La parabola dell’economia politica – Parte XXVII
Critica dei postulati del teorema neoliberista
di Ascanio Bernardeschi
I postulati su cui poggiano le teorie economiche neoliberiste sono irrealistici se non addirittura frutto della fantasia, però le politiche conseguenti vengono ugualmente imposte in quanto utili al sostegno dei profitti e alla conservazione del primato del capitale sul lavoro
Nel precedente articolo avevo segnalato che la bocciatura delle politiche keynesiane da parte della scuola di Chicago anche nel breve periodo, discende dall'assunzione che gli investitori assumano le loro decisioni sulla base di “aspettative razionali” che inducono a prendere in considerazione la redditività di tali investimenti nel medio periodo. A questo proposito è bene discutere della razionalità di decisioni che si basano sui dogmi dell’economia ortodossa che vengono divulgati e diventano senso comune. Se il dogma divenuto senso comune ci dice che un dato titolo si apprezzerà, allora la massa degli speculatori scommetterà sul suo apprezzamento e quindi il mercato determinerà un aumento delle sue quotazioni in borsa, facendo sì che questa aspettativa si autorealizzi. Gli operatori sbaglierebbero ad agire secondo le loro intime e magari più ragionevoli convinzioni. Devono agire secondo quelle che ritengono siano le convinzioni del “mercato”, le sole che si autorealizzano, cioè quelle inculcate dagli economisti volgari, che indirizzano la condotta della generalità degli operatori. Così facendo saranno “razionali”, perché per un po’ le cose andranno proprio così, fino allo scoppio di qualche bolla che ripristinerà il primato della realtà sulla fantasia neoliberista.
Cose analoghe avvengono nell’economia “reale”: si consigliano comportamenti e decisioni di investimento valutando le scelte statali di politica economica in base alla loro conformità o meno alle prescrizioni degli economisti egemoni.



Catlin Johnstone, una giornalista australiana eterodossa, in una sua angosciata analisi
1. La preistoria di Storia e coscienza di classe
Bradford DeLong
Recentemente Fredric Jameson ha fatto una interessante puntualizzazione su quella che è probabilmente la più citata delle sue affermazioni: “quando ho detto che è più difficile immaginare la fine del capitalismo che la fine del mondo, non volevo certo intendere che fosse impossibile”. Questa presa di posizione può essere letta come una precisazione relativa ai possibili esiti della sua celebre analisi sul postmodernismo che sembrerebbe depotenziare le istanze critiche presenti nei suoi precedenti lavori incentrati sulla produzione culturale moderna e modernista. La citazione conclude la prefazione, firmata dallo stesso critico americano, al testo di Marco Gatto, intitolato Fredric Jameson.
1. Guerra ed economia. I commentatori italiani, e non solo, hanno perlopiù ignorato i dati macroeconomici di fondo che stanno alla base della guerra d’Ucraina. Eppure non dovrebbero essere trascurati, perché senza prenderli in considerazione non è possibile capire perché sia la Russia che gli USA abbiano preferito la guerra a un’intesa diplomatica. Come è (o dovrebbe essere) noto, la causa prossima della guerra è stata il patto americano-ucraino del novembre 2021 (il testo è facilmente reperibile su internet), che sanciva l’impegno USA ad aiutare l’Ucraina nella riconquista di Crimea e Donbass e il rapido ingresso dell’Ucraina nella NATO (patto a cui la Russia rispose con un documento inviato agli USA in dicembre, in cui si chiedeva la neutralità dell’Ucraina e la sua esclusione dalla NATO e che non venne preso in considerazione). La Russia preferiva, e ha preferito, la guerra e l’intervento della NATO piuttosto che consentire che ciò avvenisse; e gli USA hanno preferito la guerra piuttosto che rinunciare a tale ingresso. Fin qui i fatti. Fare una guerra contro un nemico forte non è un’impresa da poco, occorre chiedersi perché entrambi i contendenti abbiano scelto di farla, o almeno di correre molto seriamente il rischio che scoppiasse. Non ho elementi per valutare appieno le ragioni della Russia, per capire cioè se accettare la massiccia subordinazione dell’Ucraina da parte degli USA prevista dal trattato non potesse andare a vantaggio anche del popolo russo; e se avesse a disposizione alternative meno sanguinarie o strategie geopolitiche più collaborative per impedirlo. In questo articolo mi occuperò solo delle ragioni degli USA.
Nel testo che segue affrontiamo soltanto alcuni aspetti di un tema molto complesso, quello dell’aumento recente dei tassi di inflazione in Occidente e delle politiche portate avanti dalle banche centrali, in primis dalla Bce, nonché dai vari governi, per combattere il fenomeno. Molti gli interrogativi che restano senza risposte adeguate.
Se il declino americano e dell’unipolarismo – due cose sovrapponibili, ma non necessariamente identiche – sono ormai un dato evidente, la questione più urgente è quindi capire quando e come avverrà la transizione. Infatti, se un passaggio verso un mondo multipolare sembra ad oggi inevitabile, è chiaro che non sarà un passaggio indolore, ma al contrario sarà segnato da una guerra. È quindi importante cercare di comprendere come avverrà questa transizione, quali potrebbero essere le mosse – soprattutto militari – della potenza declinante, l’America.
Quello che segue è l’adattamento di una conferenza sul tema della civilizzazione ecologica tenutasi alla John Cobb Ecological Academy a Claremont, California, il 24 giugno 2022. La conferenza si pone sulla scia della Fifteenth International Conference on Ecological Civilization di Claremont (26-27 maggio 2022). Al discorso, rivolto ad un pubblico in larga parte cinese, è seguita una lunga intervista condotta da alcuni studiosi di marxismo ecologico, intitolata Why Is the Great Project of Ecological Civilization Specific to China?, che sarà pubblicata in contemporanea, come Monthly Review Essay, sul sito web della Monthly Review. Sia la conferenza che l’intervista saranno co-pubblicate in Cina dal Poyang Lake Journal.



In uno dei più conosciuti e bei frammenti de L'ideologia tedesca del 1846, Marx ed Engels sintetizzavano:
Il 9 novembre solo in Italia (nessun altro Paese europeo infatti lo festeggia) si celebra il “giorno della libertà”, in ricordo dell’abbattimento del muro di Berlino, giorno istituito con la Legge 15 aprile 2005, n. 61, all’epoca dunque del governo Berlusconi.
Se oggi in Italia vi fossero stati gruppi dirigenti comunisti con i coglioni, essi avrebbero manifestato immediatamente e vigorosamente in via Solferino 28, a Milano, sotto le finestre del Corriere della Sera. E immediatamente si sarebbero organizzati per manifestare in via S. Valentino 12, di fronte all’Ambasciata della Polonia a Roma e in Via Vittorio Veneto 121, di fronte all’Ambasciata degli USA a Roma.
L’ultima missione di spionaggio sui cieli dell’Europa dell’Est è stata tracciata dai radar lo scorso 14 ottobre. Un Gulfstream E.550 CAEW del 14° Stormo dell’Aeronautica militare italiana dopo essere decollato dallo scalo romano di Pratica d Mare ha raggiunto prima i confini della Polonia con l’Ucraina e poi quelli con l’enclave russa di Kaliningrad. Un’operazione ormai di routine da quando le forze armate di Mosca hanno invaso l’Ucraina. Il velivolo in dotazione ai reparti di volo italiani aveva fatto il suo debutto nelle aree di conflitto l’8 marzo 2022 con una missione d’intelligence nello spazio aereo della Romania fino ai confini con Moldavia e Ucraina e le sempre più agitate e militarizzate acque del Mar Nero. Da allora i Gulfstream E.550 di Pratica di Mare sono uno degli attori più richiesti dai comandi NATO che coordinano le operazioni aeree di sorveglianza e “contenimento” dei reparti di guerra della Federazione russa in territorio ucraino.
È da poco tornato in libreria e in versione e-book Questo Pianeta (Fandango libri), il libro forse più contemporaneo dell’importante produzione scientifica, divulgativa e letteraria di Laura Conti (1921-1993). A lei si deve di aver tracciato in Italia la strada, purtroppo rimasta poco battuta, di un ambientalismo scientifico e politico, capace anche di essere popolare.
"La minaccia di una catastrofe atomica, che potrebbe spazzar via la razza umana, non serve nel medesimo tempo a proteggere le stesse forze che perpetuano tale pericolo? Gli sforzi per prevenire una simile catastrofe pongono in ombra la ricerca delle sue cause potenziali nella società industriale contemporanea. Queste cause […] si trovano spinte in secondo piano dinanzi alla troppo ovvia minaccia dall’esterno – l’Ovest minacciato dall’Est, l’Est minacciato dall’Ovest. Egualmente ovvio è il bisogno di essere preparati, di vivere sull’orlo della guerra, di far fronte alla sfida. Ci si sottomette alla produzione in tempo di pace dei mezzi di distruzione […]. Se si tenta di porre in relazione le cause del pericolo con il modo in cui la società è organizzata e organizza i suoi membri, ci troviamo immediatamente dinanzi al fatto che la società industriale avanzata diventa più ricca, più grande e migliore a mano a mano che perpetua il pericolo.” (1)
Il modello economico tedesco, a cui l’Italia è legata per le subforniture, ha bisogno di revisione ma intanto ha deciso di andare in direzione opposta a Usa e Ue continuando a annodare legami con la Cina. Una opzione alternativa al decoupling stigmatizzata in Italia.
Solo chi la vive sul proprio corpo e nella propria anima, può fare esperienza reale della guerra, ovvero può avere «esperienza diretta del Reale in quanto opposto alla realtà sociale quotidiana»
Alla fine del XVI secolo, uno dei primi resoconti in forma estesa sulla vita in "Cina" venne pubblicato in Europa per mano di un mercenario portoghese di nome Galeote Pereira, combattente contro i Birmani per conto del Regno di Ayutthaya nella prima guerra moderna dell'Asia orientale. Divenuto in seguito pirata, saccheggiò le province costiere che si aff avano sul Mar Cinese Meridionale, all'alba di quella che sarebbe diventata una secolare ondata di pirateria favorita dalla crescita del mercato globale. La dinastia Ming rispose con la sua Campagna di Sterminio della Pirateria, e Pereira fu catturato nel Fujian ed esiliato nell'interno, riuscendo a fuggire solo anni dopo in Europa grazie alla corruzione e all'aiuto di alcuni mercanti portoghesi a Guangzhou. Il resoconto di tale esperienza, edito e pubblicato con l'aiuto dei Gesuiti, fu uno dei rari racconti di prima mano sulla "Cina" disponibili dai tempi di Marco Polo. Ma se Marco Polo era giunto da un'Europa arretrata e provinciale per osservare dall’interno la civiltà allora più avanzata del mondo, incarnata della dinastia Yuan (mongola), Pereira, d'altro canto, arrivava da un'Europa ormai trasformata approdando in una "Cina" altrettanto mutata, entrambe alle porte di un grande caos. Si trattava di una congiuntura agli albori del mondo capitalista caratterizzata dalla totale incertezza. Il dado era tratto, ma il quadro non appariva ancora stabilizzato. Con la più grande marina, la tecnologia più avanzata ed una produttività agricola senza precedenti, la dinastia Ming rimaneva la struttura politica più estesa e potente del mondo. Eguagliava e superava l’Europa ad ogni livello, e la questione della “fallita” transizione della Cina al capitalismo (nota come “Problema di Needham”) sarebbe diventata una sorta di enigma iniziatico per i futuri studiosi della regione. L’arrivo di Pereira si situava nel mezzo del declino Ming, causato in parte dall’esplosione dell’industria dell’argento portoghese e spagnola e dalle nuove reti commerciali, di cui lo stesso Pereira era un prodotto.
Molti chiedono: che fare? E per quanto ci si spieghi, il finale non cambia: quindi? che fare? soluzioni? proposte? Con l'orgoglio di chi non si lascia incantare e l'impazienza di chi va dritto al sodo. Qualcuno guardando l'orologio, qualcuno tamburellando le dita sul tavolo, tutti sollevando ieraticamente il capo nel pronunciare la summa quæstio, la domanda delle domande che non concede scampo. Ma io non rispondo, non ho mai risposto e non propongo alcunché.
Il capitalismo è arrivato alla fine del suo volo cieco attraverso la storia; ora può solo distruggersi. Ma quanto più appare innegabile che l'umanità non può continuare a riprodursi secondo le modalità della "bella macchina" e di quel suo unico movimento tautologico fine a sé stesso, tanto più si indurisce quella che è la forma della coscienza capitalista. La crisi mondiale della Terza rivoluzione industriale, ormai non riesce più a trovare alcun progetto emancipatorio da mobilitare come alternativa sociale. In genere, la critica radicale del capitalismo viene considerata come se fosse solo uno strano anacronismo, e ciò perché nella coscienza sociale - sia dell'«uomo della strada» che nella letteratura delle scienze sociali – essa viene identificata solo con il paradigma museale, irrimediabilmente obsoleto, del movimento operaio, il quale in realtà è sempre rimasto immanente al sistema. In tal modo, la riflessione teorica scompare completamente dalla sfera pubblica capitalista, sostituita in maniera superficiale da una cultura fatta di interessi mediatici autoreferenziali, che si preoccupa solo di attrarre l'attenzione: la "teoria" si presenta così come un'impresa commerciale come tutte le altre. Ma il ludico culturalismo postmoderno, che continua a ridefinire la povertà quasi come un travestimento, e l'umiliazione sociale come un gioco, è solo un evento superficiale sotto il quale si agita già qualcosa di molto diverso.
Il socialismo con caratteristiche cinesi è costitutivo di relazioni sociali produttive diverse da quelle capitalistiche? La risposta va cercata nella storia della Cina a partire dalla costruzione maoista della Repubblica popolare. Dopo la vittoria militare sull’imperialismo, l'attività del Partito Comunista ha puntato sulla diffusione di rapporti di produzione egalitari basati sulla socializzazione dei mezzi di produzione attraverso il lavoro collettivo dei contadini con l’impiego delle risorse e delle tecniche disponibili. La riproduzione della ricchezza, in termini di valori d’uso, è stata realizzata all’interno di un’area di accumulazione esterna e separata dall’area di accumulazione mondiale egemonizzata dagli Stati Uniti.
In questi giorni, coi fescennini e i canti tribali di un’orgia disgustosa, i media italiani e di tutto l’occidente capitalistico celebrano i trent’anni dalla caduta del Muro di Berlino, 9 novembre 1989. I canti tribali, col monotòno anticomunista, occupano ogni televisione nazionale e privata, ogni radio, ogni giornale, ognuno dei cento e cento siti “politici” e “culturali” dispersi nella Rete, tutta la Rete. L’azione vandalica si estende su di un terreno vastissimo, ma il messaggio è unico e totalizzante: il Muro di Berlino è stato l’orrore, l’oscurità della Storia, il disumano, ed esso ha incarnato il socialismo stesso, che dunque è oscurità e orrore. L’apparato semantico dell’intero sistema mediatico occidentale è un esercito distruttore in cammino e nel suo procedere implacabile, nella sua narrazione non ha né dubbi né zone grigie, né analisi né storicizzazione: il Muro è stato eretto “improvvisamente”, il 13 agosto del 1961, per volontà di un gruppo dirigente folle e maligno, perché così è il socialismo, erige muri, semina terrore, senza motivazioni. Dal fiume infinito di articoli, saggi, trasmissioni sul trentesimo anniversario della caduta del Muro non emerge una frase, un rigo appena, un modesto accenno ai perché storici di quella edificazione e un giovane lettore può pensare che lì, nella Germania Est, semplicemente, come in un graphic novel americano, s’estendeva il Regno del Male. Al contrario, un’intera letteratura sociologica si riversa dai media per imporre l’idea che al di là del Muro vi era un intero popolo reso schiavo dalla dittatura comunista, vi era una parte della Germania ridotta ad un’unica ed opprimente caserma, uomini e donne dall’anima incatenata e dai corpi che conoscevano solo la miseria e la fame.
Non potendo certo competere con la conoscenze e le abilità culinarie di Andrea Amato – così bene illustrate nel suo
Nonostante l’intervento in Ucraina fosse stato pianificato da anni (1), la Russia ha modificato più volte la propria impostazione tattico-strategica nel conflitto. Ciò è ovviamente in parte dovuto alla natura dinamica della guerra, che richiede una elevata capacità di adattamento al mutare delle situazioni, ma anche ad una serie di errate valutazioni politico-militari. Il ritiro delle truppe dalla riva destra del Dniepr segna appunto uno di questi passaggi, che proveremo ad analizzare su più livelli, tattico, strategico e politico.




































