa rivista di geopolitica «Limes».
Quest’ultima ci ha dato veramente dentro e, dopo aver dedicato a Trieste l’editoriale del numero di ottobre 2024 (4), un altro articolo sempre nello stesso numero(5) ed un altro in quello di dicembre 2024 (6), ha anche messo Trieste al centro di uno dei confronti svoltisi alla XII edizione del Festival di Limes, che ha avuto luogo a Genova tra il 7 e il 9 febbraio.
Qui il filmato di uno degli interventi, incentrato proprio sulla città alabardata:
Anche su ComeDonChisciotte sono usciti molti articoli legati alle vicende triestine, e chiedo venia ai lettori se insisto nello scrivere su questa città, finendo magari per essere ridondante e ripetitivo. A dire il vero, eccetto le notizie sui processi relativi alla mobilitazione No Green Pass, che a Trieste continuano a susseguirsi, non intendevo spendere ulteriori articoli dedicati a questioni triestine. Tuttavia gli ultimi sviluppi e certe recenti e assai gravi dichiarazioni mi hanno spinto ad accantonare questo proposito.
Per chi fosse estraneo al dibattito generatosi negli ultimi mesi su Trieste e sugli interessi internazionali in ballo, rimando alla lettura di alcuni degli articoli pubblicati su ComeDonChisciotte (siccome se n’è già parlato abbondantemente cerco di evitare di ripetere cose già scritte):
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Le guerre e l’orizzonte di un mondo diverso
di Alberto Bradanini
1. All’inizio c’è sempre l’Indignazione, cui segue un indistinto sentimento d’irritazione, non importa se intellettuale, etica o epidermica, che cresce a dismisura se si getta lo sguardo sulle ingiustizie perpetrate dai potenti e sulla macchina della manipolazione che modella una popolazione narcotizzata da consumismo e rimbambimento smartfonico, quella medesima manipolazione che sul piano internazionale impone il delirio paranoico bellicista del principale avversario della pace nel mondo, l’Impero americano. Non v’è dubbio che una sintesi estrema come quella che precede porta con sé il rischio di risultare apodittici. Essa tuttavia ci fa almeno guadagnare in chiarezza di posizionamento.
In dettaglio, se si getta lo sguardo al dipanare degli accadimenti è possibile identificare con buona approssimazione i nemici principali da cui occorre guardarsi: sul piano economico un capitalismo selvaggio e la società della mercificazione; su quello politico l’assolutismo neoliberalista; sul piano filosofico l’alienazione solipsista; su quello sociale il dominio mercantile e sull’arena geopolitica, ça va sans dire, gli Stati Uniti d’America.
Parafrasando l’incipit della Bibbia, all’inizio c’è il Verbo, americano beninteso, che andrebbe chiamato in realtà statunitense, perché i nobili abitanti di quel continente non andrebbero confusi con le oligarchie malate che guidano la locomotiva impazzita di quella nazione. Ma la lingua imperiale deforma senso e controsenso, imponendosi persino nel balbettio lessicale di ridicoli operatori mediatici. Per Verbo statunitense deve comunque intendersi una forma mentis, variante della nozione di caos, luogo metafisico che consente alla plutocrazia bellicista di quel paese di acquisire legittimazione abolitoria di ogni restrizione agli interventi armati contro chiunque osi mantenere la posizione retta. Da lì la patologia dell’eccezionalismo americanista si è poi diffusa nell’inconscio filosofico-valoriale di tante nazioni non solo occidentali, deformando la coscienza di miliardi di individui intellettualmente fragili e indifesi, corredati di difese deboli davanti alle nefande intimidazioni della «nazione scelta da dio per governare un mondo altrimenti ingovernabile» (W. Clinton, 1999).
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Ucraina: con gli USA o con la Ue? Il dilemma dopo la rissa alla Casa Bianca
di Gianandrea Gaiani
Il tragicomico epilogo della visita alla Casa Bianca del presidente ucraino Volodymyr Zelensky ha riaperto il dibattito in Europa e in Italia circa il posizionamento del governo italiano nel contesto del conflitto in Ucraina.
Da un lato gli USA di Donald Trump intenzionati a concludere il conflitto, ormai perduto sul campo dagli ucraini, per riprendere strette relazioni economiche e politiche con la Russia necessarie a gestire con successo altri scenari di crisi falla Cina all’Iran alla Crea del Nord, come abbiamo illustrato in un editoriale precedente.
Dall’altro un’Europa decisamente schierata a favore di una “pace giusta” in cui l’Ucraina non perda territori che vuol dire in concreto una guerra a oltranza che nessuno in Europa è disposto a combattere, che nessuna forza armata in Europa sarebbe in grado di sostenere, che nessuna nazione europea è in grado di sostenere con adeguate forniture militari all’Ucraina e che vede l’opinione pubblica in tutta Europa nettamente contraria.
A queste valutazioni aggiungiamo che sono ben poche le nazioni europee disposte a schierare proprie truppe i Ucraina (ipotesi su cui Mosca ha già posto il suo veto) senza il supporto di un’America determinata a sganciarsi da questo conflitto e dal confronto militare con Mosca.
La rissa
In questo contesto di alta tensione il dibattito nello Studio Ovale, cominciato in modo garbato e diplomatico ma poi degenerato, ha acceso le polveri, almeno a parole, anche in Europa.
“Abbiamo capito molte cose che non avremmo mai potuto capire senza una conversazione così tesa: ho stabilito che il presidente Zelensky non è pronto alla pace con il coinvolgimento statunitense”, ha scritto Trump su Truth Social, aggiungendo che Zelensky ha mancato di rispetto agli Usa e che “può tornare qui una volta che sarà pronto alla pace”.
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Grande è il disordine sotto il cielo, la situazione è… demente
di Nico Maccentelli
Il cambio dei ceti dirigenti negli USA e l’avvento Trump, ha comportato un mutamento totale di strategia politica imperiale davanti al sopravanzare del multipolarismo, la crisi del dollaro e l’accelerazione di processi decolonizzazione come nel Sahel e la lunga guerra di logoramento tra imperialismo e bolivarismo in America Latina.
Se prima la Russia era stata considerata il demone da abbattere nella narrazione del giardino occidentale delle democrazie liberali di borrelliana espressione, e gli USA e i suoi vassalli erano al totale assalto della Federazione Russa sin dal golpe nazista di Euromaidan per smembrarla e accedere alle ingenti risorse interne, ora il trumpismo spera e pensa di contrastare il declino dell’impero americano e dell’egemonia della sua moneta tornando a una sorta di bipolarismo come ai tempi dell’URSS, nel tentativo di spezzare l’alleanza cino-russa, spegnendo il fronte est europeo per rivolgersi all’Indocina e all’Estremo Oriente, con la possibile escalation della crisi taiwanese.
Del resto il secondo nemico, i vassalli, su cui affermare l’egemonia è già stato sconfitto insieme all’Ucraina nella guerra con la Russia, che ha avuto un non meno importante risvolto interno: spezzare il legame con la Russia da parte della Germania, della locomotiva industriale europea. Cosa riuscita anche con mezzi terroristici e avvertimenti mafiosi come l’attentato al Nord Stream. Ma la sconfitta è a questo punto qualcosa di letale per la sopravvivenza dell’euroatlantismo e dell’Unione Europea stessa.
L’analisi sulla guerra in Europa, i rapporti di forza con la Russia, le contraddizioni interne al campo imperialista atlantista, il declino del progetto europeo in crisi irreversibile con questa guerra e con le accelerazioni di una crisi sociale e politica dovute all’economia di guerra: il viaggio neoliberista finale di un TINA che oggi risuona come campane a morto per l’UE stessa.
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La concezione del processo economico di un economista dissenziente: il ‘circuito monetario’ di Augusto Graziani
di Francesco Farina*
La mia frequentazione scientifica di Augusto Graziani ebbe inizio nelle aule del Centro di Specializzazione post-universitario di Portici, dove fui studente del corso di Microeconomia da lui tenuto. Nei decenni successivi le occasioni di incontro con lui sono state tante; il che mi ha consentito di seguire da vicino l’evoluzione del suo pensiero. Fin dai primissimi anni ’70, Graziani andava sviluppando un percorso scientifico di radicalizzazione della visione keynesiana dell’economia. Da giovanissimo economista, da un anno ‘contrattista quadriennale nel Dipartimento di Economia di Napoli, mi ero cimentato in un’interpretazione della dinamica economica italiana imperniata sui modelli keynesiani di lungo periodo (L’accumulazione in Italia (1959-1972), De Donato, Bari, 1976). Il distacco di Graziani dal modello macroeconomico tradizionale ebbe un impatto non solo in ambito teorico ma anche in quello dell’analisi economica applicata, influenzando in profondità la sua visione dello sviluppo economico italiano. Per me costituì un importante stimolo ad approfondire lo studio del pensiero di Keynes, andando oltre la visione neo-keynesiana di cui era impregnata la struttura analitica del mio libro. Mi sollecitò infatti a mettere in discussione la vulgata keynesiana, dedicandomi alla lettura diretta degli scritti di Keynes.
Non affrontai solo lo studio della Teoria generale – molto più arduo di quanto mi aspettassi – ma anche delle altre sue opere, che non avevano trovato accoglienza in quella ‘rilettura’ della sua visione macroeconomica – riduzionistica fino al travisamento – che fu il modello IS-LM. Parlo naturalmente innanzitutto del Trattato sulla moneta, e dello scritto Teoria monetaria della produzione, che contengono in nuce la convinzione che Keynes aveva coltivando negli anni ’30 dell’alterità di un’economia monetaria rispetto alla ‘neutralità della moneta’ della visione dell’economia contenuta nel modello di equilibrio economico generale; ma anche degli articoli del ’37 sul ruolo fondamentale del credito bancario nel finanziamento della produzione; e dei suoi lavori a cavallo fra storia, politica ed economia, come Le conseguenze economiche della pace, La riforma monetaria, Esortazioni e profezie, Lassez-faire e comunismo.
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L’effetto MAGA sulle relazioni USA-Cina: Cresce l’Ambiguità Strategica
di Laura Ruggeri
La politica di "ambiguità strategica" degli Stati Uniti nei confronti della Cina, l'amministrazione Trump e l'incognita neocon
Quattro anni fa, dopo l’insediamento dell'amministrazione Biden, avevo ipotizzato la probabile traiettoria della sua politica di contenimento della Cina in un lungo articolo intitolato Hybrid War on China (Guerra ibrida alla Cina), poi ripreso da un organo di stampa cinese. Sostenevo che gli Stati Uniti, di fronte all'emergere di un ordine mondiale multipolare, avrebbero cercato disperatamente di arrestare il declino della loro egemonia e perseguito una politica aggressiva basata sulla rigida affermazione dell’ideologia liberale. Vale a dire, avrebbe continuato a inquadrare la competizione con la Cina come una battaglia esistenziale tra democrazia e autoritarismo, anche se questa narrazione, e l'ideologia che la sostiene, stavano diventando delle armi spuntate: molte società avevano infatti sviluppato, o stavano sviluppando, anticorpi contro la promozione messianica del liberalismo occidentale. Oggi che l'amministrazione Biden è stata relegata nella pattumiera della storia occorre rivedere quell'analisi per tenere conto della spinta ideologica e delle ambizioni della nuova amministrazione e delle riforme che sta attuando.
Nella squadra di Trump coesistono punti di vista diversi nei confronti della Cina che rispecchiano i pregiudizi ideologici e gli interessi commerciali dei suoi consiglieri e sostenitori e ciò può spiegare la dissonanza che si nota tra le affermazioni del presidente e quelle di vari membri della sua amministrazione. Marco Rubio, Segretario di Stato di Trump, vede la Cina come un paese totalitario che rappresenta una minaccia per l’egemonia americana; gli fa eco Michael Waltz, consigliere per la sicurezza nazionale, che inquadra la sfida cinese in termini ideologici ed esistenziali, e sottolinea le implicazioni a lungo termine dell'ascesa cinese. Al contrario, Elon Musk ammira i progressi tecnologici e industriali della Cina e si oppone a un disaccoppiamento economico, sostiene un approccio cooperativo piuttosto che conflittuale, e intende farsi mediatore tra Stati Uniti e Cina.
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La guerra tra Deep State e Trump distruggerà l’Italia?
di OttolinaTV
L’Europa non esiste e non è un incidente. E’ stato fatto scientificamente: il grande piano del super-imperialismo USA secondo il quale al mondo doveva esistere un solo Paese sovrano (e, cioè, il loro) e tutto il resto dovevano essere semi-colonie, anche se più fedeli a Wall Street che non direttamente a Washington. Alcuni paesi del Sud globale gli hanno dato il due di picche e la nostra propaganda li chiama regimi autoritari. L’Europa, invece, autoritaria non è; anzi: non è e basta. E’ terra di scorribande, amministrazione coloniale per conto delle oligarchie finanziarie che, però, ora sono in guerra tra loro: le big three, da un lato, e la PayPal Mafia dall’altro. Trump nella sua amministrazione ha fatto il pieno di membri della seconda, ma non può rinunciare ai soldi della prima; in Germania domenica ha vinto un uomo di BlackRock e, come prima cosa, ha annunciato che per lui “la priorità è raggiungere l’indipendenza dagli USA”: intendeva dire che invece che fare da zerbino alla cricca che insedia la Casa Bianca, farà da zerbino a quella che (al momento) è rimasta fuori. Scegliere a chi fare da zerbino è l’unica sovranità che c’è rimasta; chi pagherà il costo di questa guerra lo sappiamo già: noi, il 99%. Che dovremo rinunciare a sanità e istruzione per fare l’unica cosa che, nel frattempo, tiene insieme le due fazioni in guerra: armare fino ai denti l’Europa per permettere all’impero, dopo il time break ucraino, di poter sperare di vincere la guerra contro il nemico comune, il Paese più sovrano del pianeta, l’unico che ha tutti gli strumenti per sfanculare Wall Street e vivere felice: la Repubblica Popolare di Cina. Se proprio devo fare dei sacrifici, preferirei farli per una causa migliore…
Togliere ai poveri per dare ai ricchi: la risoluzione di bilancio approvata per un soffio ieri dal Congresso USA, in estrema sintesi, può essere riassunta così; la buona notizia è che poteva pure andare peggio. Trump aveva promesso tagli fiscali che, secondo studi indipendenti, sarebbero arrivati a costare fino a 10 mila miliardi: la manovra approvata ne costerà 4,5. Insomma: sarà lotta di classe dei ricchi contro i poveri, ma meno feroce di quanto promesso da Re Donald; cosa l’ha spinto a darsi una calmata?
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Le macchine della paura
di Paolo Lago
Fabio Malagnini, Horror ex machina. Intelligenze artificiali, robot e androidi nel cinema dell’orrore tecnologico, Odoya, Bologna, 2024, pp. 285, euro 22,00
L’animazione di un oggetto inanimato, secondo Sigmund Freud, rientra nella categoria del “perturbante”, un concetto che si riallaccia a ciò che è spaventoso e che provoca orrore. Rifacendosi alla fiaba di Hoffmann dal titolo Il mago Sabbiolino, Freud afferma che desta particolare perturbamento “una bambola che sembra viva”1 e che “è perturbante in sommo grado il fatto che un oggetto inanimato, ritratto o bambola, acquisti vita propria”2. La bambola della fiaba di Hoffmann appare come un “automa”, cioè un essere che si muove da solo: se lì la spiegazione del movimento era puramente magica e soprannaturale, il movimento degli automi reali, realizzati a partire dal XVII secolo, era meccanico. Questi ultimi si potevano incontrare anche ai banchetti e alle feste delle corti barocche e settecentesche, esposti a fare bella mostra di sé: basta dare uno sguardo all’iperbolico banchetto di una corte tedesca ricostruito dalla fantasia di Federico Fellini in Il Casanova di Federico Fellini (1976), al quale partecipa uno stupefatto Giacomo Casanova. Qui, il celebre intellettuale e seduttore veneziano incontra una bambola meccanica che provoca in lui contemporaneamente attrazione e perturbamento e della quale finirà per innamorarsi.
Ma l’automa è anche e soprattutto portatore di orrore: non è un caso che il vampiro di Murnau, in Nosferatu. Una sinfonia dell’orrore (1922), emerga dal sepolcro e si muova quasi come una marionetta o un burattino, in modo meccanico, come un sonnambulo. Esseri sonnambulici, definiti “automi spirituali” e “mummie del pensiero” da Gilles Deleuze3 sono presenti d’altronde anche nel cinema di Dreyer, non a caso proprio in Vampyr – Il vampiro (1932). La figura dell’automa, nell’immaginario della fantascienza, si è evoluta poi nelle sembianze dell’androide, un essere meccanico dotato di una superiore intelligenza artificiale: è quest’ultima a sostituire, oggi, gli elementi magici, meravigliosi e demonici. Un cortocircuito di tematiche che, nella contemporaneità, esce dall’immaginario cinematografico e letterario per lambire la realtà: è da essa, in cui l’intelligenza artificiale si è ormai diffusa, che emergono gli spunti più inquietanti per un nuovo “orrore tecnologico”.
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Il senso di 'Bibi' per la guerra
di Enrico Tomaselli
Fondamentalmente, lo stato ebraico è intimamente connesso all’idea della guerra, che ne costituisce non solo l’atto fondativo ma anche lo strumento attuativo del disegno sionista. Non certo per caso, è l’unico stato al mondo che non ha una definizione precisa dei propri confini; ciò infatti è funzionale alle mire espansionistiche che puntano alla costruzione del Grande Israele, esteso su gran parte delle terre arabe, e non soltanto sulla Palestina. Ovviamente questo disegno rappresenta un obiettivo ultimo, che lo stato ebraico persegue quando e come se ne presenta l’opportunità, ma che resta valido anche quando apparentemente non si manifesta.
C’è, inoltre, un ulteriore elemento che rende così salda la connessione tra il sionismo e la guerra: le élite sioniste, infatti, e più in generale gli israeliani intellettualmente onesti, ben sanno che lo stato ebraico rappresenta un corpo estraneo in Terra Santa, anche se ovviamente ritengono di avere comunque un diritto divino a restarvi, e pertanto sono consapevoli che queste estraneità non cesserà mai di produrre reazioni di rigetto, rispetto alle quali la guerra è – appunto – la sola risposta possibile.
Come sempre avviene nei processi storici, elementi diversi, riflettendosi reciprocamente, hanno portato a una esasperazione di questa caratteristica. La condizione di perenne insicurezza, determinata appunto dal non venir meno del rigetto da parte araba, ha determinato un crescente radicalizzarsi della popolazione israeliana, soprattutto di quella parte più attivamente impegnata nel movimento colonizzatore, portandola a sostenere le forze di destra ed estrema destra, sostenitrici di fantomatiche soluzioni finali del problema palestinese. Ovviamente ciò ha portato a un ulteriore inasprirsi del conflitto, piuttosto che avvicinarne una soluzione qualsiasi, creando così un meccanismo che si autoalimenta.
Questo processo era già in atto da anni, ma l’attacco portato dalla Resistenza palestinese il 7 ottobre 2023 (che a sua volta ne è conseguenza) ha impresso una significativa accelerazione, determinando una situazione assolutamente nuova.
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Rivoluzione sociale e rivoluzione politica nel giovane Lukács. Alcune note su Storia e coscienza di classe
di Salvatore Tinè
Da Lukács in questione. Storia e coscienza di classe cento anni dopo, a cura di Roberto Morani, Orthotes, Napoli, 2024
1. Necessità economica e attualità politica della rivoluzione sociale
Scopo del presente saggio è mostrare l’importanza fondamentale della mediazione del pensiero di Rosa Luxemburg non soltanto nell’approdo e nel primo approfondimento critico da parte di Georg Lukács di alcune categorie filosofiche politiche del marxismo, da quella, già centrale nella sua fase pre-marxista di “totalità” a quella di “rivoluzione sociale”, ma anche nella successiva e più matura interpretazione “leninista” del marxismo come teoria dell’attualità della rivoluzione proletaria. Più in particolare si tenterà di mostrare come attraverso una lettura originale del pensiero rivoluzionario di Rosa Luxemburg, Lukács si sforzi sia di reinterpretare in termini radicalmente nuovi il marxismo della tradizione, sia di superare i limiti stessi della sua concezione precedente, dai forti tratti storicistici e idealistico-neokantiani, della storia come processo dialettico e come totalità.
Il tema dell’imminenza e della necessità della rivoluzione sociale proletaria costituisce il nucleo della riflessione del giovane Lukács sull’essenza pratico-critica e rivoluzionaria del metodo dialettico marxista. È infatti attorno ad esso che ruota la critica radicale del marxismo “ortodosso” della II Internazionale, ovvero della base teorica e politico-ideologica del movimento operaio europeo, della sua prassi riformista e gradualista, condotta dal pensatore ungherese sia nei saggi filosofici raccolti in Storia e coscienza di classe sia nei più importanti interventi teorico-politici che scandiscono la sua attiva militanza comunista tra il 1918 e i primissimi anni ‘20. L’interpretazione socialdemocratica della dottrina di Marx ed Engels, elaborata dai maggiori dirigenti e teorici della II Internazionale, veniva accusata dal giovane Lukács di avere trasformato e deformato il marxismo in una concezione generale e pretesa scientifica del divenire storico-sociale insieme economicistica e deterministica, finendo per smarrirne totalmente l’essenza, ovvero la sua natura originaria di teoria della rivoluzione fondata sul metodo dialettico.
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Il lungo inverno dell’economia tedesca (ed europea)
di Vincenzo Comito
Qui a Berlino per quasi una settimana le temperature sono scese sino a -12 gradi. Un meteo che simbolizza bene la situazione odierna del paese nel lungo inverno così come quella europea. Può, l’Ue, una fondazione americana, rifondarsi con le attuali classi dirigenti?
Intanto, due eventi, svoltisi a Monaco, hanno molto turbato gli animi della campagna elettorale. Il primo. In televisione si sono visti dei politici, ma anche dei cittadini comuni, apparire del tutto sconvolti di fronte all’attacco brutale del Vice-Presidente Usa, all’UE e alla Germania e questo nel corso della annuale conferenza transatlantica tenutasi nella città bavarese. Non solo, Vance ha suggerito ai tedeschi di votare per il partito di estrema destra, la AfD, di cui ha incontrato la rappresentante, evitando invece di farsi ricevere da Scholz. Lo shock è stato enorme, dal momento che il paese considerava sino a ieri gli Stati Uniti come il grande protettore del suo rinnovamento democratico dopo la catastrofe nazista, nonché il facilitatore della sua ripresa economica e il sicuro protettore militare (Chassany, 2025, a). Un mito crollato in poche ore.
Il secondo evento negativo che ha scosso le coscienze è stato l’episodio del veicolo, guidato da un immigrato, che si è lanciato sulla folla sempre nella stessa città. A poco è valso lo stesso appello dei parenti delle due vittime a non sfruttare l’episodio a fini politici. I cristiano democratici e l’AfD si sono buttati a capofitto sulla vicenda.
La crisi delle esportazioni
E veniamo all’economia. Le ragioni delle odierne difficoltà della Germania sembrano del tutto chiare, come appaiono sostanzialmente chiare quelle dell’intera Unione Europea, mentre la due crisi hanno plausibilmente molto, anche se non tutto, in comune. Per quanto riguarda invece i possibili rimedi le proposte portate avanti dalle varie parti in commedia non coincidono tra di loro in nessuno dei due casi. Quello che si può comunque già dire per quelle avanzate dal futuro cancelliere Merz è che esse appaiono per la gran parte non pari alla gravità della situazione (e certo i recenti dibattiti televisivi tra i più importanti candidati, prima a due, poi a quattro, non hanno fatto gran che per rassicurare), mentre per lo meno oscure appaiono le idee di Bruxelles.
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Panafricanismo, marxismo, comunismo
I. I “classici"; Du Bois, Padmore, Williams, James, Cèsaire
di Carlo Formenti
Traducendo Red Africa di Ochieng Okoth (vedi la mia recensione su questa pagina) mi sono reso conto di quanto poco gli occidentali di sinistra conoscano il pensiero radicale Nero. In quattro post pubblicati negli ultimi tre mesi, frutto di una prima tornata di letture dedicate al tema, ho discusso alcuni lavori di Amilcare Cabral, Said Bouamama e Walter Rodney oltre che dello stesso Okoth. Dopodiché, avendo realizzato di avere solo sfiorato le ricchezze di questo patrimonio di idee, ho avviato una seconda escursione che mi ha offerto ulteriori spunti di riflessione che cercherò di sintetizzare in tre articoli. Quello che state leggendo tratta del pensiero di cinque autori: William Du Bois, George Padmore, Eric Williams, C. L. R. James ed Aimé Césaire. Nel secondo mi occuperò del monumentale lavoro di Cedric Robinson, Black Marxism, nel terzo affronterò la critica di Angela Davis al femminismo delle classi medie bianche.
Come spiega Caroline Elkins nel suo formidabile saggio sui crimini dell'imperialismo britannico (1), nel periodo fra le due guerre mondiali un gruppo di intellettuali giamaicani “itineranti” fra Gran Bretagna, Francia e Stati Uniti (con puntate in Africa e in Unione Sovietica) si fece promotore del progetto di costruzione di un centro mondiale di pensiero anticoloniale che tentò di mixare le culture africane tradizionali (tanto nella versione originale che in quella diasporica) alla teoria marxista e agli insegnamenti della Rivoluzione Russa. Di questa esperienza, e dei suoi prolungamenti successivi, fecero parte fra gli altri, assieme ai già citati DuBois, Padmore, Williams, James e Césaire, Frantz Fanon, Marcus Garvey (il primo a rivendicare una nazione per gli afroamericani) e il leader storico (assieme a Malcolm X) del Black Panther, Stokely Carmichael. In questo articolo mi occupo però solo dei primi cinque.
William Du Bois. Il decano
Du Bois nasce nel 1868 in una cittadina del Massachusetts, dopo che il padre, (un sangue misto franco-africano di religione ugonotta) e la madre (nera nata libera ma discendente di schiavi) erano emigrati negli Stati Uniti.
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