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Meglio Caino
Fabrizio Napoleoni
Sono passati più di 6 mesi dal colpo di stato in Ucraina, il conseguente insediamento di un governo antirusso con palesi affiliazioni neo-naziste. Sono passati mesi dalle visite delle delegazioni Statunitensi in Ucraina e dalle visite guidate offerte ai governanti Ucraini presso la Casa Bianca, al cospetto del premio Nobel Obama. Le intercettazioni in cui la diplomatica USA mandava letteralmente “a fare in culo” l’Europa per il lassismo e l’esitazione a determinare gli esiti del governo Ucraino, sono già nel dimenticatoio. Come pure gli incontri della delegazione USAID di fronte a imprenditori Ucraini, sotto l’egida di uno sponsor disinteressato, la Chevron.
La Crimea è ormai annessa alla Russia, illegalmente secondo la Nato, ma lecitamente secondo il 97% dei votanti del referendum largamente votato dalla popolazione che in Crimea, al contrario di Europei e Statunitensi, ci vive. E sono passati ormai mesi da quando il figlio di Joe Biden, vice presidente degli USA, si è insediato dell’ufficio legale di una delle più importanti aziende del settore energetico Ucraino. Sono passati ormai mesi da quando abbiamo saputo, dai nostri allineatissimi media, dei cecchini del governo (eletto) Ucraino che uccidevano più di 100 manifestanti; salvo poi scoprire, inclusa la nostra Lady Ashton, che i cecchini non erano affatto governativi ma affiliati “oscuri” del gruppo Maidan. Mesi sono passati dalla strage di Odessa, in cui i manifestanti filo-russi hanno ricevuto un “caloroso” benservito dalle milizie Maidan a supporto del governo insediato; col benestare USA ovviamente, ed Europeo s’intende. E sono passati mesi dall’abbattimento dell’aereo di linea Olandese; aereo abbattuto dalle contraeree dei ribelli filorussi, così ci diceva la Casa Bianca prima ancora che l’aereo fosse caduto al suolo.
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I marxisti e la Grande Guerra
di Giorgio Gattei (*)
Una pace “per sempre”: da Kant a Angell.
La guerra è brutta – e chi lo nega! Però la si fa – e come si spiega? Frutto della straordinaria stagione illuministica europea lo scritto di Immanuel Kant Per la pace perpetua (1795) si era posto il compito ambizioso di trovare la maniera di por fine a tutte le guerre, e per sempre. Alle spalle dell’opuscolo stava quasi un secolo di “guerre di successione” in cui i regnanti avevano trascinato i popoli europei in micidiali conflitti per garantirsi questa o quella ascesa al trono (guerra di successione spagnola: 1701-1714; guerra di successione polacca: 1733-1738; guerra di successione austriaca: 1740-1748 e perfino quella che le monarchie avevano appena scatenato contro la giovane Repubblica francese poteva esser vista come l’ennesima guerra dinastica per rimettere Luigi XVI sul trono di Parigi). Davanti a questo fatto evidente la soluzione avanzata da Kant risultava la più semplice possibile perché a suo dire, ad impedire le guerre, sarebbe bastato che a deciderle fossero coloro che più di tutti le sopportavano, e cioè i popoli stessi.
In effetti, a partire dalla Querela pacis (1517) di Erasmo da Rotterdam, erano stati avanzati diversi progetti di “pace universale”, ma tutti avevano il difetto di rivolgersi al buon cuore dei prìncipi affinché deponessero le loro aggressività.
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Il mondo va pazzo per il Medio Oriente
di Gian Paolo Calchi Novati
In occasione del centenario della Grande guerra i potenti della Terra pronunciarono pressoché all’unanimità un mea culpa postumo. Anche a costo, come lamentarono alcuni storici, di rimuovere o sminuire le cause profonde del conflitto, i disegni e gli interessi degli Stati, persino i sentimenti spontanei o indotti dei popoli (che alla fine pagarono il prezzo piú alto). Passarono solo poche settimane e si poté verificare che era stato solo uno sfoggio di retorica. La guerra resta la sola “arma” – è proprio il caso di usare questo termine – a cui pensano i governi e di cui apparentemente dispone la diplomazia. Nel suo insieme, l’intervento dell’Occidente nell’area Medio Oriente-Nordafrica di questi anni ha contribuito soprattutto ad attizzare un’inarrestabile escalation di violenza e destabilizzazione. Eppure Barack Obama, un democratico in fama di liberal, il piú “terzomondiale” dei presidenti americani per nascita ed esperienze di vita, non fa altro che ordinare di accendere i motori. La stampa finge di ragionare ma gli opinion leaders arrivano alle stesse conclusioni. Solo la Chiesa cattolica ha mantenuto una sostanziale coerenza lungo la traiettoria interpretativa dell’«inutile strage». Non per niente papa Francesco, da Piazza San Pietro, ha evocato l’immagine di una terza guerra mondiale e a Redipuglia ha definito la guerra «una follia».
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La “buona scuola” e i cattivi maestri
di Mauro Boarelli
Il progetto di riforma della scuola del governo Renzi è un documento molto diverso rispetto a quelli sullo stesso tema che abbiamo conosciuto negli ultimi anni. Il linguaggio è agile e fluido, furbo e ammiccante, pieno di riferimenti alle nuove tecnologie e ai social media, infarcito di anglicismi fino al parossismo (non senza qualche involontario effetto comico), tessuto intorno al binomio conservazione/cambiamento – vera e propria chiave di volta dell’approccio manicheo applicato dal nuovo leader all’intero sistema politico e sociale – e imbevuto della retorica della partecipazione (naturalmente da esercitare on line). Questo nuovo linguaggio non può essere liquidato con una battuta e va studiato con la massima attenzione, perché rappresenta una forma del discorso pubblico che sta mandando definitivamente in soffitta ciò che rimane del discorso politico della cosiddetta “prima repubblica”, i cui cascami sono arrivati per forza di inerzia fino ai nostri giorni. In quel mondo, il vocabolario veniva utilizzato come liquido di diluizione per disperdere la sostanza, coltivare il compromesso, marcare una distanza tra il ceto politico professionale e i cittadini, rinviare qualsiasi decisione a un tempo indefinito. Oggi il nuovo linguaggio che con Renzi si insedia ai vertici del potere è, all’opposto, un linguaggio che vuole coinvolgere chi ascolta, dargli fiducia e speranza, mostrare che i tempi per un cambiamento possono essere ravvicinati. È – anche – un linguaggio che occulta la sostanza delle cose che afferma, però questa dissimulazione è fatta di una materia diversa rispetto al passato: non più la mistificazione aperta o la falsa promessa, ma il raffinato illusionismo che incorpora nelle parole un significato opposto a ciò che esse rappresentano nella loro concretezza.
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L’Europa vista da sinistra
Giovanna Cracco
Quando i toni della propaganda sfiorano, anzi invadono, il campo del ridicolo, ricordando quelli del Cinegiornale Luce – al punto da domandarsi chi possa crederci, se il popolo sia davvero così bue o se lo creda tale solo la classe dirigente – significa che c’è un problema. Talmente serio da far venir meno la consueta sicurezza e lasciar trasparire una insolita coda di paglia: “Informare, non influenzare” recita la scritta finale degli spot Rai sull’Europa in onda da aprile scorso. La costruzione stessa dei ‘video promozionali’, l’abbondanza di enfasi, i simboli e i valori richiamati, danno la misura di quanto sia temuto il dissenso dei cittadini verso la Ue – non perché abbia un potere effettivo, ma perché sapientemente cavalcato da alcuni partiti per ottenere voti alle ultime elezioni europee. C’è dunque bisogno di agire sull’immaginario collettivo, costruire un mito, una narrazione epica dell’Unione, aspetto fino a oggi trascurato dalla classe dominante. Si può dire che se finora l’approccio comunicativo della propaganda europea è stato ‘freddo’ – principalmente argomenti economici, volti a sottolineare razionalmente la convenienza, e l’ineluttabilità, di una Ue – ora è divenuto ‘caldo’, con temi che puntano alla sfera emotiva e irrazionale: gli spot evocano i milioni di morti delle due guerre mondiali e legano la nascita dell’Unione a “sessant’anni di prosperità e democrazia ma soprattutto di pace”; richiamano la creazione della Ceca, affermando che “non è nata per ragioni economiche ma per mettere in comune le materie prime degli armamenti e rendere materialmente impossibile un’altra guerra”; citano “l’inno che parla di gioia” e celebrano “l’idea straordinaria di due giovani antifascisti al confino nata sulla piccola isola di Ventotene”.
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Gli ultimi selfie del capitale*
Lo scontro nella civiltà
Introduzione
I persistenti venti di guerra nell’est dell’Ucraina, così come il nuovo diretto coinvolgimento americano e francese nello scenario mediorientale, ha spinto molti ad una cauta preoccupazione (del resto le zone interessate restano a debita distanza dalle nostre abitazioni) per un’apparente involuzione dell’umanità tutta verso contingenze che venivano considerate di novecentesca memoria. Inoltre, paragoni e rimandi sono anche facilitati dal ricorrere del centesimo anniversario dallo scoppio della prima guerra mondiale. Come ci ha ricordato Paul Kennedy in un articolo uscito su Internazionale all’inizio di luglio, l’assassinio dell’arciduca Francesco Ferdinando a Sarajevo mise in moto una sequenza di eventi destinati ad archiviare tragicamente quel lungo secolo, inaugurato dal Congresso di Vienna, di “sostanziale pace e prosperità per gran parte dell’Europa”. Proprio la trattazione più approfondita di ciò, permetterà una migliore comprensione del presente.
I limiti spaziali all’espansione territoriale ed il primo conflitto mondiale
Il principale obiettivo nell’articolo di Kennedy è comprendere quali siano stati i maggiori responsabili della prima carneficina mondiale del Novecento. La risposta fornita dallo studioso è estremamente chiara: la Germania e le sue difficilmente contestabili mire espansionistiche. Dal nostro punto di vista però, l’articolo contiene un grave errore metodologico: ovvero la trasfigurazione di un epifenomeno (il protagonismo militare tedesco) nella principale variabile indipendente della relazione causale proposta, riassumibile nella semplificata formula il militarismo tedesco ha prodotto la prima guerra mondiale.
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La Palestina sì, il Donbass proprio non ci piace…
Fabrizio Marchi
La cosiddetta crisi russo-ucraina o, per meglio dire, il processo di destabilizzazione di quell’area in corso ormai da tempo in seguito al colpo di stato avvenuto in Ucraina che ha portato al potere l’oligarchia locale filo USA e filo UE che non hanno esitato, per lo scopo, a servirsi delle bande paramilitari nazifasciste di Svoboda e Pravj Sector, ha fatto emergere delle contraddizioni macroscopiche in una buona parte della sinistra cosiddetta “radicale” e anche di quella cosiddetta “antagonista”.
Infatti, una parte consistente e forse addirittura maggioritaria di queste aree politiche (ormai più culturali che politiche…) sostiene che non bisogna prendere posizione, che non bisogna schierarsi perché saremmo di fronte ad uno scontro inter-imperialistico fra gli USA da una parte e la Russia dall’altra.
C’è del vero anche in questo, sia chiaro. Del resto la Russia di Putin non è certo un modello di socialismo e di democrazia, come ho già avuto modo di spiegare in questo mio articolo pubblicato alcuni mesi orsono su questo stesso giornale: http://www.linterferenza.info/esteri/un-primissimo-sguardo-sulla-crisi-russo-ucraina/
E’ evidente che la Russia sta cercando di difendere la sua posizione di potenza egemone in quella che è storicamente la sua area di influenza, o meglio, ciò che di quella rimane dal momento che le tre repubbliche baltiche sono già state sottratte al suo controllo da un pezzo, ridimensionandola fortemente.
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Lenin e la prima guerra mondiale*
di Roberto Sidoli**
Il primo conflitto planetario imperialistico non scoppiò nel luglio/agosto del 1914 per errore umano o pura casualità: come ha giustamente notato David Stevenson nel suo libro “La grande guerra” (p. 43), la tesi della guerra per errore “è oggi insostenibile” anche solo tenendo a mente la distanza temporale di più di un mese creatasi nel 1914 tra il celebre attentato di Sarajevo e lo scoppio effettivo delle ostilità sul suolo europeo.
Non fu certo una guerra divampata a “caldo”…
Inoltre la prima guerra mondiale non si sviluppò certo per assenza o scarsità di processi di globalizzazione, di compenetrazione economica tra le nazioni in conflitto, anzi. Sempre Stevenson, lontano anni-luce da qualunque simpatia comunista e marxista, ha sottolineato un punto fermo ormai assodato dalla storiografia contemporanea notando che “gli anni che precedettero il 1914 conobbero livelli di interdipendenza economica che non si ripeterono più fino a ben oltre la seconda guerra mondiale” e al 1960, visto che proprio nel 1913 le esportazioni/importazioni valevano e pesavano per circa un quarto del prodotto nazionale lordo tedesco, britannico e francese di quel tempo (Stevenson, op. cit., pp. 40-41).
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Catastrofi annunciate
Salvatore Palidda
La cronaca genovese, ligure e di tante altre località italiane, ma anche europee e del mondo intero, è eloquente: i disastri si ripetono immancabilmente ogni volta che si produce un nubifragio violento così come in occasioni di incidenti industriali, stradali e di altro tipo. Chiunque abbia studiato con un minimo di onestà intellettuale questi eventi capisce che si tratta di “fatti politici totali”: sono la conseguenza ben prevedibile di un governo della società che sin dal diciannovesimo secolo e sempre peggio durante il fascismo e dal secondo dopoguerra, non ha mai smesso di operare favorendo nei fatti la riproduzione di catastrofi annunciate. Il liberismo che ha trionfato soprattutto dalla fine degli anni Ottanta ha già esasperato e sicuramente non smetterà di aggravare questa prospettiva proprio perché ormai la sinistra s’è convertita alla sua doxa : priorità allo sviluppo economico, priorità ai profitti, priorità alle grandi opere, non ci sono soldi per il risanamento del dissesto idro-geologico, delle situazioni di inquinamento e di gravissimi rischi per la diffusione di malattie oncologiche. Insomma la res publica è più che mai “parola sconosciuta”, lo stesso futuro sostenibile della società e quindi dell’umanità non ha alcuna importanza secondo il paradigma liberista (dell’hic et nunc massimo profitto).
La situazione è paradossale, in apparenza: si potrebbero creare milioni di posti di lavoro se si adottasse un programma di effettivo risanamento dell’assetto urbanistico, delle infrastrutture e di tutte le attività economiche.
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Verso la legge di stabilità
di Maurizio Sgroi
I tormenti del 2015
Se il 2014 vi è sembrato un anno orribile per la nostra finanza pubblica, e di sicuro finora lo è stato, potete consolarvi pensando che il 2015 sarà peggio. A meno di miracolistiche quanto improvvise crescite del Pil, il nostro Paese dovrà far fronte alle scadenze impegnative che richiedono le regole della spesa e del debito europeo che dovrebbero obbligarci – e mai condizionale fu più d’obbligo – a importanti correzioni fiscali per rientrare nei dettami europei.
Ora, per non rischiare di essere iscritto d’ufficio al partito dei gufi (splendidi animali, fra l’altro), dico subito che dati e parole di questo post sono estratti esclusivamente dalla nota di aggiornamento al Def che il governo ha presentato poche settimane fa e che sospetto pochi abbiano letto interamente, perdendosi così una splendida lezione di finanza pubblica. Al contrario, io mi sono abbeverato alla fonte di tanta conoscenza, e seppure il retrogusto sia vagamente amarognolo, non può dirsi sia stata fatica sprecata. Al contrario. E’ stata una prolusione all’ampio dibattito che comincerà questa settimana sulla futura legge di stabilità, utile anche a capire chi parla sapendo quello che dice e chi no.
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"La deflazione che avanza misura l'inadeguatezza delle politiche della Bce"
di Domenico Moro
I dati ufficiali, rilasciati dall’Istat e riguardanti l’inflazione di settembre, confermano la tendenza alla deflazione in Italia. Tali dati sono importanti per valutare la natura della crisi in atto e delle politiche delle istituzioni europee.
L’Istat usa due indici per calcolare l’inflazione, il NIC, riferito ai consumi dell’intera comunità nazionale e il FOI, riferito ai consumi di operai e impiegati. Il NIC registra a settembre 2014 un calo dei prezzi del -0,2% rispetto a settembre 2013 e del -0,4% rispetto ad agosto 2014. Risultati pressoché identici sono registrati con il FOI, che diminuisce del -0,1% rispetto all’anno precedente e del -0,4% rispetto al mese precedente. Tali risultati rientrano in una tendenza di fondo caratterizzata dal calo progressivo dell’inflazione, che parte dal +0,9% (NIC) di settembre 2013 e arriva alla deflazione attuale. La deflazione, ad ogni modo, non si limita all’Italia: nell’Eurozona si è registrato un calo del -1,4% dei prezzi alla produzione industriale ad Agosto 2014 sullo stesso mese dell’anno precedente.
Quali sono le ragioni del calo dell’inflazione e del presentarsi della deflazione? Secondo l’Istat la deflazione dipende in gran parte dai beni energetici, i cui prezzi calano del -4,5% tra settembre 2014 e settembre 2013. Comunque, ad essere in calo sono i beni in generale (-0,6%), soprattutto, oltre a quelli energetici, i beni durevoli, i tabacchi, e gli alimentari non lavorati, mentre i servizi crescono (+0,6%). Quindi, la ragione della deflazione è, almeno in parte, dipendente dal calo dei prodotti energetici, ben rappresentato dal crollo del prezzo del petrolio greggio, che da 147 dollari per barile del 2008 è passato, per il Brent, a 88,11 dollari, rischiando di scendere sotto i 70 dollari.
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Orrore e dittatura secondo Viviane Forrester
Sebastiano Isaia
Il peggio, del resto, non è sempre la morte,
ma la vita massacrata nei vivi» (Viviane Forrester).
Nel suo saggio Una strana dittatura (Ponte alle grazie) del 2000 la scrittrice Viviane Forrester denunciava l’emergere di «un regime politico nuovo, non dichiarato, di carattere internazionale e addirittura planetario; un regime che si è insediato sotto gli occhi di tutti ma senza che nessuno se ne accorgesse, non clandestinamente ma insidiosamente, poiché la su ideologia rifiuta il principio stesso della politica e la sua potenza non sa che farsene del potere e delle sue istituzioni. […] Per questo regime, non si tratta di organizzare una società, di stabilire in questo senso forme di potere, ma di mettere in opera un’idea fissa, potremmo dire maniacale: l’ossessione di aprire la strada al gioco senza ostacoli del profitto, al gusto di accumulare, alle nevrosi del lucro, pronto a tutte le devastazioni, bramoso di accaparrarsi l’insieme del territorio o meglio dello spazio nella sua interezza, non limitato alle sue configurazioni geografiche».
Si tratta di una vera e propria dittatura che «imperversa sotto il termine, preso a prestito, di “globalizzazione”». Come si fa a smascherare una dittatura senza dittatore, una entità anonima che non aspira a prendere il potere semplicemente perché ha già il potere assoluto sulla società e sui politici che dovrebbero smussarne gli “eccessi”?
Chi ha letto il mio post del 2 ottobre dedicato alla natura totalitaria del regime sociale capitalistico nell’epoca della sussunzione planetaria del pianeta al Capitale (quest’ultimo concepito in primo luogo come rapporto sociale di dominio e di sfruttamento), non mancherà di cogliere una certa assonanza di concetti tra le tesi là esposte e le argomentazioni della scrittrice francese, morta nel luglio del 2013.
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La ricchezza di Thomas Piketty
di Christian Marazzi*
Il libro di Thomas Picketty: “Il capitale del xxi secolo” ha avuto una grande eco soprattutto nei mercati anglosassoni e negli ambienti liberal. Forse perchè la critica alle ineguaglianze di reddito nel capitalismo contemporaneo (impossibili da negare) non mette in risalto che tale esito è connaturato con la stessa essenza dell’instabilità strutturale capitalismo. Non è un caso che nella prossima convention annuale dell’American Economic Association di gennaio 2015 verrà dedicata un’intera plenaria per discutere di come “correggere” dall’interno tali distorsioni. E che persino l’Università Bocconi si sente in dovere di discutere il libro. L’analisi di Christian Marazzi, una critica da “sinistra”, mette invece in luce che non è sufficiente analizzare “in modo neutro” l’iniquità del capitalismo senza metterne in discussione le fondamenta teoriche e politiche.
* * * * *
Lo scorso mercoledì 1 ottobre Martin Wolf ha pubblicato sul Financial Times un articolo sulle ragioni che fanno dell’ineguaglianza un vero e proprio freno all’economia. Per dimostrare l’impatto economico delle diseguaglianze nella distribuzione del reddito e del capitale, in particolare una domanda debole e la regressione dei livelli di educazione, Wolf si basa su due studi, uno di Standard & Poor’s e l’altro di Morgan Stanley, due istituzioni che difficilmente possono considerarsi di sinistra.
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L'Europa dei partiti socialisti senza socialismo
Paolo Favilli
Nella parte conclusiva di un ponderoso libro edito alla metà degli anni Novanta, più di mille pagine dedicate ad un secolo di storia del socialismo europeo, l’autore, Donald Sassoon, ipotizza la possibile scomparsa del «progetto socialista». Precisa, però, che «i partiti socialisti sopravvivranno»1 perché i partiti possono diventare del tutto autonomi rispetto alle ragioni che li hanno fatti nascere.
Si tratta di un’asserzione del tutto condivisibile, ma che mi pare produca difficoltà ed incertezze sui lineamenti del «mutamento» rispetto ad alcuni lineamenti argomentativi del volume. Tale asserzione rimanda con facilità a quel fenomeno di trasformazione politica che è stato chiamato «mutamento genetico», con tutte le ambiguità che vi sono connesse. Questa metafora, infatti, si presta ad interpretazioni molto diverse tanto dei processi che degli esiti del mutamento. L’espressione è da molto tempo (alcuni decenni ormai) di uso comune a vari livelli della pubblicistica. Indubbiamente suggerisce un mutamento molto radicale, ma nello stesso tempo può anche suggerire un’evoluzione secondo modelli naturalistici. Sono, appunto, anche le ambiguità del libro.
La fine del XX secolo ci consegna partiti socialisti senza socialismo.
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V€rso la schiavitù: dall'ordoliberalismo al lavoro merce
Quarantotto
1. Per parlare (ancora) dell'ordoliberismo vorrei prendere spunto dall'immagine-citazione qui accanto, tratta da un contributo su twitter.
La traduciamo così non ci sono equivoci:
"Non penso che sia una buona idea rimpiazzare questo metodo lento ed efficace - che solleva gli Stati nazionali dall'ansia mentre vengono privati del potere- con grandi balzi istituzionali ... Perciò preferisco andare lentamente, frantumando i pezzi di sovranità poco a poco, evitando brusche transizioni dal potere nazionale a quello federale. Questa è il modo in cui ritengo che dovremo costruire le politiche comuni europee...".
Rammentiamo così questa sintesi della natura strumentale dell'ordoliberismo:
"Ordoliberismo : veste €uro-attuale del neo-liberismo che, imperniata sull'obiettivo del lavoro-merce, prende atto dell'ostacolo delle Costituzioni sociali contemporanee (fondate sul lavoro), ed agisce divenendo "ordinamentale", cioè impadronendosi delle istituzioni democratiche per portarle gradualmente ad agire in senso invertito rispetto alle previsioni costituzionali."
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Barbarie globalizzata
Tomasz Konicz
Un tentativo di comprendere il fenomeno dello “Stato Islamico”
Di nuovo. Di nuovo, il presidente degli Stati Uniti mobilita la coalizione di tutti quelli disposti ad entrare in campo contro “il male” (Spiegel Online). Questa volta è il gruppo terrorista “Stato Islamico” (Isis) che deve essere sconfitto in una campagna di tre anni, in cui nella prima fase la Forza Aerea degli Usa estenderà gli attacchi aerei alla Siria. Allo stesso tempo, la Casa Bianca ha chiesto al Congresso la somma di 500 milioni di dollari allo scopo di “addestrare e armare i ribelli siriani moderati”, come ha informato la Reuters.
Questo approccio fa ricordare una fase precedente della guerra civile siriana, cioè quando i servizi segreti occidentali, in intima comunione con i dispotismi fondamentalisti del golfo, come l’Arabia Saudita, hanno appoggiato l’opposizione siriana, appoggio dal quale è nato lo Stato Islamico, oltre a una varietà di altre milizie islamiste. E naturalmente dentro il movimento di opposizione siriana dominano inevitabilmente fazioni fondamentaliste che sono in concorrenza con lo Stato Islamico e lottano contro di esso.
Uno dei principali gruppi ribelli siriani, per esempio, è l’alleanza fondamentalista Fronte Islamico, il cui leader Hassan Abboud è morto recentemente in un attentato presumibilmente realizzato dall’Isis. Il Fronte Islamico rappresenta il maggior contingente tra i ribelli siriani – e ha contatti stretti con il gruppo jihadista al-Nusra.
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Le guerrigliere curde
Ovvero di come i media italiani neutralizzano la rivoluzione in marcia in Rojava
Militant
I media borghesi, si sa, riescono a triturare qualsiasi evento per presentarlo al grande pubblico privilegiando gli aspetti che gli tornano più utili. È il caso, nelle ultime settimane, delle immagini delle guerrigliere curde continuamente diffuse dai media (vedi): immagini che, in molti casi, mostrano donne giovani e belle, così sorridenti che non sfigurerebbero sulla copertina di “Vanity fair” (vedi). Con alcune eccezioni, la loro presenza attiva nella resistenza curda viene ridotta a pettegolezzo dai mezzi di comunicazione italiani, che parlano di combattenti dell’I.S. che sarebbero spaventati dal queste donne soldato (già si sono scordati che solo poche settimane fa gli stessi media lanciavano l’allarme per le ragazze britanniche che si arruolavano con i fondamentalisti sunniti ). Essi, facendo leva su un miscuglio di orientalismo, attrazione per l’esotico e fascinazione per le donne-soldato (basta guardare quanto ha scritto Gennaro Carotenuto in un articolo dell’agosto scorso sulle guerrigliere del Pkk, «delle quale potrei innamorarmi in blocco» , oppure un articolo di un paio di anni fa su Vice, in cui di una di esse si diceva che dava «l’idea di essere stata molto bella in passato»), presentano un’immagine “neutralizzata” e “depotenziata” di queste guerrigliere.
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La rivincita del capitale: 40 anni di RDT, 25 anni dopo
di Vladimiro Giacché
La leggenda di una economia tedesco-orientale al disastro nel 1989 – anzi: da sempre disastrosa - è ormai diventata senso comune, non solo in Germania. Ma è falsa. Non soltanto le difficoltà economiche della Repubblica Democratica Tedesca non ne facevano una “economia decotta” (“marode Wirtschaft”), ma i risultati raggiunti in 40 anni di storia vanno considerati tutt'altro che trascurabili. A dispetto di condizioni di partenza e di contesto estremamente sfavorevoli.
La storia della RDT inizia il 7 ottobre 1949 con un paese semidistrutto dalla guerra. A differenza della Germania Ovest, è privo di materie prime e per giunta deve sopportare quasi per intero il peso delle riparazioni di guerra decise dai vincitori e dovute all’Unione Sovietica. Siccome la RFT smise molto presto di onorare le sue obbligazioni, le riparazioni pagate dalla RDT finirono per ammontare a 99,1 miliardi (DM del 1953) contro i 2,1 miliardi pagati dalla RFT. Un rapporto di 98 a 2. Calcolata per abitante, la sproporzione è ancora maggiore: 130 a 1. Nel 1989 il prof. Arno Peters calcolò quanto avrebbe dovuto pagare la RFT alla RDT per pareggiare il conto, computando gli interessi: 727,1 miliardi DM del 1989.
Questo enorme peso aggravò la scarsità di capitali della RDT e ne condizionò il futuro, rallentandone il tasso di accumulazione. Un altro elemento sfavorevole per la RDT fu rappresentato, sino al 1961, dall’emigrazione all’Ovest di 2 milioni di persone (circa il 20% della forza lavoro complessiva).
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Investire se stessi*
Capitalismo e servitù volontaria
di Camilla Emmenegger, Francesco Gallino, Daniele Gorgone
Una definizione minima
La categoria di servitù volontaria nasce dallo stupore del giovanissimo Étienne de la Boétie (1530-1563) verso la situazione del popolo francese, sottoposto a una tirannia durissima e spietata. Di fronte a questo spettacolo, nel suo Discorso della servitù volontaria, egli si pone la domanda più elementare: come può un uomo solo sottometterne milioni? La risposta schiude un orizzonte problematico osceno: non certo per forza propria, ma contando piuttosto sul sostegno attivo dei sudditi (affamati, derubati, stuprati, mandati a morire in guerra). Quel che a prima vista appare un rapporto di costrizione, si rovescia nel suo contrario: sono i sottomessi a istituire e mantenere in vita il dominio da cui pure vengono terribilmente danneggiati. Con la semplice interruzione degli atti che riproducono quel potere si vedrebbe il tiranno, “come un grande colosso cui sia stata tolta la base, […] precipitare sotto il suo peso e andare in frantumi”1. La facilità con cui i servi potrebbero liberarsi (“per avere la libertà basta desiderarla”)2 conduce La Boétie a una constatazione paradossale: se gli individui non sono liberi, significa che non vogliono esserlo. Sono loro a causare, volontariamente e attivamente, la propria sofferenza.
È possibile che […] la categoria cinquecentesca di servitù volontaria abbia oggi ancora qualcosa da dire? Aiutando forse – se correttamente applicata – la critica del capitalismo a illuminare alcuni punti altrimenti oscuri dell’attuale sistema economico-sociale?
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Verifica dei poteri
di Euronomade
“Siamo pronti anche ad altri interventi non convenzionali”, dichiara solenne Draghi dalla Reggia di Capodimonte a Napoli. I banchieri applaudono all’eroe della faccia espansiva dell’austerity: da Intesa San Paolo/Banconapoli a Unicredit, è tutto un inno allo sforzo erculeo del banchiere buono per vincere l’idra a doppia testa della recessione e del debito. Intanto, i manifestanti della benemerita mobilitazione Block Bce decidono, con una schivata intelligente, di sciamare per il quartiere Sanità, dove il corteo non ha alcuna difficoltà a farsi capire. Lì hanno le idee molto chiare sulla natura della crisi: un enorme processo di estrazione e di concentrazione di ricchezza, che distrugge quel che resta del welfare, impone precarietà, traduce l’instabilità finanziaria in un tentativo continuo di rafforzamento del comando.
L’autunno si apre insomma con una sintesi piuttosto eloquente: da un lato, si dispiega un tentativo impegnativo, che sarebbe pericoloso sottovalutare, di innestare un’altra marcia nella gestione della crisi. Si intensifica lo sforzo di immettere liquidità nel sistema bancario, e, contemporaneamente, si cerca di motivare le banche a far filtrare questa liquidità nelle imprese. Ma, dall’altro lato, il tentativo di “americanizzare” la Bce, di trasformarla definitivamente in un governo politico della crisi e di farne il centro di una nuova politica espansiva, tocca sempre più il suo limite.
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Germania: il vero malato d’Europa
di Thomas Fazi
Il "modello tedesco" viene presentato (anche da Renzi) come un esempio da seguire. La verità è che esso rappresenta una seria minaccia, per l'Europa e per la Germania stessa
Matteo Renzi non perde occasione di ripeterlo: se l’Italia vuole rimanere competitiva deve seguire l’esempio della Germania e fare “le riforme” (alla tedesca). Non è ovviamente l’unico a sostenere questa posizione. L’idea che la Germania sia uno dei pochi paesi in Europa ad “avercela fatta”, e che rappresenti dunque un modello per il resto del continente, è un fatto che viene dato per assodato dalla maggior parte dei politici e commentatori, al punto che oggi quel processo di “germanizzazione dell’Europa” (e, nel caso specifico, dell’Italia) in corso viene salutato da molti come un fatto positivo se non addirittura inevitabile. Trattasi però di una pericolosa illusione: il “modello tedesco”, lungi dall’essere una best practice da esportare nel resto d’Europa, rappresenta un serio pericolo non solo per gli altri paesi ma anche per la stessa Germania.
A dirlo non è qualche “gufo” del Sud Europa, ma nientedimeno che Marcel Fratzscher, presidente di uno dei principali istituti di ricerca economica tedeschi, il DIW, in un libro intitolato appunto Die Deutschland-Illusion (“L’illusione tedesca”; a tal proposito si veda anche questo articolo di Vincenzo Comito).
Secondo Fratzscher, il mito del modello tedesco si basa su una serie di false illusioni, prima fra tutte l’idea che l’enorme avanzo commerciale accumulato dalla Germania in seguito all’introduzione dell’euro (a fronte di un disavanzo commerciale altrettanto grande nei paesi della periferia) sia da imputare alla maggiore “produttività” ed “efficienza” dell’economia tedesca, a sua volta il risultato della famosa riforma del mercato del lavoro (detta “Hartz”) introdotta da Schröder nel 2003-5 – quella a cui si è ispirato Renzi per il suo “Jobs Act” –, a cui andrebbe il merito di aver ridotto la disoccupazione e rilanciato la crescita nel paese.
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“L’Ue è fallita, la sinistra ragioni sull’euro”
Giacomo Russo Spena intervista Emiliano Brancaccio
“Proseguendo con le politiche di austerity l’eurozona è destinata a deflagrare. Per questo, una sinistra degna di questo nome avrebbe il dovere di ragionare anche sulle modalità di uscita dalla moneta unica, per non lasciare il campo soltanto alle destre”. L’economista Emiliano Brancaccio è un convinto europeista. Nel 2011 fu invitato a Parigi dal Partito socialista europeo a presentare lo ‘standard retributivo’, una proposta per interrompere la gara al ribasso tra i salari dei paesi membri dell’Unione. “Ma i tedeschi si opposero. Di quella, come di altre ipotesi di coordinamento europeo, anche le più blande, non se ne fece nulla. Anzi, da allora i conflitti tra paesi sono aumentati”. Di fronte alla dura realtà dei fatti, Brancaccio intravede la rottura del giocattolo Europa. Per questo, accantonando utopie e impossibili riformismi, si batte da tempo per una vera discussione sul destino della moneta unica: “Il tema è complesso e va analizzato attentamente, per sgombrare il campo dalle farneticazioni”.
Pochi giorni fa una Napoli blindata ha ospitato l’incontro della Bce. Si è deciso di continuare con la linea della “austerità espansiva”, ovvero con le politiche del rigore. Di questo passo sarà mai possibile una ripresa economica dei Paesi ora in maggiore difficoltà?
Sotto l’influenza del governo tedesco, il vertice Bce ha ribadito che i singoli stati nazionali dovranno restare fedeli alla linea dell’austerity. Inoltre, dal vertice di Napoli è emerso un altro elemento che getta nuove ombre sul futuro dell’eurozona.
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Azioni e reazioni nell'epoca del caos imperiale
di Piotr
Non ho avuto nemmeno il tempo di scrivere che i terroristi addestrati nel "Califfato" avrebbero a breve operato in Cina e in Russia, che, più veloci della luce, terroristi uiguri (manovrati verosimilmente da settori dei servizi turchi) hanno compiuto un attentato nello Xinjiang e ieri in Cecenia c'è stato un attentato che ha ucciso cinque poliziotti (stessi macro-obiettivi e stessi sponsor).
Quando esposi queste tragiche previsioni in un articolo ("Il chiarimento del caos"), un buontempone commentò così: "Ah, ah, le risate. Divertentissimo articolo, che fantasia!".
Risposi che purtroppo io di fantasia ce ne ho ben poca, ma nei centri strategici dell'Impero ne hanno da vendere, ma è agghiacciante.
Visto che le cose stanno diventando sempre più preoccupanti, occorre essere un po' più seri.
Siamo infatti di fronte a un'accelerazione del conflitto mondiale. Russi e Cinesi sanno perfettamente chi sono i mandanti degli attentati. Sanno anche perfettamente che ritorsioni dirette contro i mandanti provocherebbero una guerra atomica.
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Le contraddizioni di David Harvey
Benedetto Vecchi
David Harvey, «Diciassette contraddizioni e la fine del capitalismo» (Feltrinelli) è l’appassionata analisi condotta dal geografo statunitense sulla crisi economica e la violenta risposta del potere per garantire l’appropriazione privata della ricchezza comune
Una scrittura chiara, essenziale per esporre esporre le contraddizioni del capitalismo, sia quelle connaturate al suo sviluppo, sia quelle che potrebbero portare all’implosione, se non al suo «crollo». Poi, improvvisamente, una deviazione improvvisa da una esposizione che ricorda più un manuale che non a un saggio teoretico. E il libro diventa improvvisamente un diario di viaggio dentro una crisi attorno alla quale sono molte le interpretazioni, ma della quel in pochi riescono a vedere la fine. Le parti più avvincenti di questo Diciassette contraddizioni e la fine del capitalismo (Feltrinelli, pp. 336, euro 25) scritto da David Harvey sono quelle che il geografo statunitense dedica proprio all’ipotesi, per l’autore remota, di un crollo finale del capitalismo. E questo accade quando dalla cornice teorica Harvey sposta il fuoco dell’analisi sui fenomeni sociali e politici che caratterizzano ogni contraddizione, cioè quando compie l’indispensabile movimento che, partendo da una astrazione, giunge a quella contingenza che consente, come viene suggerito da qualche filosofo, di pensare la Politica. La forma espositiva scelta da Harvey rende dunque il libro godibile e, al tempo stesso, è una delle migliori espressioni di quella analisi critica sul «capitalismo estrattivo» che rappresenta uno dei tentativi più convincenti di innovare il marxismo.
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Perché l'Italia non ce la farà
di Roberto Orsi*
Tre articoli firmati da autorevoli commentatori come Ambrose Evans-Pritchard , Roger Bootle (entrambi del Telegraph) e Wolfgang Münchau (Financial Times) sono recentemente apparsi sulla stampa finanziaria: tema comune, la situazione economica dell'Italia e l'instabilità del suo debito pubblico. Le argomentazioni e le parole usate in questi contributi sono da soppesare con cura, perché potrebbero essere il segnale di un graduale riposizionamento degli operatori di mercato e dei policy maker nei confronti del debito sovrano italiano e delle conseguenze della sua attuale traiettoria per l'Eurozona – e non solo. Si tratta di un cambio di prospettiva che implica una prognosi tutt'altro che favorevole sulle possibilità di "guarigione" del nostro Paese.
Nei tre scritti si solleva una domanda fondamentale: cosa succederebbe se l'economia italiana continuasse a ristagnare (o a contrarsi) anche nel 2015-16?
Bootle osserva che "l'Italia è molto vicina a quella situazione che gli economisti chiamano 'trappola del debito', quando cioè l'indice di indebitamento comincia a crescere in modo esponenziale. Per sfuggire a questa trappola ci sono due possibilità: svalutare la moneta o fare default.
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