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Le proposte della Cina per un ordine internazionale alternativo a quello occidentale
di Alessandro Scassellati
La crisi consiste nel fatto che il vecchio muore […] il nuovo non può nascere e in questo interregno si verificano i fenomeni morbosi più svariati.
Antonio Gramsci
Grande è il disordine sotto il cielo. La situazione è dunque eccellente.
Mao Zedong
Negli ultimi mesi la Repubblica Popolare di Cina si è segnalata per uno spiccato attivismo per cercare di ridefinire una propria visione di un ordine internazionale alternativo a quello offerto dall’Occidente – il cosiddetto “rules-based international order” (anche se le «regole» non sono state mai veramente scritte da nessuna parte ad eccezione della Carta delle Nazioni Unite, un’organizzazione di cui fanno parte 193 Stati che però vede le risoluzioni della sua Assemblea Generale sistematicamente ignorate dagli USA e dalle altre grandi potenze1), la Pax Americana2 -, avanzando proposte sulla sicurezza globale e sulla risoluzione del conflitto ucraino.
A fine febbraio, il Ministero degli Esteri cinese ha pubblicato tre fondamentali documenti che definiscono la visione cinese del mondo e della comunità internazionale. Il concept paper della Global Security Initiative (GSI), il documento US Hegemony and its Perils e il documento che illustra la proposta cinese per una soluzione politica alla guerra in Ucraina.
Documenti che hanno l’ambizione di presentare la Cina come forza per la stabilità e la prosperità globali, che vuole ispirare una “modernizzazione” post-occidentale in tutto il mondo, in particolare nel Sud del mondo, non perseguita attraverso la guerra, il colonialismo o l’espropriazione.
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Spiritualizzare il neoliberalismo
di Mimmo Cangiano
A proposito della cultura di destra: ecco come si è aperta alla possibilità di esaltare ogni forma di sviluppo capitalistico considerandolo un viatico per il rafforzamento della comunità e dell'identità nazionale
Si può cominciare da quattro cose che la cultura di destra non è. La cultura di destra non è incultura, ma un preciso sistema di pensiero che, con molte varianti interne, ruota intorno a una serie riconoscibile di tematiche economiche, sociali, politiche e filosofiche. Come tale la cultura di destra ha i suoi intellettuali e partecipa, tramite prassi e tramite teoria, alla battaglia per l’egemonia e per la conquista del senso comune.
In secondo luogo, la cultura di destra non è eterna, non è un fenomeno a-storico e men che meno è un’attitudine psicologica, ma è una delle risposte ai processi di democratizzazione e di prima nazionalizzazione delle masse che seguono al tracollo di feudalesimo e Ancien Régime. In tal senso la cultura di destra è una reazione al progressivo instaurarsi del sistema capitalistico e alla formazione delle istituzioni liberali, esattamente come lo è la cultura di sinistra.
In terzo luogo, la cultura di destra non è immobile, ma reagisce costantemente alle trasformazioni sociali (rivoluzioni industriali, irruzione delle masse nello Stato, emancipazione femminile, passaggio alla società dei consumi, globalizzazione, ecc.) riformulandosi per non morire. In ultimo, la cultura di destra non ha un preciso alveo culturale di nascita e non è legata per la vita a nessuna temperie filosofica (non è figlia del nazionalismo romantico, del metodo scientifico positivista o della Kulturkritik) ma, esattamente come fa rispetto alle trasformazioni socio-economiche, instaura continuamente relazioni dialettiche con le logiche culturali dominanti.
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‘La rivoluzione della cura’
La parola al filosofo
Alba Vastano intervista Marco Bersani
"Oggi le persone sono sole e isolate dentro una frammentazione sociale senza precedenti. Questo le fa scivolare nel panico e le fa sfociare nel rancore. Perché il panico diventi preoccupazione (ovvero la fase che precede l’occuparsi) e perché al rancore subentrino rabbia e speranza, il primo passo è ricostruire i luoghi della socialità, far incontrare le persone, permettere la socializzazione delle esperienze e dei saperi. Solo il sentirsi “parte” permette di iniziare a camminare” (M. Bersani)
“Il capitalismo produce incuria. Affidando le leve della società alle logiche del mercato e prevedendo relazioni unicamente intermediate dalla compravendita di beni e servizi costringe l’esistenza delle persone dentro la dimensione della solitudine competititiva…” (Marco Bersani)
La soluzione c’è per uscire dal capitalismo che produce isolamento, noncuranza e fagocita le nostre esistenze trasformandoci in merce. La soluzione è fare la rivoluzione. Non quella di stampo bolscevico, ovviamente. Marco Bersani, la definisce ‘la Rivoluzione della cura’ descrivendone i vari aspetti nel suo ultimo saggio. Non è semplice da realizzare, ma si può fare. È una rivoluzione che prevede una profonda analisi politica e sociale riferita agli avvenimenti dell’ultimo trentennio. Soprattutto un’analisi che chiarisca le cause dei disastri in cui viviamo in full immersion. Disastri generati dalla continua serie di crisi concatenate, in cui stiamo navigando maldestramente, senza legarle l’una all’altra, prive del contesto che le accomuna. Occorrerebbe riappropriarci di un pensiero critico che ci consenta di uscire dal loop del pensiero unico, omologato, che fa tanto gioco al potere.
Marco Bersani, saggista, filosofo, nell’intervista che segue ci offre pillole di pensiero critico. Importante la lettura del suo ultimo saggio ‘La rivoluzione della cura- Uscire dal capitalismo per avere un futuro’ per comprendere le dinamiche e i contesti delle crisi attuali che hanno tutte una matrice comune: il capitalismo.
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Tedeschi sotto & russi fuori
di Diana Johnstone*
Lo scopo della NATO: “Tenere gli americani
dentro, i russi fuori e i tedeschi sotto”
(frase attribuita a Lord Hastings Ismay, segretario
generale della NATO 1952-1957)
«Divide et impera» è la regola eterna dell'Impero
Soprattutto, non permettere ai ragazzi più grossi di far comunella. Cerca piuttosto che si azzuffino tra loro fino a prendersi per la gola l'uno contro l'altro. Mezzo secolo fa, bloccato nell'impossibilità di vincere la guerra del Vietnam, il Presidente Richard M. Nixon ascoltò il consiglio di Kissinger che lo esortava ad un'apertura delle relazioni con Pechino al fine di approfondire le divisioni tra Unione Sovietica e Cina.
Ma ora chi sono i ragazzi più grossi e da quando lo sono? Evidentemente le priorità sono cambiate. Otto anni fa, uno dei più influenti analisti geostrategici americani, George Friedman, definì quale fosse l'attuale principale priorità del divide et impera, quella che ora troviamo all'opera in Ucraina.
“L'interesse primario degli Stati Uniti è la relazione tra Germania e Russia, perché insieme rappresentano la sola forza che ci può minacciare,” spiegava Friedman.
L'interesse principale della Russia è sempre stato quello di avere una zona cuscinetto di paesi neutrali nell'Europa dell'Est. Lo scopo degli Stati Uniti invece è di costruire un cordon sanitaire di stati che le siano ostili, dal Baltico al Mar Nero, a far da barriera di separazione definitiva tra Russia e Germania.
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Macro(n)economia, ovvero il “Presidente dei Ricchi”
di Matteo Bortolon
Nelle ultime settimane le proteste in Francia hanno riempito pagine e schermate dei media internazionali: la contestatissima controriforma delle pensioni del governo Borne ha suscitato svariati scioperi e le più partecipate proteste di piazza della recente storia francese, con le otto maggiori sigle sindacali unite come una falange macedone, mentre da parti opposte tanto l’alleanza di sinistra radicale NUPES di J-L. Mélenchon e il partito di Marine Le Pen danno una serrata battaglia parlamentare. I sondaggi indicano che il 74% della popolazione sarebbe favorevole ad una mozione di sfiducia che facesse crollare il governo. La repressione della polizia nelle piazze è violentissima e ricorda la scriteriata gestione dell’ordine pubblico contro i Gilet Gialli del pre-Covid, allarmando il Consiglio d’Europa; se un qualsiasi governo nemico del blocco euroatlantico avesse fatto solo la metà di simili le potenze occidentali avrebbero già chiesto le dimissioni del vertice politico.
A questo si aggiunge la prova di forza voluta da Macron: l’approvazione della riforma in base ad un articolo della Costituzione (art. 49, c. 3) che consente di oltrepassare totalmente il Parlamento nel rifiuto di una minima interlocuzione con i rappresentati sindacali. Una cosi altezzosa indifferenza verso l’opinione pubblica ha suscitato ire selvagge ed è difficile pensare che possa essere riassorbita a breve. Ma non si tratta di una storia nuva.
Questa è solo l’ennesima puntata di un copione che inizia ad andare in scena quasi immediatamente dopo la prima elezione di Macron, che ha messo in cantiere una serie di riforme favorevoli ai ceti abbienti e totalmente funzionali al disegno neoliberale da venir bollato col meritatissimo epiteto di “Presidente dei Ricchi”.
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Leggere Lazzarato a Pechino
di Gabriele Battaglia
Guerra o rivoluzione di Maurizio Lazzarato (DeriveApprodi 2022) è un libro capace di suscitare vivaci discussioni attorno alle sue ipotesi. In questo articolo Gabriele Battaglia analizza il rapporto tra macchina Stato-capitale e guerra a partire dalla complessità dell’esperienza cinese. Andando oltre il dibattito su che cosa ci sia di socialista in Cina, l’autore si interroga proprio sul nesso deterministico tra crescita e guerra, connubio che è stato ed è decisivo nel modello di egemonia americano, come il conflitto in Ucraina dimostra.
* * * *
Lunedì 28 marzo 2023, le cronache riportano che il più noto imprenditore cinese è ricomparso dopo oltre due anni nella natia Hangzhou provocando un brivido di eccitazione nei media e sui mercati. Jack Ma è il fondatore di Alibaba, la più grande azienda di e-commerce al mondo dopo Amazon. Figura leggendaria per le giovani generazioni cinesi, l’ex insegnante di inglese è uno di quegli imprenditori ispirazionali che assumono lo status di guru e fanno tendenza: nel 2017, al meeting annuale della sua azienda, si mise a danzare sul palco travestito da Michael Jackson, copiandone tutte le mossette, per il delirio delle masse. Da sempre brillante, scaltro, attento a non pestare i piedi sbagliati, propenso alle enunciazioni profetiche e perciò astratte, Jack Ma è sempre stato perfettamente in simbiosi con il Partito comunista, tant’è che nel 2015 Xi Jinping se lo portò in delegazione negli Usa. Tuttavia, nell’ottobre del 2020, l’imprenditore-guru si montò forse un po’ troppo la testa e definì pubblicamente «banco dei pegni» il sistema finanziario cinese incentrato sulle grandi banche di Stato.
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La tempesta bancaria negli Stati Uniti e in Europa, e la lotta di classe
di Tendenza internazionalista rivoluzionaria
Per favorire la lettura e la comprensione di questo testo che deve, inevitabilmente, trattare questioni ostiche e usare termini tecnici, è stata aggiunta, alla fine, una legenda. (Red.)
Non si era ancora placata la tempesta Credit Suisse, che si è aperta un’altra voragine, protagonista il colosso del credito tedesco e mondiale Deutsche Bank. La crisi di quest’ultima è indubbiamente legata alle modalità con le quali è avvenuta l’incorporazione di CS in UBS, su cui diremo qualcosa nel corso di questo scritto.
In ogni caso, al momento, il bank run, la corsa affannosa agli sportelli delle banche per ritirare i propri soldi prima che venga giù il diluvio, sembra essersi placata.
Negli USA, un intervento deciso e tempestivo del Tesoro, della FED e della FIDC (l’Ente che ha il compito di garantire i depositi bancari fino a 250.000 dollari) ha costruito un cordone sanitario attorno a SVB, Signature e First Republic Bank, che sembra reggere.
Nel vecchio continente, la caduta rovinosa di Credit Suisse, neutralizzata con un’operazione straordinaria dalle molte implicazioni, non ha trascinato, per adesso, altri istituti. Le Borse hanno così ripreso fiato, recuperando in parte quanto avevano perduto nei giorni del panico.
Tutto a posto, dunque? Hanno ragione coloro che, al di là dell’Atlantico, vantano la tenuta delle norme “post Lehman Brothers”? E, in Europa, coloro che, Lagarde in testa, sottolineano il controllo più stringente della vigilanza bancaria nell’UE, la forte “resilienza” degli istituti di credito europei, la loro solidità patrimoniale, il “modello differente di business” che li contraddistinguerebbe da quelli USA? In altre parole, sono giustificate le dichiarazioni ufficiali improntate allo scampato pericolo, alla capacità mostrata di soffocare per tempo ogni contagio, a dispetto delle preoccupazioni che, qua e là, trapelano fra coloro che non hanno responsabilità diretta nella gestione economica?
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Samir Amin: per una critica dell’eurocentrismo
di Giorgio Riolo*
Samir Amin rientra tra coloro i quali più si sono attenuti alla feconda interazione e al reciproco sostanziarsi di teoria e di storia, di astratto e di concreto, di conoscenza e di realtà fattuale storico-sociale. È il suo un contributo di grande valore per dare coerenza teorica e categoriale a questo materiale empirico, reale. È in lui soprattutto la feconda interazione e la stretta interdipendenza di impegno politico militante e di necessaria riflessione teorica e culturale. La quale riflessione teorica e culturale era concepita da Amin non come semplice orpello.
Il militante (comunista, terzomondista-internazionalista, antimperialista, altermondialista ecc.) dialoga e illumina l’intellettuale marxista. E viceversa. È un pendolo, una oscillazione tra i due poli, costante. L’intera sua parabola di vita, e il suo apporto per noi, si dispiega dalla precoce adesione ai valori (morali, etici, intellettuali) socialisti e comunisti e dalla precoce lettura di Marx fino alla scomparsa nel 2018 come continuo confronto con la storia reale, con il capitalismo realmente esistente (locuzione da lui preferita), con Marx e con i marxismi storici, con la storia del movimento operaio, socialista e comunista, e dei movimenti di liberazione nazionale del Sud del mondo, con il socialismo reale e con le varie rivoluzioni nelle periferie (Cina, Vietnam, Cuba, Algeria ecc.), con la concezione generale dell’alternativa socialista.
I.
Nell’ampia produzione intellettuale e teorica di Samir Amin, costituita di opere sistematiche e di numerosi saggi e articoli, Eurocentrismo occupa un posto particolare. Già nella prima edizione del 1988, ma soprattutto nella stesura fatta per la seconda edizione, la cui traduzione italiana qui presentiamo.
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Comunisti: “l’unità di azione” senza prospettiva politica come garanzia della frammentazione
di Raffaele Gorpìa
“Il marxismo rinnovato e coerentemente declinato in senso politico è il compito storico delle nuove generazioni. L’unità di azione, senza una prospettiva apprezzabile, rischierà sempre più di diventare un’alternativa di accomodamento alla insuperabile frammentazione”
Nel 2023 si sono già celebrati ben 4 congressi di partiti comunisti di diversa matrice ideologica, rispettivamente Partito Comunista dei Lavoratori, Partito Comunista (ex Rizzo ora con nuova segreteria nazionale affidata ad Alberto Lombardo), Sinistra Classe Rivoluzione e, infine, solo per il momento, il congresso dei C.A.R.C (compagni che sostengono di aver compreso definitivamente la causa della crisi e della dissoluzione del socialismo del secolo scorso) che, inoltre, agitano la formula fissa valida per tutte le stagioni del “governo di emergenza e di blocco popolare” quando in Italia non riusciamo neppure lontanamente ad avvicinarci ad una situazione come quella attuale in Francia, fatta di lunghe mobilitazioni sociali e dove, per di più, vediamo che finanche l’eroica lotta della GKN di questi due anni fatica a riunire attorno a sé più forze sociali di una certa consistenza.
Tuttavia, per il prossimo anno assisteremo ancora e imperturbabilmente alla rituale celebrazione del congresso di Rifondazione Comunista e per l’anno successivo di quello del PCI di Alboresi, per poi ricominciare la giostra daccapo in attesa di qualche scadenza elettorale che, chissà, con una fortunata alchimia possa prima o poi piazzare qualche compagno sulla poltrona parlamentare. Qualche altra sigla non certo di massa sicuramente ci sfugge, tipo Sinistra Anticapitalista o Rete dei Comunisti o piuttosto Potere al Popolo, quello che non sfugge è, però, il riproporsi imperturbabile dell’orgia autoreferenziale di questi soggetti politici, orgia che rispecchia sempre più la spia della totale sfiducia nelle possibilità rivoluzionarie dell’epoca contemporanea, sfiducia che viene però compensata col compiacimento nella celebrazione della propria organizzazione.
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Sfiducia e protesta nelle democrazie sotto-sopra
di Gaspare Nevola
1. In Italia la sfiducia deborda. In Francia esplode la protesta. Scontro sociale sotto la cenere?
Ah i sondaggi… Valgono quel che valgono, pochi dubbi. Ma (per quel che valgono, se valgono) valgono tanto nei giorni dispari, quanto in quelli pari: al di là del colore delle lenti con le quali ciascuno guarda il mondo. Un recentissimo sondaggio d’opinione dell’IPSOS-Italia[1] dedicato alla (s)fiducia nelle banche in Italia all’indomani del crack prima della Valley Silicon Bank, poi del Credit Suisse, mostra una forte mancanza di fiducia dei cittadini, sfiducia via via alimentata negli ultimi anni dalla pandemia da Covid e dalla sua gestione, dalla guerra russo-ucraina e dal coinvolgimento dell’Occidente, dell’Europa e dell’Italia, dal caro energetico, dall’aumento dell’inflazione e del costo del denaro, dalla lievitazione dei mutui.
Nel presentare pubblicamente i risultati dell’indagine[2], il direttore scientifico dell’IPSOS-Italia, Enzo Risso[3], ha sottolineato che la forte e galoppante sfiducia colpisce un po’ tutta la classe dirigente: riguarda banche, istituti di credito, Banca Centrale Europea, manager, imprenditori, ceto politico, inclusi “esperti” e operatori dell’informazione e delle comunicazioni di massa. Secondo il 75% delle persone che hanno risposto al sondaggio, coloro che operano all’interno del sistema dirigente “non comprendono la difficoltà della vita reale della gente comune”; per questo 75%, inoltre, che coloro che hanno la responsabilità di regolare il funzionamento della società e di risolvere i problemi collettivi (e in primis quelli delle fasce sociali più deboli) scaricano le inefficienze e l’inefficacia del sistema da essi governato sulle persone comuni, sui consumatori, sulle famiglie.
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La società-fabbrica
di Lelio Demichelis
È in libreria e online (anche in e-book) il nuovo saggio del sociologo Lelio Demichelis. Titolo: La società-fabbrica. Digitalizzazione delle masse e human engineering (Luiss University Press, pag. 360). Ovvero, la fabbrica – e non l’impresa secondo l’ideologia neoliberale dominante – è il vero e reale modello di organizzazione del mondo e del nostro dover vivere. E a governare/ingegnerizzare la società trasformata in una fabbrica a ciclo continuo/h24 e a mobilitazione totale sono imprenditori e manager, finanza, marketing e tecnocrati e oggi soprattutto gli algoritmi e l’intelligenza artificiale, i nuovi meneur des foules con le loro tecniche sempre più raffinate di human engineering.
Perché il tecno-capitalismo ci vuole sempre più produttivi e consumativi e a pluslavoro crescente per la massimizzazione del profitto/plusvalore privato. Ma realizzare una società-fabbrica era l’obiettivo non tanto del capitale, quanto della razionalità strumentale/calcolante-industriale che predetermina e produce e incessantemente riproduce l’accrescimento tendenzialmente illimitato sia del capitalismo, sia il sistema tecnico. Ponendosi evidentemente in conflitto strutturale con la biosfera e la società e con il dovere di rispettare responsabilmente il concetto di limite. Il vero cambio di paradigma da realizzare è allora quello di uscire da questa (ir)razionalità strumentale/calcolante industriale e positivistica e costruire invece una ragione illuministica, ma umanistica ed ecologica. Un tema che riguarda soprattutto la sinistra, troppo positivista e industrialista nella sua storia.
Per gentile concessione dell’Editore, ne anticipiamo alcuni estratti.
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Capitalismo e violenza: una tendenza irresistibile
La crisi della democrazia alla luce di Marx
di Bernardino Mustone
Il capitalismo segue delle leggi di tendenza? Esiste un paradigma teorico che, sulla base delle categorie d’analisi e della sua logica interna, permette di individuare teoricamente queste leggi? Rispondiamo a queste domande alla luce di Marx, attualizzato da Brancaccio e Fineschi
La teoria marxiana, soprattutto alla luce delle nuove interpretazioni derivanti dal contributo della MEGA² (Fineschi, 2021a1), fornisce gli strumenti concettuali e propone delle tendenze storiche del modo di produzione capitalistico (Fineschi, 2021b2).
Marx scrive nella seconda metà dell’Ottocento, quando il modo di produzione capitalistico era, per certi versi, ancora in fase embrionale. Nonostante ciò, il Moro individua tendenze e processi che risultano ancora più attuali nella realtà odierna rispetto a quando egli le teorizzò.
Le tendenze del capitalismo
Alcune delle tendenze che Marx individua sono:
- la tendenza allo sviluppo delle forze produttive (o, potremmo dire, della produttività): si ha attraverso lo sviluppo della forma cooperativa del lavoro, attraverso il progresso scientifico-tecnico, attraverso la forza produttiva espressa dal lavoro combinato, eccetera. Tale impressionante sviluppo della capacità produttiva permette un miglioramento delle condizioni di vita in generale;
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Merito e meritocrazia: proviamo a fare chiarezza
di Andrea Boitani, Elena Granaglia, Maurizio Franzini
Andrea Boitani, Maurizio Franzini e Elena Granaglia ricollegandosi ai diversi contributi sul tema del merito e della meritocrazia recentemente pubblicati sul Menabò tentano di portare chiarezza in un dibattito esposto al rischio di confusione anche per la complessità delle questioni da affrontare. I quattro autori ritengono che sia utile distinguere tra merito individuale e prestazione meritevole e illustrano le conclusioni alle quali giungono seguendo questa distinzione, anche in relazione al rapporto tra merito e mercato
“L’idea di meritocrazia può avere molte virtù, ma la chiarezza non è una di quelle virtù”. Così iniziava, nel 2000, Amartya Sen un suo breve saggio su “Merit and justice”. Dal 2000 i tentativi di definire, esaltare o criticare la meritocrazia sono stati numerosissimi, ma la chiarezza non è aumentata di molto. I contributi che abbiamo di recente pubblicato sul Menabò possono farci fare qualche passo avanti e con questo ambizioso obiettivo abbiamo discusso tra noi delle diverse questioni sollevate in quei contributi e l’esito (di certo non da approdo nella terra della massima chiarezza) è quello di cui diamo qui conto.
La considerazione di partenza è che affiancare la parola merito a “crazia” (dal greco, cioè forza, potere) implica che la meritocrazia sia da intendersi come sistema di potere fondato su una gerarchia tra persone definita dal merito di ciascuna di esse. “In effetti – come scrive Jo Litter (Culture, power and myths of mobility, 2018, p. 3) – il significato contemporaneo di meritocrazia è tale da supportare un sistema gerarchico lineare in cui, per definizione certe persone devono essere lasciate indietro. La cima non può esistere senza il fondo”.
Per prendere posizione sulla meritocrazia è, naturalmente, inevitabile chiarire cosa si intenda per merito.
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Il fascismo non è un fiume carsico, scorre da anni alla luce del sole.
di Enzo Pellegrin
Recentemente, in un efficace articolo, il prof. Angelo D'Orsi ha avuto modo di soffermarsi sulle ultime esternazioni dei governanti italiani sulla strage delle Fosse Ardeatine e sull'atto di guerra messo a segno dai GAP romani in via Rasella. L'articolo può essere letto qui.
Bene fa lo storico a ricordare la polemica tra De Felice e Bobbio. Il primo, impegnato a demolire il contributo della Resistenza alla genesi storica dell'Italia democratica, ha sempre insistentemente insinuato l'idea che fascisti e antifascisti fossero minoranze impegnate a difendere in buona fede una fede politica. Nel mezzo ci sarebbe stata la maggioranza degli italiani, che si "trovarono" dall'una o dall'altra parte, quasi per caso, per necessità o bisogno. Terribile è il bisogno. A questo artefatto, Bobbio semplicemente rispose che, se avessero vinto i primi, una discussione del genere manco si sarebbe potuta tenere, senza finire in guardina.
Non è però possibile negare che l'insinuazione di De Felice non abbia avuto fortuna egemonica. Essa è stata anzi veicolata anche all'interno di certa sinistra "democratica", con sfrontata nonchalance e benedizione istituzionale.
La lista è lunga e D'Orsi ne fa buoni esempi: Giampaolo Pansa e la sua rancorosa campagna antipartigiana, il saluto ai "ragazzi di Salò" del postcomunista Violante, per giungere alle ultime gesta del "Partito Democratico". Quest'ultimo è da anni impegnato nel servire un autoritarismo non così differente da quello del ventennio, nel rapporto con gli altri popoli del globo: lo stivale del Patto Nord Atlantico e dell'Unione Europea, strumenti antisovietici e antieuropei che gli USA imposero per tutelare i propri interessi.
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Iran e Medio Oriente, intrecci regionali e grandi potenze
di Alberto Bradanini
La doverosa attenzione alla nozione di complessità consiglia cautela quando si tenta un’analisi della scena mediorientale, dove sedimentazioni storiche e interessi delle Grandi Potenze (ex o attuali) si mescolano con sovrastrutture religiose, arretratezza culturale, assenza di prospettive di vita e lavoro per popolazioni giovani e frustrate, cui si aggiunge un acuto, e non senza ragione, risentimento contro l’Occidente, quello del passato coloniale e del presente neocoloniale.
Davanti alla Grande Menzogna (globalista, militarizzata e americano-centrica) che anche in Medio Oriente controlla la narrazione degli eventi far emergere qualche aspetto di plausibile riflessione non è impresa facile. Ci si limiterà qui a qualche misurata ponderazione, con un cauto sguardo sull’orizzonte.
Come altrove, anche in Medio Oriente i fattori identitari sono costituiti da lingua, etnia, colore della pelle, religione (o anche famiglie religiose), tutti intrecciati tra loro e su cui soffiano i detentori di privilegi e le Grandi Potenze, in primis gli Stati Uniti, per estrarre benefici politici e ricchezze materiali.
A seconda di tempi e luoghi, alcuni fattori prevalgono su altri. La religione – per sua natura messaggera di orizzonti messianici – occupa un posto centrale, vittima e insieme protagonista di fanatismi, arretratezze socioculturali e posture antimoderne, su cui prosperano gerarchie ecclesiastiche e oligarchie di ogni risma. È invece storicamente deficitaria un’agenda di rivendicazioni sociali alla luce dell’emarginazione politica e culturale nella quale sono relegate le classi subalterne.
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Parigi: convergenza di rabbie e di lotte
di Andrea Inglese
Insurrezione per motivi meschini
Secondo certa sinistra ben addottrinata, una contestazione radicale di un governo in carica, con tanto di scioperi, blocchi stradali, manifestazioni non autorizzate e altre azioni di disubbidienza civile dovrebbe essere motivata da altissimi e umanistici principi, non certo dall’aumento del prezzo del carburante, in conseguenza per altro di una virtuosa carbon tax. Invece è proprio ciò che ha costituito l’innesco di uno dei più ampi, spontanei e determinati movimenti di contestazione politica del XXI secolo almeno in Europa, ossia il movimento francese dei “gilet gialli”. Non si può parlare di quanto accade oggi, senza ricordarsi di quanto accadeva nelle piazze francesi prima che l’epidemia di Covid-19 congelasse non solo le proteste, ma la vita intera di tutti noi europei. Dal novembre 2018 al giugno 2019, i gilet gialli non cessarono, autorizzati o meno, di protestare contro il governo Macron, sia con grandi manifestazioni a Parigi sia con una moltitudine di azioni sulle rotatorie ovunque nel paese. Le loro rivendicazioni apparentemente meschine e anti-ecologiche si rivelarono rapidamente di tutt’altra natura, riportando la questione dell’eguaglianza sociale e della rappresentanza democratica al centro della scena pubblica, senza ignorare il contesto della crisi climatica, ben percepito come orizzonte ormai ineludibile di ogni controversia politica.
È indubbio che tale movimento fosse di difficile decifrazione rispetto alle opzioni politiche circolanti: la loro identità di classe era incerta, le loro rivendicazioni contraddittorie, la loro storia politica inesistente: non volevano partiti, né leader, né sindacati alla testa dei loro cortei.
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Tedeschi al fronte
di Wolfgang Streeck
Secondo la Legge di Hofstadter, ovviamente derivante da quella di Murphy, “tutto richiede più tempo di quanto pensi”. L’anno scorso il primo a conoscerla in grande stile è stato il signore della guerra russo, Putin, che ovviamente avrebbe potuto risparmiarsi lo shock seguendo le indicazioni di Trotsky e Mao Zedong e dedicando un po’ di tempo alla lettura di Clausewitz. Non essendo riuscito a conquistare Kiev con la sua Operazione Militare Speciale – programmata per concludersi nel giro di una o due settimane per porre fine una volta per tutte al fascismo endogeno e all’occidentalismo esogeno dell’Ucraina – Putin ha dovuto affrontare la spiacevole prospettiva di un’operazione su vasta scala, una guerra di durata indefinita, non solo con l’Ucraina ma anche, in un modo o nell’altro, con gli Stati Uniti.
Meno di un anno dopo, una simile rivelazione l’ebbe il suo omologo americano, Biden. Nessuna vittoria ucraina all’orizzonte e la raffica di sanzioni economiche contro la Russia e contro gli oligarchi amici di Putin, sorprendentemente, non avevano compromesso la capacità russa di mantenere il Donbass e la penisola di Crimea. Le elezioni di medio termine del novembre 2022, in cui i Democratici hanno perso la maggioranza alla Camera, hanno inequivocabilmente messo in evidenza che la disponibilità dell’elettorato americano a finanziare l’avventura Biden-Blinken-Sullivan-Nuland è tutt’altro che illimitata. In effetti, la guerra di logoramento senza fine che sta prendendo forma ora è sempre più vista come un potenziale problema per le elezioni presidenziali del 2024.
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Delega fiscale: Meloni fa pagare solo i lavoratori
di coniarerivolta
Pubblichiamo un articolo dedicato al disegno di legge delega sulla riforma del fisco del governo Meloni
È stata presentata nei giorni scorsi, dopo diversi annunci, la delega fiscale predisposta dal Governo Meloni. Si tratta di una proposta di legge, che dovrà essere approvata dal Parlamento, che delega il Governo ad adottare una serie di atti (decreti legislativi) sulla riforma del sistema fiscale. La legge delega si limita, come noto, a stabilire i principi e i criteri ai quali i decreti legislativi, che avranno il valore di vere e proprie leggi, dovranno attenersi. Molti dettagli, dunque, sono ancora incompleti, mentre ben chiara è, come vedremo, la direzione di marcia.
È un documento importante, non solo perché interviene a 360 gradi sul fisco, ma anche perché è forse il primo atto di politica economica interamente addebitabile a questo Governo, che finora era soprattutto intervenuto (ovviamente sempre in modo peggiorativo) in modalità parziale su singoli istituti (i casi più evidenti sono state le pensioni e il reddito di cittadinanza).
I primi articoli sono dedicati alla riforma dell’IRPEF e in generale della tassazione delle persone fisiche, e questa è la parte che forse meglio di tutte chiarisce la profonda iniquità di questa riforma.
Accompagnata dalla promessa della “flat tax per tutti”, la delega si traduce immediatamente in un enorme colpo a quel poco di progressività che residuava nel nostro sistema, con vantaggi evidenti per i redditi più alti.
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Competizione tecnologica. I segnali del sorpasso cinese
di Vincenzo Comito
Secondo molti centri di studio occidentali la Cina prevale sugli USA in gran parte dei settori tecnologici chiave e si appresta a superarli in tutti gli altri. Gli Stati Uniti si stanno impegnando con ogni mezzo per bloccare la rincorsa del rivale e l’esito della gara non è affatto scontato
La gran parte delle persone in qualche modo interessate al tema pensa che la Cina stia sviluppando fortemente nel tempo la sua presenza nelle tecnologie avanzate, ma che gli Stati Uniti mantengano un rilevante vantaggio complessivo sul paese asiatico nel settore.
La svolta forse più importante in tema di lotta competitiva tra gli Stati Uniti e la Cina sul fronte delle nuove tecnologie si è verificata nel 2015, quando il paese asiatico ha svelato un suo piano all’orizzonte 2025 (il “Made in China 2025”) che si poneva l’obiettivo di raggiungere gli Stati Uniti entro tale data sul fronte della gran parte delle tecnologie innovative. Da allora assistiamo a un’escalation crescente delle ostilità statunitensi verso la stessa Cina, ostilità che negli ultimi mesi ha raggiunto con Biden certamente un’intensità parossistica, con nuovi episodi quasi ogni giorno: gli Stati Uniti cercano di contrastare a tutto campo e con tutti i mezzi – da quelli economici, a quelli politici, tecnologici, militari – l’ascesa del rivale, in particolare, appunto, nelle nuove tecnologie.
Ma gli ultimi dati e alcune tra le più recenti valutazioni pongono in forte dubbio l’opinione comune e la possibilità da parte statunitense di riuscire a fermare i processi in atto, che vanno per molti versi nella direzione di una crescente tendenza al primato tecnologico del paese asiatico.
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Una rossa primavera
di Enrico Tomaselli
Mentre il mondo si polarizza e si assiste sempre più di frequente a un distacco tra l’occidente ed il resto del mondo, la guerra in Ucraina si avvia probabilmente a segnare una nuova fase del conflitto, rompendo l’attuale stasi apparente. I prossimi mesi potrebbero risultare di grande importanza, non tanto nel decidere l’esito del conflitto, quanto nell’influenzarne fortemente la durata. Mentre i governi europei sembrano rassegnati a subirne il sanguinoso prolungamento
Una drôle de guerre?
Apparentemente, la situazione attuale della guerra ucraina sembra ricordare il primo conflitto mondiale: guerra di trincea, scarsa mobilità, cambiamenti della situazione lenti e non decisivi. In parte, questa percezione deriva per contrasto da ciò che abbiamo introiettato come idea di guerra moderna, a partire dal Blitzkrieg della seconda guerra mondiale sino alle fulminanti campagne contro l’Iraq e la Libia. Così come, per altro verso, da una scarsa conoscenza del grande pubblico delle specificità del teatro di guerra, cui si aggiunge quanto diffuso da una propaganda grossolana ed omissiva (quando non del tutto mendace), spesso riportata da pseudo esperti, privi di cognizione e competenza almeno quanto il pubblico al quale si rivolgono.
Questa guerra, dunque, ci appare più strana di quanto in realtà non sia. Questo perché, in fondo, noi tutti vorremmo che finisse in fretta. La sua lentezza va, dunque, confrontata con la velocità con la quale noi vorremmo si svolgesse.
Ma è poi davvero una guerra lenta e di trincea? Lo è solo in parte, e solo per una parte del tempo. La natura del terreno, intanto, è estremamente condizionata dall’andamento stagionale. Le piogge autunnali trasformano il terreno in fango, l’inverno lo gela, la primavera disgela e riporta il fango, l’estate asciuga. La mobilità, quindi, è limitata ad alcuni periodi dell’anno, mentre negli altri mesi è estremamente complicata, soprattutto per i mezzi pesanti. C’è inoltre da considerare l’assoluta anomalia di questo conflitto, un vero e proprio unicum nella storia – e non solo di quella moderna. Diversamente da tutte le guerre combattute dall’occidente, dal 1945 in poi (con la sola eccezione della guerra di Corea), questa non è una guerra asimmetrica.
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A proposito di Crimini e criminali di guerra. La STRAGE DI MY LAI in Vietnam. Per la Memoria storica
di Enrico Vigna
Questa pagina è solo una delle migliaia di pagine di crimini, orrori, ferocia di cui l’esercito statunitense, assistito dai maggiordomi occidentali ed europei, Italia compresa, ha insanguinato il mondo negli ultimi settant’anni. A proposito di crimini e di criminali…quanti generali, ufficiali, politici occidentali sono stati chiamati a rispondere dei crimini DOCUMENTATI storicamente, in: Korea, Puerto Rico, Guatemala, Vietnam, Laos, Cambogia, Indonesia Permesta, Libano 1958, Cuba Baia Porci, Repubblica Democratica Congo 1964, Thailandia, Bolivia, Repubblica Dominicana, Libano 1982, Grenada, Libia 1986, Iran Golfo Persico 1987, Panama, Iraq 1991, Somalia 1992, Jugoslavia, Haiti, Repubblica Federale Jugoslava Kosovo, Afghanistan, Yemen, Iraq 2003, Pakistan Nord Ovest 2004, Somalia 2007, Libia 2011, Uganda, Siria, Niger 2018…oltre a quasi 300 partecipazioni in conflitti senza risultare ufficialmente, come riportato da David Swanson, autore, attivista per la pace, giornalista statunitense e candidato al Nobel per la Pace. Si tratta di centinaia di migliaia di vittime in ogni angolo della Terra, tutto questo senza che nessun “fervente e celebrato servitore della democrazia, della giustizia e della verità”, abbia mai posto un problema di CRIMINI e CRIMINALI di GUERRA a cui chiedere conto delle loro atrocità e infamie contro l’umanità diseredata o renitente ai loro ordini.
Senza dimenticare la nostra “italietta”: nella sola Jugoslavia e Grecia, sono stati incriminati oltre 400 criminali di guerra…naturalmente MAI processati.
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Il Tenente W. Calley –e il gen William Westmoreland e Colin Powell all’epoca maggiore, che cercò di insabbiare la notizia del massacro. Tre EROI della democrazia occidentale.
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Lettera a mio padre: finale di partita tra tempo e rivoluzione
di Vincenzo Morvillo
Lessi il libro di Barbara nei giorni della quarantena, causata dalla diffusione planetaria del Covid 19. Giorni di sgomento e di paura. Di rabbia e di forzata rassegnazione.
Si viveva in una sorta di quotidianità parallela, attraversata da dilatazioni e rallenty temporali. Immersi in auto percezioni allucinatorie da Pasto Nudo di Burroughs o in distopici limbi esistenziali, come nel Mondo Nuovo di Huxley: quello della società fordista e della produzione seriale per intenderci.
O anche, nella routine appiattita dei nostri pensieri si poteva avere l’impressione di venire scossi da accelerazioni improvvise e inattese, che sembravano solcare un quadrante storico costruito in base alla meccanica dei quanti e al Principio di indeterminazione di Heisenberg. Riletto dall'ermetismo messianico delle Tesi di filosofia della Storia di Walter Benjamin.
Leggevo, e non potevo fare a meno di pensare che queste emozioni e sensazioni, questi spettri semantici della realtà spettri da intendersi nella duplice connotazione di ambiti ed ombre, Barbara sa condensarli in una lingua vaticinante. Al limite tra l’Apocalisse e la Salvezza.
Perché la sua scrittura – dalle cadenze allegoriche e magiche di L'ho sempre saputo alle istantanee concrete di questa Lettera a mio padre, intarsiate nella materica corporeità legno-gommosa di un albero salgadiano – ci parla del nostro presente e del nostro passato. Gettando una luce ferita, ma non sconfitta, sul nostro futuro.
Quella di Barbara è una parola impastata di carne e di inconscio. Che lascia tuonare tra gli spazi bianchi dei sintagmi le voci di passate civiltà, di organizzazioni sociali pre-capitaliste, di un'umanità dall'intelligenza creativa e dalle mani sapienti.
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L’Ucraina e la "trappola di Tucidide"
di Michael Brenner
Professore emerito di Affari internazionali all’Università di Pittsburgh e Fellow del Centro per le relazioni transatlantiche del SAIS/Johns Hopkins. Michael Brenner è stato direttore del programma di relazioni internazionali e studi globali dell’Università del Texas. Ha lavorato anche presso il Foreign Service Institute, il Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti e Westinghouse. È autore di numerosi libri e articoli sulla politica estera americana, sulla teoria delle relazioni internazionali, sull’economia politica internazionale e sulla sicurezza nazionale
Agli occhi dei funzionari statunitensi, l’importanza dell’Ucraina va ben oltre il suo intrinseco valore geopolitico o economico. Questo era vero nel 2014 come lo è nel 2021 – e sicuramente oggi. Il significativo investimento degli Stati Uniti nella campagna per riportare l’Ucraina nell’orbita occidentale indica quali sono gli obiettivi strategici più ampi di Washington. In parole povere: la crisi è radicata nelle preoccupazioni di Washington nei confronti della Russia. Ha poco a che fare con l’Ucraina in quanto tale. Questo sfortunato Paese è stato l’occasione, non la causa, dell’attuale confronto.
Per più di 20 anni, da quando Vladimir Putin è salito al potere, la denaturazione della Russia come potenza significativa sulla scena europea (e ancor più su quella mondiale) è stata un obiettivo fondamentale della politica estera statunitense. L’ascesa del Paese dalle ceneri, simile a una fenice, ha innervosito Washington, sia i politici che gli esperti dei think tank. Nemmeno la minaccia di gran lunga maggiore rappresentata dalla Cina per il dominio globale degli Stati Uniti ha alleviato questa ansia. Al contrario, la temuta prospettiva di una partnership sino-russa ha rafforzato il desiderio di indebolire – se non eliminare completamente – il fattore Russia nell’equazione strategica statunitense.
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"Il grande disegno di Kissinger": 50 anni fa i petrodollari nascevano in questo modo
di Giacomo Gabellini
Come è noto, l’Europa distrutta dalla Seconda Guerra Mondiale riuscì a rimettersi in piedi grazie soprattutto agli aiuti forniti dagli Stati Uniti – in cambio della rinuncia alla sovranità politica da parte degli Stati del “vecchio continente” – nell’ambito dell’ormai celeberrimo Piano Marshall, il quale impedì che le prospettive di ricostruzione si infrangessero sui vincoli della bilancia dei pagamenti di ogni singolo Paese. Eppure, dal punto di vista strettamente economico, la linea operativa portata avanti da Washington produsse ricadute molto più positive sull’Europa e sul Giappone che sugli stessi Stati Uniti, i quali, fungendo anche da mercato di sbocco per le merci prodotte in Europa, cominciarono a fare fatica a realizzare tassi di crescita analoghi a quelli conseguiti dalla Comunità Economica Europea (il cui export, nel 1960, fu per la prima volta superiore a quello statunitense) e si videro costretti a far leva sull’enorme spazio di manovra garantito dal ruolo di valuta di riferimento di cui era titolare il dollaro per emettere moneta in misura tale da finanziare il proprio deficit, che stava cominciando a crescere in maniera preoccupante.
Convertibilità di "facciata"
Il consigliere economico del presidente Charles De Gaulle, Jacques Rueff, si era accorto di come la convertibilità tra dollaro ed oro fosse divenuta ormai soltanto “di facciata”, in quanto il dollaro aveva ormai acquisito lo status di moneta fiduciaria solo formalmente ancorata ad un valore fisico reale. Rueff fece quindi notare a De Gaulle come questo stato di cose fosse garante di pesanti squilibri valutari e consentisse agli Stati Uniti di accumulare deficit crescenti nella bilancia commerciale senza pagarne il prezzo corrispettivo.
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Dentro Operai e capitale
di Andrea Rinaldi
I primi anni Sessanta, in Italia, sono attraversati da una dinamica ambivalente: da un lato rappresentano l’apogeo del cosiddetto «miracolo economico», dall’altro segnano l’inizio di uno straordinario ciclo di lotte, guidato da quello che sarà conosciuto come operaio massa. Andrea Rinaldi ritorna al principio dell’esperienza dei «Quaderni rossi», nella combinazione tra soggetti differenti, per indagare le fondamenta dell’elaborazione di Operai e capitale e dell’intero operaismo politico italiano.
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I «Quaderni rossi» nascono e si sviluppano in un particolare momento di novità politiche imposte dal movimento operaio. Come è noto i primi anni Sessanta sono l’apogeo del miracolo economico italiano, ma anche l’inizio di un inaspettato nuovo ciclo di lotte operaie. Il clima cooperativo che gli industriali del Nord avevano tentato di costruire per aumentare la produttività si stava guastando. A rovinare i piani di sviluppo economico furono proprio quei soggetti meridionali immigrati che venivano pensati come argine alla contestazione e che finirono per essere invece l’incubo di ogni tentativo rappresentativo. «Gli operai immigrati trovarono in fabbrica il luogo privilegiato di un’azione collettiva che era loro negata all’interno della comunità; essi portavano dentro i cancelli degli stabilimenti tutto il risentimento che provavano per le condizioni di vita che sopportavano al di fuori di questi»[1].
Quando si andava strutturando il primo gruppo dei «Quaderni rossi», nel 1961, la Fiat era ancora il luogo apparentemente pacificato voluto dal presidente Vittorio Valletta, e sparuti focolai si vedevano solo nelle altre fabbriche piemontesi.
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