Fai una donazione
Questo sito è autofinanziato. L'aumento dei costi ci costringe a chiedere un piccolo aiuto ai lettori. CHI NON HA O NON VUOLE USARE UNA CARTA DI CREDITO può comunque cliccare su "donate" e nella pagina successiva è presente (in alto) l'IBAN per un bonifico diretto________________________________
- Details
- Hits: 2423
La ricerca della protezione: appunti sul 4 marzo
di Alessandro Visalli
Si può partire da molte cose per spiegare la fragorosa slavina di domenica che ha travolto tutta la sinistra italiana: in primis la sua magna parte era da molto tempo più liberale che socialista, e parteggiava abbastanza chiaramente per la metà tranquilla e garantita della società; la piccola quota di LeU, fattasi ancora minore, è risultata essere in tutte le sue componenti troppo indecisa e in alcune anche compromessa con la formazione di provenienza per essere credibile per l’altra metà del cielo; del resto anche la piccolissima, ai conti ancora più del previsto, PaP si è rivelata troppo confusa e sotto troppi profili inadeguata per rappresentarla, ed anche questa alla fine ha finito per guardare solo il proprio ombelico. In tutto non è arrivata al 25% degli elettori, cioè a poco più del 15% degli elettori.
Uscendo da questa spiegazione politicista si può anche partire da guardare al nesso tra movimenti sociali e culture politiche; cioè tra quello scivolamento verso il basso almeno del 20% che non si percepisce più classe media (per cui oggi possono sentirsi tranquilli solo il 40% ca, e invece si sentono deboli almeno il 50% della popolazione). Dunque dalla molla che nel silenzio si stava caricando, come dice Bagnasco, e che alla fine è scattata.
Come sta avvenendo in tutto l’occidente, anche in Italia continua insomma quella che Spannaus ha chiamato la rivolta degli elettori. Dal 2016 abbiamo avuto prima la brexit, poi l’elezione di Trump, quindi il preavviso non ascoltato delle elezioni italiane del 2013 e dell’esplosione del M5S, un evento che nel 2014 in “trovare la forma” mi sembrava indicare, ‘come in uno specchio’ il sorgere di un nuovo assetto, un nuovo equilibrio che sorgeva da qualche parte ed iniziava ad aggregarsi.
- Details
- Hits: 1850
Buone pratiche scolastiche e prospettive sociali e politiche dell'educazione
di Federico Repetto
La sinistra pedagogica oggi lavora alle buone pratiche per cambiare la scuola, per quanto si può. Ma questo rimanda ad un nuovo patto tra gli adulti per l’educazione dei ragazzi e ad una contestazione dell’egemonia dell’individualismo neoliberale
1. Le buone pratiche. La scuola oggi non ha bisogno di un’altra riforma globale, per cui la sinistra docente (in collaborazione con enti locali, con associazioni e movimenti educativi, con i dirigenti scolastici e –a Dio piacendo- col ministero) deve puntare a sperimentare e diffondere buone pratiche d’insegnamento. Ed è quello che già fa da decenni, in particolare a partire dagli anni settanta, ma che oggi deve fare con maggiore intensità, data la situazione disperata in cui versa la scuola (vedi l’articolo di Domenico Chiesa sul documento del CIDI di Torino Cambiamo la scuola)
Del resto la sparuta sinistra politica non può aspirare a responsabilità di governo, almeno in ambito nazionale, e, nelle condizioni attuali, se lo facesse sarebbe probabilmente sconfessata da moltissimi dei suoi elettori.
2. Che senso ha oggi dire che la scuola dell’obbligo non può bocciare? In attesa di tempi migliori, e per cercare di accelerarne l’avvento, dovremmo provare ad affrontare di nuovo alcune vecchie questioni, che si ripresentano in forma nuova.
La prima è: è proprio vero che la scuola dell’obbligo non può bocciare? Don Milani parlava delle bocciature di bambini e ragazzi di un’Italia contadina, in cui andare a scuola era comunque più piacevole che lavorare nei campi o in officina. Certo era meglio per loro arrivare alla terza media senza bocciature e acquisire comunque un’idea d’insieme dei programmi, piuttosto che ripetere tre volte la grammatica di prima media e la storia romana.
- Details
- Hits: 2615

La Rivoluzione d’Ottobre
di Paolo Giussani
1.
La Rivoluzione del 1917 sta all’ideologia rivoluzionaria del XX secolo all’incirca come la resurrezione di Lazzaro sta alla fede nella divinità del Cristo, è proprio una disdetta che nel seguito Lucifero si sia preso una bella rivincita.
La vecchia guardia bolscevica è stata eliminata; si è creato un regime politico autocratico retto in coabitazione da ex-menscevichi ed ex-burocrati dell’apparato zarista che ha disposto del controllo dei mezzi di produzione, distribuzione, comunicazione, di tutto quanto; l’economia e la società dell’ex-impero zarista si sono trovate ad essere quasi completamente isolate dal resto del mondo; i lavoratori hanno assunto un atteggiamento completamente passivo e apatico nella più atomizzata società che sia mai esistita nell’epoca moderna. Assieme alla patetica recita della guerra fredda, tutto questo è formidabilmente servito a dimostrare che il capitalismo e la società occidentale sono il migliore dei mondi possibili, anzi l’unico possibile, deviando dal quale si violano le leggi della natura generando mostri che non sono neppure in grado di riprodursi regolarmente. La prima (presunta) grande rivoluzione socialista si rivelava essersi convertita nel miglior sostegno politico e ideologico alla permanenza del capitalismo.
- Details
- Hits: 2991
Dopo il 4 marzo 2018
di Michele Castaldo
I risultati delle elezioni politiche del 4 marzo 2018 segnano certamente una rottura con gli scenari sin qui succedutisi negli oltre 70 anni dalla fine della seconda guerra mondiale. Chi volge lo sguardo altrove, senza intrattenersi sul suo significato, sbaglia, non coglie nelle elezioni di questo periodo in Occidente l’espressione del cambio di fase del movimento della storia senza uguali nei decenni precedenti. Comunque la si pensi, bisogna tener conto del fatto che le elezioni sono un termometro della febbre sociale che si esprime con un simbolo su una scheda.
Di primo acchito un Di Maio ci fa la figura dell’ingenuo sbarbatello rispetto a personaggi del calibro di un Andreotti, un Aldo Moro, un Fanfani, un Berlinguer, un Pajetta, un De Martino, un Craxi o anche – perché no? - un Berlusconi, un Tremonti, un Bossi, un Martino e così via. Proprio come un Peppe Grillo e un Casaleggio appaiono come guru capitati per caso in politica.
L’errore più grave che si possa commettere – e purtroppo si commette – è quello di esaminare un movimento come i 5 Stelle partendo da un punto di vista ideologico novecentesco, cioè se siano di destra o di sinistra i gruppi dirigenti piuttosto che gli strati sociali che li esprimono. Peggio ancora se si sostiene che Grillo, Casaleggio, Di Maio, Di Battista, Fico e altri avrebbero costruito il movimento piuttosto che essere espressione di necessità emergenti dalla società italiana prodotte da una crisi senza precedenti nella sua storia.
- Details
- Hits: 2186
Oriente, Occidente, giammai si incontreranno?
di David Broder
Il sottotitolo del libro di Losurdo promette un’indagine su “come il marxismo occidentale nacque, come morì, come può rinascere”. Sfogliandone le pagine è tuttavia arduo trovarvi traccia di un qualche annunzio di una “rinascita” del marxismo occidentale. Losurdo preferisce assumere il ruolo del medico che, di fronte ad un paziente sofferente, dice ai parenti preoccupati che è venuto il momento di staccare la spina. Il tono combattivo del saggio non stupirà i lettori dei lavori di Losurdo finora disponibili in inglese. Questi vanno da Heidegger and the Ideology of War (2001) [l’originale italiano è La comunità, la morte, l’Occidente. Heidegger e l’ideologia della guerra, Torino 1991 n.d.t.], passando per Hegel and the Freedom of the Moderns (2004) [Hegel e la libertà dei moderni, Roma 1992 e Napoli 2011 n.d.t.], fino a Liberalism: A Counter-History (2011) [Controstoria del liberalismo, Roma-Bari 2005 n.d.t.], War and Revolution: Rethinking the Twentieth Century (2014) [che mette insieme tre differenti testi di Losurdo, n.d.t.] e Non-Violence: A History Beyond the Myth (2017) [La non-violenza. Una storia fuori dal mito, Roma-Bari 2010 n.d.t.], con Nietzsche: The Aristocratic Rebel [Nietzsche, il ribelle aristocratico. Biografia intellettuale e bilancio critico, Torino 2002 n.d.t.] che dovrebbe uscire all’inizio del 2018. Questi titoli costituiscono soltanto una piccola parte della prodigiosa produzione di Losurdo nella sua lingua madre, che comprende qualcosa come trentacinque libri oltre che numerosi volumi in collaborazione e ne fa uno dei più prolifici pensatori italiani della sua generazione. Titolare di una cattedra di Storia della Filosofia a Urbino, ben pochi possono tenergli testa nel mettere insieme energia ed erudizione.
- Details
- Hits: 3199
Individuo e collettività, passato e presente
Touraine vs Bauman: una lettura incrociata
di Piero Borzini
Avevo appena comprato due libri. Emanavano ancora un buon profumo di carta stampata. Si trattava di: Noi Soggetti Umani di Alain Touraine (Il Saggiatore, 2017) e Retrotopia di Zygmunt Bauman (Laterza, 2017). Nell'accingermi alla non facile impresa di prendere appunti in vista di una eventuale recensione, una domanda mi ha subito bloccato: è ammissibile che un lettore comune, che nulla sa di sociologia, si permetta di 'recensire' saggi sociologici? Dopo averci rimuginato su per un po', sono giunto alla seguente conclusione: se il saggio in questione è scritto da accademici per altri accademici, il lettore comune farebbe bene a tenere le proprie riflessioni per sé. Se invece il saggio in questione è di carattere divulgativo, vale a dire diretto al lettore comune, allora sì, è lecito che egli commenti ciò che era indirizzato espressamente a lui. Soddisfatto per aver escogitato questa giustificazione, eccomi qua con la penna in mano. Un'unica avvertenza: la mia competenza in fatto di scienze umane è prossima a zero. Le opinioni che qui riporto sono quindi il frutto più della mia ignoranza che non della mia competenza e del fatto che l'occhio con cui osservo le cose è quello di chi guarda più ai fatti reali che alle costruzioni verbali e a quelle teoretiche.
Due parole essenziali sugli autori. Alain Touraine (1925) è un sociologo francese. No-vantadue anni compiuti, si occupa di sociologia dei movimenti sociali e politici, in modo particolare in relazione a quella che egli ha chiamato la "società post-industriale" (che è quella che altri chiamano società post-moderna). Zygmunt Bauman (1925-2017), è stato un sociologo dai vasti interessi: ha studiato la società moderna e post moderna (cui ha attribuito l'aggettivo "liquida") alle prese con il consumismo e la globalizzazione, occupandosi in modo particolare delle ragioni morali dell'agire sociale.
- Details
- Hits: 3539
Politiche 2018: scomparsa della sinistra
di Michele Nobile
Innanzitutto, i numeri giusti per la giusta finalità
Cosa ci interessa sapere dei risultati delle elezioni politiche? Ovviamente, la distribuzione dei seggi delle Camere fra i diversi partiti, fatto determinante - si presume - della composizione del governo. Il «si presume» consegue dalla possibilità che infine, constatata l’impossibilità o inopportunità di un governo politico, si formi una maggioranza favorevole a un governo «tecnico» o, meglio, tecnocratico, o qualche genere di pasticcio trasformistico. Eventualità da non scartare, visti i risultati di queste elezioni politiche.
Quindi, per il fine istituzionale della composizione delle Camere, della maggioranza e del governo, i numeri da considerare sono quelli forniti dal Ministero dell’Interno e dai mass media, di pronta disponibilità per chiunque. Le percentuali dei partiti sono calcolate sui voti validi.
Se, invece, si considerano le elezioni come una sorta di gigantesco sondaggio sulle opinioni politiche dei cittadini, allora quel che non si deve fare è ragionare a partire dalle percentuali calcolate sui voti validi. Occorre avere la pazienza di ricalcolare le percentuali in rapporto all’elettorato totale, di tutti i cittadini che hanno diritto di voto, astenuti compresi, qui indicati come adv: solo in questo modo ci si potrà fare un’idea corretta della «presa» dei diversi partiti sull’elettorato. Se si compie questa operazione, i risultati possono essere sorprendenti e importanti le implicazioni politiche.
- Details
- Hits: 2559
Il governo dispone illimitatamente di denaro?
di Tom Streithorst
Tutti sanno che i governi devono tassare, prima di poter spendere. Quello che presuppone la Teoria Monetaria Moderna è che forse non è così
Alto, barbuto, con gentili occhi nocciola, il veterano di Occupy Wall Street, Jesse Myerson passa le sue giornate a bussare alle porte delle case dei quartieri degradati del sud dell'Indiana per ricordare agli elettori l'enorme ricchezza del loro paese. Il suo messaggio, come organizzatore del gruppo di base, Hoosier Action [N.d.T.: Hoosier = Abitante dell'Indiana], è che gli Stati Uniti sono una nazione spettacolarmente ricca e che un po' di questa ricchezza potrebbe, e dovrebbe, essere distribuita fra i poveri del sud Indiana.
«Qui, le persone hanno sofferto terribilmente a livello economico, e questo ha portato alla morte spirituale delle comunità,» mi ha detto Myerson a proposito dei posti che frequenta. La dipendenza da oppiacei è molto diffusa, così come lo è il suicidio. «Per le persone non esiste alcun canale ben organizzato in grado di dare un senso alla loro sofferenza, tranne quelli che si legano ad iniziative xenofobe di destra.»
Dice che l'organizzazione maggiormente in competizione con il suo gruppo, per il cuore e la mente degli abitanti poveri dell'Indiana, è un gruppo di suprematisti bianchi chiamato "Traditionalist Workers’ Party". «Si stanno organizzando in una maniera simile alla nostra - questi oligarchi sono tirannici e ci sfruttano, mentre noi abbiamo bisogno di pace e di prosperità - tranne per il fatto che si organizzano a partire da un modello di scarsità,» ci spiega. «Loro dicono che non c'è abbastanza, per andare avanti, perciò i bianchi devono restare uniti e occuparsi di tutto quanto.»
- Details
- Hits: 5180
L’importante è finire. Su un libro recente di Giordano Sivini
di Riccardo Bellofiore
Giordano Sivini, La fine del capitalismo. Dieci scenari, Asterios, Trieste 2016, 128 pp.
La fine del capitalismo. Dieci scenari di Giordano Sivini è un volume di piccole dimensioni ma di grande utilità. Il libro è, nella sua gran parte, una rassegna del discorso sociologico-economico sul capitalismo, soprattutto recente, al vaglio della questione dell’approssimarsi di una sua ‘fine’, se non di un suo già sperimentato collasso. In capitoli che accoppiano sinteticità a chiarezza espositiva l’autore riesce a dar conto dei caratteri principali della riflessione di alcuni dei pensatori al centro del dibattito odierno sul nodo di una ‘fase terminale’ del capitalismo. Si inizia nel capitolo primo (La fine della storia del capitalismo) con Giovanni Arrighi e Immanuel Wallerstein, della scuola del ‘sistema-mondo’. Si prosegue nel capitolo secondo (L’agonia del capitalismo) con l’elaborazione più recente di Wolfgang Streeck, messa in parallelo con la geografia materialistica di David Harvey in un confronto attorno alla questione del ‘soggetto’. Il passaggio ulteriore, nel capitolo terzo (Il suicidio del capitale), prende di petto sintonie e divergenze nell’arcipelago del marxismo per molti versi eterodosso tra, da un lato, la scuola della ‘critica del valore’, guardando in particolare alla riflessione di Robert Kurz, e, dall’altro lato, alla riflessione di Moishe Postone, l’uno e l’altro propositori di un’uscita dal lavoro. Nel capitolo quarto (Verso la nuova società) viene più decisamente avanti la questione del profilo di un possibile futuro ‘oltre’ il capitalismo, con la considerazione del lungo e differenziato percorso di André Gorz, del discorso sul ‘postcapitalismo’ di Paul Mason, e delle pubblicazioni di Jeremy Rifkin.
- Details
- Hits: 4784
Il ritorno del voto di classe, ma al contrario
Ovvero: se il PD è il partito delle élites
di Lorenzo De Sio
All’indomani del voto, alcuni primi elementi suggeriscono che uno dei motivi del fragoroso esito elettorale del 4 marzo sta nella scarsa capacità dei partiti tradizionali di rispondere in modo efficace alle inquietudini degli italiani. Inquietudini generate dalle profonde trasformazioni socio-economiche che stanno investendo il nostro paese. Abbiamo suggerito questa interpretazione in una prima analisi su dati a livello provinciale, in cui mostravamo che – a parità di varie condizioni socio-economiche – le province con livelli più alti di disoccupazione presentavano maggiore crescita del M5S, mentre le province con maggior aumento della presenza di immigrati presentavano un voto più alto alla Lega.
Questo risultato è interessante e significativo, perché è in linea con una teoria ormai consolidata, proposta per la prima volta dal gruppo di ricerca di Hanspeter Kriesi nel 2006 (Kriesi et al. 2006), per cui nei paesi dell’Europa Occidentale i cambiamenti nei comportamenti di voto e il successo di nuovi partiti sarebbero legati agli effetti di processi di trasformazione come la globalizzazione (sia in senso economico che in senso culturale) che – nel loro produrre vincenti e perdenti (ad esempio i lavoratori i cui posti di lavoro vengono delocalizzati, vedi il recente caso Embraco) – generano conflitti che possono essere cavalcati e politicizzati con successo dai partiti.
- Details
- Hits: 4916
Oltre il mito del debito pubblico: non ci sono i soldi o non ce li fanno toccare?
di coniarerivolta
Il mito delle risorse scarse, il mantra dei soldi che non ci sono, è la più potente retorica in mano alla classe dominante perché spoglia le questioni economiche della loro essenza politica trasformando, come per magia, precise scelte di campo in apparenti vincoli di necessità. Dietro alla chiusura di un ospedale non vi sarebbe la scelta di favorire la sanità privata ma il debito della Regione, che impone sacrifici. Dietro alla mancata manutenzione delle scuole non vi sarebbe lo smantellamento sistematico dello stato sociale ma la disciplina di bilancio. La possibilità stessa di immaginare un’alternativa politica a povertà, disoccupazione e sfruttamento viene negata sulla base di un’apparentemente lucida aritmetica della scarsità, una presunta razionalità economica che non lascia scampo, proiettando l’ombra lunga del debito pubblico su ogni rivendicazione e su ogni aspirazione ad un futuro migliore. Quel debito incombente significa che abbiamo già speso troppo, abbiamo vissuto al di sopra dei nostri mezzi ed ora non ci resta che pagare, rinunciando progressivamente a lavoro, sanità, istruzione, trasporti, stili di vita, cultura e tutto quello che il Novecento ci aveva, per l’appunto, solo prestato. Un tempo si scontravano visioni del mondo differenti in un conflitto a tratti appassionato, oggi ci viene raccontata una storia diversa e pacificante: saremmo pure d’accordo nel garantire quei diritti a tutti ma, purtroppo, sono finiti i quattrini – che ci possiamo fare?
- Details
- Hits: 2833
Elezioni 2018: tutto ciò che è reale è razionale
di Fabrizio Marchi
Cerchiamo di fare un po’ di chiarezza su un risultato elettorale sicuramente complesso che la vulgata mediatica in linea di massima (con alcune eccezioni) tende a derubricare come il trionfo delle forze “antisistema” e populiste contro quelle europeiste. C’è sicuramente del vero anche in questo ma si tratta, ovviamente, di una semplificazione politicamente finalizzata.
Cominciamo subito col dire che forze politiche realmente “antisistema”, cioè portatrici di programmi, idee, valori e anche orizzonti realmente alternativi all’ordine economico, sociale e ideologico dominante – al di là, anche in questo caso, della narrazione mediatica – non esistono. Né il M5S né tanto meno la Lega, infatti, si pongono il problema – neanche come orizzonte ideale – di una possibile trasformazione strutturale della società. Si tratta di due forze “populiste” (scegliamo di prendere per buona questa definizione, al fine di semplificare le cose…) che hanno dimostrato di avere la capacità di ascoltare la gente, di capire il proprio popolo (altra definizione che diamo al momento per buona ma che necessiterebbe di ben altro approfondimento), di entrare in relazione con la sua “pancia”, il suo sentire, le sue paure, i suoi bisogni.
- Details
- Hits: 2463
Terrore, terrorismo, rivoluzione
di Andrea Russo
Recensione a Terrorismo e modernità di Donatella Di Cesare pubblicata nel n.4 di Qui e ora
Rispetto all’ormai sterminata bibliografia sull’argomento, il libro di Donatella Di Cesare merita di essere letto, studiato e discusso, soprattutto da chi nutre velleità rivoluzionarie. La tesi di fondo è la seguente: il terrorismo non è un “mostro”, un flagello che si abbatte dall’esterno sulla nostra società, ma parte integrante della storia del moderno Stato democratico. Il merito di questo libro è mettere allo scoperto il tabù che lo Stato moderno cela dentro di sé.
«Terrorismo» è un termine di cui lo Stato ha il monopolio, così come ha il monopolio della violenza. Scrive Di Cesare, «Solo lo Stato esercita il potere di qualificare, definire, nominare. Solo lo Stato può dire ad altri “terrorista” E, per converso, nessuno può applicare allo Stato questo nome, a meno di non dichiararne apertamente l’illegittimità e comprometterne la sovranità».
Nell’ottica statuale, il terrorismo verrebbe solo dal basso. Insomma, per lo Stato non ci sono dubbi: il terrorismo è quello di ribelli, anarchici, autonomi, brigatisti, e poi oggi quello di islamisti e jihadisti. D’altra parte, è pur vero che oggi nessun rivoluzionario si definirebbe mai “terrorista”. Non è un caso, quindi, che siano soprattutto gli Stati a usare il termine nella retorica del discorso pubblico, revisionando di continuo la definizione a seconda dei gruppi che intendono squalificare.
L’acribia con cui la razionalità politica statuale si dedica a rappresentare il terrorismo come forma assoluta del Male contemporaneo è, in realtà, indice del tentativo, mai del tutto riuscito, di occultare quel quantum di terrore che resta inscritto nel cuore dello Stato moderno.
- Details
- Hits: 1759
Il nemico interno: l’imperialismo USA in Siria
di Patrick Higgins
“Tutti i complotti sono uniti tra loro;
come le onde che sembrano fuggirsi eppure si mescolano”
– Louis Antoine de Saint-Just
“… là dove non esiste il disordine, gli imperialisti lo creano…”
– C.L.R. James, I giacobini neri
Nel 1971, al culmine della spaventosa e omicida guerra statunitense al Vietnam, un gruppo di cineasti radicali argentini e italiani, conosciuti come Colectivo de Cine del Tercer Mundo, realizzarono un film dal titolo provocatorio: Palestine, Another Vietnam. Un titolo che dice molto in poche parole, una breve dichiarazione gravida di possibili significati. La principale suggestione del titolo – ovvero, che tanto il Vietnam quanto la Palestina fossero obiettivi di un’aggressione imperiale, così come di una resistenza ad essa – non sarebbe stata in alcun modo fuori luogo, o insolita, negli ambienti della sinistra globale del 1971. In effetti, i rivoluzionari palestinesi dell’epoca prestavano non poca attenzione al Vietnam, studiando sia le brutali tattiche militari utilizzate dall’imperialismo USA al fine di schiacciare un movimento rivoluzionario di popolo, sia la storica resistenza del popolo vietnamita. Quale lezione si poteva trarre da tutto ciò?
A questo proposito, nel 1973, allorquando la rivoluzione anti-coloniale vietnamita proclamava la vittoria sulla superiorità militare degli Stati Uniti, un gruppo di rivoluzionari palestinesi e intellettuali arabi convocava una tavola rotonda moderata da Haytham Ayyoubi, capo della Divisione studi militari dell’Organizzazione per la liberazione della Palestina (OLP).
- Details
- Hits: 2813
Contro l’ideologia cosmopolita ed europeista
A proposito di un libro di Domenico Moro
di Bruno Steri
La gabbia dell’euro
Nel suo ultimo lavoro (La gabbia dell’euro. Perché uscirne è internazionalista e di sinistra. Imprimatur, 2018) Domenico Moro, economista marxista e militante comunista, si impegna in un’importante opera di pulizia concettuale per sgombrare il terreno da alcuni fraintendimenti e resistenze ideologiche che impediscono la risoluta adesione ad un’opzione che egli ritiene vitale per la prospettiva di vita delle classi subalterne (italiane ed europee) e per le sorti della sinistra (comunista e non): la rottura con l’Unione europea e l’uscita dall’euro. Non abbiamo a che fare in senso stretto con un libro di analisi economica, ma con un insieme di lucide argomentazioni che legano i dati dell’analisi economica alle attuali urgenze della battaglia ideologica.
Il libro prende le mosse da una lapidaria e rivelatrice dichiarazione di Guido Carli, già governatore della Banca d’Italia: “L’Unione europea ha rappresentato una via alternativa alla soluzione di problemi che non riuscivamo ad affrontare per le vie ordinarie del governo e del Parlamento”. Come dire che, per far passare determinati orientamenti (antipopolari), occorreva che questi fossero imposti da un’autorità esterna, in grado di porre vincoli indiscutibili bypassando gli organismi decisionali interni e democratici.
- Details
- Hits: 4302
L’economia secondo Andrea Roventini, il candidato ministro del M5S
di Keynesblog
Al di là di come la si pensi sul Movimento 5 Stelle, occorre riconoscere che l’indicazione di Andrea Roventini, docente presso l’Istituto di Economia della Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa guidato fino a poco tempo fa da Giovanni Dosi, è una scelta di alto profilo. I suoi principali interessi di ricerca comprendono l’analisi di sistemi complessi, l’economia computazionale basata su agenti eterogenei, la crescita, i cicli economici e lo studio degli effetti delle politiche monetarie, fiscali, tecnologiche e climatiche. I suoi lavori sono stati pubblicati su Journal of Applied Econometrics, Journal of Economic Dynamics and Control, Journal of Economic Behavior and Organization, Macroeconomic Dynamics, Ecological Economics, Journal of Evolutionary Economics, Environmental Modeling e Software, Computational Economics. Inoltre partecipa a vari progetti di ricerca europei come ISIGrowth, Dolfins e Impressions.
Vale la pena quindi soffermarsi sui suoi lavori. Abbiamo perciò selezionato alcuni articoli e working paper che offrono una carrellata crediamo rappresentativa delle idee del candidato ministro.
Da quando è scoppiata la crisi, ma in particolare negli ultimi 2-3 anni, la critica ai modelli standard è diventata sempre più serrata, tant’è che persino diversi economisti mainstream hanno sollevato pacati dubbi (Blanchard), invitato a guardare altrove (Summers), se non addirittura, in qualche caso, mosso aspre critiche (Romer, Krugman e soprattutto Stiglitz).
- Details
- Hits: 3306
Il demone di Tronti
di Damiano Palano

«Chi vuole fare politica in generale, e soprattutto chi vuole esercitare la politica come professione […] entra in relazione con le potenze diaboliche che stanno in agguato dietro a ogni violenza. […] Chi aspira alla salvezza della propria anima e alla salvezza di altre anime non le ricerca sul terreno della politica, che si pone un compito del tutto diverso e tale da poter essere risolto soltanto con la violenza. Il genio o il demone della politica e il dio dell’amore, anche il dio cristiano nella sua forma ecclesiastica, vivono in un intimo contrasto, che in ogni momento può trasformarsi in un conflitto insanabile».
Sfogliando le seicentocinquanta pagine del Demone della politica – la corposa antologia, curata da Matteo Cavalleri, Michele Filippini e Jamila M.H. Mascat, che raccoglie alcuni dei lavori più importanti stesi da Mario Tronti dal 1958 al 2015 (Il Mulino, pp. 656, euro 46.00) – è quasi inevitabile tornare alle parole che Max Weber pronunciò nella sua celebre conferenza del gennaio 1919. Perché non c’è dubbio che il «demone della politica» sia costantemente presente in ogni pagina di Mario Tronti, dai suoi primi scritti apparentemente teorici fino ai lavori più recenti, pur dominati dalla disillusione e persino da una forma di «disperazione teorica». Non c’è infatti nessuna pagina di Tronti in cui la motivazione e gli obiettivi non siano – più o meno scopertamente – politici. Anche se la politica cui pensa Tronti è una «grande politica» che non ha nulla a che fare con il querulo battibecco che – nella quotidianità delle nostre democrazie d’inizio millennio – siamo soliti chiamare (fin troppo generosamente) «politica».
- Details
- Hits: 1928

Principio speranza
di Salvatore Bravo
La meraviglia panica, ci disperde, dinanzi al trionfo del neoliberismo. Si deve passare dallo stupore alla razionalizzazione. Dinanzi alla carcassa che ci offre il neoliberismo, con lo splendore di un corpo in decomposizione logorato dalle sue contraddizioni senza risposte, dalle quali non pare aprirsi alcun campo di ricerca, alcuna prassi. E’ necessario partire dal punto zero del pensiero per ricominciare. L’incipit di un nuovo percorso deve avere la chiarezza della trappola in cui il mondo è caduto, “La notte del mondo”, a voler usare il linguaggio di Heidegger, e non si coglie la fine della notte. Al silenzio del pensiero e della speranza è necessario opporre la domanda. Quest’ultima necessita che si guardi in profondità, che ci si sottragga alla stimolazione perenne, per vivere l’irrilevanza di questi decenni. La categoria con la quale è possibile leggere la contemporaneità è l’irrilevanza, la mercificazione fa molto più che ridurre tutto alla totalità della valorizzazione, trasforma la vita, le nostre vite, da organico ad inorganico, agisce da acido, annichilisce, con il pensiero, la passione di vivere. Se seguissimo i dettami della nostra Costituzione, il carattere feticistico delle merci sarebbe illegale, non costituzionale, poiché la Costituzione fa della dignità e della volontà soggettiva l’architrave della difesa della dignità delle persone, così come recita l’articolo terzo:
- Details
- Hits: 1755
Lessico della democrazia
Votare: dovere, rito effimero, diritto per contare?
di Giovanni Dursi
Il diritto di voto è garantito dall’articolo 48 della Costituzione della Repubblica italiana, che afferma:
«Sono elettori tutti i cittadini, uomini e donne, che hanno raggiunto la maggiore età.
Il voto è personale ed eguale, libero e segreto. Il suo esercizio è dovere civico.
La legge stabilisce requisiti e modalità per l’esercizio del diritto di voto dei cittadini residenti all’estero e ne assicura l’effettività. A tale fine è istituita una circoscrizione Estero per l’elezione delle Camere, alla quale sono assegnati seggi nel numero stabilito da norma costituzionale e secondo criteri determinati dalla legge. Il diritto di voto non può essere limitato se non per incapacità civile o per effetto di sentenza penale irrevocabile o nei casi di indegnità morale indicati dalla legge».
Come si può leggere, nella Costituzione il voto è considerato un “dovere civico”. Si dibatte da tempo sul senso di queste parole, anche perché è un “dovere” che non prevede sanzioni in caso di violazione. Il voto sembra essere l’unica espressione simbolica delle prassi democratiche. In realtà, nell’ordinamento italiano esistono 4 strumenti di democrazia diretta:
• Petizione (50 della Costituzione)
• Legge di iniziativa popolare a voto parlamentare (71 della Costituzione)
• Referendum abrogativo (75 della Costituzione, il quale è anche il motivo per cui in Italia non ci sarà mai un referendum come quello che ha portato al Brexit)
• Referendum confermativo (138 dell Costituzione)
- Details
- Hits: 4005
Populismo vs establishment, la diga è crollata
di Carlo Formenti
Dopo Trump, dopo la Brexit, dopo il referendum sulla Costituzione italiana del dicembre 2016, erano arrivate la vittoria di Macron nelle elezioni presidenziali francesi e il recente, travagliato rilancio della Grande Coalizione CDU-SPD in Germania, alimentando nell’establishment liberal democratico l’illusione che la marea populista fosse sul punto di rifluire. Invece no. Il risultato delle elezioni politiche italiane di pochi giorni fa testimonia che l’onda prosegue il suo cammino e rischia di travolgere la diga eretta da partiti tradizionali, media e istituzioni nazionali ed europee.
M5S e Lega triplicano le rispettive rappresentanze parlamentari e i loro voti sommati superano il 50%, certificando che metà dei cittadini italiani sono euroscettici e non credono più alle narrazioni sulla fine della crisi e sui presunti benefici della globalizzazione. Partirò da alcuni commenti giornalistici sullo tsunami populista per affrontare quattro interrogativi: 1) quali sono le radici sociali del populismo, 2) quali sono le differenze fra le sue due anime principali; 3) perché le sinistre (tanto le socialdemocratiche quanto le radicali) stanno affondando nell’insignificanza politica; 4) perché, malgrado tutto, l’establishment è ancora in grado resistere e quali scenari si apriranno se e quando la diga crollerà davvero.
- Details
- Hits: 2076
Il motore invisibile
Virtualità e potenza della «forza lavoro»
di Giso Amendola
Gli appassionati di teologia politica frequentano molto quel passo di Walter Benjamin dove si racconta del turco meccanico. Il turco meccanico, racconta Benjamin, è un automa che raggiunse una grande popolarità mostrando di sapere giocare a scacchi: ma le sue capacità, in realtà, erano dovute a un uomo di bassa statura e di grande abilità scacchistica, nascosto dentro il finto automa. Per Benjamin, l’«invisibile» è l’anima teologica che abiterebbe il materialismo. Roberto Ciccarelli è andato a caccia anche lui del motore invisibile del nostro tempo, o meglio, del motore invisibilizzato, di quell’energia che, pure costantemente sotto i nostri occhi, è continuamente occultata dai dispositivi di governo. Solo che Ciccarelli non guarda in un presunto Altro o Altrove, e neppure nelle sfere comunque più o meno trascendenti che custodirebbero qualche presunta «scintilla» della decisione politica, com’è nella tradizione delle teologie politiche che solitamente si richiamano al turco benjaminiano. Per lui, l’energia nascosta non è affatto nascosta, e tantomeno è nei cieli: il motore è tutto presente sul piano di immanenza, ed è nascosto non perché teologicamente profondo, tantomeno perché la verità ami nascondersi, ma perché i meccanismi di sfruttamento e l’inadeguatezza delle nostre categorie di indagine congiurano per rendere impossibile nominarlo.
- Details
- Hits: 3037

Ancora su "Letture sul dramma di Macerata"
Una replica ad Alessandro Visalli
di Mario Galati
L'articolo di Alessandro Visalli sui fatti di Macerata (qui) ha suscitato un vivo dibattito nei commenti e un'articolata replica di Eros Barone (qui). Anche Mario Galati, chiamato in causa nella discussione, ci offre il suo contributo
“In altre parole, se entro il modo di produzione capitalista, fino a che si resta entro la sua logica, appare alla fine comunque razionale, e quindi invincibile, il calcolo economico e la competizione, con essa diventano anche inevitabili i rapporti sociali che esso determina (o meglio, che lo fondano); con la sua logica viene anche una specifica forma di gerarchia sociale. Comprendendo il capitalismo, invece, come figura storica (e non sopra-storica ) diventa possibile accedere ad un piano di critica più profondo. Il calcolo economico, indiscutibile sul piano della valorizzazione del valore (e quindi della sua accumulazione, nel contesto dei rapporti sociali dati), diventa irrazionale se si tiene al centro il principio di una altra socialità: se la ricerca dell’autonomia porta a porre al centro la natura e la società tutta. Il calcolo economico, come scrive nel 1973 Amin, diventa allora riconoscibile come “irrazionale dal punto di vista sociale”.
Se Visalli si fosse attenuto a questa sua citazione non sarebbe incorso nella contraddizione di sostenere il carattere storico-sociale delle categorie di razionale e irrazionale e, nel contempo, di sostenere, sostanzialmente accettandola da Buffagni, la persistenza di forme irrazionali archetipiche connaturate all’essere umano, quali possono essere quelle rappresentate nel mito greco. Un conto è contestare una determinata razionalità storicamente determinata, specificandone il carattere ideologico e la funzione apologetica e strumentale, eventualmente, altro conto è l’irrazionalismo, ossia la rinuncia a spiegare razionalmente, scientificamente (proprio così, con tutte le approssimazioni, la parzialità, le distorsioni e i difetti possibili) i fenomeni umano-sociali, relegandoli sbrigativamente nella dimensione della trascendenza, metafisica o “naturale” che sia, e dell’eternità.
- Details
- Hits: 2643
Tempi faticosi: le relazioni contraddittorie tra tempo di lavoro e produttività
di Maurizio Donato
Le politiche che promuovono flessibilità e precarietà hanno ridotto la crescita della produttività; Marx costituisce ancora un riferimento utile per interpretare questi dati
Da quando – attorno alla metà degli anni ’90 – la produttività del lavoro in Italia ha cominciato a stagnare, le ore di lavoro hanno preso ad aumentare. Le politiche del lavoro che, grazie all’aumentata flessibilità, hanno ridotto le garanzie dei lavoratori, non solo non hanno fatto crescere la produttività, ma hanno contribuito a frenarla.
Se si confronta il tasso di crescita del reddito pro-capite di un paese con i dati relativi a un periodo precedente e con quelli di altri paesi, si possono scoprire diversi elementi interessanti.
In primo luogo, ci si rende conto che in tutti e tre i paesi europei scelti per questo confronto, anche se a livelli diversi (la tendenza è molto più accentuata nel caso dell'Italia), la dinamica è la medesima: diminuisce il tasso di crescita del reddito pro-capite, cala il ritmo della produttività, aumentano (o rallenta il ritmo della loro diminuzione) le ore lavorate pro-capite. Tutto questo prima dell’ultima crisi.
- Details
- Hits: 2343
Ripensare Marx e Engels, tra filosofia e filologia
L’ultimo libro di Giovanni Sgro’
di Giuliano Guzzone*
Nei cinque capitoli – due interamente inediti e tre ottenuti dalla rifusione di una serie di articoli precedentemente apparsi in rivista – e nell’appendice che compongono il suo ultimo libro, Friedrich Engels e il punto d’approdo della filosofia classica tedesca, Giovanni Sgro’ ha raccolto, in forma sistematica e compiuta, i risultati della sua decennale ricerca intorno al pensiero teorico-politico dell’«ultimo Engels». Si tratta di una pubblicazione importante per svariate ragioni.
Dal punto di vista del metodo, essa testimonia l’importanza sempre crescente che il nesso tra filologia e filosofia è venuto acquisendo nella più recente storiografia filosofica, in Italia e all’estero: essa mostra, cioè, come il profilo di un autore anche “classico” possa porsi sotto una luce affatto nuova, come l’esegesi del suo pensiero possa esplicarsi lungo tracciati sensibilmente innovativi, anche rispetto ad una cospicua letteratura, come le precedenti interpretazioni possano acquisire fondamenta più salde qualora si disponga di un’edizione critica integrale, filologicamente accurata, delle sue opere e si consegua un rapporto più intimo e ravvicinato con la “materialità diveniente” del testo filosofico.
- Details
- Hits: 2483
La crisi e la Transizione III – Lavoro e capitale
Il tema del potere della conoscenza nell’atto produttivo
di Sergio Bellucci
In innumerevoli dibattiti di questi anni, di fronte alle analisi sulle trasformazioni del lavoro indotte dalle tecnologie digitali che si stavano producendo, sono stato invitato ad analizzare, a livello globale, lo sviluppo del mondo del lavoro. Si obiettava che, alla riduzione degli occupati operai nel mondo occidentale, corrispondesse un aumento dell’occupazione operaia nel mondo, attraverso i processi di delocalizzazione che molte imprese, grandi e piccole, stavano determinando.
Il processo, come provavo a spiegare, era solo “temporaneo” e non strutturale. Non solo, ben presto, meno di due/tre decenni, le innovazioni più avanzate avrebbero raggiunto anche i territori più lontani e l’impatto, dovuto alla riduzione dei costi delle tecnologie, vantaggioso anche in condizioni di iper-sfruttamento. L’esperienza della più grande fabbrica del mondo, la cinese FOXCON, con la massiccia sostituzione di lavoratori vivi con robot introdotta già dal 2012 e proseguita negli anni successivi non era che una avvisaglia di fenomeni ben più robusti e strutturali. Le stesse ondate di ritorno dei processi di delocalizzazione, spinte a volte da scelte politiche come dimostrano l’esperienza della presidenza Trump, accelerano i processi di distruzione del lavoro vivo, riducendo il lavoro nelle aree disagiate del mondo, ma favoriscono l’installazione di impianti produttivi sempre più automatizzati che producono effetti marginali nel ricco occidente che si vorrebbe avvantaggiare.
Page 373 of 657




























































