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I falsi miti del social-liberismo
Francesco Macheda*
Il recente rapporto della Banca d’Italia sulle tendenze nel sistema produttivo del nostro paese e la manovra finanziaria con la quale la maggioranza di governo si accinge a scaricare i costi della crisi sui lavoratori mettono a dura prova il nocciolo della proposta social-liberale – la ‘terza via’ tra keynesismo e ultra-liberismo – secondo cui la crescita economica passerebbe attraverso l’eliminazione delle rigidità dell’offerta di lavoro, inserita tuttavia all’interno di una cornice regolatoria che non pregiudichi la coesione sociale (Bachet et al. 2001: 144). Più nello specifico, la selezione meritocratica, coniugata a comportamenti socialmente responsabili delle imprese volti a stimolare il ‘lavoratore ad una più alta qualità e partecipazione’ (Bellofiore 2004a) – innalzando così la produttività – eleverebbe la profittabilità aziendale. La ricchezza così creata verrebbe infine redistribuita ai lavoratori mediante l’intervento della politica economica[1].
Tralasciando le implicazioni politiche di tale teoria[2] – che comunque ‘non contrastano affatto le tendenze del capitalismo contemporaneo’ (Bellofiore e Halevi 2007: 13) – ciò che qui interessa è analizzare come a) la scarsità di pratiche meritocratiche sia un tratto necessario alla riproduzione egemonica della classe capitalista italiana, data l’arretratezza della struttura produttiva del paese, e b) le crisi facciano cadere nel dimenticatoio ogni velleità di responsabilità sociale non appena le imprese si trovano a dover scegliere tra la dura legge dei libri contabili e il benessere dei lavoratori.
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Con questi tagli si torna agli anni trenta
di Vladimiro Giacché
Nell’estate del 2009 il recupero degli indici borsistici iniziato a marzo sembrava ormai consolidato e l’intera finanza internazionale poteva tirare un sospiro di sollievo per lo scampato pericolo. Autori di questo miracolo, che aveva impedito al mondo di precipitare in una seconda Grande Depressione, erano, a giudizio di tutti, gli Stati e le banche centrali. Con interventi di entità senza precedenti, a cominciare da massicce nazionalizzazioni di banche e assicurazioni. Questo neo-interventismo statale fu in parte frainteso come “keynesiano” (mentre non si trattava di investimenti pubblici per rilanciare la domanda aggregata, ma di semplice socializzazione delle perdite), e diede luogo anche a polemiche sui rischi di un ritorno in grande stile dell’intervento pubblico nell’economia. Già allora ebbi a scrivere che si trattava di polemiche fuori bersaglio: “le cose stanno diversamente. La gigantesca trasformazione di debito privato in debito pubblico, se non è riuscita né a ridurre l’entità complessiva del debito né a rianimare l’economia, può porre le premesse di un’ulteriore crisi del debito: quella, appunto, del debito pubblico, o – come si dice in gergo – sovrano; con uno Stato costretto a impegnare risorse che non ha e oltretutto privato dalla stessa crisi delle entrate fiscali necessarie anche solo a sostenere la normale amministrazione. A questo punto il risultato… sarebbe una pesantissima crisi fiscale dello Stato, un’ulteriore drastica riduzione del suo ruolo nell’economia e il campo libero lasciato alle grandi multinazionali private… Se così accadesse, del welfare resterebbe ben poco” (introduzione a "K. Marx, Il capitalismo e la crisi", DeriveApprodi, 2009, pp. 49-50).
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Deflazione: brividi glaciali!
Andrea Mazzalai
Confesso che fa impressione anche se non è una sorpresa sentire Paul Krugman parlare pubblicamente di una terza depressione mondiale, non grave come quella del '29 ma lunga almeno quanto o più della "Big Depression" la depressione del 1873, che abbiamo già analizzato in LA GRANDE DEPRESSIONE DEL 1873: TRACCE SULLA SPIAGGIA.
Krugman da sempre sostiene che oggi abbiamo bisogno di una continua espansione della spesa pubblica anche a scapito del deficit, dell'incremento del debito dei paesi sovrani, anche se probabilmente dimentica alcune evidenze empiriche. Questa è già una depressione, uno dei presidenti americani, Truman, spesso ricordava che recessione è quando tutti intorno a te perdono il posto di lavoro, depressione è quando incominci a perdere il tuo.
Come ho scritto più volte vi sono studi empirici che testimoniano che per ogni dollaro di spesa pubblica alla lunga si ecclissa un dollaro di consumi, di domanda privata, mentre per ogni dollaro in più di tasse tre di domanda privata scompaiono.
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Schegge marxiane
di Benedetto Vecchi
Gli ultimi tre libri dello studioso francese della complessità Edgar Morin rivalutano il pensiero di Karl Marx in nome di una critica della realtà mondiale dopo il crollo del socialismo reale. Un ritorno alle origini del suo percorso intellettuale dettato inoltre dal degrado ambientale e dai conflitti sociali alimentati dalla crisi economica, ma anche dagli effetti totalitari di una ideologia del progresso che sta portando l'umanità all'autodistruzione
Una vita segnata da grandi passioni e da una profonda insofferenza verso qualsiasi prassi teorica che non accetti di aderire a quel principio di realtà da cui dovrebbe trarre linfa vitale. Un'attitudine che lo ha portato a uscire dal pratico comunista francese poco dopo la liberazione del suo paese e a fustigare per quasi un quarantennio la figura dell'intellettuale engagé incarnato da Jean Paul Sartre, colpevole di occultare il reale in nome di una teoria, quella comunista, che nell'Unione sovietica era diventata una religione di stato strenuamente difesa da istituzioni e personaggi che ricordavano più l'inquisizione che non esponenti di un partito che voleva cambiare il mondo. Uno strano destino ha però portato Edgar Morin, acclamato teorico della complessità, a ritornare alle sue origini intellettuali, mandando alle stampe, a pochi mesi di distanza, tre libri che hanno come asse portante il pensiero di Karl Marx, ritenuto, dopo una vita passata a marcare la distanza intellettuale e politica dalle sue posizioni, uno dei massimi filosofi dell'Ottocento e massimo interprete del capitalismo mondiale.
Certo, il Marx che propone Morin si discosta moltissimo da tutte le varie e spesso conflittuali interpretazioni che si sono accumulate nel corso degli anni. Sotto molti aspetti è un Marx vincolato alle nozioni di «individuo sociale» e di «essere generico», chiavi di accesso ai misteri della natura umana all'interno della quale la trasformazione e il cambiamento delle proprie condizioni di vita e di scambio con la natura impediscono, secondo Morin, il consolidamento di realtà politiche autoritarie.
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Contro la bisca universale
di Francesco Ciafaloni
Le cose, materialmente, economicamente, non vanno bene; né in Italia, né in Europa, né nel mondo. La scarsità di risorse materiali e ambientali sta smettendo di essere una discussa previsione per trasformarsi in una tragica realtà, sotto gli occhi di tutti. Il nostro futuro economico sembra particolarmente precario, pericoloso. Ma prima della crisi economica, che alcuni aspettano da più di un decennio, altri cercano di non vedere, c’è la crisi, il degrado culturale, che precede il degrado materiale, in una qualche misura lo ha causato; che in ogni caso ci impedisce di guardare in faccia il presente e di immaginare un futuro.
È vero che gli italiani non capiscono bene cosa gli stia capitando e che anche quelli che si sforzano di capire perché le cose stiano così faticano molto. Ma non tutto è nebbia. Qualcosa si può dire sia sui mutamenti strutturali sia sulla neolingua che ci ha travolto; su ciò che diamo per scontato, che ripetiamo per abitudine e non è vero.
Demografia, migrazione, redditi e politica
Poco più di un terzo di secolo fa Giulio Maccacaro, come altri, denunciava in un articolo le enormi disuguaglianze di salute tra gli esseri umani e constatava, allarmato – allora si temeva la bomba demografica – che eravamo diventati più di 2 miliardi e 700 milioni al mondo e che ci saremmo moltiplicati ancora.
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Crisi economica e derive autoritarie.
Vladimiro Giacché
I presupposti economici dell’attacco alla Costituzione
Relazione per il Convegno dell’Associazione Marx XXI “Neoliberismo, crisi e attacco alla Costituzione” (Roma, 12 giugno 2010)
1. Cominciamo dalla fine
Cominciamo dalla fine: cioè dalla proposta di Tremonti di stravolgere l’art. 41 della Costituzione per favorire la libertà d’impresa e d’intrapresa.
Vale la pena di farlo non soltanto per restare legati all’attualità.
Ma perché gli slogan con cui questo attacco è stato condotto ci dicono molto.
L’opposizione è, da un lato, tra:
- libertà (d’impresa)
- semplificazione
- mercato.
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G8, G20, G...ira gira è sempre quella zuppa
di Felice Capretta
Ben lontano da Toronto, si è concluso il G8.
A circa 200 km dalla città canadese, in tutta sicurezza, si è infatti compiuto l'ennesimo incontro del tutto inutile fra gli "8 grandi (aggiungere qui la parola che si preferisce)" del pianeta.
Visto che erano in 8, si poteva fare un bel torneo di scopa d'assi, con coppa di ottone al vincitore finale e bicchieri di rosso per tutti. E spuma per gli astemi.
Che magari costava meno, tipo qualche migliaio di euro.
Invece hanno speso un miliardo di dollari solo di organizzazione e sicurezza.
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Il governo del comune
Ugo Mattei
Rimanere ancorati all'opposizione tra pubblico e privato impedisce lo sviluppo di una gestione cooperativa e condivisa dell'acqua, del sapere, della salute, dell'energia e del patrimonio culturale. Da qui la necessità di elaborare un'alternativa credibile al paradigma basato sull'individualismo metodologico dominante nel diritto, nella filosofia e nelle scienze sociali
Soltanto la rozza applicazione del modello dell'homo oeconomicus, massimizzatore individualista delle utilità di breve periodo, spiega gli esiti (ed anche il successo accademico) della cosiddetta tragedia dei comuni. In effetti la nota parabola del biologo Garret Harding, presentata al pubblico in un celebre saggio nel 1968, pur oggi autorevolmente confutata perfino dal premio Nobel per l'economia nel 2009 Elinor Olstrom, ha portato il mainstream accademico a vedere il comune come luogo del non diritto. Secondo questa idea, una risorsa in comune in quanto liberamente appropriabile, stimola comportamenti di accumulo opportunistici che ne determinano la consunzione definitiva. Così ragionando si considera realistica l'immagine di una persona, invitata ad un buffet in cui molto cibo è liberamente accessibile, avventarsi sullo stesso cercando di massimizzare l'ammontare di calorie che riesce a immagazzinare a spese di tutti gli altri, consumando perciò la massima quantità possibile di cibo nel minor tempo possibile secondo il criterio dell'efficienza. Il senso del limite, creato dal rispetto nei confronti dell'altro e della natura, viene così escluso a priori da tale modello antropologico irrealistico fondato su una visione scientifica puramente quantitativa.
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Mr. Obama, Frau Merkel e la finanza. A margine del G20 di Toronto
di Raffaele Sciortino
L’attuale, delicato passaggio dell’economia e della politica globale lo si può forse sintetizzare così. C’è un interesse, e necessità, generale a uscire dalla crisi ma si fanno avanti strategie sempre più chiaramente divergenti, in particolare tra Germania e Stati Uniti -focus principale di questo articolo- mentre a tutti gli effetti sono emersi “altri” soggetti di cui va oramai preso atto
Si accendono i fuochi
Il G20 di Toronto è dentro questo passaggio. C’è chi prova a declinarlo in termini meno pessimistici: “la crisi europea non è finita e la ripresa globale non è assicurata”. E c’è chi, come il solito Roubini, non esclude un double dip, una seconda caduta recessiva mondiale. Comunque sia, la crisi complessivamente intesa non è affatto finita. Non lo è negli aspetti “reali”: se l’emorragia è stata bloccata non c’è però stato il rimbalzo sperato, alla ripresa azionaria del 2009 non ha corrisposto una ripresa dei profitti e la disoccupazione nei paesi occidentali non tende a decrescere in termini assoluti. Non lo è neanche in termini “finanziari”, solo che il rischio debito si è spostato oggi principalmente sugli stati - la febbre è alta per un certo numero tra cui Stati Uniti, Giappone Gran Bretagna, ma anche gli altri non stanno bene. Abbiamo così assistito alla prima seria crisi dell’euro e dell’Unione Europea su cui si è scaricata la “correzione dei mercati” a partire dai grossi speculatori ribassisti del mercato futures di Chicago. Il che segnala non solo incertezza sul valore delle monete e sui costi del rifinanziamento dei deficit statali, ma soprattutto un primo episodio di scontro tra Washington e Bruxelles (o Berlino?!) su chi dovrà pagare prima e più degli altri l’abbattimento del valore dei debiti pubblici che si prepara sui mercati e quindi bruciare risorse nella svalorizzazione pendente di una parte dei titoli di credito che continuano a girare per il mondo.
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La rivalutazione del renminbi fra mito e realtà
Alberto Bagnai
Il tasso di cambio del renmbimbi è un falso problema economico: ecco perché non sarà la rivalutazione della moneta cinese a salvare gli Usa e l'Europa
I giornali plaudono alla promessa di Hu Jintao di lasciar fluttuare il cambio del renminbi in risposta alla lettera di Barak Obama, che il 16 giugno si è rivolto ai “colleghi” del G-20 richiamando la loro attenzione sul fatto che “tassi di cambio determinati dal mercato (nota del traduttore: liberi di fluttuare) sono essenziali per la vitalità dell’economia globale”. Il commento più lucido mi sembra quello di Federico Rampini: “Bel colpo, Hu Jintao!". In effetti, dimostrando disponibilità alla soluzione di un falso problema economico, Hu Jintao ha spostato la pressione politica di Obama (leader del principale importatore mondiale) sull’altro grande esportatore mondiale, la Germania, creando a quest’ultima un vero problema politico.
Ho detto falso problema economico? Come? Ma se gli economisti concordano sul fatto che il disallineamento del cambio cinese è il motore primo degli squilibri macroeconomici globali? Veramente questa è la visione del problema tramandata dai media italiani, che si allineano, in questo come in altri casi, alle posizioni espresse dalle istanze più conservatrici degli Usa. Le indicazioni della letteratura scientifica sono tutt’altro che unanimi. Vale la pena di richiamarle succintamente.
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Salviamo l’articolo 41 dal governo
di Vladimiro Giacché
Nel sentire la proposta del ministro Tremonti di modificare l’art. 41 della Costituzione “per promuovere la libertà d’impresa”, molti hanno pensato a un tentativo di distrarre l’attenzione dalla manovra da 25 miliardi che veniva servita negli stessi giorni. Sta di fatto che il 18 giugno un disegno di legge costituzionale in materia è stato effettivamente presentato al Consiglio dei ministri. La relazione di accompagno contiene di tutto, dal grafico dell’incremento “kilometrico” [sic!] delle normative delle Gazzette Ufficiali italiane alla superficie sviluppata da queste stesse normative nel 2009 (933 mq). Oltre a questi dati (preziosi per i lettori della Settimana Enigmistica), leggiamo che è colpa della “follia regolatoria” se è difficile fare impresa in Italia. Ma scopriamo anche che l’“abrogazione” o “semplificazione” delle leggi inutili ha prodotto risultati “insoddisfacenti”. E questa sembrerebbe una cattiveria nei confronti dell’onorevole Calderoli e del suo ministero per la Semplificazione. Non è così: se i risultati sono scarsi, afferma la relazione, è perché “le uova depositate dal serpente legislativo si riproducono in continuazione e anzi, paradossalmente, tra il beneficio che dà l’abrogazione di una legge e il maleficio costituito dallo stress normativo che l’innovazione comunque causa, il saldo rischia di rimanere negativo”.
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Il che fare di Pomigliano
Mario Tronti
Lo slogan «da Pomigliano non si tocca a Pomigliano non si piega» è emerso dall'interno di una conricerca che un gruppo di giovani ricercatori del Crs sta conducendo da tempo in quella fabbrica insieme agli operai. Descrive l'arco di sviluppo della vicenda, fino all'esito a sorpresa del referendum: dalla difesa del posto di lavoro alla rivendicazione della dignità e della libertà del lavoratore. La posta in gioco infatti si è alzata. E chi l'ha alzata imprudentemente è stato l'intelligentissimo ed efficientissimo management Fiat, con una ben orchestrata manovra politica su una delicata situazione economica. Hanno commesso un errore. E una volta tanto hanno perso.
Non era solo Marchionne. E non ha perso solo lui. Mi sono chiesto: perché la questione Pomigliano è salita al centro dell'attenzione politica, primi titoli sui giornali, prima notizia nelle tv? Era forse morto per incidente sul lavoro un grappolo di operai, unico motivo di visibilità per queste sottopersone? No, semplicemente si tentava un colpo in fabbrica, in un pezzo di paese, per dire a tutti che cominciava una nuova età di rapporto tra impresa e lavoro - l'ormai famoso e incredibilmente supponente dopo Cristo - e che esemplificava brutalmente ed empiricamente l'intento più generale di rovesciare il dettato costituzionale del vetusto, avanti Cristo, art. I, Repubblica democratica fondata sul lavoro.
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L’”inverosimile” attacco prossimo venturo
di Giulietto Chiesa
Israele è pronta ad attaccare l’Iran. Una crisi annunciata della quale Washington, contrariamente a quanto vorrebbe far credere, non è affatto all’oscuro. Anche la Russia e la Cina, a sorpresa, sembrano dare il via libera all’attacco in fede a inediti e non meglio precisati “scambi di favori”. Accettando un rischio di proporzioni non ancora prevedibili.
C’è da chiedersi: perché lo fanno?
Se siamo a 5 minuti, a 5 giorni, a 5 mesi, non possiamo saperlo. Ma che siamo a 5 anni possiamo escluderlo. Da dove? Dal momento in cui Israele attaccherà militarmente l’Iran e darà avvio a una crisi militare di così vaste proporzioni da modificare per una lunga fase i già precari equilibri mondiali restanti.
Questa crisi – annunciatissima ma che quasi nessuno vuole vedere – si aggiungerà, aggravandole drammaticamente, a tutte le altre crisi già in atto. Israele vi si accinge, incoraggiata da potenti circoli internazionali che sono interessati a un grande incendio: l’unico nel quale potranno essere bruciati tutti i libri contabili degli organizzatori della fine di un’epoca intera della storia umana.
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L'abbaglio ideologico
Guido Viale
Il Foglio di sabato scorso ha dedicato un'intera pagina a commentare un mio articolo sulla crisi della Fiat di Pomigliano corredando il servizio con il pugno di Lotta Continua, il gruppo in cui ho militato negli anni settanta e che si è dissolto 34 anni fa. Troppa grazia. La cosa ha offerto a molti miei critici l'occasione per dare la stura ai più triti stereotipi sugli anni 70 e sull'ambientalismo, quasi non avessero mai letto o sentito parlare prima di green economy o di riconversioni produttive.
Per Stefano Cingolani: «In certe assemblee gauchiste c'era chi si alzava proponendo che la Fiat fornisse brandine agli ospedali». Che assemblee avrà mai frequentato Cingolani in quegli anni? Non certo l'assemblea operai-studenti di Mirafiori, dove si parlava di cose molto serie, che hanno fatto la storia del paese. Scrive Sergio Soave: «Viale ripropone la tesi dell'imminente crollo del capitalismo». Ma quando mai? E riassume il mio pensiero così: «una nuova sintesi di deindustrializzazione e mangiatori di fragoline di bosco». Francesco Forte mi attribuisce «la teoria per cui il capitalismo è un imbroglio e l'economia di mercato una mistificazione». Magari lo penso; ma non l'ho certo scritto e non sta tra le premesse del mio discorso. Analogamente Gianni Riotta, sul Sole24ore, mi accusa di «dare del venduto a Cisl e Uil e quasi tutta la Cgil», e addirittura, al premio Nobel Paul Krugman, per aver scritto che per dar credito al piano della Fiat per Pomigliano bisogna essere in malafede o dementi. Sul dementi mi attengo al giudizio degli interessati. Ma si può essere in malafede senza essere venduti. Basta dar credito senza dare spiegazioni a cose che non lo meritano. E' quello che fa Riotta e, con lui, quasi tutti i sostenitori del piano Marchionne: non si chiedono se il piano è credibile. Su questo punto diamo la parola al Foglio.
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L'ODORE DELLA FINE
Leon Zingales
Sento di dover dedicare qualche riga per rispondere al quesito di un lettore che mi chiedeva delucidazioni sull’apparente buon risultato della aste dei titoli sovrani del grande malato dell’Euro: la Spagna.
Effettivamente l’asta non è andata malissimo, ma il motivo è semplice: i titoli sono stati comprati da banche spagnole che, nel mese di maggio, hanno aumentato di ulteriori 11 Miliardi di Euro le richieste di finanziamento presso la BCE. In parole povere i 3.5 Miliardi di titoli a 10 anni ed a 30 anni sono stati comprati con i soldi della BCE. Si è trattato di una classica asta a libertà vigiliata.
Non susciti particolare entusiasmo neanche la restrizione dello spread, sceso dal record dei 238 punti base, tra i titoli spagnoli decennali e quelli tedeschi di pari duration. Potrebbe sembrare una buona notizia: ma non è un indice dell’aumento di fiducia verso la Spagna (nessuno ha fiducia visto i crescenti problemi delle casse di risparmio locale), ma viceversa è il segnale che la medesima Germania ha seri problemi di credibilità.
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Radio Kapital: Sergio Bologna (come un’invettiva)
Grêveries
Sergio Bologna
Com’è bello sentire il cuore del “popolo di Sinistra” pulsare così forte per gli operai di Pomigliano, inalberare ancora la bandiera dell’art. 1 della Costituzione, ergere il petto contro gli attacchi al diritto di sciopero! Che spettacolo di virtù civiche e di democrazia! Poi ci viene un dubbio: ma dove cazzo eravate in questi ultimi quindici anni? Davanti ai videogiochi? Non vi siete accorti che il diritto di sciopero non esiste di fatto per più di un milione di precari e lavoratori autonomi da un bel po’ di tempo? Quelle migliaia di giovani laureati che lavorano gratis nei cosiddetti tirocinii, hanno diritto di sciopero quelli? Messi insieme fanno dieci Pomigliano. C’è un’intera generazione che è cresciuta senza conoscere diritto di sciopero, né Cassa Integrazione, né sussidio di disoccupazione, niente. “Bamboccioni” li ha chiamati un Ministro (di centro-Sinistra ovviamente).
Ma tornate davanti alla tele a guardarvi Santoro! Raccontatevi barzellette su Berlusconi, leggetevi “Repubblica” come la Bibbia, che altro in difesa della democrazia e del lavoro non sapete fare!
Nota di effeffe
Dopo il primo commento di Jacopo Galimberti ho chiesto a Sergio Bologna di accettare la sfida con una replica. Quella che segue è la risposta alla domanda : Come si fa a difendere la democrazia?
La domanda avrebbe dovuto essere più difficile. Come si fa a difendere (ormai) la dignità del lavoro? Il nodo infatti sta tutto qui. La storia della democrazia occidentale ha due passaggi: quello delle libertà (di opinione, di associazione, di religione ecc. ecc.) e quello della sicurezza sociale.
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Tina
There Is No Alternative to Pomigliano?
di Augusto Illuminati
Il motto del pensiero unico neo-liberista (e di ogni falsa coscienza totalitaria), secondo Noam Chomsky, è TINA: there is no alternative. E’ quanto ripetono ossessivamente, in merito all’accordo di Pomigliano, Tito Boeri e l’inviato speciale UE in Birmania Fassino (quanti turni fa a settimana?), Veltroni (ma non doveva andare ad affliggere l’Africa?) ed Enrico Letta, Colaninno e Chiamparino, Repubblica e il Sole-24 ore, il giuslavorista Ichino e l’inquisito Cosentino.
Defilata, invece, la volpe del Tavoliere, D’Alema. Un coro più ossessivo delle vuvuzela, cui di fatto si accodano Epifani e Bersani, con l’accortezza di un pronunciamento equanime fra le ragioni dei contendenti che maschera maluccio l’assenza di coraggio decisionale, magari di una decisione sbagliata. Certo, tutti sospirano, come per gli “inevitabili sacrifici” della manovra tremontiana. I più svegli (Boeri) ammettono pure che del ricatto Fiat non si può andare fieri, perché mette a nudo il nostro sistema arcaico di relazioni industriali, l’arretratezza meridionale, l’assenza di regole della contrattazione e della rappresentanza sindacale, le infiltrazioni della camorra, ecc.
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"COMPAGNO PADRONE"
Breve storia del sodalizio tra la sinistra di stato e Marchionne
«Sin dall' avvento dell' era Marchionne la sinistra, persino quella cosiddetta alternativa, ha subìto il fascino dell' amministratore delegato della Fiat. Fausto Bertinotti ne tesseva le lodi. Lo collocava tra i «borghesi buoni» e non aveva paura di dichiarare apertamente: “Mi piace”».
(Corriere della Sera del 16 giugno 2010)
Tutto vero. Era solo qualche anno fa. In prima linea tra i fans di Marchionne c’era infatti proprio Bertinotti. Eravamo ai tempi del secondo governo Prodi, quando l’in-Fausto era Presidente della Camera e raccomandava ai suoi di pubblicare su Liberazione un discorso del “compagno padrone” della FIAT. Memorabile a tal proposito la sua intervista proprio a Liberazione del 30 luglio 2006, nella quale l’apologia di Marchionne come “borghese buono” era inscritta nella prospettiva della «alleanza con quel pezzo di borghesia che è disposta ad andare oltre il liberismo» (sic!). Quell’intervista fu preceduta in verità da non meno sperticati elogi al Presidente della FIAT. Era il 4 luglio del 2006, Festa di Liberazione. Bertinotti discuteva con Paolo Mieli . Ecco quanto scriveva al proposito il Corriere della Sera del giorno dopo:
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Come si costruisce un evento durante i mondiali di calcio?
Nique la Police
Queste giornate di coppa del mondo di epico hanno solo il fastidio provocato dalle vuvuzela. Basta alzare l’audio di pochi decibel per trovarsi immersi nel suono di un vespaio grande quanto un condominio.
In rete esistono software che, secondo i siti che li propongono, liberano l’audio dal micidiale ronzio. Come questi software funzionino non è poi così comprensibile, ma per fortuna non c’è il caldo di altre stagioni: l’accoppiata tra vuvuzela e temperature da record potrebbe creare fenomeni di intolleranza collettiva.
Il mondiale spesso si impone come un evento globale sganciato da quel fenomeno che l’evento l’ha creato: ci riferiamo al gioco del calcio in sé. L’evento, come in altre edizioni, è l’organizzazione del campionato, non tanto ciò che accade sul campo. In fondo questo è comprensibile: si passa dalla valorizzazione dell’evento che avviene tramite l’inatteso e la sorpresa, ed è quello che accade grazie alle trame incerte del gioco, a quella dell’evento come certezza. Il mondiale come evento organizzativo è una certezza: inaugurazione, fase a gruppi, eliminatorie, semifinali, finali. Quella la si può vendere con ragionevole anticipo agli sponsor e nei pacchetti tv.
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Ballando sul Titanic
Mauro Casadio
Relazione introduttiva del convegno organizzato dalla Rete dei Comunisti il 19 giugno a Bologna
L’incontro nazionale di oggi, promosso dalla Rete dei Comunisti, ha un carattere diverso dai nostri precedenti incontri. In questi ultimi anni abbiamo cercato di spiegare e motivare le analisi da noi fatte rappresentandole dentro un quadro che abbiamo cercato di rendere più organico e funzionale possibile in rapporto al nostro intervento politico complessivo. Il precipitare della crisi finanziaria ed economica internazionale ci obbliga, come d’altra parte obbliga tutti, a tornare ad analizzare a fondo le dinamiche degli anni passati e quelle che oggi stanno maturando, certamente alla luce degli orientamenti da noi espressi in precedenza ma cercando anche di cogliere quegli elementi che potrebbero segnare una discontinuità oppure una ulteriore evoluzione della condizione precedente.
In questo senso il confronto organizzato per oggi ha l’obiettivo di aprire una fase di lavoro non breve in cui prevalga il carattere della ricerca, del confronto e della elaborazione finalizzata a capire gli adeguamenti che le forze sociali e politiche di classe sono chiamate ad attuare in un paese come il nostro. In altre parole vogliamo praticare nuovamente un metodo di lavoro da noi adottato dalla metà degli anni ’90 durante i quali, in epoca di affermazione della teoria dell’Impero, a ridosso del movimento No/global, o parimenti del riconoscimento del solo imperialismo USA, cercammo di ricostruire i caratteri concreti di una fase del moderno imperialismo che definimmo di Competizione Globale.
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L'alternativa a Marchionne
Guido Viale
Non c'è alternativa. Questa sentenza apodittica di Margaret Thatcher per la quale è stato creato anche un acronimo (Tina: there is no alternative) è la silloge del cosiddetto «pensiero unico» che nel corso dell'ultimo trentennio ha accompagnato le dottrine più o meno «scientifiche» da cui sono state orientate, o con cui sono state giustificate, le scelte di volta in volta dettate dai detentori del potere economico: prima liberismo (a parole, con grande dispendio di diagrammi e formule matematiche, ma senza mai rinunciare agli aiuti di stato e alle pratiche monopolistiche); poi dirigismo e capitalismo di stato (per salvare banche, assicurazione e giganti dell'industria dai piedi d'argilla dal precipizio della crisi); per passare ora a un vero e proprio saccheggio, usando come fossero bancomat salari, pensioni, servizi sociali e «beni comuni», per saldare i debiti degli Stati messi in crisi dalle banche appena salvate. Così la ricetta che non contempla alternative oggi è libertà dell'impresa; che va messa al di sopra di sicurezza, libertà e dignità, ovviamente dei lavoratori, inopportunamente tutelate dall'art. 41 della Costituzione italiana.
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L’Anti-New Deal dell’Europa
Antonio Lettieri
Pesanti manovre di tagli persino in Germania dove sarebbe stato necessario e opportuno il contrario. La crisi viene utilizzata come un’occasione straordinaria per smantellare i sistemi di tutela sociale, deregolare ulteriormente il mercato del lavoro, attaccare i sistemi pensionistici pubblici
La scure dei tagli di bilancio si sta abbattendo su tutti i paesi dell’Unione europea. Non si tratta solo dei paesi del sud che si affacciano sul Mediterraneo, tradizionalmente considerati lassisti. Dopo la vittoria dei conservatori, il nuovo premier britannico David Cameron non ha tardato ad annunciare tagli che, secondo le sue affermazioni, peseranno per molti anni sul popolo inglese. Ma, fra tutti, il taglio che ha suscitato maggiore scalpore non solo in Europa ma anche al di là dell’Atlantico è stato quello di 85 miliardi di euro entro il 2014 annunciato dalla cancelliera tedesca Angela Merkel.
Le ragioni di questo stupore sono di due ordini. Il primo è che la Germania (insieme con l’Italia) proviene dalla più pesante caduta del reddito, circa il 5 per cento, fra i grandi paesi occidentali; da questo punto di vista, ci si poteva attendere una manovra puntata sulla crescita. Il secondo è che - stando ai dati più recenti della Banca centrale tedesca – il disavanzo di bilancio del 2010 sarà pari al cinque per cento, la metà di quello britannico e americano.
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Prof. Riccardo Bellofiore

23/04/2010 Giornata di studio Marx e la crisi
Marx e la crisi
Contributi:
Riccardo Bellofiore: La crisi capitalistica e le sue ricorrenze: una lettura a partire da Marx
Giorgio Gattei: Marx e l’economia di puro debito
Vladimiro Giacchè: Il ritorno del rimosso: Marx, la caduta del saggio di profitto e la crisi
Massimiliano Tomba: Tempi storici della crisi nel mercato mondiale. A partire dalla Marx renaissance
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Reagire al degrado
di Angelo D’Orsi *
L’Italia è molto oltre la crisi di nervi. L’Italia che festeggia oggi la nascita della Repubblica - uno dei pochi momenti della sua storia in cui il popolo è stato sovrano, attuando una rivoluzione istituzionale, che si legava dal “vento del nord”, la grande speranza suscitata dalla Resistenza – si trova a fronteggiare, quasi inerte una crisi drammatica
Non è soltanto la crisi dell’economia, la crisi dell’occupazione (con il 30% dei giovani senza lavoro), la crisi della produzione, delle esportazioni, della finanza; non è neppure solo la crisi istituzionale, che pure si palesa in una dimensione di estrema pericolosità; né è sufficiente il richiamo alla crisi dell’informazione, che sta per giungere al suo punto più estremo, almeno nella scala finora percorsa.
Ci troviamo, a ben vedere, e senza alcuna esagerazione retorico-ideologica, nel cuore di una decadenza morale e intellettuale, politica e antropologica degli italiani. I quali oggi, come in altre stagioni della loro storia - segnatamente quella fascista e quella del tragico eppure glorioso biennio ’43-45 -, si trovano in una situazione di contrapposizione radicale. Altro che memorie condivise. Altro che solidarietà nazionale. Altro che unità repubblicana, che, da tempo, del resto, ormai una forza politica mette sotto accusa, quasi fosse uno dei grandi mali del Paese, disconoscendone, anzi negandone provocatoriamente il valore storico e il significato politico. Quali sono i segnali di degrado che sta diventando ogni giorno più evidente e insieme più pericoloso?
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Fine del miracolo liberista italiano. E di un’epoca
Carlo Bertani
Se la Storia volesse trovare una data, un bigliettino da affiggere nell’immaginaria bacheca dell’inarrestabile declino italiano, credo che potrebbe proprio scegliere le date di questi giorni, ovvero la Finanziaria per il 2011.
Con, in aggiunta, uno dei tanti rapporti che, regolarmente, giungono alla stampa: si tratta di quello del CENSIS redatto proprio in questi giorni, a margine del convegno che si è tenuto a Roma nei primi giorni di Giugno di quest’anno, intitolato “Come staremo al mondo?”
Ci staremo piuttosto male – a seguire le analisi del CENSIS – e questo spiegherebbe la frenesia tremontiana di voler far “quadrare i conti” più in fretta possibile. Se l’uomo che è seduto al Ministero dell’Economia fosse meno ossessionato dai “conti”, e si prendesse una pausa per capire il nostro futuro, ci guadagneremmo tutti. Almeno, scivoleremmo nella merda a bocca chiusa.
Le risultanze del convegno – le quali, non so perché, sono state poco riprese sul Web – forniscono uno “sguardo” sul futuro italiano fino al 2030. Collegamento in nota[1].
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