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La ricchezza cresce e i salari diminuiscono
di Vicenç Navarro
Nella foto l'autore di questo interessante articolo, l'economista catalano Vicenç Navarro, Professore di Scienze Politiche e Sociali all'Università Pompeu Fabra di Barcellona e Professore di Politiche Pubbliche alla John Hopkins University di Baltimora. È stato consulente dell'OMS e di molti governi, da quello di Salvador Allende a quello cubano, da quello socialdemocratico svedese a quello USA in occasione della riforma sanitaria lanciata da Hillary Clinton.
Leggendo la stampa, non solo quella economica, ma anche quella generica, ci si trova di fronte a un paradosso che richiama l’attenzione. Da un lato vediamo che dalla II Guerra Mondiale a oggi la ricchezza nella maggioranza dei Paesi OCSE (il gruppo dei Paesi più ricchi del mondo) è cresciuta. E nonostante il calo del PIL pro-capite che diversi Paesi hanno vissuto in questi anni di recessione, è più che probabile che per la grande maggioranza dei Paesi dell’OCSE il PIL procapite continuerà a crescere, indicando così che la ricchezza di questi Paesi continuerà ad aumentare. In base a questo si potrebbe concludere che il livello di vita della popolazione crescerà praticamente in tutti i Paesi più sviluppati economicamente.
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L’università e il mito meritocratico
Guglielmo Forges Davanzati
Sulla cosiddetta riforma dell’Università, è bene sgombrare il campo da un equivoco: il suo reale obiettivo non è introdurre criteri di valutazione che premino il merito, bensì operare un depotenziamento del sistema formativo pubblico che non ha precedenti nella storia recente del Paese[1]. Depotenziamento che è già, in parte, passato attraverso la legge 33/2008, con la quale si è provveduto a sottrarre al sistema universitario pubblico circa un miliardo e mezzo di euro, per il biennio 2010-2011, mettendo a rischio la sopravvivenza stessa di molti Atenei. I fondi recuperabili con la Legge di stabilità non serviranno a ripianare i bilanci degli Atenei italiani, ma, nella migliore delle ipotesi, ad arginare le proteste degli attuali ricercatori in ruolo, che hanno consentito – negli anni passati - la sopravvivenza di corsi di studio, svolgendo attività didattica non retribuita, e ai quali il Ministero offre oggi in cambio la messa ad esaurimento del loro ruolo. Peraltro – e non si tratta di un aspetto marginale – la riduzione dei finanziamenti è ‘lineare’, ovvero non tiene conto delle variabili di contesto (PIL procapite, tassi di disoccupazione) e, dunque, grava maggiormente sulle Università meridionali. La delegittimazione mediatica del sistema universitario pubblico (che regge sulla duplice retorica dei professori ‘baroni’ e ‘fannulloni’) sostiene questo disegno[2].
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Come si costruisce un 7 aprile
di Giuseppe Aragno
C’è chi accenna a rapporti dell’antiterrorismo e accusa studenti e ricercatori: “sovversivi pericolosi”, vanno arrestati. Chi ogni giorno ha tra le mani carte di polizia, note riservatissime e relazioni ignobili di infiltrati e confidenti, sa che la storia ha anche un volto impresentabile, che non riguarda solo i regimi totalitari. Piaccia o no, è il volto del potere. Puoi mettergli a guardia regole e segnare limiti, le zone d’ombra esistono, non le cancelli. Un esempio per tutti: il sindacato. Oggi è normale, per certi versi è addirittura “banale” che esistano confederazioni sindacali. Ci verrebbe da ridere se la Digos le indicasse come “covi di terroristi”. Lo sappiamo. Per loro natura, “raffreddano” il conflitto e sono utilissimi al padronato. Non è andata, però, sempre così.
Napoli, 1893. Nei vecchi rapporti di polizia il sindacato è una minaccia per gli equilibri sociali: l’operaio deve “chiedere”; se rivendica un diritto si ribella.
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Generazione daspo
di Augusto Illuminati
L’agenda politica è cambiata dal 14 dicembre, ce l’abbiamo sotto gli occhi. I bamboccioni per cui passerà alla storia (non oltre i quindici minuti warholiani) un defunto esponente del governo Prodi, i bamboccioni su cui sono inciampati un predicatorio eroe di carta e uno psicolabile ministro-aviatore che voleva gettare bombe sugli afghani e poi si è ristretto ai volantini, i bamboccioni gliel’hanno fatta vedere al partito dell’amore, al partito della nazione e alla bocciofila delle maniche rimboccate. «L’unico boss virile», ovvero Silvio Berlusconi anagrammato in un b-movie da giro malavitoso brianzolo, si dovrà distrarre un attimo dal calciomercato dei moderati per farsi carico di un fenomeno che sfugge alla sua griglia interpretativa e rispetto a cui finora non è riuscito che a balbettare qualcosa sui difetti di comunicazione dei mirabolanti contenuti della legge Gelmini. Non sapendo come affrontare le radici del problema (lui, così bravo a mettere nel sacco i consueti oppositori) dà spago ai fautori del contenimento più cieco, che non spegnerà, anzi attizzerà la protesta ma rischiando di far pagare un prezzo alto a tutta una generazione precaria, a tutta l’Italia.
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All'origine delle crisi: sovrapproduzione o sottoconsumo?
Louis Gill
In un articolo intitolato “La recessione mondiale: momento, interpretazioni e poste in gioco della crisi”, François Chesnais critica l’interpretazione più diffusa della crisi in corso come crisi di sottoconsumo, causata da una contrazione dei salari che si sarebbe cercato di compensare con una forte espansione del credito. In particolare affronta la variante di questa interpretazione presentata da Alan Bihr in un articolo intitolato “Il trionfo catastrofico del neoliberalismo”, ed esprime il suo disaccordo con la tesi di un “plusvalore in eccesso” che vi sviluppa Bihr. La caratterizza come un totale rovesciamento della comprensione del capitalismo ereditata da Marx, secondo la quale il capitale si scontra non con un eccesso, ma con una insufficienza cronica di plusvalore, di cui una manifestazione è la tendenza all’abbassamento del saggio di profitto.
Il fatto che questa penuria di plusvalore sia percepita sotto forma di difficoltà di realizzazione “dimostra la loro cecità di fronte alle contraddizioni del sistema”, scrive Chesnais, che rinvia al mio libro Fondamenti e limiti del capitalismo per “una presentazione molto chiara di queste contraddizioni e di questa cecità”.
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Il casco ti salva la vita
di 99 Posse
Siamo fra i tanti che hanno letto Gomorra. Ci sembrava una lettura delle mafie capace di cogliere il fenomeno nel suo intreccio con la globalizzazione e la struttura capitalistica della società. Il vestito prodotto dal lavoro nero in una piccola fabbrica dell’hinterland napoletano e indossato da Angelina Jolie ci sembrava l’esempio perfetto per cortocircuitare la categoria della legalità, la distanza fra un dickensiano mondo di sotto e lo sfarzo dei vip in mondovisione. Veri o falsi che fossero, a quello e altri episodi descritti nel libro abbiamo attribuito una forte capacità evocativa, una critica esplicita al sistema, lo svelamento di un dispositivo nel quale criminalità organizzata e multinazionali sono dalla stessa parte della barricata.
Per questo non ci siamo mai appassionati alle polemiche sulla novità delle rivelazioni di Saviano, sul loro carattere inedito. E nemmeno alla querelle legata all’autenticità. Quello che ci sembrava interessante era la ricontestualizzazion-e di fatti anche noti dentro una cornice letteraria nuova, capace di esprimere dissenso e critica.
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La piazza e la politica
di Angelo d’Orsi
Possibile che in questo Paese le contestazioni, a un singolo, a un partito, a un governo, si possano fare solo nei salotti televisivi? Che la sola dialettica consentita sia quella di “Porta a Porta”? Che due uova o qualche urlo scagliati contro un dirigente sindacale o un ministro siano da considerarsi alla stregua di un’azione terroristica? Possiamo accettare una reductio della democrazia all’aula parlamentare? Ma non è nell’agorà che essa nacque, nell’antica Grecia? Agorà: piazza, il luogo dove i cittadini si riunivano per discutere e deliberare.
Certo, oggi la democrazia diretta, assembleare, è stata soppiantata da quella rappresentativa, parlamentare; ma nella stessa forma di governo democratica, come ricorda anche la nostra bella Costituzione, i cittadini concorrono a determinare la vita pubblica, attraverso i partiti, ma anche i sindacati, le associazioni e le libere unioni tra singoli in vista di determinati obiettivi, e manifestano liberamente le loro idee in tutti i luoghi idonei (nei limiti della legge): ed è difficile negare che una piazza sia inidonea.
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Il mercato alla base della crisi irlandese
di Domenico Moro
La difficile situazione dell’eurozona, con l’estensione della crisi del debito sovrano all’Irlanda e potenzialmente a Portogallo e Spagna, è il prodotto di quattro tipi di contraddizioni, che si approfondiscono e si intrecciano tra loro.
La prima è interna ai rapporti di mercato. Il debito sovrano è figlio del modo in cui si è tentato dei risolvere la crisi del 2001, attraverso il sostegno artificiale alla domanda. Il costo del denaro, a partire dagli Usa, è stato ridotto quasi a zero, inondando di liquidità i mercati finanziari [1] e spingendo le banche a concedere mutui immobiliari con grande facilità. Il mercato e i prezzi delle case sono lievitati, creando una bolla e permettendo alle famiglie, grazie ai rifinanziamenti dei mutui, di acquistare a credito. In questo modo, si è sostenuta artificialmente la crescita dell’economia di Usa, Spagna, Portogallo e Irlanda, e indirettamente dei grandi paesi esportatori. Con lo scoppio della bolla immobiliare, che ha fatto crollare i prezzi delle case al di sotto dell’indebitamento, le famiglie sono diventate insolventi e, di conseguenza, le banche hanno accusato perdite enormi. Per scongiurare una possibile catena di fallimenti bancari è intervenuto lo Stato, il cui debito è cresciuto repentinamente.
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Gli scenari del teatrino europeo
Sergio Cesaratto
Il 16-17 dicembre si riunisce in Belgio il Consiglio dei leader europei. Quali sono gli scenari che l’Europa ha di fronte?
Alla irrisolta crisi di solvibilità della Grecia si è in questo autunno aggiunta quella dell’Irlanda e a ruota il contagio, che si manifesta con un aumento dei tassi di interesse sui titoli pubblici, è arrivato anche all’Italia via Portogallo e Spagna e ora persino alla Germania. Quali sono le prospettive? Abbiamo di fronte tre scenari: 1) tamponare con un po’ di liquidità la situazione dei paesi periferici chiedendo loro di “aggiustare i propri conti” con “sacrifici” interni;. 2) anticipare la rottura e gestirla evitandone gli aspetti più dolorosi, per quello che si può; 3) attaccare i problemi alla radice nella direzione di costruire una unione politica ed economica funzionante.
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Il fuoco della conoscenza
di Gigi Roggero
É istruttivo ricostruire la giornata del 14 dicembre 2010 attraverso le convulse e affannate cronache del sito di Repubblica. Fin dal primo mattino, fiduciosi nella sfiducia all’ormai impresentabile bubbone Berlusconi, l’attenzione si è concentrata sull’aula parlamentare, sul frenetico inseguimento delle voci di corridoio, sulle ultime compravendite di voti. Le manifestazioni di piazza, dopo essere state accarezzate e coccolate per settimane, sono relegate a metà pagina, eco di contorno di un popolo pronto a inneggiare alla caduta del tiranno. Si capisce: ora, a un passo dall’auspicata uscita di scena del malvagio di Arcore, il problema è ricondurre tutto alla soluzione istituzionale. Ma poco prima dell’ora di pranzo prendono corpo i fantasmi del colpo fallito: al gruppetto capeggiato da Calearo, ultima perla lasciata in eredità dal geniale Veltroni, si aggiungono le futuriste Siliquini e Polidori. Quest’ultima ci restituisce l’immagine simbolo non solo della giornata, ma di un’era politica: la proprietaria del Cepu ha venduto il proprio voto per salvare un’impresa in cui da oggi, oltre alle lauree, si possono comprare anche le fiducie parlamentari.
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La gestione pubblica dell’acqua dopo la sentenza della Corte costituzionale
Carlo Iannello
1. La Corte dichiara legittimo un articolo di cui un milione e quattrocentomila cittadini chiedono l’abrogazione
È di pochi giorni fa la pubblicazione della sentenza n. 325 del 2010 della Corte Costituzionale che ha deciso su una pluralità di ricorsi regionali contro l’art. 23 bis del d.l. 112 del 2008, così come modificato dal cd. decreto Ronchi (art. 15 del d.l. 135 del 2009, convertito in legge n. 166 del 2009).
Non v’è dubbio che la Corte costituzionale con questa sentenza abbia difeso il vecchio, ossia il processo di privatizzazione che è stato intrapreso dall’ordinamento italiano a partire dal 1990. La corte non ha tenuto in nessun conto il nuovo vento antiliberista che soffia nel Paese (ma non solo, come dimostrato dall’esempio del comune di Parigi) e che ha portato alla raccolta di ben 1.400.000 per l’abrogazione della citata normativa, la stessa che era contestata dalle regioni. Certo, si potrebbe correttamente obiettare che un organo di garanzia deve essere immune dalle pressioni politiche. Ed è certamente vero, anche se, occorre dire, in altri casi, si pensi alla decisione del 1993 sull’ammissibilità dei referendum elettorali, la Corte si comportò diversamente, modificando la propria giurisprudenza proprio per andare incontro alla richiesta di cambiamento che proveniva dal Paese. Ma questa volta questo non è avvenuto.
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Il 14 dicembre e la classe che verrà
di Marco Bascetta e Benedetto Vecchi
Le mobilitazioni degli studenti e dei ricercatori hanno raggiunto in questi giorni una intensità e una estensione che non trovano riscontro in nessuno dei picchi di conflitto toccati nell’ultimo ventennio. Una lunga sedimentazione di analisi, di pratiche, di esperienze sembrano addensarsi oggi in un passaggio manifestamente e direttamente politico che, per la prima volta da molto tempo, si rivela in grado di parlare all’intera società e di farsi pienamente comprendere, di incalzare istituzioni e forze politiche, di incidere sul clima sociale e di far traballare i luoghi comuni e i tabù ideologici che da anni impongono, a destra come a sinistra, l’ordine del discorso e l’orizzonte del possibile.
L’aria, insomma, è decisamente cambiata. Perché in questo cambiamento di fase, la questione dell’Università e della formazione riveste un’importanza tanto cruciale? In primo luogo perché proprio su questo terreno l’ideologia e la pratica del neoliberismo e i relativi dispositivi disciplinari hanno allestito il laboratorio in cui si progettava il futuro, approntato le tecniche e le procedure per il controllo delle nuove forme del lavoro (di forza lavoro), teorizzato e messo diffusamente in pratica il precariato come strumento di ricatto, mascherato dalle retoriche dell’efficienza; (e) della meritocrazia e della competizione internazionale.
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I quattro giganti ciechi alla sfida del futuro prossimo*
di Giulietto Chiesa
Dopo un quarantennio imperiale, unipolare, stiamo vivendo una parentesi multipolare. Quanto durerà nessuno può saperlo e non abbiamo una sfera di cristallo in cui guardare. L'unica cosa che sappiamo, con certezza, da molti segnali, è che siamo nella vicinanza relativa di un punto di rottura della continuità storica: quello che si può definire come un “cambiamento di fase”, qualcosa di analogo a quello che in fisica, per esempio, è il passaggio dallo stato liquido a quello gassoso. È per questa ragione che parlo di parentesi multipolare: perché non sarà lunga come la fase storica unipolare che l'ha preceduta, e perché la sua durata equivale alla nostra distanza dal punto di rottura, o cambiamento di fase.
Questa distanza si misura in anni, non in decenni e quello che avverrà in questi anni deciderà le modalità del cambiamento di fase e, in misura decisiva, deciderà anche come l'umanità uscirà dalla transizione.
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Vedere il baratro e girarsi dall'altra parte, ovvero una sinistra (e libertà) senza idee
Leonardo Mazzei
La nullità del progetto vendoliano in un articolo di Alfonso Gianni sul debito pubblico
Alfonso Gianni non è uno sciocco. E' vero, per anni ha fatto il ghost writer di Bertinotti, e questo non gli fa molto onore, ma tendiamo a pensare che non credesse neppure lui a tutte le panzane che era costretto a scrivere in quella veste.
Oggi Gianni è in Sinistra e Libertà, altra sigla, altro monarca. Ma, per quel che ne sappiamo, il Berlusconi di sinistra cucina da solo l'aria fritta dei sui discorsi, e così Gianni può dedicarsi a qualche riflessione politica.
E' questo il caso di un suo articolo uscito sul Manifesto del 3 dicembre [consultabile agevolmente qui]. Il tema è di quelli tosti: il probabile diktat dell'Unione Europea sul debito pubblico italiano. Gianni, diamogliene atto, ha almeno il merito di affrontare un argomento che la sinistra italiana ha del tutto rimosso. Un tema vivacemente discusso in altri paesi, laddove magari ci si comincia anche a chiedere se sia il caso di rimanere nella gabbia dell'Unione, alla mercé dei banchieri di Francoforte.
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Wikileaks: frammenti di disordine globale
Info Free Flow
[A seguire: Dodici tesi su Wikileaks – di Geert Lovink e Patrice Riemens]
Il momento storico in cui Wikileaks opera è decisivo: è quello della crisi dell’egemonia militare, economica, politica, culturale e tecnologica statunitense
La caduta del secondo muro del ’900 (Wall Street) riproduce le sue richieste di glasnost (“openness”) e perestrojka (“change”) perché persino nella caratterizzazione che la vulgata neoliberista le ha dato l’ideologia democratica ha subito una degenerazione. L’imperativo è la riforma del sistema, l’overstretching planetario degli Stati Uniti segna il passo dall’Iraq all’America Latina, l’esecutivo è debole e sotto tutela da parte di chi ambisce ad una risoluzione reazionaria, integralista ed autenticamente “statunitense” della crisi ideologica.
E dentro a questo scenario già complesso di suo comincia ad aggirarsi uno spettro che bisbiglia nelle orecchie di chi lo incontra: «Le informazioni in rivolta scriveranno la storia».
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La crisi dello Stato democratico(*)
intervista di Julia Netesova a Danilo Zolo
Julia Netesova. Gli Stati contemporanei devono affrontare numerose sfide che modificano il loro rapporto con la società: l'interferenza dello Stato è in aumento, gli apparati di sicurezza tendono a divenire più influenti e importanti e,soprattutto, la gente è sempre più preoccupata per la propria sicurezza. Pensa che questi trend influenzeranno la democrazia? In che modo?
Danilo Zolo. Non c'è dubbio che, soprattutto nei paesi occidentali, nuove sfide stanno alterando i rapporti fra quella che un tempo veniva chiamata civil society e le strutture centralizzate del potere statale. Due sono a mio parere i fenomeni più evidenti e più rilevanti. Il primo è il processo di sfaldamento degli istituti della rappresentanza politica che erano alla base del tradizionale modello "democratico", anche nelle sue forme più moderate e realiste à la Schumpeter. I suoi principali assiomi - il pluralismo dei partiti, la competizione fra programmi politici alternativi, la libera scelta elettorale fra élites concorrenziali - sono ormai degli enunciati sfuggenti, puramente formali. Anche il parlamento non svolge più alcuna funzione rappresentativa e legiferante, sostituito dal "governo" che tende a concentrare in sé tutti i poteri dello Stato di diritto (o rule of law) e a praticare una permanente ignorantia legis.
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E' possibile essere comunisti senza Marx?
di Toni Negri
È possibile essere comunisti senza Marx? È evidente che sì. Ciò non toglie che mi capiti spesso di discuterne con compagni e con intellettuali sovversivi di differenti estrazioni. Soprattutto in Francia – e le considerazioni che seguono riguardano essenzialmente la Francia. Debbo comunque confessare che spesso mi annoio a ragionare su questi argomenti, ci son linee troppo diverse e contraddizioni che raramente son condotte a confrontarsi con verifiche o soluzioni sperimentali. Si tratta spesso di confrontarsi con retoriche che astrattamente affrontano la pratica politica. E tuttavia, talora, ci si scontra con posizioni che negano addirittura che ci si possa dichiarare comunisti se si è marxisti. Da ultimo, ad esempio, un importante studioso – che pure aveva sviluppato nel passato le ipotesi del “maoismo” più radicale – mi diceva che, se ci si attenesse al marxismo rivoluzionario, che prevedeva il “deperimento dello Stato”, la sua “estinzione”, dopo la conquista proletaria del potere, e certo non ha realizzato questa finalità, non ci si potrebbe più dichiarare “comunisti”.
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Chi ha ucciso l’euro?
Matías Vernengo*
Prima della Grande Recessione era diffusa l’opinione che il ruolo di riserva internazionale del dollaro fosse a rischio, e che una crisi avrebbe potuto generare una fuga dal dollaro. Invece, inaspettatamente, la vittima della crisi è stato l’euro. Se per caso era rimasto qualche dubbio circa la morte dell’euro dopo la crisi greca, questo è stato eliminato dalla successiva crisi irlandese.
Chi l’ha ucciso? Non c’è bisogno della polizia scientifica per cercare le prove, il colpevole ha lasciato tracce ovunque… no, non è stato il maggiordomo, ma la Banca Centrale Europea.
Negli Stati Uniti la crisi ha fatto sì che la Federal Reserve si impegnasse a mantenere bassi i tassi di interesse sui titoli del debito pubblico a lungo termine, utilizzando la controversa politica di espansione della quantità di moneta. Continuando a comprare grandi quantità di titoli pubblici, la Fed non solo mantiene bassi i tassi di interesse, ma fornisce la garanzia che questi titoli sono assolutamente sicuri.
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Il gasodotto "South stream" non s'ha da fare! Yes mister
Tito Pulsinelli
Per gli Stati Uniti è più importante il petrolio che il coinvolgimento nella sua fallimentare invasione dell'Afganistan: i soldati italiani inviati ed immolati con la foglia di fico della NATO, sono strategicamente inferiori all'autonomia dell'ENI. Per loro, è inaccettabile che il governo di Roma si muova verso la diversificazione delle fonti di approvvigionamento energetico, e che l'ENI collabori con Gazprom. "Il gasodotto South streem non s'ha da fare" dice Washington.
Ok, è comprensibile, difendono i loro specifici interessi nazionali (in fase calante). A loro non conviene una linea che ci collegherebbe direttamente con i giacimenti russi. Ed hanno già lanciato l'anatema anche riguardo le forniture dalla Libia e dall'Iran. Per fortuna l'ENI ha firmato un accordo con il Venezuela, dove investe 19 miliardi di dollari, ed ha già esplorato un gigantesco giacimento che si appresta a trivellare.
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L’Italia senza inconscio. E senza desideri
Massimo Recalcati
Il recente rapporto annuale del Censis che descrive lo scenario sociale del nostro paese, come è stato notato da diversi commentatori, si nutre abbondantemente di concetti, figure e metafore tratte dalla psicoanalisi. Ida Dominijanni, sulle pagine del manifesto di sabato 6 dicembre, riconosceva nel mio ultimo libro, pubblicato a gennaio del 2010 da Cortina con il titolo L’uomo senza inconscio (Raffaello Cortina editore, Milano 2009), la fonte di ispirazione maggiore del ritratto che Giuseppe De Rita e il suo Centro Studi propongono per il nostro tempo. La sregolazione pulsionale e l’eclissi del desiderio, il dominio del godimento immediato, l’apologia del cinismo e del narcisismo, l’evaporazione del padre, sono tutti concetti che il lettore di L'uomo senza inconscio può facilmente ritrovare, alla lettera, nel rapporto del Censis. Lo stesso vale per la coincidenza tra la mia tesi di fondo e quella proposta da De Rita: la cifra nichilistica del nostro tempo si può sintetizzare parlando di una estinzione del soggetto del desiderio e di una apologia del godimento sregolato e immediato.
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Il Gruppo Krisis, la critica del lavoro e il "primato civile degli italiani"*
Anselm Jappe
Nella società del lavoro, il lavoro sta diventando raro come l’aria respirabile nella città. Eppure si esige da tutti di lavorare, se vogliono vivere. Ogni giorno vengono lanciate nuove proposte su come si potrebbe ritornare al pieno impiego. Nessuna ha mai funzionato, né potrà mai funzionare. Né la licenza all’illimitato sfruttamento della forza-lavoro, né il tentativo di sottomettere il capitale globalizzato alla ferula dello Stato riescono a invertire questa tendenza. Altri hanno preso atto dell’impossibilità di ricostituire la società del lavoro di una volta e cercano di salvare le condizioni di vita attuali anche per coloro che non trovano più lavoro. Vogliono fare buon viso a cattiva sorte. Quasi nessuno mette in dubbio il lavoro come principio fondante della società in cui viviamo. Cosa che fa invece il gruppo tedesco Krisis nel Manifesto contro il lavoro. Ma qual è il punto di vista da cui parte una critica così radicale?
Da quasi vent’anni, il gruppo Krisis, riunito intorno all’omonima rivista, sta sviluppando in Germania una delle critiche più articolate, innovatrici e radicali della società capitalistica contemporanea.
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Wikileaks, il WTO e la guerra psicologica
di Comidad
Il presidente dell'Iran Ahmadinejad ha immediatamente catalogato il caso Wikileaks nell'ambito della guerra psicologica, un concetto che nel dibattito politico iraniano non solo è abituale, ma viene anche richiamato in modo appropriato, con chiaro riferimento agli aspetti tecnici del problema. Per un Paese che cerchi di difendersi dal colonialismo, il concetto di "guerra psicologica" infatti costituisce una di quelle categorie-chiave essenziali per comprendere il mondo in cui si vive.
La guerra psicologica risulta tanto più efficace quanto meno viene percepita come tale, e la colonia perfetta è quella inconsapevole di esserlo; quindi non c'è da stupirsi che sui notiziari italiani le parole di Ahmadinejad siano scivolate senza commenti né spiegazioni, ed anche quando l'espressione "guerra psicologica" è stata per un attimo evocata, essa è rimasta a galleggiare in un oceano di indeterminatezza, senza mai far luce con un esempio o con un riferimento storico.
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Del vendolismo e del grillismo
Bruno Casati
Le uniche note positive sono oggi date, almeno in Italia, dalla lotta dei metalmeccanici FIOM, dal movimento dei migranti che cercano di riscattare la loro condizione di schiavi, dalle proteste degli studenti e degli insegnanti che, ma nessuno lo dice, cercano di opporsi al più grande licenziamento di massa mai avvenuto nella storia della Repubblica. E' in campo il diritto al lavoro e alla vita. Ma su tutto ciò è calato il silenzio e si stende il fango delle pratiche di un Governo da brivido e di un Presidente del Consiglio, ormai un cane morto, che si propone "solo" di non andare sotto i processi che lo aspettano. Perché se ci andasse, come ci auguriamo vada, costui non finirebbe i suoi giorni nei paradisi dorati di Santo Domingo, ma nella residenza che un altro santo tiene aperta in quel di piazza Filangeri a Milano. A meno che qualche fine stratega, di cui il PD ad esempio abbonda, non pensi di negoziare la sua fuoriuscita dal Governo offrendogli la Presidenza della Repubblica.
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Il modello che non funziona
di Bruno Amoroso *
Il decennio in corso ha appiattito la politica dell'Unione Europea al potere dei centri finanziari e del sistema dell'euro gestito dalla Bce. L'Ue assomiglia sempre più agli Stati uniti, dove gruppi finanziari e militari di potere sono in grado di assumere la governance dell'intero sistema. La turbolenza finanziaria programmata e provocata da questi gruppi, un atto predatorio organizzato mirante all'espropriazione del risparmio delle persone, è stata una dimostrazione di arroganza che gli eventi successivi hanno pienamente confermato. Così come è stato confermato il loro controllo politico e finanziario sulle istituzioni degli Stati europei. Solo pochi mesi fa l'impressione che le istituzioni europee avrebbero fatto qualcosa per introdurre una maggiore trasparenza e un controllo dei centri e delle istituzioni finanziarie era molto diffusa. Ma queste impressioni si sono rivelate sbagliate. I responsabili della crisi sono divenuti presidenti e membri delle commissioni che dovrebbero controllare e riformare il sistema.
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Divisione del lavoro
di Valerio Bertello
Le due divisioni del lavoro
Nella prima parte si è considerato lo sviluppo della divisione del lavoro ponendo la produttività come l’unico fattore che determina l’affermazione storica di una forza produttiva. Ciò è in ultima analisi vero, ma tale sviluppo è strettamente intrecciato con fattori sociali, innanzitutto i rapporti di produzione, che non possono essere trascurati. Quindi occorre riprendere il discorso ponendo tali rapporti in primo piano.
1. Le due divisioni del lavoro e la contraddizione fondamentale
Il capitalismo sviluppa la divisione cooperativa del lavoro, cioè la cooperazione manifatturiera, come proprio modo specifico di produzione, conferendo al lavoro sociale un nuovo livello di sviluppo che ne fa una forza produttiva integralmente nuova.
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