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Manifesto Politico della Rete dei Comunisti
Siamo alla fine di un lungo sonno. Dopo l’89 i reazionari avevano deciso che eravamo giunti alla fine della Storia. Gli ideologi del postmoderno s’erano rapidamente accodati, spiegando che i fatti erano in fondo solo opinioni, o che le contraddizioni materiali del sistema economico in cui tutto il mondo vive si stavano smussando in un grande impero progressista, senza lasciare troppi residui conflittuali. Il desiderio di ogni classe dominante – «resteremo qui per sempre» – veniva narrato come una realtà virtuale sotto gli occhi di tutti. Chi non la vedeva era pazzo, vecchio, «ideologico» e fuori dal mondo. La crisi ha strappato il velo: il re è nudo. E zoppica pure vistosamente.
E’ quindi possibile oggi – sul piano del pensiero teorico, ma soprattutto su quello dello scontro sociale e politico – mettere in moto nuove energie intellettuali e fisiche, innervare con pensiero lungimirante i processi sociali che pretendono un cambiamento radicale. E’ possibile riannodare i fili della riflessione critica e promuovere l’organizzazione ex novo di una soggettività antagonista capace di formulare risposte all’altezza dei tempi. Dopo venti anni di capitalismo vittorioso e pensiero unico trionfanti, la Storia ha ripreso a correre. Guai a chi cammina o resta fermo a giocare con le macerie.
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Street-Fightin’ Press?
Dal “Trojan Journalism” al disprezzo di classe
di Paolo Mossetti
Qualche settimana fa ho notato una foto, nella sezione “culturale” dell’Evening Standard: erano ritratti otto ragazzi, sui venti anni, seduti su una scalinata di un palazzo medievale. Erano vestiti, da buoni londinesi “intellettuali”, in uno stile un po’ casual-sciatto; erano tutti sorridenti; due di loro maneggiavano un cellulare; una giovinetta aveva un pc sulle ginocchia: «Stiamo parlando di tecnologia», sembrava dirmi. Chi erano costoro? Erano loro quelli che lo Standard chiamava, con un bel titolone, Clicktivists, attivisti del “click”. Ecco i volti nuovi della protesta di questi mesi: coloro che usano i social network come Facebook o Twitter per organizzare manifestazioni, coordinarsi, promuovere scioperi.
Contava poco il contenuto dell’articolo, quanto il messaggio di quella foto: vedete, ecco la parte decente della protesta, ecco quelli che non spaccano le vetrine, che non puzzano. Ci sono, eccome se ci sono! In fondo, basta cercarli. Sono loro il futuro, paura bisogna non averne!
Il Potere è ancora, oggi come ieri, il potere di dare nomi alle cose, e questo potere lo detengono, oggi come ieri, esclusivissime oligarchie finanziarie e mediatiche: un elenco di cinquanta o sessanta famiglie, un centinaio di corporation, una manciata di leader religiosi.
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Sui costi della politica silenzio a sinistra
Maurizio Benetti
Dal Parlamento agli enti locali un fiume di denaro dei contribuenti mantiene – spesso lussuosamente – almeno un milione di persone. I confronti internazionali mostrano spese sideralmente più alte di qualsiasi altro paese comparabile e l’esame dei casi specifici rivela situazioni scandalose. Ma nei programmi della sinistra il problema viene ignorato
La recente discussione sul Documento Economia e Finanza (Def) ha evidenziato ancora una volta i due problemi dell’economia italiana: una crescita limitata e la necessità di risanamento dei conti pubblici. Si tratta di due temi strettamente intrecciati e a prima vista antitetici. Sono necessarie risorse per spingere lo sviluppo, ma l’equilibrio dei conti pubblici non consente che queste risorse provengano dalla spesa pubblica.
E’ questa la linea del ministro dell’Economia Giulio Tremonti, riaffermata nel Def, ed evidenziata nel decreto sviluppo, caratterizzato da interventi tutti a costo zero. La stabilità e il miglioramento dei conti pubblici sono un obiettivo prioritario e, comunque, è quanto, secondo Tremonti, ci chiedono i mercati e ci impongono gli accordi europei.
L’indebitamento netto nel 2010 è stato pari al 4,6% del Pil (71 miliardi di euro) e dovrà scendere nel 2014, per rispettare gli impegni europei, allo 0,2% (4 miliardi di euro in base alle previsioni del governo sulla crescita del Pil). L’andamento tendenziale porterebbe l’indebitamento netto nel 2014 al 2,6% (circa 46 miliardi di euro). La moderata crescita economica ridurrebbe pertanto di circa 25 miliardi di euro l’indebitamento netto, i restanti 40 miliardi dovrebbero essere ottenuti da una manovra correttiva nel biennio 2013/14.
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USA: Ragionano come delle Lavatrici a 6 programmi...
Stefano Bassi
Negli USA il dibattito sulle origini della Grande Crisi ha raggiunto nuove e profonde svolte...
Gli economisti più in auge, Nobel-Krugman in testa (del quale ho sempre condiviso le diagnosi e MAI le terapie proposte...), sono arrivati alla conclusione che la Grande Crisi non sarebbe stato un problema al livello delle BANCHE quanto piuttosto al livello del DEBITO delle FAMIGLIE...
Ullalà!....
And so the priority in financial policies should be helping to clear up the housing mess and helping arrange debt relief.
This is not the time to worry a lot about the banks — and especially not to worry about what bankers say.
Ed alcuni trai più lucidi blogger-economy hanno subito cantilenato: "io l'avevo dettoooo...io l'avevo detto subito che era un problema di debito delle famiglie....Perchè questi premi nobel ci hanno messo 2 anni, FED inclusa?"
Why was it so hard to see that the mortgage crisis did not start with the banks?
Io invece mi chiedo: ma come cazzo ragionano 'sti esperti economici americani?
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La cultura del '68 non è individualista
Guido Viale
Gli stereotipi sulla deriva narcisistica di quella esperienza sono vecchi di trent'anni. E scambiano un movimento enorme con la parabola di pochi. Nessuna esperienza storica è stata più pronta a recepire la cultura del limite elaborata dai teorici ambientalisti. Contro lo sviluppo a ogni costo
I trent'anni che la pubblicistica ha definito «gloriosi» erano stati caratterizzati in Occidente dall'egemonia del fordismo: la concentrazione dei lavoratori in grandi stabilimenti integrati, l'omogeneizzazione delle loro condizioni, la parcellizzazione e il degrado del loro lavoro, l'impiego a tempo indeterminato, la localizzazione degli stabilimenti nei paesi "sviluppati". Parallelamente all'organizzazione del lavoro fordista, la scolarizzazione di massa era stata proposta e vissuta come un "ascensore sociale" in grado di trasformare, nell'avvicendarsi delle generazioni, i contadini in lavoratori dell'industria, gli operai in impiegati e gli impiegati in quadri, manager o in o liberi i professionisti: per alcuni decenni era stata questa la risposta del sistema alle aspettative di emancipazione sociale delle classi sfruttate. Fabbrica, scuola e welfare avevano costruito nei paesi dell'Occidente un contesto di relativa stabilità e sicurezza per tutti. Ma i costi del welfare, la crescita dei salari e, soprattutto, la modificazione, "concertata" o conflittuale, dei rapporti di forza nelle fabbriche avevano finito per erodere i profitti delle imprese, mentre la saturazione dei posti qualificati offerti dall'organizzazione del lavoro aveva messo in crisi il mito della scuola come ascensore sociale, aprendo le porte a una conflittualità studentesca che dalla Cina agli Stati Uniti, dall'Europa all'America latina, aveva contrassegnato tutta la seconda metà degli anni Sessanta.
I trenta e più anni successivi hanno visto il sistematico frazionamento delle grandi unità produttive, la progressiva differenziazione dei rapporti di lavoro, la delocalizzazione di attività sia manifatturiere che terziarie, la precarizzazione non solo dell'impiego, ma di tutti gli aspetti dell'esistenza nel quadro di una crescente finanziarizzazione del capitale. Il meccanismo della concorrenza si è così progressivamente esteso dalle imprese, soggetto ormai unico della scena e dell'attenzione sociale, ai lavoratori, sia autonomi che dipendenti, in una lotta darwiniana di tutti contro tutti che ha trasformato i problemi creati dalla società in vicende biografiche da risolvere individualmente.
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Possiamo, quindi dobbiamo
Alain Badiou
[Questo testo è stato estratto dall'intervento pronunciato in occasione di una conferenza tenutasi a Londra nel maggio 2009 al Birbeck Institute, per iniziativa di Alain Badiou e Slavoj Žižek, dal titolo On the idea of Communism. Gli atti di questo incontro, che hanno visto la partecipazione di alcuni dei principali filosofi contemporanei, sono stati raccolti in un libro che ha visto la pubblicazione in Francia, Spagna e Inghilterra. In Italia, con il titolo L’idea di comunismo, lo stesso libro sarà disponibile nel mese di aprile nel catalogo delle edizioni DeriveApprodi. Segnaliamo che il testo qui riportato non rappresenta la versione integrale dell'intervento]
L’operazione «Idea del comunismo» richiede tre componenti originarie: una componente politica, una componente storica e una componente soggettiva. Cominciamo dalla componente politica. Ovvero da quel che chiamo una verità, una verità politica. A proposito della mia analisi della Rivoluzione culturale (verità politica per eccellenza), un commentatore del giornale britannico «The Observer», si è sentito in diritto di affermare che, alla sola constatazione del mio rapporto positivo con un simile episodio della storia cinese (che per lui, naturalmente, non è stato altro che un caos sinistro e omicida), c’era da congratularsi del fatto che la tradizione empirista inglese avesse «vaccinato [i lettori dell’“Observer”] contro ogni indulgenza verso il dispotismo dell’ideocrazia». Si congratulava, insomma, del fatto che l’imperativo dominante nel mondo odierno fosse «Vivi senza Idea». Per fargli piacere, comincerò quindi col dire che, dopotutto, si può descrivere in modo puramente empirico una verità politica: come una sequenza concreta e databile in cui sorgono, esistono e svaniscono una nuova pratica e un nuovo pensiero dell’emancipazione collettiva. Se ne possono anche fornire alcuni esempi: la Rivoluzione francese tra il 1792 e il 1794, la guerra popolare in Cina tra 1927 e il 1949, il bolscevismo in Russia tra il 1902 e il 1917 e – purtroppo per l’«Observer», anche se non credo che gli altri esempi gli risultino più graditi – la Grande Rivoluzione Culturale Proletaria, almeno tra il 1965 e il 1968. Ciò detto, dal punto di vista formale, cioè filosofico, stiamo parlando in questo caso di procedure di verità, nel senso che ho conferito a questo termine fin da L’essere e l’evento. Tornerò sull’argomento tra poco. Si noti per il momento che ogni procedura di verità prescrive un Soggetto di questa verità, un Soggetto che, anche dal punto di vista empirico, non è riducibile a un individuo.
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Una risposta dovuta
di Marino Badiale, Massimo Bontempelli
Qualche tempo fa è stato pubblicato in rete un articolo di Domenico Moro [qui e qui] in cui vengono criticati vari autori legati alle teorie della decrescita[1]. Fra gli altri, viene discusso e criticato il nostro scritto su “Marx e la decrescita”[2]. Le critiche che nascono da un autentico desiderio di confronto razionale sono sempre le benvenute, naturalmente, perché permettono di migliorare le proprie tesi, di correggere gli errori, di maturare. Purtroppo non è questo il caso dello scritto in questione. Esso non mostra il benché minimo desiderio di confronto razionale, limitandosi a dare una versione caricaturale della nostra impostazione, e a dileggiare questa versione da lui stesso creata.
Non ci interessa, ovviamente, rispondere a chi manifesta una simile personalità. Ci siamo però convinti che scrivere una risposta fosse un atto dovuto nei confronti di due categorie di possibili lettori: i gruppi ai quali si rivolge Moro, da una parte, e le persone che hanno dimostrato interesse e apprezzamento per il nostro lavoro, dall'altra. Per questi due gruppi di lettori sono utili, noi crediamo, due diversi tipi di considerazioni.
A chi si rivolge Moro? Come è chiaro dal tono del suo scritto, e dall'esame dei siti dove è apparso, egli si rivolge ad alcune delle nicchie comuniste rimaste in Italia (essenzialmente piccoli frammenti generati dalla dissoluzione di Rifondazione e del PdCI), e il suo scritto ha una valore di difesa ideologica di queste nicchie. Non si tratta di discutere razionalmente pregi e difetti di una proposta teorica come quella della decrescita, si tratta di difendere un proprio orticello ben recintato. Una nuova proposta teorica, che rischia di far saltare i recinti, deve essere svalutata in blocco.
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La fabbrica del falso e la guerra in Libia
di Vladimiro Giacché
“Attraverso la ripetizione, ciò che inizialmente appariva solo come accidentale e possibile, diventa qualcosa di reale e consolidato”
G.W.F. Hegel, Vorlesungen über die Philosophie del Geschichte, in Sämtliche Werke, Frommann, Stuttgart-Bad Cannstatt, 1971, Bd. 11, p. 403.
L’attacco della Nato contro la Libia iniziato il 19 marzo 2011 rappresenta un caso emblematico a più riguardi. In primo luogo, conferma in modo eclatante una verità più generale: nel mondo contemporaneo la propaganda, la guerra delle parole e delle immagini è ormai parte della guerra stessa. In secondo luogo, evidenzia la confusione che regna in una sinistra che – anche quando si pretende “radicale” e conseguente – in Italia come in tutti i paesi occidentali, ha dimostrato una sorprendente arrendevolezza e subalternità rispetto alla propaganda e all’informazione ufficiale. Si tratta di un fenomeno tanto più significativo in quanto anche in questo caso – come già era accaduto per l’Iraq – gli stessi Paesi aderenti alla Nato si sono presentati all’appuntamento divisi: l’astensione della Germania già in sede Onu si è trasformata in decisa presa di distanza dalle operazioni, e la stessa Turchia ha manifestato il proprio dissenso rispetto alla conduzione della guerra. Ma mentre ai tempi della guerra di Bush le divisioni nel campo imperialista avevano grandemente giovato al movimento per la pace, in questo caso nulla di questo è avvenuto. Lo stesso gruppo parlamentare della GUE al Parlamento Europeo si è spaccato, e nel nostro Paese si è assistito al grottesco spettacolo di un PD assai più guerrafondaio degli stessi partiti di governo, mentre SEL ha tenuto un atteggiamento inizialmente ondivago (con una parte della base favorevole all’intervento) e soltanto la Federazione della Sinistra ha avuto da subito posizioni intransigenti sull’argomento.
In questo articolo esaminerò i principali dispositivi che la fabbrica del falso ha posto in essere nel caso della guerra di Libia, e proverò ad individuare i motivi di fondo che hanno indotto molti, anche a sinistra, a cedere alla propaganda di guerra. Nel mio argomentare metterò in gioco lo schema interpretativo che ho esposto più diffusamente nel mio libro La fabbrica del falso. Strategie della menzogna nella politica contemporanea (DeriveApprodi, 20112). In questo testo proponevo un insieme di strategie di attacco alla verità non assimilabili alla menzogna pura e semplice. Vediamo come queste strategie sono entrate in gioco nel caso libico.
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Il lavoro come rapporto sociale in Marx
Paolo Vinci
La distinzione fra agire strumentale e agire comunicativo, che è al centro del pensiero di Jürgen Habermas, ha il suo luogo di nascita e una delle sue applicazioni più significative nel confronto con la visione dell’attività lavorativa che ci offre Karl Marx, sia nei suoi scritti giovanili che nelle opere economiche della maturità1. L’elemento decisivo della differenziazione critica habermasiana sta nell’esplicita volontà di spezzare il nesso, considerato troppo diretto, fra i modi di produzione e le forme di coscienza. Abbiamo dunque il riproporsi di un pregiudizio deterministico verso la concezione materialistica della storia che avrebbe come suo esito inevitabile un’equiparazione fra la teoria della società e la scienza della natura2.
Conseguentemente a una “svolta linguistica” che coinvolge l’impianto di fondo della sua filosofia Habermas ritiene di dover ricondurre le configurazioni di potere che fissano la ripartizione degli strumenti di produzione e le modalità delle loro forme di proprietà, all’istituzionalizzarsi di interazioni mediate simbolicamente. Il rapporto fra gli uomini non può, quindi, essere assimilato a quello fra l’uomo e la natura, in quanto quest’ultimo appare caratterizzato da un’ineliminabile istanza di appropriazione e di dominio. Habermas è, invece, mosso dall’auspicio della creazione di norme che favoriscano relazioni umane improntate alla reciprocità e alla libertà. Si comprende, allora, come il suo bidimensionalismo nasca da una reazione di difesa nei confronti dei rischi di un’enfasi eccessiva sulle “forze produttive”, che renderebbe disarmati davanti al pericolo maggiore che sembra correre la realtà contemporanea, quello di una totalizzazione della tecnica, che finirebbe per colonizzare tutti gli ambiti vitali della società. Solo il terreno delle relazioni intersoggettive può vedere emergere quelle pretese normative dotate di requisiti razionali che Habermas considera il solo sviluppo auspicabile dell’istanza trasformativa del pensiero di Marx3.
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L'uomo massa e suo fratello, al voto
di Giovanna Cracco
I dati della ricerca Ials-Sials in Italia incrociati con l’ultimo rapporto Censis su Comunicazione e media evidenziano un popolo-bue-tele-comandato incapace di leggere, informarsi e di costruire nessi logici tra due fatti
“La maggioranza, nella sua santità, ha sempre torto: perché il suo conformismo è sempre, per propria natura, brutalmente repressivo”.
Pier Paolo Pasolini
La politica italiana del XXI secolo ha sempre in bocca la parola ‘popolo’. Da una parte Berlusconi dichiara un giorno sì e l’altro pure di essere stato eletto dalla maggioranza degli italiani – evitando in tal modo di dimettersi e venire processato. Dall’altra il Pd, che in assenza di un programma politico di opposizione, per mostrarsi vicino alla sua gente – e, quindi, veramente democratico – indossa la veste moderna delle primarie. Ma mentre quest’ultimo meccanismo ha ancora bisogno di aggiustamenti per diventare pienamente la farsa che dovrebbe essere – come dimostrano la cecità politica e i giochi interni di potere che hanno portato la sorpresa della schiacciante vittoria di Vendola nelle primarie pugliesi – l’appello al popolo quotidianamente lanciato dal Pdl è un ingranaggio mirabilmente oliato e funzionante; al punto che se qualcuno richiama l’attenzione sul conflitto di interessi, sulla deriva autoritaria di una maggioranza che sempre più esautora il Parlamento dalla funzione legislativa, sui problemi giudiziari del presidente del Consiglio, si sente ribadire il concetto senza possibilità di appello: gli italiani lo hanno comunque votato. Che cosa significa? Che sono tutti scemi?
In effetti è vero: gli italiani lo votano. Non la totalità del ‘popolo’ che evoca l’enfatica dichiarazione, tantomeno la sua maggioranza assoluta, ma poco importa dal momento che i meccanismi di una legge elettorale lo rendono legittimamente capo del Governo. Centrali diventano dunque due altre questioni: attraverso quali informazioni il cittadino decide a chi dare il proprio voto e, data l’informazione, quale sia la sua capacità di comprenderla e di sviluppare un’opinione propria. Partiamo da quest’ultima.
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Extra legem nulla salus
di Antonio Sparzani
Leggo poco i giornali e non guardo la televisione, tranne qualche telegiornale opportunamente scelto, però mi sforzo ogni tanto di ascoltare attentamente i discorsi che ritengo importanti, e che spesso ritrovo registrati su youtube. È così accaduto che ieri mi sia accuratamente ascoltato il discorso del presidente degli Stati Uniti, discorso nel quale con neppure tanto celato trionfalismo Barak Obama annunciava la cattura e l’uccisione, da parte delle truppe del suo paese, dotate di “unparalleled courage”, di Osama Bin Laden. Mi sono ascoltato accuratamente le parole con le quali raccontava la cattura, e le motivazioni che ne offriva al suo pubblico, che in quel momento poteva ben dirsi mondiale.
Cercavo di capire se avrebbe tentato di giustificare un’operazione così palesemente priva di qualsiasi legalità internazionale, con una qualche internazionale motivazione; e naturalmente mi sono ascoltato il ricordo dell’11 settembre di quasi dieci anni fa, il ricordo delle numerose vittime innocenti, e l’elenco delle nefandezze che sono state in più occasioni variamente attribuite al personaggio Bin Laden, una volta così amico e connivente della presidenza statunitense, ma poi caduto in disgrazia, col seguito che sappiamo. O forse che non sappiamo e che mai bene sapremo, dato il mistero che circonda inesorabilmente le storie di questi personaggi, che ai miei piccoli occhi appaiono talvolta alieni, ma che sono inspiegabilmente invece appartenenti alla stessa specie Homo Sapiens alla quale ‒ così pur ci garantisce la biologia ‒ tutti apparteniamo. Non mi occupo quindi minimamente della probabilità che l’annuncio presidenziale sia in tutto o in parte veritiero o contenga l’ennesima bufala che ci viene fornita perché serve in questo particolare momento storico.
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La Socialdemocrazia Reale
di Polonio210 e Said
17 settembre 2006. Elezioni politiche in Svezia. Fredrik Reinfeldt, leader dell’Alleanza per la Svezia (coalizione di centrodestra formata da Partito Moderato, Partito di Centro, Partito del Popolo e Cristiano Democratici) ottiene il 51% dei seggi parlamentari. I Socialdemocratici, guidati dal 57enne Göran Persson, si fermano al 34,9% dei voti: è il risultato peggiore dal 1914
Alle radici di una crisi
Le date, come spesso accade nella storia, altro non sono che piccole tracce su cui riflettere, indagare. Esaminare la crisi politica, ma ancor prima valoriale, della Socialdemocrazia d’oggi è compito davvero ingrato. Mettere a fuoco le diverse dimensioni del problema, proporne una gerarchia delle cause, avanzare infine delle ipotesi sulla misura delle relazioni d’influenza reciproca, risulta viepiù complicato. La tesi di fondo, che qui si propone, seguendo un filo interpretativo che volutamente elude ed esclude alcune variabili pur importanti, è che la crisi del pensiero politico e della relativa proposta socialdemocratica siano stati profondamente influenzati dalla fine dei regimi del cosiddetto Socialismo Reale.
Compiendo un passo indietro verso il vituperato ‘900, una delle chiavi di lettura più convincenti ha scientemente «ridotto» questo secolo alla titanica sfida tra due messaggi universalisti: quello americano (wilsoniano) e quello sovietico (leninista).
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Il «servilismo» italiano e il '68
di Luigi Cavallaro
I post-sessantottini non si chiedono in che modo ciò in cui hanno creduto e credono (e soprattutto ciò che hanno fatto dal 1989 a oggi) possa essere considerato la causa del declino economico e sociale di oggi. E Viale non fa eccezione
Non credo che il problema di questo Paese sia un generico «servilismo», come recentemente sostenuto su queste colonne da Guido Viale. (il manifesto 29/4) Tanto meno credo che codesto «servilismo» non abbia a che fare con le rivolte del '68 contro l'«autoritarismo» e per «la conquista di una propria autonomia personale». Mi pare piuttosto di poter dire che l'origine dei nostri problemi risieda precisamente nel rapporto tra le aspirazioni giovanili della generazione del '68 e le concretizzazioni reali della sua maturità.
È un fatto difficilmente contestabile che, attualmente, le leve del potere dell'industria culturale stiano tutte in mano a (tardi) esponenti della «generazione ribelle», equamente distribuiti fra «destra» e «sinistra». L'editoria più importante non pubblica se non ciò che si richiama alla loro costellazione valoriale. In televisione, occupano la scena come anchor-men (o women) o come ospiti dotati di diritto di parola. Beninteso, qualche spazio letterario o qualche comparsata televisiva si concede anche agli extranei, ma a condizione che i beneficati non pretendano di obiettare all'idealismo (in senso gnoseologico) dei depositari del logos.
Dal punto di vista economico e politico la situazione non è differente.
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Mettersi di traverso. Per una critica del biocapitalismo contemporaneo*
Sergio Bologna, Dario Banfi
Tutti i sistemi totalizzanti tendono a ridurre l’umanità a un insieme di corpi senz’anima, senza personalità, il capitalismo per primo e il biocapitalismo quasi ci riesce(1). Il problema sta nel rifiuto di subire, di sottomettersi, è l’eterno problema della libertà dell’individuo, qui sta il senso del discorso sulla coalizione. Ma la libertà non è scindibile dalla conoscenza e pertanto l’affermazione che l’informatica ha creato una diversa epistemologia significa che ha modificato i parametri del processo conoscitivo liberandolo in parte dalla dipendenza dell’insegnamento, del lavaggio del cervello, e dalla dipendenza dei procacciatori/manipolatori d’informazioni, aprendo lo spazio a una, seppur parziale e in permanente tensione, autonomia dell’individuo. Parlando il linguaggio dei simboli ha ridotto lo scarto tra la parola e i suoi effetti, il gesto e i suoi riflessi. Ha abbassato la statura dell’autorità, le ha tolto il piedestallo, contribuendo in questo senso alla de-professionalizzazione.
La nascita e lo sviluppo delle «nuove» professioni» avviene proprio nel periodo in cui questo passaggio di civiltà comincia a compiersi. Non hanno un percorso di formazione precostituito, non possiedono conoscenze alle quali corrisponde un ambito di giurisdizione ben definito, vivono di relazioni più che di competenze, la loro autorità è sancita dal mercato non dalle credenziali, a loro non servono i paludamenti del professionalismo, anzi sono d’impaccio. Ma il termine generico di «nuove professioni» comprende anche alcune antiche esercitate in maniera nuova o, per meglio dire, svolte in contesti di mercato talmente diversi da quelli che in origine le aveva viste nascere, che possono essere considerate «nuove».
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Come calcolare correttamente la riduzione dei salari
Antonella Stirati
In precedenti contributi a questa rivista (come del resto in numerose e autorevoli altre sedi) si è sostenuto che negli ultimi decenni vi è stata una redistribuzione del reddito a sfavore del lavoro dipendente di grande portata. Intorno a questo si è sviluppata una discussione che ha visto un mio commento a un post di Giulio Zanella ed una sua risposta (noisefromamerica 7/1/2011), che difende alcune scelte metodologiche relative all’uso dei dati che io avevo criticato. La questione è rilevante, in quanto il modo in cui si utilizzano i dati può permette di vedere, o invece offuscare, l’entità di un fenomeno che ha evidentemente una grande rilevanza sociale ed economica. Se infatti la redistribuzione del reddito è avvenuta e ha dimensioni rilevanti, ne discendono problemi di equità e coesione sociale, e anche conseguenze macroeconomiche negative per l’andamento dei consumi, e quindi della domanda aggregata e dell’occupazione (si veda in proposito Stirati, le premesse teoriche della lettera degli economisti, su questa rivista).
La materia del contendere riguarda in particolare due punti:
1 – se sia più opportuno utilizzare la quota dei redditi da lavoro sul PIL “corretta” mediante l’imputazione al lavoro autonomo di un reddito da lavoro pari al reddito medio da lavoro dipendente o, come suggerito da Zanella, la quota sul PIL dei redditi del solo lavoro dipendente.
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Il rapporto di produzione capitalistico
Valerio Bertello
Carattere duale del rapporto
Nel modo di produzione capitalistico il rapporto di produzione si presenta in due forme: una volta nella sfera della circolazione come scambio, una seconda volta in quella della produzione come dispotismo(1). Questa forma duplice è tanto più singolare in quanto si tratta di rapporti tra loro antitetici. Il primo, che ha come presupposti sociali la proprietà privata e la libertà dei soggetti, implica la divisione sociale del lavoro, ed è derivato da formazioni sociali precedenti. Il secondo è fondato sulla volontà dispotica del capitalista, che domina completamente il processo produttivo conferendogli una forma caratteristica, creazione specificamente capitalistica, quella della divisione manifatturiera del lavoro. Rapporto questo che si pone come negazione del precedente sia in relazione alla libertà del lavoratore, in quanto esso è sottoposto al dominio del capitale, sia in relazione al lavoratore come proprietario, in quanto esso viene spogliato totalmente del prodotto del proprio lavoro. Quindi assenza di libertà nel processo di lavoro ed espropriazione del risultato: questo l’esito del passaggio dal primo rapporto al secondo. Nel passaggio dalla sfera della circolazione a quella della produzione si verifica cioè una negazione radicale del primo rapporto da parte del secondo.
Perché questa duplicazione di quello che in realtà è uno stesso rapporto, cioè un rapporto di produzione, e perché in due forme che sono una la negazione dell’altra?
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Euro-salvataggi. L’uscita dall’euro non è un’opzione, il default sovrano sì
Mario Seminerio
Nel pomeriggio di venerdì 6 maggio, un lancio dello Spiegel Online ha causato il panico sui mercati finanziari, europei e non solo, già reduci da una settimana di forti ribassi delle materie prime. Il giornale segnalava la convocazione di un meeting straordinario tra ministri delle Finanze della zona euro per affrontare la minaccia della Grecia di uscire dall’euro. Tentiamo di decodificare i segnali, e di capire cosa potrà accadere ora.
La premessa è che nel corso della scorsa settimana il Portogallo è giunto a definire, con Unione europea e Fondo Monetario Internazionale, le condizioni dell’assistenza finanziaria necessaria a fare uscire il paese da una profonda crisi di debito sovrano, alimentata da una cronica incapacità a crescere (solo lo 0,8 per cento medio, nell’ultimo decennio). Lisbona ha ottenuto condizioni piuttosto morbide, soprattutto dall’Ue, che finora era invece stata il “poliziotto cattivo” nei negoziati di salvataggio. Il realismo ha evidentemente consigliato di non serrare troppo il cappio al collo di paesi che, a causa dell’austerità imposta dalla manovra, vedono un crollo dei livelli di attività economica e (di conseguenza) un andamento esplosivo del rapporto debito-Pil.
Il prossimo 16 maggio gli europei decideranno quale tasso far pagare al Portogallo, ma c’è motivo di ritenere che non sarà penalizzante come quello inizialmente applicato a Grecia ed Irlanda.
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Barzellette seriose
di Augusto Illuminati
Le barzellette berlusconiane in genere mirano a solleticare con sconcezze poco sofisticate l’immaginario pecoreccio degli ascoltatori, con cui il locutore si identifica esibendo un sovrappiù di potenza (virile e monetaria). Notevole invece che a volte sappia tenersi sul registro del reale, con una iper-identificazione che non passa attraverso l’ingenua identificazione del pubblico. Questa ultima barzelletta (comizio al Palasharp del 7 maggio per la campagna elettorale milanese) suona infatti così, sobria e agghiacciante, tutta giocata sulla doppia intonazione – interrogativa e constatativa – dell’avverbio adesso:
Appunto, in barba a tutte le spallate, i conflitti di interesse, gli astuti progetti di farlo fuori con le più improbabili combinazioni, adesso Berlusconi sta sempre lì, il che in termini e tempi politici significa che rischia di starci quasi per sempre. Magari domandiamoci perché. Forse perché la sinistra ha sognato di estrometterlo facendo concessioni alla Lega sul federalismo? Oppure sposando contro la Lega la buona causa delle spedizioni umanitarie in Kosovo, Afghanistan e da ultimo Libia? Forse perché il Pd strizza l’occhio ai cattolici casiniani sulle tematiche etiche?
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Il mito dello sciopero generale
di Collettivo Uninomade
Che cosa significa sciopero generale oggi? Questo è il problema. Susanna Camusso sembra avere le idee piuttosto chiare. Al momento del suo insediamento ha subito generosamente messo in guardia i suoi avversari, dentro e fuori la Cgil, dicendo in buona sostanza: voi poveri illusi fate una campagna per lo sciopero generale, ma il sindacato ne ha fatti più di uno negli ultimi anni, non vi rendete conto che non servono a nulla? Non è stata ascoltata, e tutti possono ora vedere come è andata a finire. L’intelligente mastino della Cgil ha così messo nell’angolo la Fiom, riaffermando la piena sovranità della segreteria e del suo ruolo politico, non negando ma convocando lo sciopero generale: a distanza di sicurezza dall’autunno di lotte, di sole quattro ore e con manifestazioni territoriali. Per rendere più chiara la resa, la Fiom ha accettato – proprio alla vigilia dello striminzito 6 maggio – il diktat di Marchionne alla Bertone: solo la consumata spregiudicatezza di un abile sindacalista può presentare come “genialità operaia” quella che è un’evidente sconfitta, ripetendo gli stessi argomenti con cui la segretaria della Cgil invitava a votare sì anche a Mirafiori. La mossa del cavallo rischia di essere, in realtà, uno scacco matto.
Ma il punto, per noi, non è fare le pulci ai conflitti intestini al sindacato, ma rimettere a tema il rapporto tra movimento e sindacato a partire dalle lotte.
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La Guerra di Libia, il Potere Americano e il Sistema dei Petrodollari*
Peter Dale Scott
La campagna attuale della NATO contro Gheddafi in Libia ha dato luogo a una grande confusione, sia tra coloro che conducono questa inefficace campagna, sia tra gli osservatori. Molte persone, la cui opinione io di solito rispetto, vedono questa guerra come una guerra necessaria contro un criminale - anche se per alcuni il cattivo è Gheddafi, e per altri Obama.
Il mio parere su questa guerra, d'altra parte, è che essa sia tanto mal concepita quanto pericolosa - una minaccia per gli interessi dei libici, degli americani, del Medio Oriente e in teoria per tutto il mondo. Sotto la dichiarata preoccupazione per la sicurezza dei civili libici c'è un timore malcelato e più profondo: la difesa da parte dell'Occidente dell'attuale economia globale dei petrodollari, ormai in declino...
La confusione a Washington, di pari passo con l'assenza di discussione sul motivo strategico prioritario alla base del coinvolgimento americano, è sintomatica del fatto che il secolo americano sta finendo, e termina in un modo che è contemporaneamente prevedibile nel lungo periodo, quanto irregolare e fuori controllo nei dettagli.
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Altro che Bin Laden, ora Obama pensa al debito
Vladimiro Giacchè
Non appena si è diffusa la notizia dell’uccisione di Osama bin Laden, i prezzi dei titoli di Stato Usa a 10 anni sono crollati, spingendo molto in alto i rendimenti (cioè gli interessi che il governo degli Stati Uniti paga a chi compra i suoi titoli di Stato). Venuta meno la minaccia terroristica (ma sarà vero?), anche la domanda di prodotti finanziari “sicuri” diminuisce. Ma quello che è avvenuto è in realtà la spia di problemi strutturali. Il recente giudizio negativo emesso da Standard & Poor’s sulle prospettive del debito Usa ha reso evidente l’insostenibilità delle politiche di bilancio statunitensi. Con un deficit al 10% del Pil non si va da nessuna parte. Soprattutto in presenza di un debito pubblico molto superiore al 62 per cento della cifra ufficiale del debito federale. In quella cifra, infatti, non si tiene conto né delle potenziali perdite sulle società immobiliari garantite dallo Stato, Fannie Mae e Freddie Mac (tra 160 e 600 miliardi), né dei diritti acquisiti su prestazioni sociali future: considerando questi fattori, il debito già oggi sarebbe al 94 per cento del Pil. Se poi si aggiungesse il debito dei governi locali (come si fa in Europa), la percentuale aumenterebbe di un altro 21%. In termini percentuali siamo poco al di sotto del debito italiano (120%).
Ma quali sono i principali capitoli di spesa del bilancio Usa? Nell’anno fiscale 2010, dei 3.500 miliardi di dollari di uscite, il 20% è andato alle spese militari (694 miliardi di dollari): un record mondiale. In termini assoluti si tratta della spesa più elevata dalla fine della seconda guerra mondiale: superiore anche ai tempi delle guerre di Corea e del Vietnam. In termini percentuali, si attesta al 5% del Pil, in crescita anche rispetto alla presidenza Bush.
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La spettacolare morte di #osama
Osama is trending! (o era Obama?)
InfoFreeFlow
Non c’è che dire! Un fine settimana degno di Walt Disney per l’infosfera globale: il principe sposa Cenerentola con un matrimonio da favola e l’orco cattivo muore. Sull’atmosfera fiabesca aleggia l’ectoplasma di papa Wojtytla: la circolarità di sentimenti ed emozioni prodottasi tra media broadcast e social network deve aver dato alla testa all’onorevole Biancofiore del PDL, che in preda ad una crisi mistica ha gridato al miracolo, causando lo sdegno imbarazzato del Vaticano. Dulcis in fundo una chicca dal sapore frodiano ce la regala la Fox annunciando in diretta la morte di Obama Bin Laden: a guardare il razzismo del suo linguaggio ed i veementi attacchi contro il presidente statunitense verrebbe da pensare più ad un lapsus che ad una gaffe.
Non manca il sarcasmo in rete di fronte alla morte del leader di Al Qaeda: c’è chi si chiede se finalmente sarà possibile portarsi il bagno schiuma in aereo o se l’incarnazione del male non abbia segretamente ceduto al fascino dell’Iphone 4 bianco o magari al vizio (tutt’altro che occidentale) di quattro amene chiacchiere sui social network. Attivata per sbaglio la geolocalizzazione dei tweet?
Dal sapore più amaro e retorico sono invece i tweet di coloro che si domandano se l’affermazione della categoria metafisica del terrore nel nostro immaginario non abbia effettivamente vinto visto il caro prezzo pagato per “sconfiggerlo”: nella lunga lista delle “casualties” prodottasi a cavallo delle due guerre scatenate per dare la caccia ad un singolo personaggio possiamo elencare centinaia di migliaia di vittime civili e le nostre libertà fondamentali. Mission accomplished?
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Marx e Keynes, per non banalizzare le forme dei conflitti di classe
Giovanni Mazzetti
Può chi si schiera a favore della classe lavoratrice determinare un corto circuito tale da ostacolare lo stesso processo di emancipazione per cui si batte? Purtroppo sì. Come ripete insistentemente Marx, prendendosela con le lotte fallimentari dei suoi contemporanei, una cosa è essere depositari della volontà di cambiare le cose, un’altra è aver sviluppato la capacità di farlo
Nel corso del ristagno quarantennale che stiamo attraversando il movimento ha ignorato questa differenza essenziale, commettendo un errore del tutto analogo a quello dei precedenti rivolgimenti storici. Marx definisce questo errore come un processo di “naturalizzazione” della propria condizione e dei propri bisogni. E’ evidente, infatti, che se nei bisogni che si cerca di soddisfare non c’è alcun problema, e cioè se le condizioni e il significato della loro soddisfazione sono immediatamente intelligibili, la volontà così com’è appare senz’altro un forza adeguata al perseguimento dello scopo. Uno sa quello che vuole e come può ottenerlo, cosicché tutto si riduce ad un “fare” corrispondente, e se le cose non vengono fatte ciò accade per la mancanza di “una volontà politica” di agire. Se invece lo stesso prender corpo del bisogno e le implicazioni della sua eventuale soddisfazione non sono immediatamente trasparenti, perché conseguenza di svolgimenti contraddittori dello sviluppo, che hanno fatto emergere condizioni nuove, che bisogna ancora imparare a metabolizzare, tutto cambia. Come sottolinea Marx nella III tesi su Feuerbach, la modificazione delle circostanze, che si vuole realizzare per soddisfare il bisogno, “coincide”, in questo caso, con un processo di autotrasformazione dell’individualità sociale che solo se interviene può renderla realizzabile.
Il senso comune contro la storia
A partire dalla metà degli anni Settanta è iniziato un processo di logoramento di un potere dei lavoratori che, nei due decenni precedenti, era scaturito dalle lotte di classe (che si concretizzava nel pieno impiego, in salari elevati e in condizioni di lavoro ragionevoli).
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Crisi europea del debito. Paga l’Italia
Sergio Cesaratto, Lanfranco Turci
A tutti è chiaro che Grecia, Irlanda e forse il Portogallo (i PIG) dovranno fare default sul loro debito estero. La questione aperta non è se, ma quando, come e, soprattutto, chi paga. Com’è anche a tutti noto, il debito estero greco consiste sin dall’origine soprattutto di debito pubblico; quello irlandese è di origine privata, dovuto ai crediti esteri che hanno finanziato un boom edilizio, ma è divenuto pubblico dopo che lo stato ha garantito i debiti esteri contratti dalle banche locali; quello lusitano è una via di mezzo.
La scommessa apparentemente fatta sinora dai paesi europei che contano è che le rigide misure fiscali imposte a quei paesi in cambio del sostegno finanziario generino un surplus del bilancio pubblico, mentre al contempo la deflazione salariale determini una ripresa delle esportazioni che, con la caduta delle importazioni in seguito alla caduta dei livelli di attività interni, generi un parallelo avanzo commerciale e con esso la capacità di redimere il debito estero.
La ripresa delle esportazioni modererebbe la caduta dei livelli di attività e, conseguentemente, delle entrate fiscali. La scommessa è chiaramente persa poiché attuazione ed effetti di una selvaggia deflazione salariale sulla competitività, in particolare di Grecia e Portogallo, sono incerti e differiti nel tempo. Così i livelli del debito pubblico rispetto al Pil in questi paesi sono destinati nei prossimi anni a crescere inesorabilmente (di circa un terzo in pochi anni). Ciò in seguito alla caduta del loro Pil e delle relative entrate fiscali, dovuta alle selvagge misure di rigore loro imposte, alla abnorme spesa per interessi (inclusi quelli usurai pagati sui prestiti europei), alla “necessità” che il settore pubblico assorba parte dei debiti del sistema bancario.
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Diario economico-politico – Primo Maggio
di Christian Marazzi
Ciclo, bolle e comune. Un articolo di Peter Coy e Roben Farzad apparso sul settimanale BloombergBusinessweek (“The Bubble This Time”, 18-24 aprile) ripropone, “come se il 2008 non fosse mai accaduto”, il tema delle bolle finanziarie, del loro ruolo all’interno del ciclo capitalistico e, aggiungiamo noi, il loro rapporto con il comune. Un altro articolo di Ashlee Vance, sempre sullo stesso numero di BB (“Are social Netweorks Gonna Blow?”), analizza il lascito, ossia quel che resterà dopo l’esplosione della bolla dei social media consumer-oriented. “Once again, 11 years after the dot-com-era peak of the Nasdaq, Silicon Valley is reaching the saturation point with business plans that hinge on crossed fingers as much as anything else. We are certainly in another bubble. And it’s being driven by social media and consumer-oriented applications” (…) “It’s a safe bet that sometime in the next 20 months, the capital markets will close, the music will stop, and the world will look bleak again”.
Cerchiamo di riassumere per punti:
1) Dopo l’esplosione della bolla dei subprime, i mercati globali sembrano oggi una coppa di champagne piena di bollicine. Robert Shiller, economista professore alla Yale University (che aveva previsto con largo anticipo la bolla internettiana e quella successiva dell’immobiliare), ha calcolato che lo Standard & Poor’s 500-stock index rappresenta 23 volte i guadagni normalizzati degli ultimi 10 anni, mentre la media storica è di 16 volte. Secondo Doug Nolan, del Federated Prudent Bear Fund, “I fear this is the granddaddy of them all, an almost-encompassing bubble right at the heart of monetary systems”;
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