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Che scandalo: il congresso Cgil discute su diverse scelte sindacali!
di Giorgio Cremaschi
Con l’accordo sottoscritto dai sindacati dei chimici dovrebbe essere chiaro a tutti che in Cgil ci sono linee diverse, se non opposte sulle scelte contrattuali. I chimici della Cgil hanno sostanzialmente accettato ciò che i metalmeccanici della Cgil hanno totalmente respinto. Questa diversificazione profonda non avviene su una piccola questione, ma su temi di fondo che riguardano il futuro dei contratti nazionali, i diritti, il salario flessibile, insomma, sulla vita stessa del sindacato. E’ incomprensibile allora lo scandalo di chi si lamenta che questo congresso sia con diverse mozioni. Dovrebbe essere normale che un congresso decide sulla politica sindacale e che quando ci sono posizioni diverse, siano gli iscritti a scegliere. E’ chiaro che non possono avere contemporaneamente ragione coloro che accettano il nuovo sistema contrattuale e coloro che lo respingono subendo gli accordi separati. Continuare a far finta che scelte opposte siano valide entrambe è un segno di crisi della Cgil che va affrontato fino in fondo.
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Ahmadinejad e Obama: due attori per un finale già scritto?
di Simone Santini
Mentre le immagini di esercitazioni missilistiche in Iran, anche quando si tratta di test dell'industria aero-spaziale nazionale, riempiono gli schermi dei notiziari occidentali, ingenerando l'impressione di una incombente e oscura minaccia, ben poca eco ha invece avuto il dispiegamento voluto da Obama delle batterie di missili patriots nei paesi arabi del Golfo persico.
Kuwait, Bahrein, Qatar, Emirati Arabi. Ognuno di questi paesi, secondo il generale Petraeus, riceverà due batterie di sistemi di missili anti-missile difensivi denominati patriots, mentre negoziati sono in corso con l'Oman. Il termine "difensivo" non deve trarre in inganno. Il sistema è concepito per rispondere ad eventuali rappresaglie iraniane in seguito ad un attacco che coinvolga la penisola arabica come corridoio aereo. In questo modo Washington intende ottenere una serie di risultati: accrescere la pressione su Teheran; rassicurare i paesi arabi vicini senza l'intervento sul posto di truppe che potrebbero contrariare le opinioni pubbliche di quei paesi; calmare e dissuadere Israele da un attacco preventivo.
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L’italica debolezza
di Massimo D'Antoni
Ho trovato molto stimolante la lettura dell’articolo apparso ieri in prima pagina del Corriere, a firma Michele Salvati. Salvati punta il dito sulla bassa crescita della nostra economia, che non nasce certo con la recente crisi, e dichiara la sua meraviglia per il fatto che su questo problema centrale “non rimanga permanentemente concentrata l’attenzione dei media e del governo, per non dire degli economisti italiani, che dovrebbero considerarla come la più grande sfida interpretativa da affrontare”.
Credo che dovremmo, tutti quanti, ciascuno dall’angolo offerto dalla propria sottospecializzazione disciplinare, raccogliere questa sfida. Qual è la natura della “malattia” dell’economia italiana? Quali le prospettive? Quali le possibili cure?
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Obama, un anno dopo l'insediamento
di Raffaele Sciortino
Alla fine del suo discorso sullo stato dell’Unione Obama, in un passaggio non privo di sincerità, ha dovuto riconoscere che a un anno dal suo insediamento presidenziale le sorti del paese ruotano sì ancora intorno al change ma che la sua realizzazione è divenuta problematica: “So che molti americani non sono più così sicuri del fatto che possiamo cambiare - o comunque che io posso farcela”. Dal discorso in effetti non emerge nessun cambiamento significativo realizzato. Non sul sistema sanitario e sulle emissioni di gas serra - la “minaccia” di misure punitive nei confronti del mercato si è dileguata, tira il fiato Forbes - non sulla finanza, non in politica estera e su Guantanamo, per stare ai temi principali in agenda: “the devastation remains”. Soprattutto la battaglia sulla sanità - ancora in corso ma oramai senza possibilità di un esito effettivamente avanzato, anche per le posizioni ultramoderate dello stesso partito democratico - ha inferto un serissimo colpo al programma obamiano, sia nello specifico sia per i risvolti politici complessivi.
Ora Obama cerca di rilanciare la sua agenda (anche se della green economy è rimasta la ripresa del nucleare e delle trivellazioni lungo le coste!). Ma lo smalto del presidente si è logorato: l’unico risultato effettivo che può rivendicare è quello di aver evitato il precipitare della crisi economica ma a costo di aver dovuto salvare “le stesse banche che hanno contribuito a causare questa crisi” riprendendo pari pari il programma di salvataggio dell’amministrazione Bush! Ciò non ha comunque impedito l’esplodere della disoccupazione e, se pure la crisi economica non dovesse esitare in un double dip (doppia recessione), non impedirà che quanto ci aspetta è semmai “una ripresa per le statistiche, e una recessione per le persone”, come ha riconosciuto il consigliere economico Larry Summers (La Stampa, 31 gennaio).
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Perché gli Usa provocano la Cina?
di Enrico Piovesana
Cosa c'è dietro all'escalation della tensione alimentata da Washington nei confronti di Pechino?
Perché gli Stati Uniti continuano a provocare la Cina? Se lo chiedono in molti, anche negli Usa.
L'escalation. Prima l'aggressivo pressing sulle emissioni inquinanti, accompagnato dalla minaccia di Obama di spiare la Cina con i satelliti militari a scopo ambientale.
Poi il durissimo attacco della Clinton alle politiche informatiche cinesi in seguito al caso Google (azienda legata alla più potente agenzia d'intelligence Usa, la National Securty Agency) che con insolito clamore ha denunciato un attacco informatico non diverso dai tanti già subiti in passato.
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Verso il fallimento degli Stati
IAR Noticias
La crisi fiscale dell' Europa fa crollare i mercati mondiali
I segnali sono chiari: i fondi pubblici miliardari utilizzati per salvare il settore bancario ed industriale hanno generato un debito impagabile e un rosso cronico nei conti di bilancio delle nazioni dell'euro (soprattutto in Grecia, Spagna e Portogallo). L'ombra del mancato pagamento del debito europeo, si è aggiunto ai dati negativi sulla disoccupazione negli Stati Uniti, terminando giovedi con il crollo dei mercati di Wall Street fino al resto dei mercati azionari mondiali.
Le principali piazze borsistiche sono cadute giovedi al ribasso, nel mezzo dei timori per il massiccio debito nazionale di varie nazioni europee e l'aggravamento della crisi del mercato del lavoro statunitense. La tendenza è continuata questo venerdì.
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Un attacco devastante ai diritti dei lavoratori
di RdB
Approvata dalla Camera, la Proposta di Legge “Collegato Lavoro” ora passa al Senato
Il Disegno di Legge “Collegato Lavoro” garantisce nuove tutele per le aziende ai danni dei lavoratori: più difficile vincere cause di lavoro, impugnare licenziamenti ingiusti, ottenere giusti risarcimenti. Particolarmente garantite le aziende che fanno ricorso massiccio allo sfruttamento del lavoro precario.
Diventerebbe legge la possibilità di derogare ai CCNL, “certificando”, tramite commissioni, i contratti individuali contenenti clausole peggiorative: viene limitata la giurisdizione del giudice e si incentiva il ricorso all’arbitrato.
Certificazione dei contratti e arbitrato: vi è la possibilità di assumere lavoratori con il ricatto di sottoscrivere un contratto individuale “certificato”, dove si certifica la “libera volontà” del lavoratore di accettare deroghe peggiorative a norme di legge e di contratto collettivo, e dove il lavoratore rinuncia preventivamente, in caso di controversia o licenziamento, ad andare davanti al magistrato (rinunciando alla piena tutela delle leggi): in questo caso, il giudice viene sostituito da un collegio arbitrale che può decidere a prescindere dalle leggi e dai contratti collettivi; massima discrezionalità, da parte del collegio arbitrale, nei casi di vertenza per i lavoratori assunti con contratti precari e atipici (determinati, cocopro ecc…).
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La crisi e il lungo silenzio della sinistra
Antonio Lettieri
Era l’occasione per un profondo riesame culturale e politico, ma un lungo silenzio ha dominato i grandi partiti della sinistra europea. Il timore di uscire dall’ortodossia ha finora prevalso sulla voglia di indagare sullle origini sociali della crisi, sul fallimento delle teorie neo-conservatrici e sulla possibilità di aprire nuovi percorsi ideologici e politici
E’ passato poco più di un anno da quando il mondo fu scosso da quella che fu definita la crisi più grave dopo la Grande Depressione degli anni Trenta. La crisi, non diversamente da quella del 1929, era nata dal crollo delle banche. Ma questa volta fu chiaro che alla sua origine vi era, oltre alla speculazione finanziaria, l’esplosione degli squilibri sociali accumulati negli ultimi decenni. Con la stagnazione dei salari e la requisizione dei guadagni di produttività a vantaggio del venti per cento della popolazione più ricca, l’economia americana era cresciuta sull’indebitamento delle famiglie. E le banche avevano trovato il modo di realizzare una colossale speculazione sui mutui ipotecari, adottando i più sofisticati strumenti della finanza innovativa.
Ma, non ostante le loro responsabilità nella crisi, si fece strada l’idea che innanzitutto bisognasse salvare le banche per evitare una nuova Grande Depressione. “Troppo grandi per lasciarle fallire” divenne il principio direttivo di tutti governi occidentali. Si sarebbe pensato dopo a rimettere in movimento l’economia reale e ad arginare la disoccupazione che, intanto, cresceva a vista d’occhio.
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Stiglitz: "Fanno soldi sul disastro che loro hanno creato"
Stefano Lepri intervista Joseph Stiglitz
Il Nobel per l'Economia: paradosso assurdo, colpa degli speculatori che prendono di mira i governi più deboli
«E' un paradosso assurdo, da voi in Europa - si infervora Joseph Stiglitz, premio Nobel per l’Economia 2001 - una ironia della storia. Non lo vede? I governi hanno contratto molti debiti per salvare il sistema finanziario, le banche centrali tengono i tassi bassi per aiutarlo a riprendersi oltre che per favorire la ripresa. E la grande finanza che cosa fa? Usa i bassi tassi di interesse per speculare contro i governi indebitati. Riescono a far denaro sul disastro che loro stessi hanno creato».
Che può succedere ora?
«Aspetti. Non è finita qui. I governi varano misure di austerità per ridurre l’indebitamento. I mercati decidono che non sono sufficienti e speculano al ribasso sui loro titoli. Così i governi sono costretti a misure di austerità aggiuntive. La gente comune perde ancora di più, la grande finanza guadagna ancora di più. La morale della favola è: colpevoli premiati, innocenti puniti».
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Internet: Nuova boccata d'ossigeno per l'egemonia degli Stati Uniti
[La posizione cinese sulla rete internet da Chinadaily.com.cn. Traduzione dall'inglese per www.resistenze.org a cura del Centro di Cultura e Documentazione Popolare]
Internet è nato negli Stati Uniti. Nel 1969, l'Advanced Research Projects Agency (Agenzia per Progetti di Ricerca Avanzati - ARPA) del Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti ha sperimentato il primo PSN (rete di commutazione a pacchetto) al mondo per collegare quattro università degli Stati Uniti. Il mondo ha visto una notevole espansione delle dimensioni e del numero di utenti di Internet tra la fine degli anni 1970 e i primi anni del 1980. Nel settembre del 1989, l'Internet Corporation for Assigned Names and Numbers (ICANN) è stata fondata, con una sovvenzione da parte del Dipartimento del Commercio statunitense, per amministrare i root server Internet. Negli ultimi 40 anni, gli Stati Uniti, con il vantaggio di essere il luogo di nascita della tecnologia, hanno dominato Internet in tutto il mondo.
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Dall'euforia al panico
di Andrea Fumagalli e Stefano Lucarelli
[In occasione dell'uscita del volume di André Orléan, Dall'euforia al panico Pensare la crisi finanziaria e altri saggi (Ombre Corte, Verona 2010, pp. 160, € 15,00) anticipiamo parte dell'introduzione]
1. André Orléan è uno degli scienziati sociali più interessanti nel panorama attuale. Le sue ricerche e i suoi interventi pubblici appaiono svincolati dalle costrizioni cognitive che oggigiorno contraddistinguono gran parte delle posizioni assunte dagli economisti; sono infatti caratterizzati da rigore argomentativo, rilevanza, autonomia e capacità divulgativa. Tuttavia i suoi studi sono scarsamente noti agli scienziati sociali italiani.
Pare dunque utile accompagnare ai quattro testi qui raccolti - tutti molto recenti e tutti dedicati a pensare l’attuale crisi finanziaria - un’introduzione in cui cerchiamo di tracciare il percorso di ricerca che Orléan ha seguito a partire dagli anni Ottanta; una ricerca che ha i propri punti cardinali nei concetti di incertezza, mimetismo, convenzione e autoreferenzialità dei mercati. Si tratta di concetti-limite per la scienza economica che, nella sua accezione ortodossa, riduce l’incertezza al rischio probabilistico, risolve i problemi di comportamento degli agenti affidandosi all’individualismo metodologico, si concepisce come una scienza che deve decidere dell’allocazione di risorse scarse per fini alternativi, e tratta il mercato come un luogo al di fuori del tempo storico in grado di individuare i valori di equilibrio necessari affinché tutti gli scambi giungano a buon fine (salvo imperfezioni).
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Il risiko e il rischio
di Joseph Halevi
L'America che Obama ha ereditato da Bush può arrogarsi il diritto di decidere sui diritti umani nel mondo? No, l'attuale situazione in Iraq ed Afghanistan segnate a vita dalle storie di Abu Ghraib e Bagram e dalle innumerevoli vittime civili della guerra, la questione vergognosa e irrisolta di Guantanamo, alla fine l'approvazione del golpe in Honduras e la persistente accettazione della cancellazione da parte di Israele dei diritti civili, politici e nazionali dei palestinesi, testimoniano del fatto che nei confronti dei diritti umani nel mondo gli Usa non sono un paese kasher. Inoltre come metodo di pressione politica - come accade ora per il Tibet con la decisione di Obama di ricevere il Dalai Lama tre giorni dopo l'invio di 6,6 miliardi di dollari di armi a Taiwan - questa linea non può funzionare nei confronti della Cina. Come invece funzionava alla grande nei confronti dell'Urss la cui dipendenza alimentare dagli Usa era diventata endemica dopo le grandi crisi granarie del 1961-63. Il punto è che il capitalismo Usa necessita della Cina.
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Howard Zinn: Stati Uniti, una storia costruita sulle bugie
di Howard Zinn
In ricordo del grande storico americano scomparso il 28 gennaio, riproponiamo il testo di un suo intervento pubblicato da Peacereporter il 21 marzo 2006
Ora che la maggior parte degli americani non crede più nella guerra, ora che non si fida più di Bush e della sua amministrazione, ora che la prova del suo raggiro è diventata schiacciante (così schiacciante che persino il maggiore dei media, sempre in ritardo, ha iniziato a registrare indignazione), potremmo chiederci: com’è che tanta gente è stata ingannata così facilmente?
La domanda è importante perché potrebbe aiutarci a capire perché gli americani - i media così come i normali cittadini, nonostante i presunti modi sofisticati dei giornalisti - si siano precipitati a dichiarare il loro supporto appena il presidente ha mandato le truppe in giro per il mondo fino all’Iraq.
Un piccolo esempio dell’innocenza (o servilismo, per essere più precisi) della stampa è il modo in cui questa ha reagito alla presentazione di Colin Powell nel febbraio 2003 al Consiglio di Sicurezza, un mese prima dell’invasione. Un discorso che può essere registrato come il primato di falsità dette in un sol colpo. In esso, Powell, in confidenza, ha sparato la sua “prova”: fotografie satellitari, registrazioni audio, relazioni di informatori, con statistiche precise di come esistessero litri e litri di questo e quello apposta per una guerra chimica.
Il New York Times rimase senza parole per l’ammirazione. L’editoriale del Washington Post fu intitolato “Irrefutabile” e dichiarò che dopo il discorso di Powell “è difficile immaginare come si possa dubitare che l’Iraq possieda armi di distruzione di massa.”
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Ancora lontani da una vera ripresa
Anna Avitabile intervista Pier Carlo Padoan*
Potremo dire di aver superato la crisi solo quando la ripresa, oggi trainata dalla politica monetaria e fiscale, sarà autonoma e basata su decisioni di spesa da parte del settore privato
“
La recessione mondiale sembra uscire dal tunnel, ma non si tratta di una ripresa stabilizzata”: così denuncia The Economist. Comincia da qui la nostra intervista con Pier Carlo Padoan, vicesegretario generale dell’Ocse, cui chiediamo se è d’accordo con questo punto di vista.
Padoan Nelle ultime settimane si sono manifestati vari segni di ripresa, nei mercati finanziari, nel grado di fiducia di consumatori e imprese e anche nella decelerazione della caduta della produzione dovuti soprattutto alla accumulazione di scorte. Ma siamo ancora lontani da una vera ripresa. Potremo dire di aver superato la crisi solo quando questa ripresa, che è soprattutto trainata dalla politica monetaria e fiscale, sarà una ripresa autonoma basata su decisioni di spesa da parte del settore privato. E questo difficilmente potrà avvenire prima del prossimo anno.
Rassegna Il Rapporto Ocse dedicato all’Italia (giugno 2009) osserva che la crisi colpisce questo paese sotto due profili, per la crisi del sistema creditizio e finanziario, anche se in misura inferiore ai paesi anglosassoni, e per la sua forte dipendenza dalla domanda estera. In che modo questi due aspetti interagiscono tra loro e quali possibilità abbiamo di riagganciare la ripresa mondiale quando la domanda estera inizierà risalire?
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Il fatale premio geoogico chiamato Haiti
F. William Engdahl

- Il presidente diventa l’inviato speciale dell’ONU nell’Haiti colpita dal terremoto.
- Un affarista e predicatore neoconservatore convertito americano sostiene che gli Haitiani sono stati condannati per aver fatto un letterale ‘patto con il diavolo’.
- Le organizzazioni di soccorso venezuelane, nicaraguensi, boliviane, francesi e svizzere accusano i militari americani di negare il permesso di atterraggio agli aerei che trasportano i medicinali necessari e l’acqua potabile urgentemente necessaria per i milioni di Haitiani terremotati, feriti e senzatetto.
Dietro il fumo, le macerie e il dramma infinito della tragedia umana di questo disgraziato paese caraibico, si sta svolgendo un dramma per il controllo di quella che i geofisici credono che possa essere la zona più ricca del mondo di petrolio e di gas derivato da idrocarburi dopo il Medioriente, probabilmente di grandezza maggiore del vicino Venezuela.
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Alain Badiou
In un'epoca di pensieri deboli, anzi debolissimi, di "political correct" e di voci che non osano, Alain Badiou insegue la verità con tutte la passione che il concetto evoca. Questa presentazione- intervista che "posto" (da: http://elparison.spaces.live.com/) spero susciti quel minimo di curiosità necessaria per sentirsi invogliati ad affrontare le asperità del suo pensiero
La voglia di dimostrare che la filosofia è viva e vegeta non gli è ancora passata,(il suo "Manifesto per la filosofia" è una lucida quanto appassionata analisi in favore del "pensiero che pensa se stesso") ed è evidentemente contagiosa. Un pubblico eterogeneo segue infatti con assiduità le sue lezioni serali, le riviste di tendenza si occupano di lui, e i convegni a lui dedicati si moltiplicano. Come può un filosofo che non si concede alla divulgazione televisiva e offre un pensiero rigoroso e privo di concessioni diventare un fenomeno di moda? Forse è la sua capacità di costruire un rapporto empatico con il suo interlocutore a ipnotizzare le sale.
Quando avverte delle resistenze e delle difficoltà nel pubblico, non esita a esplicitare meglio un concetto o un passaggio oscuro, o a provocare con una battuta una risata fragorosa e liberatoria. Il filosofo è insomma un po' anche uomo di teatro, e ha sempre amato i colpi di scena. Lo dimostrano bene certi suoi episodi di gioventù.
Nei primi anni Settanta, ad esempio, con la brigata maoista di cui era a capo, irrompeva a di-sturbare la lezione del più anziano collega Deleuze, colpevole di essere un "anarchico desiderante". Questo incidente non avrebbe impedito a Deleuze, qualche anno più tardi, di esprimere il suo apprezzamento per il giovane filosofo. "Fedele a Nietzsche, Deleuze non coltivava il risentimento", spiega oggi Badiou con una battuta.
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Il ricatto occupazionale
Marco Cedolin
La crisi economica continua a manifestarsi foriera di opportunità per l’imprenditoria di rapina, governata da banche e multinazionali, che proprio fra le pieghe del tracollo economico passato e venturo sta portando a compimento tutta una serie di obiettivi che solo una decina di anni fa sarebbero sembrati eccessivamente ambiziosi e difficilmente raggiungibili.
La progressiva limatura al ribasso dei salari (reali) dei lavoratori, la soppressione dei diritti acquisiti nel tempo, ottenuta con la complicità dei sindacati e la sempre maggiore diffusione del dumping sociale, hanno rappresentato gli strumenti attraverso i quali il lavoratore è stato deprivato della propria dignità e trasformato in una figura precaria, priva di coordinate, costretta a manifestarsi prona a qualsiasi capriccio o volere gli venga imposto in funzione di un interesse superiore.
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Il sindacato in mezzo al guado
Giuliano Garavini
Il sindacato ancora non riesce a scegliere se divenire definitivamente un sindacato "concertativo", cioè concentrato sul negoziato con il Governo in carica e l'offerta di servizi alle imprese, o un sindacato impostato su conflitto, partecipazione e l'eguaglianza fra i lavoratori
Una volta in mezzo al guado ci stava il Partito comunista. Non seppe scegliere alla fine degli anni Settanta se trasformarsi definitivamente in un credibile partito socialdemocratico, oppure se riprendere le fila di una serrata critica del capitalismo che gli avrebbe imposto un rinnovamento del suo armamentario ideologico e un legame con i fermenti sociali più innovativi.
Oggi in mezzo al guado c'è il sindacato, il quale ancora non riesce a scegliere se divenire definitivamente un sindacato "concertativo", cioè concentrato sul negoziato con il Governo in carica e l'offerta di servizi alle imprese, o un sindacato impostato su conflitto, partecipazione e l'eguaglianza fra i lavoratori.
Nel 1993 i sindacati confederali avevano scelto insieme la concertazione, credendo di avere di fronte interlocutori credibili e fissandosi il grande obiettivo della partecipazione con il gruppo di testa alla moneta unica. In nome di questo "obiettivo Europa" essi hanno chiesto sacrifici ai lavoratori, che sono stati rilevanti, e hanno chiesto garanzie sugli investimenti. Nessun investimento sui servizi e le infrastrutture del Paese è stato realizzato ma solo privatizzazioni, mentre l'obiettivo dell'euro è stato, quello sì, centrato.
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Il fumo e l'arrosto della farsa fiscale
Scritto da Leonardo Mazzei
Prima sì, poi no; poi ancora sì e di nuovo no. Ora siamo al nì, ma di sicuro non è finita.
Se si trattasse soltanto di rincorrere gli annunci ed i controannunci sulla riduzione della pressione fiscale potremmo limitarci ad un po’ di ironia, a commento di una farsa un po’ stantia ma recitata con tanto impegno anche in queste prime settimane dell’anno. Ma dietro al fumo c’è anche l’arrosto, e se la diminuzione del carico fiscale è semplicemente impossibile, il vero obiettivo è una ulteriore redistribuzione della ricchezza verso l’alto. La cosa significativa – in un paese dove tutti amano riempirsi la bocca con la Costituzione – è che questo aspetto sia dato per scontato non solo da Berlusconi, ma anche dai suoi “oppositori” ufficiali.
«Tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva. Il sistema tributario è informato a criteri di progressività» (art. 53 della Costituzione). Come mai questo principio costituzionale è dato ormai per dissolto? Come mai questa dissoluzione integrale è perseguita sia da chi la Costituzione la vuole stravolgere, sia da chi almeno a parole dice di difenderla?
La chiacchiera politica di queste settimane si svolge infatti secondo uno schema ben preciso, in cui la discussione è su riduzione sì, riduzione no; mai sul tipo di redistribuzione da attuare, come se tutti fossero già d’accordo sulla drastica riduzione del numero di aliquote, cioè sull’affossamento del principio della progressività.
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Holden non è giovane
di Alessandro Portelli
Salinger aiutò a inventare lo spazio dell'adolescenza che esploderà subito dopo con la rivoluzione rock
Ha perfettamente ragione Tommaso Pincio: né il giovane Holden Caulfield né tanto meno il suo autore sono dei ribelli, dei rivoluzionari: non denunciano l'ingiustizia, non si schierano nelle lotte, non enunciano alternative e certamente non hanno letto Marx. Il loro rifiuto estetico e morale della falsità della società di massa li induce, se mai, a quella che Albert Hirschman ha chiamato «uscita»: andarsene, nascondersi. Che poi è coerente con le analisi sociologiche funzionaliste che prevalevano negli anni '50, secondo cui l'uscita era l'unico modo di sottrarsi a un sistema creduto compatto e privo di contraddizioni.
La differenza fra i progetti rivoluzionari europei e i movimenti americani si è fondata in gran parte proprio su questo: fra una cultura antagonista, che faceva leva sulla contraddizioni del sistema, e una cultura alternativa che cercava altre strade e altri mondi al di fuori di esso. Anche per questo un altro libro tutt'altro che rivoluzionario di un autore tutt'altro che rivoluzionario, come On the Road ha generato lo stesso «equivoco» di cui parla Pincio (ieri sul manifesto) a proposito di Salinger. Che però mi interessa di più e cerco di spiegare perché.
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I think tank, ossia quando Dio e Darwin benedicono l'Impero
Miguel Martinez
I think tank sono nati, negli Stati Uniti, molti decenni fa, con uno scopo di straordinaria ampiezza: ricostruire scientificamente il mondo in funzione degli interessi del capitalismo americano.
Le grandi imprese del paese, ognuna delle quali muoveva un'economia paragonabile a quella di diverse nazioni, hanno delegato a squadre di tecnici il compito di analizzare razionalmente la realtà e trasformarla. Un progetto curiosamente parallelo nel tempo e negli scopi alla grande pianificazione sovietica.
Il think tank non va visto in chiave complottista: la sua è una funzione tecnica, con molta indipendenza, che serve a un vasto complesso di interessi.
Il contesto è lontano da quello feudale italiano, dove simili istituzioni diventerebbero immediatamente ricettacoli di cugini sfaticati di onorevoli e fabbriche di chiacchiere e messaggi trasversali.
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Perché ancora l'operaismo
Mario Tronti
Alcune parole per rispondere alla domanda: perché ancora l’operaismo, malgrado ormai la palese assenza delle condizioni che l’hanno originato e prodotto? Tali condizioni si possono sommariamente riassumere nel neo-capitalismo grande-industriale, oggi deceduto, con cui per la prima volta ci si confrontava in Italia, nella fase fordista, anch’essa archiviata; in un ciclo di lotte operaie che hanno investito il paese nei primi anni Sessanta, con al centro la figura dell’operaio-massa, memoria rimossa e dimenticata. Credo che oggi il passaggio – ormai avvenuto – dalla centralità alla marginalità non riguarda solo gli operai. Questo passaggio riguarda anche il capitale. Nel senso proprio del Das Kapital marxiano, come lo intendeva Marx ma anche come lo intendevamo noi: il capitale cosiddetto sociale, o il piano del capitale, come si diceva nei «Quaderni rossi». Come gli operai, così anche questa forma di capitale è diventata da centrale a marginale.
La lotta era lotta di classe tra due centralità: ognuna aveva il proprio campo e il proprio blocco sociale, ognuna era centrale nella propria parte. Erano appunto campi socialmente omogenei, proprio perché avevano questa forza centrale che li unificava e concentrava.
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Palazzo Chigi Spa
Alberto Puliafito
Il vero retroscena della nascente Protezione civile servizi Spa è il premierato forte. Sarebbe l'escamotage per una sorta di riforma costituzionale camuffata, portata avanti con un decreto legge e senza dibattito parlamentare. L'allarme è partito il 23 dicembre a L'Aquila.
Per governare questo paese ho bisogno dei poteri della Protezione civile». Lo diceva Silvio Berlusconi pochi giorni dopo il sisma aquilano. Detto, fatto: il vero retroscena della nascente Protezione civile servizi Spa – il cui uomo immagine, Guido Bertolaso, tenta la santificazione non solo sul suolo patrio ma anche ad Haiti – è il premierato forte. Insomma, la riforma costituzionale che Silvio Berlusconi sogna da anni può arrivare anche attraverso un decreto legge di stampo governativo. Senza dibattito parlamentare.
Chi lo dice? Lo dicono i fatti e i documenti che vengono descritti il 23 gennaio a L’Aquila. Presenti politici, giornalisti, sindacalisti, semplici cittadini aquilani, si tiene un incontro informativo dal titolo Protezione Spa, sul recente operato e sulle modifiche che sta subendo il dipartimento nazionale di protezione civile. Un incontro da cui emergono tutte le ombre dell’ormai famigerato decreto 195 del 30 dicembre 2009.
Di luci, a dire il vero, ce ne sono ben poche. E non solo nel decreto in sé, ma proprio nell’uso della Protezione civile che viene fatto dall’inseparabile duo Berlusconi-Bertolaso dal 2001 in avanti – con consenso pressoché bipartisan – fra tanti grandi eventi e poche emergenze. Quando arriva l’emergenza vera, a L’Aquila, diventa chiaro, definitivamente, che si può andare in deroga alle leggi vigenti anche per le grandi opere [come altro si può definire, il Piano C.A.S.E. con le sue 19 new town?]. E così, L’Aquila diventa banco di prova, esperimento per il futuro.
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27 gennaio, la memoria 'integrata'
Infoaut
Perché, di anno in anno, le celebrazioni ufficiali dell'Olocausto nazista più che ispirare seri ripensamenti sulle responsabilità storiche di quella tragedia producono (nei più) assonnati sbadigli e in pochi (ma lucidi) fastidio e insofferenza?
C'è qualcosa che stride nella rappresentazione liscia e senza increspature di questa esperienza fondante (quanto rimossa) della Modernità.
Nella celebrazione europea della Shoah si assiste alla medesima standardizzazione cui è sottoposta, nell'odierna società di massa, qualsiasi merce (materiale e immateriale che sia). La più grande tragedia storica del Novecento vi è raccontata come una qualunque sit-com, l'orrore indicibile di uno sterminio che si fece produzione seriale di morte ridotta a best-seller tascabile.
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Stucchevole, forse. Ma Avatar è un film profondo, importante e che dà da pensare
di George Monbiot
Avatar, lo strepitoso film in 3-D di James Cameron, è profondo e al tempo stesso profondamente insulso. Profondo perché, come la maggioranza dei film sugli alieni, è una metafora sul contatto fra culture diverse. Ma in questo caso la metafora è cosciente e precisa: questa è la storia dello scontro fra gli Europei e le popolazioni native dell’America. È anche profondamente insulso perché architettare un lieto fine richiede un impianto narrativo così stupido e prevedibile da far perdere di vista il pathos intrinseco del film. La sorte dei nativi americani è molto più aderente a quel che la storia racconta in un altro recente film, The Road, nel quale i sopravvissuti fuggono in preda al terrore, votati come sono all’estinzione.
Ma questa è una storia che nessuno vuole sentire, poiché rappresenta la sfida al modo in cui noi scegliamo di essere noi stessi. L’Europa è stata massicciamente arricchita dai genocidi nelle Americhe; e sui genocidi si fondano le nazioni americane. Questa è una storia che non possiamo accettare.
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