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I piaceri segreti dell'ambientalismo capitalista
di Andrea Zhok
Capita che nel ridente percorso del capoluogo ambrosiano che conduce alla stazione ferroviaria sia da tempo impossibile sottrarsi alla pubblicità più invasiva. La forma più intrusiva in assoluto è rappresentata dagli schermi onnipresenti che sganciano h24 le loro bombe a grappolo pubblicitarie, a volte in guisa diretta, altre volte travestita da “informazione”.
L’intruso molesto che si affacciava oggi dagli schermi era una nota archistar che decantava, con la seria professionalità che caratterizza il ceto, l’imprescindibilità odierna della “sostenibilità”. La “sostenibilità” oggi – diceva – è un dovere morale cui nessuno può sottrarsi. Sullo sfondo dell’intervista-spot si poteva notare il bellissimo porticato della Statale di Milano che come ogni anno, in occasione del Salone del Mobile, è invaso da policrome e imponenti installazioni. Chi abbia la fortuna di aggirarsi negli spazi universitari, oramai sempre più refrattari ad intristirsi nelle faccenduole della conoscenza, può ammirare ogni anno una grande varietà di installazioni, alcune oggettivamente spettacolari. Il tema di quest’anno, e invero più o meno di tutte le ultime edizioni, è l’AMBIENTE. Su una colossale catasta di container creativi, piantati a ridosso dei bassorilievi secolari, quest’anno campeggia la scritta “Save the Planet”.
Il sito del Fuori Salone 2023 dice, e non abbiamo ragione di non credergli, che Milano è allietata in questi giorni da ben 946 eventi in varie parti della città. Ciascuno di questi eventi è preparato da settimane di lavoro manifesto (spesso veri e propri cantieri) e da mesi di lavoro progettuale.
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Il neoliberismo espropriativo della morte e della vita
di Elisabetta Teghil
Lì si era rivelato un sistema di classe così perfettamente a punto che era restato per lungo tempo invisibile.
Colette Guillaumin
Si fa un gran parlare della GPA, la così detta gravidanza per altri, come se fosse un problema a sé stante e viene affrontato dal punto di vista morale, etico, religioso, politicamente corretto, o dal punto di vista dello sfruttamento di classe e di quello neocoloniale…c’è chi si batte in maniera agguerrita per la famiglia tradizionale e chi per le famiglie arcobaleno, chi tira in ballo la sacralità della maternità, chi lo vuole affrontare dal punto di vista giuridico e creare una legislazione ad hoc per tutelare la donna che porta avanti la gravidanza e/o i diritti del nascituro e/o per definire contratti che tutelino quelle che vengono chiamate parti in causa…
Ma ci si dimentica sempre che la questione è politica e come tale va affrontata e quindi bisogna andare qualche anno indietro.
Il sistema di potere si è appropriato ormai da tempo della morte con la così detta morte cerebrale, una morte dichiarata a tavolino, dallo Stato, per Legge.
Il concetto di morte cerebrale è stato introdotto nel mondo scientifico in contemporanea ai primi espianti-trapianti di organi nella storia della medicina. Chiaramente travestito come da copione da eccellenti motivazioni, per salvare vite umane, per il bene comune. La maggior parte degli organi non può essere prelevata da cadavere, per cui i criteri di accertamento della morte non consentivano questo tipo di interventi. L’introduzione del concetto di morte cerebrale forniva una legittimazione scientifica per poter effettuare i trapianti.
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Fondamento ontico oltre i lavorismi?
di Karlo Raveli, migrante
Risulta che sia stato il mirabile, contraddittorio ma saggio Heidegger a proporci il concetto di fondamento Ontico come “fondamento affettivo di un mammifero, capace di trascendere persino la dimensione parentale ed essere cooptato in attività di affiliazione, amicizia, prosocialità e persino di altruismo”. Come oggi ci spiega assai bene Roberto Marchesini in ‘Intelligenza affettiva, il fondamento che unisce tutte le specie’ (https:// archiviopubblico.ilmanifesto.it/ Articolo/ 2003280233) pubblicato appunto sull’ex-quotidiano comunista. ‘Ex’ ma non ancora totalmente ossequente agli apparati infossicazione globale dei macchinari tipo BlackRock, come il ‘discreto’ concilio londinese di agenzie mondiali di stampa...
Una messa fuoco tanto più significativa e persino straordinaria se teniamo conto delle sintomatiche corrispondenze tra l’epoca ‘neoliberista’ attuale e quella per certi aspetti più brutale in cui visse il giovane Heidegger, con ascesa e assestamento istituzionale dei fascismi europei. Nel suo caso specifico il nazismo, considerando oltretutto come lo visse. Piuttosto contraddittoriamente come sappiamo, ma per certi aspetti non in modo eccessivamente diverso da come oggi subiamo i neo-fascismi assieme ai fenomeni transumanoidi del ‘grande scippo’, il programma oligarchico autistico globale ‘Riassetto 2030/2050’. Ma già comunque attualmente con reazioni di esodi, diserzioni e devianze sempre più significative, se non addirittura epocali. Per cominciare rispetto al lavoro (1) e persino, o diciamo forse tendenzialmente anche verso lo sfruttamento dell’attività altrui (2). Ormai pure evitando la stessa fondamentale riproduzione della specie - vedi le potenziali ‘madri’ dello stato italiano che rinunciano a procreare in questo Plasticene. Certo, con sempre più diffusi e profondi tormenti o smarrimenti, chiamiamoli per ora solo così. Ma nel fondo essenzialmente anti-maieutici.
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Quale Resistenza?
di Nico Maccentelli
Oggi è il 25 aprile e la Resistenza narrata dal regime, con le sue liturgie e le icone del passato tanto comode per le baruffe della partitocrazia, avrà anche troppo spazio. Per questo voglio fare qui una “contro-liturgia” (mo' basta con le sacralizzazioni che depotenziano i reali contenuti!) e parlare di altre Resistenze: quelle di oggi, quelle che vengono occultate e censurate, attaccate e derise dal sistema mediatico.
Partiamo con la prima Resistenza, tutta Ucraina. Ma non quella della propaganda atlantista dei vari programmi su La7, la RAI, Mediaset, della carta stampata come i bugiardoni di regime: La Repubblica, La Stampa e il Corriere, bensì quella di chi in quel vero e proprio mattatoio che è l’Ucraina, la guerra proprio non la vuole: non vuole combatterla e non vuole viverla. E rifiuta la narrazione drogata di un regime nato da un golpe targato CIA nel 2014, che ha non solo represso l’opposizione interna russofona e ortodossa d’osservanza moscovita, ma ha chiuso radio e giornali, messo al bando i partiti d’opposizione compreso il PC d’Ucraina, perseguitato giornalisti e chiunque cerchi di informarsi su canali alternativi e di esprimere il proprio dissenso. Un regime che con un sito, Myrotvorets (1), segnala i “nemici” da colpire e cancella come “eliminati” quelli assassinati dalle sue bande naziste, come accaduto al fotoreporter italiano Andrea Rocchelli e alla giornalista Dughina. In una guerra iniziata con questo golpe e con l’aggressione alle Repubbliche di Donetsk e Lugansk, nate per difendere la popolazione russofona dalla repressione nazi-banderista (2).
In questo contributo video di Nicolai Lilin si scopre che una rete di ragazzi ucraini, per fuggire dalla guerra, ha aiutato a scappare dal paese almeno (stima la Gestapo, pardòn, i servizi ucraini) 1500 retinenti alla carneficina bellica.
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Macerie e retorica
Tanti morti per niente
di Lee Slusher[1]
Traduciamo e pubblichiamo questa eccellente analisi della situazione militare in Ucraina, che comprende una previsione, più che condivisibile, di quali giustificazioni verranno date dalle dirigenze occidentali quando sarà inequivocabilmente chiara “la verità effettuale della cosa”[Roberto Buffagni]
La guerra in Ucraina potrebbe prendere due direzioni. La prima l’ho descritta nel mio ultimo articolo, “Armageddon all’ora del dilettante”[2]. In questo caso, l’Occidente continuerebbe l’escalation fino al conflitto diretto con la Russia, che potrebbe sfociare in una guerra nucleare, nel qual caso tutte le scommesse sarebbero annullate. La seconda opzione è che la Russia vinca in modo abbastanza deciso da stabilire le condizioni per il completamento della guerra, sia attraverso una vittoria militare schiacciante sia forzando un accordo che soddisfi le richieste fondamentali di Mosca. Perché non ci sono altre opzioni? Considerate quanto segue, che ho scritto in una spiegazione dettagliata delle origini della guerra, solo pochi giorni dopo l’invasione russa del febbraio 2022[3]:
Per essere chiari, la Russia ha i mezzi per conquistare tutta l’Ucraina, anche usando solo forze convenzionali. La Russia potrebbe scatenare il suo esercito di un tempo e impiegare massicciamente un’artiglieria, seguita da masse di fanteria di massa e da masse di forze corazzate (carri armati). Un approccio di questo tipo aumenterebbe esponenzialmente le vittime militari e civili e distruggerebbe la maggior parte, se non tutte, le infrastrutture dell’Ucraina.
Tutto ciò rimane vero oggi, anche se quando ho scritto il brano, l’Occidente non si era ancora impegnato completamente in una guerra per procura con la Russia. All’epoca, i leader occidentali si aspettavano ancora che Kiev cadesse nel giro di pochi giorni e il governo statunitense aveva da poco offerto al Presidente Zelensky l’assistenza necessaria per lasciare il Paese. La situazione iniziò a cambiare, prima gradualmente e poi improvvisamente.
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Società del controllo, quarta rivoluzione industriale, guerra, percorsi del capitale per uscire dalla crisi
di Nicola Casale
L'articolo che segue è stato scritto come contributo al dibattito nell'ambito del movimento che si è opposto alla gestione autoritaria della pandemia, agli obblighi vaccinali e al green pass. Il suo fine è di cercare di riconnettere i fili degli accadimenti per individuarne origine e scopi. Perciò tratta in modo molto sintetico questioni che meriterebbero argomentazioni molto più diffuse.
Tra coloro che si sono opposti alla gestione autoritaria della pandemia, ai vaccini e al GP, si è fatta spazio la consapevolezza che non siamo di fronte solo alla folle distorsione di pratiche sanitarie, ma a un disegno più grande che si ripromette una revisione complessiva di tutti i caratteri della vita sociale, economica, politica, culturale, ecc.
L'aspetto che viene colto da tutti è che stiamo transitando velocemente verso una società del controllo. Una società in cui chi detiene il potere possa controllare ogni aspetto della vita di tutti i cittadini al fine di imporgli comportamenti conformi a quanto da esso deciso.
Il progetto si articola attraverso il ricorso a emergenze continue: una prima pandemia, cui altre sicuramente seguiranno, l'emergenza bellica per difendersi dall'aggressivo e disumano mostro russo e liberare il mondo dalla minaccia della dittatura comunista che s'irradia dalla Cina, l'emergenza climatica causata dall'anidride carbonica di origine antropica, l'emergenza idrica per la siccità indotta dai cambiamenti climatici, l'emergenza della crisi finanziaria ed economica, e così via. Le singole emergenze e la loro combinazione sono utilizzate per disciplinare i comportamenti individuali e sociali contrabbandando il disciplinamento come necessario per il bene comune. E sono utilizzate anche per imporre nuovi prodotti di consumo, come le terapie geniche, e nuovi prodotti che cambiano le relazioni sociali, come le tecnologie della comunicazione, la digitalizzazione, la moneta digitale.
Ognuna di queste emergenze è creata in modo artificioso.
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Come la "nuova Europa" ha gettato la "vecchia" sull'orlo del precipizio
di Giacomo Gabellini
A partire dal 1991, la Germania si rivelò capace di cogliere l’occasione presentatasi con il crollo dell’Urss per affinare ulteriormente il proprio livello di specializzazione nella produzione di beni di investimento complessi (automobili, aerei, treni, ecc.) e in tutti i vari aspetti della logistica, nonché per verticalizzare la manifattura e il commercio estero mediante la delocalizzazione delle produzioni dal ridotto valore aggiunto presso i Paesi dell’Europa centro-orientale. Nell’arco di pochi anni, il fenomeno ha consentito a Berlino di riprodurre nel cuore del “vecchio continente” il modello giapponese di specializzazione industriale nei comparti ad alto e/o altissimo valore aggiunto – con polacchi, ungheresi, cechi, sloveni, ecc. che hanno vestito i panni di malesi, taiwanesi, indonesiani e coreani – in grado di aggirare gli effetti negativi prodotti dai salari relativamente elevati e dall’orario di lavoro sempre più corto degli operai tedeschi.
Anni '90: la Mitteleuropa a guida tedesca
Il risultato è stata la trasformazione dell’intera area mitteleuropea, già protagonista di un rapido processo di integrazione nella Nato, in fornitrice di componenti semilavorati per conto dell’hub industriale tedesco, le cui esportazioni cominciarono a caratterizzarsi da quel momento da un forte contenuto di importazioni. Come ha spiegato Marcello De Cecco nel 2009: «la Germania, negli ultimi due decenni, ha sviluppato una struttura geografica e anche merceologica del commercio estero abbastanza simile a quella che aveva prima del 1914. È riuscita a costituire al centro dell’Europa un enorme blocco manifatturiero integrato, includendo via via tutte le aree industriali ad essa vicine in una rete produttiva le cui maglie sono divenute sempre più strette.
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Karl Marx e l'inchiesta operaia. Storia, ricezione e prospettive politiche
di Clark McAllister
Pubblichiamo la trascrizione riveduta dall’autore, Clark McAllister, della relazione tenuta in occasione della presentazione del suo volume Karl Marx’s Workers’ Inquiry. International History, Reception, and Responses, Notes from Below, London 2022 a Bologna (gennaio 2023). In questo testo, McAllister ricostruisce l’immediata ricezione dell’Enquête ouvrière pubblicata da Karl Marx nel 1880, sulla rivista «La Revue Socialiste». La maggioranza degli studiosi ritiene che il progetto politico dell’inchiesta operaia si fosse rivelato un completo fallimento derubricandolo, così, ad una semplice curiosità dell’ultimo Marx. McAllister, falsificando questa lettura tendenziosa, dimostra la fortuna della proposta politica dell’inchiesta all’indomani della sua pubblicazione. La presentazione del testo, organizzata dal centro di ricerca «Officine della formazione», ha interrogato l’inchiesta marxiana tentando di attualizzarne le prospettive. Il testo si può scaricare gratuitamente al seguente indirizzo: https://notesfrombelow.org/issue/karl-marxs-workers-inquiry.
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Oggi, il capitale imperversa in una tremenda crisi che getta le nostre vite e il nostro futuro in un'incertezza sempre maggiore. Chi detiene il potere scarica gli effetti della crisi sulle spalle dei lavoratori, su chi già sopporta il peso e la fatica del lavoro. Nel Regno Unito, ad esempio, il governo sta cercando di fare passare una legge che criminalizza le azioni di sciopero. Questa è la risposta alle lotte della classe lavoratrice e alla ripresa esplosiva, nell’ultimo anno, del conflitto contro i padroni e contro il governo.
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Il D-Day di Kiev
di Enrico Tomaselli
Arriva o non arriva? La più mediatica delle controffensive dei tempi moderni, più volte annunciata, non ha ancora preso corpo, ma la finestra temporale entro cui può iniziare si restringe di giorno in giorno. Per l’Ucraina è un vero e proprio all-in, perché se dovesse fallire non ci sarà la possibilità di lanciarne un’altra. E per avere successo, non sono pochi gli elementi che si devono mettere in asse, nel giusto modo.
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Quel che serve agli ucraini
Sono ormai mesi che si parla della controffensiva ucraina e, come sempre in questi casi, più se ne parla più crescono le aspettative – soprattutto occidentali. Da un lato, ovviamente, le leadership atlantiche vorrebbero vedere almeno un successo tattico, che consentisse di dare un senso all’enorme invio di armi e denaro con cui è stata sommersa l’Ucraina negli ultimi 14 mesi, oltre che dare agio alle forze armate ucraine di riprendere fiato, così da poter prolungare ancora la guerra. Dall’altro, le opinioni pubbliche (soprattutto europee) che sperano in una rapida conclusione del conflitto, non osando tifare per Mosca, si crogiolano almeno nell’illusione di una vittoria di Kiev.
Ma dietro il massiccio schermo propagandistico, ormai si intravede sempre più lo scetticismo realista di molti analisti ed esperti di cose militari. Per dirla con le parole di Franz-Stefan Gady, analista dell’International Institute for Strategic Studies, “gli ucraini potrebbero ottenere un successo tattico (…) innescando una disfatta nella fase iniziale della controffensiva. Se questo sarà sufficiente per l’Ucraina per ottenere guadagni strategici a lungo termine – figuriamoci vincere la guerra – è tutta un’altra questione.” (1)
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La fame nel mondo e lo (squallido) gioco dell'UE sul grano ucraino
di Fabrizio Poggi
Mentre la “fraterna” Polonia “senza frontiere" con l'Ucraina introduce il divieto su importazione e transito di prodotti agricoli ucraini fino al 30 giugno, è prorogata fino a maggio l'esportazione in Africa di cereali da Ucraina e Russia, la cosiddetta Black Sea Grain Initiative che, approvata da Russia, Ucraina, Turchia e ONU, dovrebbe garantire la sicurezza di navigazione per cereali, derrate alimentari e fertilizzanti spediti da porti ucraini, attraverso corridoi marittimi sul mar Nero.
Dal giugno 2022, allorché fu firmato l'accordo, prorogato ogni quattro mesi, sono state trasportate quasi 25 milioni di tonnellate di cereali e altre derrate verso 45 paesi. Prima della guerra, Russia e Ucraina erano tra i primi dieci produttori mondiali di grano e tra i cinque maggiori esportatori di grano e fertilizzanti verso Europa, Asia e Africa. Tra parentesi, la Russia lo è tuttora.
Il 25% circa dei carichi, scrive Pius Adeleye su “Jeune Afrique”, va a paesi con grossi deficit alimentari, in particolare nel Corno d'Africa; ma i principali beneficiari dell'accordo sono Cina, Spagna, Turchia e Italia. Secondo la FAO, almeno sedici paesi africani importano la maggior parte del grano da Russia e Ucraina; nel complesso, tra il 2018 e il 2020, l'Africa ha importato circa 3,7 miliardi di dollari di cereali dalla Russia e 1,4 mld dall'Ucraina.
Sull'edizione russa di “Forbes”, Aleks Budris scrive però che Mosca minaccia di non approvare la quarta proroga dell'accordo: lo scorso 7 aprile, il Ministro degli esteri Sergej Lavròv ha detto che «Se non ci saranno progressi nella rimozione degli ostacoli all'esportazione di fertilizzanti e cereali russi, valuteremo quanto l'accordo sia necessario». L'Occidente dovrà allora servirsi delle rotte terrestri e dei porti sul Danubio, specialmente in Romania, già così inflazionati.
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Si dice occhio ai rischi della IA ma si legge occhio alla minaccia cinese
Ricevo da Fosco Giannini (direttore della rivista "Cumpanis") questo articolo che riflette sugli obiettivi dell'appello di Elon Musk contro "i seri rischi per l'umanità" associati alla ricerca sull'Intelligenza Artificiale: il vero bersaglio del magnate americano, sostiene l'autore, non sono le minacce generate da una ricerca scientifica fuori controllo bensì il timore che i rapidi progressi della Cina in questo settore (che ha fondamentali ricadute sia in campo industriale che in campo militare) possano mettere in discussione l'egemonia americana sul piano tecnologico e scientifico [Carlo Formenti].
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Elon Musk e l’Appello del capitalismo contro la scienza e contro la Cina
di Fosco Giannini
Nel marzo 2023 il “Future of Life Institute” lancia un Appello attraverso il quale oltre mille accademici, intellettuali, tecnici e imprenditori delle tecnologie digitali, in buona parte nordamericani, denunciano, per ciò che specificamente riguarda l’Intelligenza Artificiale (Ai), “seri rischi per l’umanità”.
Innanzitutto: che cos’è il “Future of Life Institute”? È “un’associazione di volontariato impegnata a ridurre i rischi esistenziali che minacciano l’umanità, in particolare quelli che possono essere prodotti dall’Intelligenza Artificiale”. Un’associazione molto americana e con sede a Boston, e la doppia notazione potrà essere utile in sede di analisi dell’Appello che lo stesso “Future of Life Institute” ha lanciato.
L’Appello, all’interno della propria denuncia generale, chiede una moratoria di sei mesi per ciò che riguarda la ricerca relativa al sistema di Ai denominato Gpt4, un sistema ancor più sofisticato e potente rispetto al già rivoluzionario sistema ChatGpt.
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Riscoprire Richard Kahn. Pensiero e attualità di un economista keynesiano di Cambridge
di Paolo Paesani
Paolo Paesani ricorda Richard F. Kahn, esponente di punta della scuola keynesiana di Cambridge, traendo spunto da un volume di recente pubblicazione. Paesani richiama alcuni aspetti importanti del contributo di Kahn, sul piano analitico e metodologico, e ne illustra l’attualità anche rispetto alla possibilità d’inquadrarli nell’ambito della costruzione di un nuovo approccio classico-keynesiano allo studio dei problemi economici
Richard Ferdinand Kahn, nato a Londra nel 1905, morto a Cambridge nel 1989, è stato un importante economista britannico, un protagonista del pensiero economico del Novecento, meno noto di altri ma non per questo meno interessante. La recente pubblicazione di una raccolta dei suoi scritti (R.F. Kahn, Collected Economic Essays, a cura di M.C. Marcuzzo e P. Paesani, Palgrave Mcmillan, 2022) offre l’occasione per riaccendere l’attenzione su Kahn e sull’originalità dei suoi contributi.
Richard Kahn è stato prima di tutto un discepolo di Keynes, come recita il titolo della lunga, bella intervista concessa a Cristina Marcuzzo nel 1987 (R.F. Kahn, Un discepolo di Keynes, 1988, Garzanti) e tradotta di recente in inglese. Il sodalizio, intellettuale e personale, tra Keynes e Kahn inizia nel 1927 quando Keynes segue Kahn come tutor a Cambridge (l’altro tutor è Gerald Shove, economista marshalliano di Cambridge) e prosegue ininterrottamente per i diciannove anni successivi, fino alla morte di Keynes. Sono gli anni della elezione di Kahn a Fellow del King’s College nel 1929 (con una tesi sull’Economia del breve periodo), dell’articolo del 1931 sul moltiplicatore, dell’esordio come insegnante all’Università di Cambridge, del Cambridge Circus, il gruppo di giovani economisti che seguono e incoraggiano Keynes nella gestazione della Teoria generale dell’occupazione, dell’interesse e della moneta.
Venuto a mancare il suo mentore, Kahn acquisisce progressivamente una sua propria autorità intellettuale nel solco del Keynesismo della scuola di Cambridge. Come ha ricordato Luigi Pasinetti, in un saggio in memoria di Kahn, c’è stato un momento, fra gli anni Cinquanta e i Sessanta, in cui “come Chairman della Facoltà di Economia, Professorial Fellow e Fellow Elector del King’s college, organizzatore del cosiddetto ‘Seminario segreto’, sembrava che tutto il processo di formazione del pensiero economico di Cambridge ruotasse intorno a lui”.
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Ecologia marxiana, dialettica e gerarchia dei bisogni
di J. Bellamy Foster, D. Swain e M. Woźniak
Pubblichiamo questa intervista a John Bellamy Foster, apparsa per la prima volta sulla rivista ceca Contradictions, numero 6 (2022), in seguito adattata per Monthly Review
Dan Swain e Monika Woźniak: Più di due decenni fa, nel suo libro Marx's Ecology, lei ha confutato le ipotesi popolari sul rapporto di Karl Marx con le questioni ecologiche. Nel suo recente libro, The Return of Nature, ha intrapreso un compito simile nei confronti dell'altra figura fondante del marxismo, Friedrich Engels. Perché ritiene così importante fare chiarezza sulle opinioni popolari di Engels?
John Bellamy Foster: In Marx's Ecology e in The Return of Nature, il mio interesse principale non era quello di confutare le «convinzioni più diffuse» sull'ecologia di Marx ed Engels che erano, ovviamente, principalmente il prodotto di una profonda mancanza di conoscenza del loro pensiero in questo campo. Come disse Baruch Spinoza, «L'ignoranza non è un argomento». Pertanto difficilmente merita una confutazione diretta. Piuttosto, la preoccupazione era quella più affermativa di portare alla luce le classiche critiche ecologiche storico-materialistiche sviluppate da Marx ed Engels, così come dai successivi pensatori socialisti che ne furono influenzati, come base metodologica su cui sviluppare un'ecologia socialista per il XXI secolo.
Marx, come sappiamo oggi, è stato un fondamentale pensatore ecologico, non solo in relazione al suo tempo ma anche rispetto al nostro, dal momento che aspetti cruciali del suo metodo non sono mai stati superati. Questa acuta comprensione delle contraddizioni ecologiche scaturì dal suo fondamentale metodo materialista ed era evidente nei suoi concetti di «metabolismo universale della natura», «metabolismo sociale» e «incolmabile frattura nel nesso del ricambio organico sociale» (o frattura metabolica).
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Si può ancora dire classe? Appunti per una discussione
di Maurizio Ricciardi
Questo testo riprende e amplia l’intervento del 20 marzo 2023 al Laboratorio di teorie antagoniste, organizzato a Bologna presso l’Ex-Centrale di via Corticella 129
1. Le classi e la classe
Poniamo direttamente la questione: esiste ancora la classe? Possiamo dare per scontato che esistano le classi. Esiste cioè una classificazione degli individui in base alla differente posizione occupata all’interno del processo di produzione e riproduzione della società. È difficile negare che queste differenze esistano. Il problema è caso mai se è ancora utile ragionare in termini di classe per sottrarsi e possibilmente cancellare questa classificazione. Storicamente l’affermazione e, per un certo periodo di tempo, il predominio del linguaggio di classe è stato il modo in cui milioni di uomini e di donne hanno cercato di farla finita con la classificazione che li collocava in una posizione subordinata all’interno della società. Questo è un primo punto che deve essere sottolineato. Il linguaggio di classe ha un doppio significato: esso è originariamente un linguaggio d’ordine e solo successivamente diviene la rivendicazione di una possibile rivolta contro l’ordine delle classi. Inizialmente esso serve a classificare una molteplicità di fenomeni prima nelle scienze naturali e poi anche in quelle sociali, assegnando a ciascuno e ciascuna il suo posto. Questa ossessione classificatoria del sociale deriva dall’altrettanto ossessiva paura per il caos prodotto dalla presenza simultanea di una moltitudine di individui formalmente uguali senza alcuno status ascritto. I loro movimenti, le loro azioni, le loro stesse parole vengono percepiti come la minaccia di un disordine potenzialmente ingovernabile. La presenza delle classi è in un primo tempo attribuita alla contrapposizione all’interno del popolo di due gruppi divisi dalla loro diversa origine. Al gruppo dei conquistatori viene opposta la rivolta dei conquistati che ristabilisce il giusto ordine.
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Suzanne De Brunhoff, Karl Marx e il dibattito sulla moneta
di Andrea Fumagalli
Nell'articolo che pubblichiamo oggi, Andrea Fumagalli fa un ritratto di Suzanne de Brunhoff. Nel ricostruire l'importanza e l'originalità del suo pensiero, Andrea Fumagalli ripercorre il dibattito sulla moneta che l'economista francese ebbe con il gruppo di lavoro sulla moneta di Primo Maggio.
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1. Suzanne De Brunhoff e Marx
Suzanne De Brunhoff è stata un intellettuale engagée a tutto tondo, testimone delle varie ingiustizie che hanno caratterizzato il Novecento, contro le quali ha sempre combattuto a viso aperto. Fatto, oggi, più che raro, così presi della performatività dell’apparire.
Come scrive Riccardo Bellofiore a un anno della sua morte:
Le esperienze giovanili del nazismo e del razzismo, e poco dopo del colonialismo francese in Indocina e Algeria, ne fecero una combattente tenace per l’eguaglianza nei diritti politici e sociali [1]
In quanto donna, la sua carriera all’interno dell’università fu assai ostacolata. Dopo una laurea in Filosofia alla Sorbona, non ebbe l’aggregation, nonostante le sue qualità di ricercatrice fossero ampiamente riconosciute. Sarà solo dopo aver ottenuto un dottorato in Sociologia e in Economia, riuscì a entrare al CNRS (Centre National de la Recherche Scientifique, l’equivalente più o meno del nostro CNR), dove divenne, con non poche difficoltà, direttora di ricerca.
La sua ricerca teorica si è sempre mossa all’interno del pensiero marxista. Il suo primo libro fu Capitalisme financier public, pubblicato nel 1965, con il sottotitolo Influence économique de l'État en France (1948-1958) che analizza criticamente il ruolo economico dello Stato in Francia dal 1948 al 1958.
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Usa vs Cina: ce n’est qu’un début
Su un libro di Raffaele Sciortino
di Mimmo Porcaro
Tra gli studi dedicati al tema del conflitto internazionale, e quindi alla guerra, si fa notare il più recente contributo di Raffaele Sciortino: Stati Uniti e Cina allo scontro globale. Strutture, strategie, contingenze, Asterios, Trieste, 2022. Un lavoro molto denso, ricco di dettagliate considerazioni fattuali, utili sia a ribadire l’esistenza di una tendenza allo scontro globale sia a farci capire che quest’ultimo non ha necessariamente i tempi rapidissimi e le forme univoche che l’adrenalinica comunicazione social ci impone di prevedere.
All’inizio del libro l’autore così riassume i risultati principali della sua ricerca: a) i motivi e le forme dello scontro trai due paesi vanno fatti risalire a una contraddizione sistemica, che vede gli Usa costretti, per mantenere il ruolo di egemone mondiale, a spezzare la sinergia con la Cina, ossia proprio il fondamento di quella globalizzazione che è cardine dell’egemonia che si vorrebbe salvare; b) d’altra parte per la Cina la sfida è esistenziale: essa non può arrestare la propria marcia, pena la messa in crisi del compromesso di classe su cui si regge e della stessa struttura unitaria del paese, e quindi deve mantenere in vita la globalizzazione almeno finché la rottura non sarà inevitabile; c) la relativa arretratezza della Cina e i costi immani dell’esercizio dell’egemonia mondiale fanno sì, però, che non sia alle viste un “secolo cinese”; d) nemmeno è ipotizzabile un ordine multipolare, che sarebbe meramente transitorio e “riformista”; e) ne consegue che sono possibili solo la disconnessione del mercato globale, e quindi il caos, oppure l’emergere, anche grazie a questo caos, di un’alternativa mondiale capace di abolire lo strapotere della competizione e del profitto.
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Lotte di classe in Francia
di Maurizio Lazzarato
Pubblichiamo un articolo di Maurizio Lazzarato sulle mobilitazioni scoppiate in Francia a seguito della riforma del governo Macron sulle pensioni. L’analisi condotta da Lazzarato si muove lungo due direzioni: da un lato ci parla delle forme di espressione conflittuale, nel rapporto con il ciclo di lotte dei Gilet Jaunes, delle potenzialità ricompositive e dei limiti del movimento; dall’altro, ricomprende il ciclo di mobilitazioni nello scenario più ampio di ridefinizione degli equilibri tra le superpotenze a livello mondiale
Andiamo subito al cuore del problema: dopo le enormi manifestazioni contro la «riforma» delle pensioni, il presidente Macron decide di «passare con la forza» (passer en force) esautorando il parlamento e imponendo la decisione sovrana di approvare la legge che porta da 62 a 64 l’età pensionabile. Nelle manifestazioni si è immediatamente risposto «anche noi passiamo con la forza». Tra volontà opposte, quella sovrana della macchina Stato-Capitale e quella di classe, decide la forza. Il compromesso capitale-lavoro è saltato dagli anni ‘70, ma la crisi finanziaria e la guerra, hanno ancora radicalizzato le condizioni dello scontro.
Cerchiamo di analizzare successivamente i due poli di questa relazione di potere fondata sulla forza nelle condizioni politiche successive al 2008 e al 2022.
Il marzo francese
Il movimento sembra aver colto il cambiamento di fase politica determinato prima dalla crisi finanziaria del 2008 e poi dalla guerra. Ha utilizzato molte delle forme di lotta che il proletariato francese ha sviluppato negli ultimi anni, tenendole insieme, articolando e legittimando di fatto le loro differenze. Alle lotte sindacali, con i loro cortei pacifici che si sono via via modificati, integrando componenti non salariali (il 23 marzo la presenza di giovani, di studenti universitari e liceali è stata massiccia), si sono aggiunte le manifestazioni «selvagge» che per giorni si sono sviluppate al calar della notte nelle strade della capitale e di altre grandi città (dove sono state anche più intense).
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Che cos’è la composizione di classe?
di Salvatore Cominu
Sebbene il concetto di composizione di classe sia uno dei più importanti dell’armamentario operaista, sono pochissimi i testi in cui esso è stato formalizzato a scopo formativo. Il testo di archivio che proponiamo, che è la trascrizione dell’intervento che Salvatore Cominu ha tenuto in occasione di un seminario di autoformazione organizzato a Piacenza nel 2014, tenta di rimediare a questa lacuna ripercorrendo l’origine e lo sviluppo del concetto senza la pretesa di una formalizzazione definitiva ma con il pregio di una rara chiarezza espositiva. Come si leggerà, più che di un concetto si tratta di un metodo che va fatto funzionare tanto importante quanto, di fatto, dimenticato. La sua rilevanza deriva dalla sua capacità di offrire una lettura materialistica, ovvero calata all’interno dei rapporti sociali di produzione storicamente determinati, della produzione di soggettività, senza la quale non è possibile disporre alcun tipo di processo organizzativo. Detto in termini più semplici: senza l’uso di questo metodo difficilmente si potranno scoprire i nuovi soggetti delle lotte. A differenza del concetto di intersezionalità, oggi di moda e a cui il lettore più avveduto certamente avrà pensato, che con esso condivide l'esigenza di un'immagine disomogenea, articolata e stratificata al proprio interno della classe, il metodo operaista non è viziato da un materialismo determinista. Per esso infatti la sottomissione ad una qualche forma di dominio/sfruttamento non è una condizione sufficiente alla produzione di soggetti «rivoluzionari» perché «anche il Capitale soggettivizza». Come sostiene l'autore, all’interno della realtà capitalistica, i soggetti «subalterni» non esprimono alcuna coerenza progressiva, al contrario sono per lo più portatori di una forte «ambivalenza». La «contro-soggettivazione» antagonista non è quindi un processo necessario ma solo un esito possibile degli sforzi organizzativi.
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Stretti Perigliosi
di Paolo Di Marco
1- Qualche nota a partire dal dibattito Rovelli-Sofri
L’intervento di Rovelli sulla pagina FB di Sofri (qui) ha un tono molto pacato ed anche accorato, esprime concetti e riflessioni che potremmo dire di grande buonsenso e largamente condivisibili anche da chi ha sensibilità diverse.
D’altro tono la risposta di Sofri (qui), assai elaborata, studiata ad arte direi.
L’importante è quello che non dice: è un attento navigare in acque perigliose che impongono di evitare scogli imponenti ma invisibili, acque vorticose in agguato dietro i promontori.
Subito si scapola dal confronto equiparando il generale Mini a Putin. È più facile ricoprire l’avversario di pece e piume che non confutarlo, anche perché dio non volesse che nella confutazione potrebbero comparire delle finestre aperte su panorami inaspettati e scomodi.
E lo scoglio del ruolo degli USA viene ridotto a sineddoche: ‘anche Biden è stato colto di sorpresa dalla resistenza ucraina’ o si va per la tangente dello scoglio con ‘’io c’ero’: gli orrori del Daesh, le sofferenze dei civili in Siria; e con santa ingenuità si dimentica chi ha invaso l’Iraq e la Siria, la provetta agitata da Powell, i bombardamenti, le migliaia di civili uccisi a distanza dai droni; nessuno ha detto all’Ingenuo che il cuore dei combattenti del Daesh erano quello che restava delle truppe scelte di un esercito distrutto dagli americani (un esercito in fuga nel deserto, abbandonate le armi, asfissiato e bruciato vivo dalle bombe incendiarie buttate a mezza altezza ad aspirare tutto l’ossigeno), colla mezza luna a compiere lo stesso ruolo che per i predoni spagnoli in Messico aveva svolto la croce.
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In comune. Nessi per un’antropologia ecologica (un estratto)
di Carlo Perazzo e Stefania Consigliere
Pubblichiamo, per gentile concessione dell’autore e della casa editrice, la prefazione di Stefania Consigliere e un estratto del libro di Carlo Perazzo dal titolo “In comune. Nessi per un’antropologia ecologica” (Castelvecchi, Roma, 2023).
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Prefazione
di Stefania Consigliere
Partiamo dal presente: i ghiacciai si stanno sciogliendo, metà dei nostri concittadini è o è stato clinicamente depresso, la vita dei singoli e delle collettività è costretta in gabbie che precludono il senso e la gioia; e ora, infine, la diffusione di un virus di media pericolosità ha portato in piena luce il disastro globale causato da quarant’anni di politiche neoliberiste. Di virus si muore, certo, ma difficilmente il virus uccide da solo. Semmai, è la primadonna di un’intera truppa di sicari, che comprende gli effetti metabolici del cibo-spazzatura, i tagli alla sanità pubblica, l’impatto sui polmoni degli inquinanti aerei, i ritmi incessanti dei cicli di produzione-distribuzione, lo svuotamento di senso delle vite, la rescissione dei legami primari fra umani e la loro sostituzione con legami tossici con merci, il terrore mediaticamente indotto, la povertà, l’abbandono.
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Lo “scàndalo” di Xi a Mosca: “Nessun Paese ha il diritto di dettare l’ordine mondiale”
Il guanto di sfida cinese che schiaffeggia Washington e l’Occidente
di Gaspare Nevola
1. Regole cinesi e regole americane
All’indomani del vertice tra il presidente cinese Xi Jinping e il presidente russo Vladimir Putin, il portavoce del Consiglio di sicurezza Nazionale della Casa Bianca, John Kirby, ha laconicamente commentato: «La Cina non ha una posizione imparziale rispetto al conflitto ucraino», bocciando di fatto il piano cinese per porre fine al conflitto e illustrato da Xi a Mosca. «La Cina e la Russia vorrebbero che il mondo andasse secondo le loro regole» – ha aggiunto Kirby[1]. Già. Gli Stati Uniti, infatti, sostengono risolutamente che le regole dell’ordine internazionali già esistono. Già. Ma quali sono? E, poi, quali sarebbero “queste regole cinesi”?
Nel corso della sua visita a Mosca Xi Jinping aveva rilasciato importanti dichiarazioni sulla guerra russo-ucraina e sull’ordine internazionale. Primo: «L’interesse comune di tutta l’umanità è un mondo unito e pacifico, piuttosto che diviso e instabile… La risoluzione del conflitto in Ucraina sarà possibile se le parti seguiranno le linee guida del concetto di sicurezza collettiva». Secondo: «La comunità internazionale ha riconosciuto che nessun paese è superiore agli altri, nessun modello di governo è universale e nessun singolo paese dovrebbe dettare l’ordine internazionale»[2].
2. Xi a Mosca, Biden al Summit della democrazia
Con la rielezione di Xi Jinping al terzo mandato quinquennale come presidente della Repubblica Popolare Cinese, il 13 marzo a Pechino si sono concluse le sessioni di lavoro dell’Assemblea Nazionale del Popolo.
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Il nuovo concetto di relazioni estere della Russia porterà a un cambiamento fondamentale nell’equilibrio della sua politica interna
di Gilbert Doctorow
Venerdì 31 marzo Vladimir Putin ha firmato la legge sul nuovo Concetto di politica estera che guiderà la diplomazia russa negli anni a venire. Sostituisce il Concetto promulgato nel 2016 ed espone in 42 pagine, in forma logicamente organizzata, ciò a cui abbiamo assistito nel comportamento della Russia sulla scena mondiale dal lancio dell’Operazione militare speciale in Ucraina e dalla successiva rottura quasi totale delle relazioni con l’Occidente collettivo guidato dagli Stati Uniti.
Ho trovato poche sorprese nel documento proprio perché ribadisce ciò che ho letto in un discorso dopo l’altro di Vladimir Putin, ciò che ho letto nella lunga Dichiarazione congiunta rilasciata a conclusione della visita del presidente cinese Xi Jinping a Mosca il 20-22 marzo.
Vi si ritrovano parole familiari, come “mondo multipolare”, che la Russia si sta sforzando di far nascere in uno sforzo congiunto con la Repubblica Popolare Cinese. Si tratta della creazione di un nuovo ordine post-Guerra Fredda, più democratico, che attribuisca maggior peso nelle istituzioni internazionali alle nuove potenze economiche emerse e che sia più rispettoso delle diverse culture e soluzioni di governance dei Paesi di tutto il mondo rispetto all'”ordine basato sulle regole” che Washington sta lottando con le unghie e con i denti per preservare, poiché è una bella copertura per l’egemonia globale americana. Il nuovo ordine mondiale sarà costruito sul diritto internazionale concordato nell’ambito delle Nazioni Unite e delle sue agenzie. La nuova architettura di sicurezza sarà onnicomprensiva e non lascerà nessun Paese al freddo.
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Seymour Hersh: "Zelensky fa affari con il nemico"
di Redazione
Seymour Hersh: Zelensky e il suo entourage non solo comprano diesel dalla Russia, ma hanno anche sottratto illegalmente almeno 400 milioni di dollari dai fondi americani trasferiti in Ucraina per l’acquisto di diesel. Generali e militari ucraini hanno creato società di facciata per rivendere armi e munizioni ricevute dall’Occidente nel resto del mondo. La recente destituzione di dieci funzionari da parte di Zelensky sarebbe dovuta alle pressioni della CIA. Citando le sue fonti, Hersh aggiunge inoltre che esiste una spaccatura tra Casa Bianca e comunità dell’intelligence, la quale considera Blinken e Sullivan non all’altezza. Infine, molti nell’intelligence si chiedono quale sia il vero ruolo della brigata dell’82a divisione aviotrasportata in Polonia e della brigata della 101a divisione aviotrasportata in Romania. Nessuno sa esattamente che cosa Biden abbia in testa.
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Il governo ucraino, guidato da Volodymyr Zelensky, ha utilizzato i fondi dei contribuenti americani per pagare a caro prezzo il carburante diesel, di vitale importanza per mantenere in movimento l’esercito ucraino nella sua guerra con la Russia. Non si sa quanto il governo Zalensky stia pagando a gallone per il carburante, ma il Pentagono pagava fino a $ 400 a gallone per trasportare benzina da un porto in Pakistan, tramite camion o paracadute, in Afghanistan durante la decennale guerra americana.
Un’altra cosa che non si sa è che Zelensky ha acquistato carburante dalla Russia, il paese con cui lui e Washington sono in guerra, e che il presidente ucraino e molti nel suo entourage hanno sottratto un’incalcolabile quantità di milioni di dollari dai fondi americani stanziati per il pagamento del diesel.
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Il campo minato della fecondazione assistita
di Michele Castaldo
Sono obbligato a una dolorosa premessa: il compagno Luigi Garzone, che mi ha corretto per anni gli scritti, è stato ricoverato in ospedale e impossibilitato perciò a farlo. Pertanto il lettore dovrà sopportare qualche ridondanza o punteggiatura poco consona, nella speranza che risulti comunque chiaro il senso.
Si discute, e non da oggi, in modo particolare in Occidente, di fecondazione assistita con tutto ciò che intorno ad essa ruota in termini economici, etici, morali, culturali, religiosi ecc.
Ho premesso, nel titolo, che si tratta di un campo minato, cioè di una questione molto complicata e spinosa da affrontare e chi pretende di farlo sottovalutando tutti gli aspetti per estrarre dal cappello il cilindro l’et voilà come soluzione finisce per ridicolizzarsi.
Due errori da evitare: a) il ritenere l’uomo (specie), ancorché imperfetto, come parte separata e diversa della natura, in quanto bipede verticale, intelligente e dotato di parola; b) il ritenere che come specie, al cospetto di una natura, composta da infinite altre specie, da dominare.
Nel corso dei secoli, queste due convinzioni hanno costituito il motivo conduttore definito antropocentrico. Questa convinzione negli ultimi 500 anni ha raggiunto il suo apice in modo particolare in Occidente, dove il colonialismo e la rivoluzione industriale hanno esaltato in modo parossistico quei concetti fino elevare a l’individuo a capacità di libero arbitrio grazie ai risultati raggiunti.
Torniamo perciò sulla grigia terra e cerchiamo di ragionare come si conviene tra persone serie e non fra palloni gonfiati.
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Elon Musk e l’Appello del capitalismo contro la scienza e contro la Cina
di Fosco Giannini
Nel marzo 2023 il “Future of Life Institute” lancia un Appello attraverso il quale oltre mille accademici, intellettuali, tecnici e imprenditori delle tecnologie digitali, in buona parte nordamericani, denunciano, per ciò che specificatamente riguarda l’Intelligenza Artificiale (Ai), “seri rischi per l’umanità”.
Innanzitutto: che cos’è il “Future of Life Institute”? È “un’associazione di volontariato impegnata a ridurre i rischi esistenziali che minacciano l’umanità, in particolare quelli che possono essere prodotti dall’Intelligenza Artificiale”. Un’associazione molto americana e con sede a Boston, e la doppia notazione potrà essere utile in sede di analisi dell’Appello che lo stesso “Future of Life Institute” ha lanciato.
L’Appello, all’interno della propria denuncia generale, chiede una moratoria di sei mesi per ciò che riguarda la ricerca relativa al sistema di Ai denominato Gpt4, un sistema ancor più sofisticato e potente rispetto al già rivoluzionario sistema ChatGpt. Quest’ultimo, acronimo di Generative Pretrained Transformer, è sinteticamente definito, dagli scienziati, come “uno strumento di elaborazione del linguaggio naturale che utilizza algoritmi avanzati di apprendimento automatico per generare risposte simili a quelle umane all’interno di un discorso”. Nell’essenza: il ChatGpt è definibile come un mezzo tecnologico dell’Ai volto alla costruzione di una relazione più attiva tra macchina ed essere umano. Mentre il nuovo Gpt4 è definito sinteticamente dalla letteratura scientifica come “un modello linguistico multimodale di grandi dimensioni, un modello di quarta generazione della serie GPT-n”. Un modello creato da OpenAi, un laboratorio di ricerca sull’intelligenza artificiale con sede a San Francisco, con Elon Musk come co-fondatore.
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