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Aids, Hendra, Nipah, Ebola, Lyme, Sars, Mers, Covid…
di Laura Scillitani
Deforestazione e cambiamenti climatici stanno trasformando profondamente gli ecosistemi e creano un'interfaccia innaturale tra essere umano e animali. Ma la salute dell'ambiente è legata a doppio filo a quella della nostra specie. Laura Scillitani ripercorre i meccanismi per i quali la pressione antropica - e i cambiamenti climatici - favoriscono l'insorgenza di alcune malattie e altera le dinamiche della trasmissione di patogeni
“Quando l’epidemia sarà finita torneremo alla vita di prima”, ci ripetiamo come un mantra in questi giorni di reclusione forzata in casa, mentre osserviamo la primavera avanzare oltre le nostre finestre. In realtà, se volessimo trarre un beneficio dalle avversità, dovremmo inquadrare ciò che è accaduto in una cornice più ampia. Covid-19 è l’ennesima dimostrazione di quanto la nostra sopravvivenza sia strettamente legata alla tutela della natura e alla integrità della biosfera.
L’Organizzazione mondiale della sanità stima che nel mondo muoiano 4,2 milioni di persone all’anno a causa dell’inquinamento atmosferico, e considera i cambiamenti climatici come una delle maggiori minacce, stimando che dal 2030 si potrebbero verificare almeno 250 mila morti all'anno. L’attuale tasso di crescita della popolazione è esponenziale (7,7 miliardi di persone secondo l’ultima stima), e di conseguenza aumenta in proporzione la domanda di beni e servizi. Gli ecosistemi sono sottoposti a una trasformazione profonda, tale che il periodo attuale è stato considerato una nuova era geologica, l’Antropocene. Un ambiente alterato non garantisce più i servizi ecosistemici (ad esempio aria respirabile, acqua potabile, suolo fertile), e può compromettere la salute umana anche facilitando la trasmissione di agenti patogeni nuovi per l’uomo, e il diffondersi di epidemie come quella che stiamo vivendo.
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"E' una crisi diversa dalle altre. Keynes non basta, serve una logica di piano"
Intervista ad Emiliano Brancaccio
Per l’economista sono già sconfessate le previsioni ottimistiche della BCE, secondo cui questa sarebbe una crisi “a forma di v”, con una breve caduta e poi subito una ripresa spontanea. E riguardo al fondo salva-stati dice: “non è la soluzione, è una trappola”. Ma non basta nemmeno invocare un rilancio della domanda. Un piano “anti-virus” è l’unica strada efficace per risolvere la “disorganizzazione” dei mercati e combattere la speculazione
“Il coronavirus rischia di condizionare le nostre vite più e peggio di quanto fece l’aids un trentennio fa. Se vogliamo difendere le nostre conquiste e i nostri diritti di libertà, dobbiamo comprendere che siamo dinanzi a una sfida colossale, che contemporaneamente investe la sanità, la scienza e la tecnica e l’economia. Per il momento siamo lontanissimi da una presa di coscienza. I policymakers sembrano ragionare con lo sguardo rivolto all’indietro, come se non avessero il coraggio di guardare avanti e indicare soluzioni all’altezza di questa tragedia epocale”. L’economista Emiliano Brancaccio denuncia all'AntiDiplomatico l’inadeguatezza dell’azione politica di fronte agli effetti dell’epidemia e lancia un appello sul Financial Times per un “piano-anti-virus”.
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Professor Brancaccio, pochi giorni fa il Financial Times ha pubblicato un appello promosso da lei e da altri colleghi economisti per l’immediata attuazione di un piano "anti-virus" che possa fronteggiare una crisi a vostro avviso gravissima. Qual è l’effettiva portata economica di questa crisi? E’ possibile quantificare l’impatto complessivo che avrà sulla produzione e sull’occupazione, in Italia e nel mondo?
Dipende da quanto dovranno durare le quarantene. Marx sosteneva che se una nazione ferma il lavoro anche solo per un paio di settimane, quella nazione è destinata a soccombere. Esagerava ma non andava troppo lontano dal vero. Un banale calcolo contabile ci dice che appena due settimane di blocco anche parziale dell’attività produttiva implicano una perdita di produzione e di reddito di un’ottantina di miliardi, ossia circa il 4 percento del Pil italiano, e questo senza considerare gli effetti moltiplicativi della recessione. Ovviamente, se il blocco perdura, il crollo si accentua.
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Sulla situazione epidemica
di Alain Badiou
Presentazione di Paolo Quintili. Nihil sub sole novum - La novità «antidiluviana» di una pandemia mondiale. Il saggio di Alain Badiou che qui offriamo al pubblico, offre una serie di importanti riflessioni filosofiche che collocano l’evento emergenziale che stiamo vivendo in una dimensione al tempo stesso storica e critica. L’esperienza in corso dell’evento, nei diversi paesi dell’Occidente, in Europa in particolare, è stata affidata a tre «corpi» sociali che ne stanno gestendo l’emergenza: il corpo politico, il corpo medico e il corpo mediatico delle nostre società.
Ora, una parola che venga dal «corpo filosofico» è di grande utilità in quanto ci permette di coglierne la dimensione reale, al di là delle pur necessarie misure prese per arginare il pericolo epidemico. Anzitutto, la sua presunta «novità»: appare tale per la sola ragione che il flagello sta colpendo il pacifico e opulento Occidente capitalista, fino ad oggi al riparo (illusorio) da questi fenomeni. Niente di nuovo sotto il sole (Qoelet, I, 9), sono decenni oramai, che a partire dal virus Ebola, passando per numerosi altri agenti patogeni, influenzali e virali, diversi organismi viventi ostili, generati dall’azione (politico-economica) umana, han fatto strage fuori dell’Europa, e non nel solo Terzo Mondo. Ora si stanno diffondendo nel pianeta intero. Agenti patogeni originati dal mondo animale non-umano, passati e trasmessi all’uomo. La ragione di fondo del fenomeno è – non si può più ignorarlo, né nasconderlo – ecologica (vedi il saggio di Sonia Shah, Da dove vengono i coronavirus? Contro le pandemie, l’ecologia, in «Le Monde Diplomatique», n.3 anno XXVII, marzo 2020, pp. 1 e 21) [P.Q.].
Per la prima volta nella storia, si sta vivendo sulla propria pelle, in Europa, una realtà nuova che investe la comunità mondiale intera, dopo che il genere di agente patogeno in questione ha iniziato da gran tempo la sua avanzata per le rotte della mondializzazione.
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Lettera agli amici del deserto
di Marcello
Miei cari amici, mie care amiche,
poche cose come lo scrivere delle lettere ai propri più cari amici di una vita è più confortante in momenti come questo. Spero che questa mia vi trovi bene, e belli come io vi porto dentro di me. Alcuni di noi staranno vivendo con maggiore sofferenza questi giorni ma l’amicizia, cioè l’essere più prossimi di qualsiasi prossimo, fa sì che possiamo condividerla e perciò alleggerirla se lo vogliamo. Semplicemente perché, in virtù dell’amicizia, siamo portati senza sforzo a vivere con la vita dell’altro. In questa clausura che ci è toccata, dobbiamo restare aperti come non mai al vento dell’amicizia che è capace, come sappiamo, di soffiare al di là di ogni distanza.
Come forse avrete anche voi avuto modo di notare ci troviamo, a seconda dei nostri paesi, da qualche giorno o settimana tutti ridotti alla quarantena in un tempo che, per un caso che ha qualcosa di perturbante, è anche quello della quaresima. Tempo tradizionalmente di introspezione, di rinunce e infine, forse, di riconciliazione. E siccome, chi mi conosce lo sa, ho sempre pensato che non esiste «il caso» ma che questo è solo una maniera di rassicurarci, una superstizione attraverso la quale ci costringiamo a credere che ciò che accade, il modo in cui accade, non abbia alcun significato per noi, ho pensato che questa coincidenza faccia parte dei segni dei tempi che sono qui e che siamo chiamati a interpretare.
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Una pagina di Marx. Critica al mistero della costruzione speculativa
di Lorenzo Procopio
In occasione del bicentenario della nascita di Marx ripubblichiamo un paragrafo della Sacra Famiglia in cui viene criticato il metodo del sistema speculativo. Una lettura che ci aiuta a comprendere le contraddizioni del moderno capitalismo e che dimostra come il pensiero di Marx sia sempre più attuale ed indispensabile per l’emancipazione dell’umanità dalla schiavitù del lavoro salariato
In questo 2018, che ormai volge al termine, numerose sono state le iniziative, in Italia come nel resto del mondo, di commemorazione del bicentenario della nascita di Karl Marx. Molte di queste, anche quelle organizzate da gruppi e personalità che si richiamano direttamente al suo pensiero, hanno avuto il vizio di essere improntate ad una retorica commemorativa distante anni luce dal pensiero del grande rivoluzionario di Treviri.
La ricorrenza del bicentenario della nascita è stata anche l’occasione per la pubblicazione di numerosi saggi e libri su Marx che, se da un lato hanno sortito l’effetto positivo di ridare fiato ad un dibattito che negli ultimi anni si era affievolito ed in parte sclerotizzato, dall’altro ha ancora una volta mancato inevitabilmente l’obiettivo di rilanciare su un piano più ampio la critica radicale del sistema capitalistico che è stata di fatto l’unica ragione di vita di Karl Marx.
Così come abbiamo fatto in occasione del centenario della Rivoluzione russa, anche questa volta non vogliamo cadere nella retorica delle commemorazioni né tantomeno accademizzare, o peggio ancora fossilizzare, il suo pensiero. Riveste per noi una straordinaria importanza politica non sterilizzarlo in un mero fatto accademico o di semplice studio filologico; pur potendo talvolta apprezzare gli sforzi compiuti in tale direzione da accademici e da studiosi di filologia marxiana, ci sembra di cogliere in questi un palese limite laddove è da loro completamente ignorata l’importanza dell’analisi marxiana in relazione allo scontro sociale e alla lotta di classe.
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Disorganizzazione e riorganizzazione. Coronavirus e cronache del crollo
di Alessandro Visalli
Il DPCM 22 marzo 2020 ha compiuto un ulteriore e forse decisivo passo verso il blocco di ogni attività produttiva nel paese. Ancora una volta siamo un passo avanti di ogni altro paese occidentale, un passo verso un baratro o verso la soluzione della crisi. Dopo una lunga trattativa con i sindacati, che volevano una chiusura molto più ampia, e le altre componenti del mondo industriale, che la volevano minore, si è deciso di chiudere. Quindi saranno arrestate tutta la filiera dei metalli, il noleggio automezzi, parte dell’industriale metalmeccanica, parte del tessile, l’attività estrattiva (meno quella degli idrocarburi), il settore delle costruzioni, la fabbricazione di mobili, etc. Tutti settori che andranno ad aggiungersi al commercio che era stato già fermato.
Restano aperti gli studi professionali, la stampa, i tabaccai, la filiera agroindustriale, e la fabbricazione di macchine al suo servizio, parte del tessile, la chimica e la farmaceutica, il settore elettrico e la relativa componentistica, il settore della depurazione ed igiene, i contact center, tutte le attività di trasporto connesse, le attività finanziarie, la ricerca, riparazioni e manutenzioni, aerospazio e difesa.
Il Presidente Conte ha detto, in sostanza, che resteranno chiuse le attività “non necessarie” e che lo Stato fornirà tutto l’aiuto che serve.
Un sistema produttivo ed economico altamente finanziarizzato e interconnesso, come quello che ci ha lasciato in dote la mondializzazione degli ultimi trenta anni è come un calice di cristallo. Esile, elegante, sottile, durissimo e fragile.
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Il debito ai tempi del Coronavirus: la borsa e la vita
di coniarerivolta
La rapida diffusione della Covid-19 ha creato una situazione di emergenza, non solo in Italia, che rende necessario un tempestivo intervento pubblico per sostenere il settore sanitario e l’economia nel suo complesso. La violenza di questo shock, manifestatosi nel mezzo di una situazione economica già precaria, con l’Italia in stagnazione e la locomotiva tedesca in frenata, ha indotto persino i più ferrei sostenitori dell’austerità ad ammettere la necessità che lo Stato faccia immediatamente ricorso alla spesa in deficit per arginare l’imminente crisi. Quando a rischiare non sono solo i lavoratori e i loro salari, ma anche i profitti di imprese e banche, il debito pubblico è il benvenuto: i soldi, che non ci sono mai, come per miracolo ora ci sarebbero. Alfieri del neoliberismo e maître à penser dell’austerità di matrice europea (Mario Monti, Carlo Cottarelli, Elsa Fornero, Alesina e Giavazzi, e la neo-insediata commissaria Von der Leyen) incoraggiano i governi a fare tutto il possibile, ricorrendo al malum necessarium della spesa in deficit, contro la Covid-19. Possiamo dire che la prima vittima del nuovo virus sia dunque l’austerità? Purtroppo, no. Perché l’austerità è un progetto politico teso a trasformare la nostra organizzazione economica e sociale che va ben oltre le politiche restrittive imposte negli anni recenti: questo disegno di governance può ricorrere all’uso spregiudicato della crisi quando deve scardinare le conquiste di decenni di lotte dei lavoratori, lo stato sociale, i diritti e i salari, ma può anche far ricorso a strumenti di stabilizzazione, quando ritiene che la crisi possa compromettere i profitti di imprese e banche. In sintesi, l’austerità non è solo recessione: l’austerità è controllo e disciplina, e in questo frangente proverà ad arginare la caduta della produzione senza per questo ammorbidire un modello di crescita che continuerà a fondarsi sulla precarietà, lo sfruttamento e la disoccupazione di massa.
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A che punto è l'incubo
di Sebastiano Isaia
1. Il salto non è evolutivo…
La virologa Ilaria Capua, ultimamente molto presente sui media nazionali, dà un’interpretazione storico-sociale della pandemia che sta investendo l’intero pianeta che trovo molto interessante, sebbene questa interpretazione risulti appesantita dal suo peculiare approccio scientista ai fenomeni sociali. Per molti aspetti la scienziata non fa che ripetere quanto aveva scritto qualche giorno fa Mario Tozzi sulla Stampa di Torino e da me citato nel precedente post. Dal mio punto di vista le tesi esposte dai due personaggi è molto significativa perché mostrano la natura essenzialmente sociale dell’attuale crisi sanitaria, ossia la sua profonda e ramificata radice capitalistica – parlare di una generica “globalizzazione” e tirare in ballo un altrettanto generica prassi tecnoscientifica non coglie il cuore del problema e anzi contribuisce a rendere difficile la sua individuazione. Ma questa è una “problematica” che spetta all’anticapitalista affrontare.
Veniamo alla dottoressa Capua, intervistata da Raffaele Alberto Ventura per Le grand continent:
«L’esperienza delle precedenti pandemie bastava a immaginare questo scenario. Tuttavia si tratta di fenomeni che toccano una tale quantità di sfere, da quelle naturali a quelle sociali, con innumerevoli ramificazioni, che per affrontarli un approccio interdisciplinare è fondamentale. Nel mio libro Salute Circolare mi ero precisamente concentrata sugli squilibri globali che rendono sempre più probabili simili scenari. In un certo senso, questa pandemia la stavamo tutti aspettando. […]
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Sacrifici e classi sociali
di Carla Filosa
Il sacrificio individuale della quarantena da Coronavirus, sebbene coinvolga popolazioni del mondo intero, non può definirsi collettivo in quanto gestito in modo differente dai vari governi e analogamente subìto dalle masse, non già comunità, ma somma di individui
Il tema del sacrificio è senz’altro accattivante e, in un momento come questo di “sacrificio” più o meno volontario della propria libertà personale da scambiare col contenimento di un virus altamente nocivo, può attirare ancor più l’interesse a saperne di più.
L’argomento a cui però si fa qui riferimento è trattato in un articolo a firma di Luigino Bruni su Avvenire (14 marzo), dal titolo “Ambiguo è il sacrificio”. In questa sede il tema sviluppato non avrebbe suscitato alcuna particolare attenzione se non fosse stato per la citazione di Marx, all’interno di una visione teorica del tutto arbitraria, tanto più in quanto alla fine sembra strizzare l’occhio nel denunciare l’ipocrisia capitalistica che usa parole sostitutive della realtà: “la bella parola sacrificio copre la brutta parola sfruttamento”.
Qui non si intende entrare nel merito dell’uso religioso del sacrificio, così come la storia umana ce l’ha consegnato, sparso in vari continenti ed epoche differenti, bensì ribadire che, non solo la matrice religiosa, ma anche quella ideologica e politica della storia umana, vede il suo inizio promosso dalla creazione di mezzi atti a soddisfare i bisogni immediati dell’esistenza, quali cibo, acqua, riparo abitativo, vestiario, ecc., cui sono seguiti poi sempre nuovi bisogni. L’articolo di Avvenire sembra peraltro riecheggiare le ricerche che sulla fine dell’800 furono effettuate sui popoli primitivi per dare alla vita religiosa una preminenza sulla vita pratica, profana ed economica, per caldeggiare il procedere di un progresso economico da presupposti sacrali quale base e origine di ogni altra manifestazione.
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"Richiedere il MES? Gualtieri così perde tempo e rischia di peggiorare la crisi"
Intervista a Vladimiro Giacché
"Questo modo scomposto di procedere è già di per sé tale da confermare l’estrema debolezza del nostro Paese, con tutte le conseguenze del caso per quanto riguarda l’andamento dei nostri titoli di Stato. Ma in secondo luogo questa proposta ignora il fatto che il MES non può bloccare una crisi del debito. L’unico attore in campo in grado di riuscirci è la BCE".
All'emergenza sanitaria seguirà il difficile, difficilissimo momento della ricostruzione economica. Se questa crisi sarà un'oppportunità per rottamare per sempre un sistema, un modello e una propaganda fallita e fallimentare impostasi negli ultimi trent'anni, dipenderà anche dalla mobilitazione popolare e dell'opinione pubblica da subito.
Come AntiDiplomatico vi proporremo un percorso di interviste per iniziare a delineare la situazione attuale, immaginare i prossimi scenari e sensibilizzare il più possibile sui fallimenti del passato da non ripetere più in futuro.
Iniziamo questo percorso con Vladimiro Giacché*, economista, filosofo e, negli ultimi anni, uno degli osservatori più acuti della situazione macro-economica europea (Intervista esclusiva per l'AntiDiplomatico).
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La Spagna requisisce la sanità privata, la Francia annuncia nazionalizzazioni di imprese in crisi e la Germania prepara un bazooka da 550 milioni per salvare le sue aziende. Le misure del governo italiano sono state invece molto più contenute e rispettose delle regole europee: non è che l'Italia è rimasta la sola a cercare una via condivisa di uscita dalla crisi?
Io credo che questa crisi stia costringendo tutti a fare i conti con una semplice verità: il mito di certi liberisti, una società che si dovrebbe reggere soltanto sul coordinamento ex post dell’attività economica rappresentato dal mercato (ossia dalla legge della domanda e dell’offerta), è per l’appunto un mito, qualcosa che non è mai esistito e mai esisterà.
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La quarantena del geo-capitalismo.
Corpi, virus, natura e valore
di Dario Padovan
E’ bastata una settimana per smentire Giorgio Agamben e tutti coloro che hanno pensato con lui che questo virus fosse l’invenzione di un capitalismo sempre più aggressivo e autoritario, cosa peraltro vera, volta ad estendere “stati di eccezione” – destinati a trasformarsi in una vera e propria militarizzazione – a crescenti porzioni di popolazione mondiale. L’evolvere della crisi ha dato ragione ad Agamben nella misura in cui lo stato di emergenza è stato esteso a tutto il paese, ma ha completamento smentito l’idea di una epidemia inventata che sarebbe alla base della giustificazione dello stato di eccezione nazionale proclamato dal governo. Ma questo non perché il virus non possa essere stato sintetizzato da qualche parte, in qualche segreto laboratorio dedito alla manipolazione della natura e delle sue profonde architetture genetiche, ma perché le sue conseguenze sono l’esatto contrario di quello che è stato detto fin qui da molti sinceri critici e oppositori del capitalismo. La “logica dell’eccezione”, che quindi eccede e muta radicalmente lo stato di normalità e conservazione della vita sociale, è stata applicata a una situazione di concreta minaccia che sta generando conseguenze molto più profonde del semplice peana di chi ritiene che le nostre libertà di consumatori sovrani appagati dalla logica della merce siano violate. Il dilemma hobbesiano tra libertà e sicurezza che Agamben evoca alla fine del suo breve articolo, forse è un po’ più complicato di quanto possa sembrare.
In realtà quello che sta avvenendo con un virus che si presenta più violento di quanto sembrasse all’inizio, nonostante il suo Ro di 2 (ma alcuni indicano un Ro di 4.1 ossia la potenzialità media di ogni contagiato di infettare altre quattro persone), implica molte interessanti riflessioni.
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La rabbia non ha più radici?
di Elisabetta Teghil
[…] il legame che intercorre tra ideologia e ordine sociale, produzione e riproduzione risulta tutt’altro che stabile, consentendo la possibilità di rifiutare il consenso, romperlo e annullarlo, impedendo il respingimento o il riassorbimento della resistenza nel sistema […]
Federica Paradiso, Le radici della rabbia, Red Star Press, Roma 2014
La città è blindata, la società è blindata, dobbiamo stare tutti/e a casa per paura del contagio da coronavirus. Gli appelli si susseguono, i decreti si rincorrono, uno più vincolante dell’altro, uno più autoritario dell’altro. Non possiamo uscire nemmeno a piedi se non per necessità dimostrabili, non possiamo dare la mano a nessuno e tanto meno abbracciare nessuno, non possiamo uscire dalle nostre case, dobbiamo mantenere la distanza di sicurezza di almeno di un metro da ogni altro essere umano, non possiamo neppure andare a trovare i nostri cari, non parliamo poi di spostarci fuori città o di circolare per il territorio. I messaggi arrivano tamburellanti attraverso i mezzi di comunicazione di massa. La sera poi non circola assolutamente nessuno solo le volanti della polizia o le pantere dei carabinieri o le macchine della municipale che fermano chi è sorpreso fuori casa e deve perciò giustificarsi pena una denuncia penale e una multa salata. Gli elicotteri ronzano sulle nostre teste. Ma siamo per caso in guerra? C’è il coprifuoco? Cosa giustifica provvedimenti tanto forti di controllo militare?
Un virus, il coronavirus per l’appunto che, dati del 18 marzo 2020 alle ore 18 pubblicati sul portale governativo, ha provocato finora in tutta Italia 28.710 casi di positività accertati, di cui 14.363 ricoverati e di questi 2257 in terapia intensiva, 2978 decessi e 4025 guariti. L’epicentro è in Lombardia e in particolare a Bergamo. La stragrande maggioranza delle morti riguarda pazienti in età molto avanzata e/o con altre patologie in atto, con le eccezioni che ci sono sempre.
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Capitalismo “verde” senza veli
Sul costo ecologico e umano dei metalli rari
di Pungolo Rosso
Chi si sta interrogando sulle cause della crisi globale del Covid-19 troverà molto interessante il libro di G. Pitron, La guerra dei metalli rari. Il lato oscuro della transizione energetica e digitale (Luiss, 2019). Non perché il libro parli di questo tema in modo esplicito e diretto, ma perché fornisce un’ampia documentazione sullo sventramento dei territori che si sta attuando in Cina e in molte altre aree del Sud del mondo per la ricerca frenetica dei metalli rari e delle terre rare – gli ingredienti essenziali al cosiddetto “Green New Deal”. Tale sventramento ha infatti molto a che vedere con quell’attacco ai “substrati micro-biologici della vita sulla terra” alla base, tra l’altro, dell’attuale epidemia Covid-19, di cui parlano i redattori di Chuang in Contagio sociale (per approfondire riguardo al nesso tra devastazione ambientale da un lato, sia a livello macro che nella dimensione micro-biologica, e dall’altro lato diffusione di agenti virali e in genere insorgere di nuove malattie, rinviamo anche a Alle origini del Covid-19: Agrindustria ed epidemie, Intervista a R. Wallace, e all’articolo di taglio prettamente scientifico di Laura Scillitani, Aids, Hendra, Nipah, Ebola, Lyme, Sars, Mers, Covid…,comparso sul portale Scienza in rete).
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Il libro ha due facce. Una ideologico-politica, l’altra analitica. La prima mostra un feroce sentimento anti-cinese, e ci interessa meno anche se dà utili notizie. L’altra, particolarmente interessante e perfino illuminante, mette in luce gli enormi costi umani ed ecologici della transizione energetica appena avviata che va sotto il nome di “green revolution” o “capitalismo verde”.
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La fine del neoliberismo
di David Harvey
La pandemia conduce all'implosione un sistema economico globale basato su sfruttamento estremo e finanza volatile. Questa volta può salvarlo solo il consumo di massa finanziato dai governi. L'analisi a tutto tondo di David Harvey
Cercando di interpretare, capire e analizzare il flusso quotidiano di notizie, tendo a collocare quanto sta accadendo nel contesto di due modelli di funzionamento del capitalismo distinti eppure intrecciati.
Il primo livello è una mappatura delle contraddizioni interne della circolazione e dell’accumulazione del capitale mentre il valore del denaro si sposta alla ricerca del profitto attraverso i diversi «momenti» (come li chiama Marx) di produzione, realizzazione (consumo), distribuzione e reinvestimento. Questa è una rappresentazione dell’economia capitalistica come spirale di espansione e crescita senza fine. Diventa piuttosto complicato quando viene elaborato, ad esempio, attraverso la lente delle rivalità geopolitiche, degli sviluppi geografici diseguali, delle istituzioni finanziarie, delle politiche statali, delle riconfigurazioni tecnologiche e della rete in continua evoluzione delle divisioni del lavoro e delle relazioni sociali.
Tuttavia, mi raffiguro questo modello come se fosse incorporato in un contesto più ampio di riproduzione sociale (nelle famiglie e nelle comunità), in una relazione metabolica continua e in continua evoluzione con la natura (compresa la «seconda natura» dell’urbanizzazione e dell’ambiente artificialmente costruito) e con tutti i sistemi di formazione sociale, culturale, scientifica (basate sulla conoscenza), religiosa e contingente che le popolazioni umane in genere creano nel corso dello spazio e del tempo. Questi ultimi «momenti» incorporano l’espressione attiva di aspirazioni, bisogni e desideri umani, la brama di conoscenza e di senso e la ricerca continua di soddisfazione in un contesto di mutevoli assetti istituzionali, tensioni politiche, scontri ideologici, perdite, sconfitte, frustrazioni e alienazioni, tutte elaborate in un mondo caratterizzato da marcate diversità geografiche, culturali, sociali e politiche.
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"Siamo in una tempesta perfetta. L'Europa non ha risposte ad uno shock esterno come una pandemia"
Intervista a Domenico Moro
L'economista autore de 'La gabbia dell'euro': "La speranza, anzi l’obiettivo di una forza politica di nuova sinistra dovrebbe essere quello di sfruttare l’occasione che si presenta inserendosi in queste incrinature e far saltare il sistema della Ue e dell’euro."
All'emergenza sanitaria seguirà il difficile, difficilissimo momento della ricostruzione economica. Se questa crisi sarà un'oppportunità per rottamare per sempre un sistema, un modello e una propaganda fallita e fallimentare impostasi negli ultimi trent'anni, dipenderà anche dalla mobilitazione popolare e dell'opinione pubblica da subito.
Come AntiDiplomatico vi proporremo un percorso di interviste per iniziare a delineare la situazione attuale, immaginare i prossimi scenari e sensibilizzare il più possibile sui fallimenti del passato da non ripetere più in futuro.
Qui di seguito il preziosissimo contributo dell'economista Domenico Moro* (intervista esclusiva per l'Antidiplomatico).
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La Spagna requisisce la sanità privata, la Francia annuncia nazionalizzazioni di imprese in crisi e la Germania prepara un bazooka da 550 milioni per salvare le sue aziende. Le misure del governo italiano sono state invece molto più contenute e rispettose delle regole europee: non è che l'Italia è rimasta la sola a cercare una via condivisa di uscita dalla crisi?
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Nord: massimo inquinamento d’Europa + tagli Sanità + influenza = 3.400 morti
di Fulvio Grimaldi
La storia nerissima – e ignorata - di chi ci ha portato fin qui
Una (sola) voce dal sen fuggita
“Essere eretici. Avere il coraggio e la modestia di mettere in discussione tutto e onorare il dubbio”. "Questa è un’infezione che fa ammalare il 10% degli infettati e provoca la morte non come causa primaria” (Maria Rita Gismondo, direttore Microbiologia clinica e Virologia Ospedale Sacco, Milano). Ma la Polizia Postale sta arrivando….
E meno male che c’è l’ISS, antidoto ai mediauntori
https://www.epicentro.iss.it/coronavirus/bollettino/Report-COVID-2019_17_marzo-v2.pdf Rapporto dell’Istituto Superiore di Sanità, momento eccezionale di sobrietà contro i trombettieri e tamburoni dell’OMS e suoi banditori. Non risulta epidemia da Coronavirus. Gli autori del rapporto verranno puniti per fake news?? Gli manderanno l’esercito? Oppure, a neutralizzare questi sabotatori, arriverà l’anatema dell’uomo-vaccino Burioni, o dell’uomo OMS, Ricciardi, se questa trova un attimo fuori dagli schermi?
Ma se la Cina, ma se i sanitari…
Registrato che al 20 marzo in Italia siamo a oltre 3000 morti di polmonite, cardiopatie, tumore, diabete, epatite, influenza normale (sempre meno degli altri anni, secondo l’Istituto Superiore di Sanità), tutti attribuiti dai solerti contabili della Protezione Civile e dai propagandisti mediatici al Covid-19, invece responsabile solo dell’08% (ISS)), per prima cosa rispondo ad alcune obiezioni e contestazioni.
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Giovanni Arrighi, “Il capitalismo in un contesto ostile”
di Alessandro Visalli
Giovanni Arrighi, dopo essere stato tra gli animatori delle lotte operaie con il Gruppo Gramsci nei primi anni settanta[1], si trasferisce nel 1973 all’Università della Calabria, dove resta per sette anni. In Calabria fonda la rivista “Sviluppo”, che sarà attiva dal 1974 al 1993 la quale tratta i temi della teoria e pratica dello sviluppo, seguendo in qualche modo la traccia della Monthly Review americana. Uno dei problemi che interessa il gruppo della redazione è l’enigma dei migranti che si trasformano in avanguardie operaie una volta trapiantati nelle fabbriche torinesi e milanesi.
Nello svolgimento di una approfondita e interessantissima ricerca sul campo Arrighi e i suoi collaboratori individuano, con il classico approccio modellista del nostro (derivato dalla sua formazione neoclassica), un modello a tre percorsi che incorpora diverse forme e traiettorie di conflitto sociale. La ricerca produce alcuni risultati teorici originali ed avrà un largo seguito:
1- Il caso Calabria dimostra che lo sviluppo capitalistico e l’ascesa a una posizione di “centro” non poggia necessariamente sulla completa proletarizzazione, contrariamente ad una volgarizzazione dello schema marxiano;
2- Il caso del Crotonese, in particolare, definibile come “accumulazione per spoliazione”, dimostra che la completa proletarizzazione, al contrario, può essere un danno per il processo di accumulazione capitalistica;
3- L’ipotesi di una stretta connessione tra l’emigrazione e la proletarizzazione non ha validità generale;
4- Il conflitto sociale è parte integrante dei processi di sviluppo e l’emigrazione svolge una importante funzione strutturale, anche questa ambivalente.
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Il coronavirus e il fantasma di Joker
di Adriano Voltolin
Credo, immagino come molti altri, che i provvedimenti presi dal governo, in presenza di un virus nuovo rispetto al quale non abbiamo ancora sviluppato strumenti atti a contenerlo, siano complessivamente ragionevoli. Lo scopo è quello di rallentare fortemente la contagiosità del virus evitando che le persone si assembrino; strumento elementare se si vuole – come sparare alle gomme di un auto per fermarla quando i freni per qualche motivo non funzionino – ma antico (era quello utilizzato contro le pestilenze) e collaudato.
Quel che si vuole però mettere in rilievo in questa sede è la natura dello strumento utilizzato per far questo, lo stato di eccezione, il quadro in cui questo si inserisce e le sue ripercussioni nella vita civile di ogni giorno.
1) Lo stato di eccezione, tema sul quale si è soffermato il collega Sarantis Thanopulos qualche giorno fa sulle colonne de Il Manifesto, è il discrimine attraverso il quale, secondo Carl Schmitt, si chiarisce chi detiene il potere. L’eccezione è qualche cosa che sospende la regola, cioè il funzionamento normale: nel caso per esempio di una pandemia, come quella attuale, certe libertà individuali e collettive dei cittadini vengono ridotte per proteggere la collettività. Le decisioni vengono allora prese da chi ha il potere di assumerle sospendendo ogni procedura di discussione e di collegialità.
E’ evidente che lo stato di eccezione è giustificabile a due condizioni: che sia limitato al tempo nel quale la causa per la quale è stato adottato viene risolta e che costituisca una modalità non abituale di affrontare i problemi.
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La tesi di Costanzo Preve che spaventa i marxisti italiani
di Fabio Rontini
Si propone all’attenzione dei lettori il presente saggio di Fabio Rontini che, brevemente e sinteticamente, ripercorre alcuni temi fondamentali del dibattito teorico-politico avvenuto negli ultimi anni in Italia tra autori di grande livello, come Preve, Losurdo e altri. L’autore ripropone nel finale alcune tesi già precedentemente espresse in un lavoro più ampio, e sul quale a mio personale avviso, occorre procedere con molta prudenza. Il livello di regressione e semplificazione teorica a cui è giunto il movimento comunista italiano impone la necessità di portare avanti uno studio più sistematico e collettivo su una serie di tematiche complesse che necessitano non solo una conoscenza puntuale dei classici, ma anche un aggiornamento agli studi più recenti, specie nei campi della psicologia e delle neuroscienze. Chi scrive, a differenza dell’autore del saggio, non ritiene che il materialismo neghi l’esistenza reale e concreta delle idee, ma le ritiene dei costrutti socio-individuali prodotti dal cervello, e quindi come tali determinati dialetticamente dalle esperienze sensoriali esterne. Il problema vero è capire se e quando tali idee siano in grado di svincolarsi dal determinismo a cui l’essere umano, come ogni essere naturale, è sottoposto fino al momento in cui acquista un livello di sviluppo cerebrale tale da rendere la sua attività ideale (e utopica) superiore agli input provenienti dalla realtà materiale ed ideale a lui esterni. Il tema non è una questione di lana caprina, ma si coniuga con la possibilità o meno di combattere e sconfiggere il controllo sociale attuato dall’attuale totalitarismo “liberale”. Da cui consegue la necessità di riflettere costruttivamente sulle possibilità concrete di vittoria di un movimento comunista in un contesto, come quello dell’Occidente, in cui l’egemonia è totalmente nelle mani della borghesia.
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Il virus della comunicazione
di Militant
La battaglia della comunicazione ai tempi del Coronavirus l’hanno vinta sicuramente loro, per il momento: le cronache “leggere” (quelle cioè che oggi valgono una delle prima posizioni sui siti dei maggiori quotidiani) ci dicono che dieci giorni fa si sono ritrovati in 3.500, in Francia, per il raduno annuale dei Puffi che, tra l’altro, rappresentano notoriamente la metafora di una società comunista. Non sappiamo altrove (ci sarebbe bisogno di uno studio più approfondito), ma in Italia l’intera vicenda del Coronavirus è stata giocata dal ceto politico unicamente sul piano della comunicazione: qual è lo stile comunicativo migliore per ottenere il maggior ritorno possibile in termini di consenso? Non è cinismo, a ben vedere, ma la logica conseguenza di una distanza ormai incolmabile tra la cittadinanza e QUESTA classe politica, che cerca ogni appiglio a cui aggrapparsi, come il barone di Münchhausen al suo codino, soprattutto in uno dei Paesi in cui più forte era, in passato, l’incidenza delle ideologie e in cui più veloce – ma non indolore – è stato il loro accantonamento. In un contesto del genere, spiace dirlo, ogni imprevedibile catastrofe (e il virus in questo modo è stato descritto, a onta del buon senso) fornisce un grande appoggio al governo in carica, che ben felicemente può assumersi “l’onere” di salvatore della patria, da un lato richiedendo ai cittadini restrizioni alle proprie libertà, dall’altro imponendo una sorta di solidarietà nazionale alle opposizioni.
Entrambi difficilmente potranno rifiutare tali richieste, onde evitare di apparire menefreghisti rispetto all’interesse nazionale e, soprattutto, rispetto alle necessità di ciascun individuo. Nello specifico italiano, il premier Conte, infatti, guadagna consensi – almeno stando ai sondaggi – forte anche dell’aplomb serioso e preoccupato che riesce a mostrare nelle occasioni ufficiali.
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Mutanti e replicanti
di Lanfranco Binni
Dovremo occuparci a lungo, e con tempi sempre più ravvicinati tra un’epidemia e l’altra, delle mutazioni virali indotte dai cambiamenti climatici, provocati a loro volta dalle devastazioni del capitalismo terminale. Anzi, saranno i nuovi virus ignoti a occuparsi della specie umana. Non è vero, se mai lo è stato, che natura non facit saltus: il “salto di specie” virale da animali a umani in condizioni di nuove necessità (tutte le specie si difendono), stravolge i percorsi apparentemente lineari della storia umana.
Sull’origine dell’attuale epidemia attribuita a uno dei tanti virus della categoria “coronavirus” non sappiamo molto, ne conosciamo alcuni focolai che si stanno connettendo a livello globale, e nei suoi percorsi attraverso i continenti il virus Covid-19 assume caratteristiche diverse, interagendo con i diversi ambienti naturali e antropici. Ne vediamo gli effetti sanitari, economici, culturali e politici, mentre le vere cause sono ignorate dagli assetti istituzionali delle società. Le risposte sanitarie sono antiche, e sono ancestrali le paure. Un’epidemia che si sta trasformando in pandemia viene affrontata come questione esclusivamente sanitaria, e il metodo è lo stesso con cui furono affrontate le epidemie storiche (la “peste nera” che devastò l’Europa medievale, la “spagnola” negli anni della Prima guerra mondiale, fino all’Hiv, a Ebola, e a tante altre forme di mutazioni virali in corso nel mondo, in ogni continente: il contenimento del contagio, fino all’isolamento e alla medicalizzazione degli infetti, nella speranza di sconfiggere la malattia con vaccini sempre in ritardo rispetto alle emergenze, e soprattutto contando su una sua remissione più o meno spontanea e ignota quanto le sue improvvise e imprevedibili manifestazioni.
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Lo Stato di Eccezione - spiegato breve
di Leo Essen
Secondo la definizione, che risale a Bodin, la sovranità è il potere supremo, giuridicamente indipendente e non derivato. Questa definizione, dice Carl Schmitt (Teologia politica), impiega il superlativo «potere supremo» per indicare una grandezza reale, benché nella realtà dominata dalla legge di causalità non possa essere isolato nessun fattore singolo al quale un simile superlativo sia applicabile. Nella realtà politica, dice Schmitt, non esiste un potere supremo, cioè più grande di tutti.
Questa dimostrazione è stata prodotta da Spinoza. Secondo Spinoza (Hegel, Lezioni) il singolare è qualcosa di limitato. Il suo concetto dipende da altro, non esiste per se stesso come qualcosa di vero. Con riguardo a ciò che è determinato, ovvero a ciò che, come dice Schmitt, è una grandezza reale, una forza effettiva, Spinoza stabilisce che «omnis determinatio est negatio». Dunque, è sovrano, ovvero assoluto, solo ciò che non è determinato, singolare. Sovrano è solo ciò che è universale. Solo questo è sostanziale e dunque veramente reale [reale, nel senso dato a questa parola della scolastica]. Al contrario, una forza, un potere, un’istituzione, un’unità territoriale, una burocrazia, eccetera, sono qualcosa di limitato, poiché sono cose singole. Ciò per cui una cosa è singola è negazione. Negazione vuol dire che essa è, solo in quanto è in relazione con ciò che non è – per esempio un'altra forza, un altro Stato, un’altra istanza, un’altra giurisdizione, eccetera.
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La pandemia mette a nudo i disastri del liberismo
di Turi Palidda
Alcuni autori hanno già proposto serie riflessioni sugli effetti della gestione della pandemia in corso. Fra gli ultimi, ottimo l’articolo di Marco Revelli sul Manifesto e su Volere la luna. Ma alcuni aspetti e soprattutto l’insieme delle conseguenze di questa gestione della pandemia meritano più attenzione. Quest’insieme è infatti cruciale per capire non solo che siamo difronte al coagulo di tutti i disastri che ha provocato lo sviluppo liberista, ma difronte a un salto ancora più inquietante. Lo stato d’eccezione va ben oltre l’emergenza sanitaria; come sempre può permettere ai dominanti di imbastire scelte impensabili per i comuni mortali relegati alla condizione di impotenza dalla gestione della pandemia. Non è casuale che Trump decida di proclamare lo stato d’emergenza per poter aver mano libera a cominciare da un’operazione finanziaria sconvolgente (l’iniezione di 1,5 trilioni sul mercato finanziario), approfittando quindi dell’assenza di un effettivo governo europeo della finanza, delle difficoltà della Cina e del crollo del prezzo del petrolio per re-imporre il dominio del dollaro USA). La guerra economica fra USA e Cina e le sue conseguenze sul resto del mondo è aperta più che mai e la congiuntura pandemia è usata anche in questa contesa. E non è un caso che alcune personalità del potere convochino i vertici delle forze armate e delle polizie per riflettere sul rischio di rivolte o “insurrezioni” a seguito dell’emergenza pandemia (questo succede in Italia) in Francia e probabilmente in tutti i paesi mentre la Cina ha già mostrato qual è la gestione totalitaria dell’emergenza).
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La Russia è un paese imperialista?
di Alessandra Ciattini
Nel complesso mondo contemporaneo è importante comprendere qual è la natura degli Stati che stanno in competizione tra loro anche per operare una ragionata scelta politica
Molti si interrogano anche da sinistra sul carattere imperialistico dell’attuale Russia, governata da Vladimir Putin, ex agente del KGB ed ex militare, ormai al potere dal 2000, per cui abbiamo deciso di mettere insieme una serie di dati raccolti da alcuni studi per rispondere a questa domanda. Naturalmente i fattori che hanno determinato il trapasso da una forma di capitalismo di Stato, con il riconoscimento di un’ampia serie di diritti e di conquiste ai lavoratori sovietici, a un capitalismo definito semi-periferico sono molteplici e di carattere esterno ed interno e tra questi ultimi bisogna annoverare il ruolo avuto dalla grande burocrazia.
Nel processo di disgregazione dell’URSS, iniziato negli anni ’80 e portato a termine dalle politiche di Gorbaciov, una parte importante è stata giocata anche dal capitalismo internazionale, il quale, per accaparrarsi le immense risorse sovietiche, ha sostenuto l’emergere di quello che si è definito capitalismo semi-periferico in Russia e nei paesi del CSI; capitalismo caratterizzato da ampi livelli di criminalità imprenditoriale, dalla fuga dei capitali, dalle privatizzazioni, dal controllo informale delle entrate, il cui costo è stato un sensibile calo demografico [1].
Per far accettare agli ex sovietici il passaggio al capitalismo un programma televisivo faceva questa propaganda: il socialismo era rappresentato da una torta che veniva divisa in piccoli pezzi distribuiti tra tutti i cittadini; anche il capitalismo era rappresentato da una torta, ma i pezzi erano assai più grandi e sempre divisi tra tutti.
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“Shut in economy”. Scenari distopici per il dopo pandemia
di Redazione Contropiano
Oggi siamo immersi e costretti a vivere le nostre giornate nel tentativo di ridurre e sconfiggere la pandemia del coronavirus. Lo siamo nel nostro e in decine di altri paesi. Sotto i nostri occhi sono cambiate rapidamente abitudini, parametri di riferimento ma anche fattori strutturali dell’economia, della società e della civiltà del dopoguerra. Abbiamo detto che ci sarà un prima e un dopo immensamente diversi tra loro e nulla sarà come prima.
Ma alle domande sul dopo emergenza si può rispondere in modi molto diversi. Noi agiamo per una cambiamento radicale delle priorità e dei rapporti sociali che hanno determinato le nostre vite da decenni, sicuramente vogliamo seppellire il modello sociale capitalista emerso dagli anni ’80, quelli in cui il sanguinoso dogma liberista decretò che “non esiste la società, esistono gli individui” e che quindi è il mercato e la competitività che regolano e autoregolano i rapporti sociali.
Altri, e non sono nè saranno nostri compagni di strada, cominciano a individuare un modello di relazioni sociali e di produzione che salvaguardino questo dogma adeguandolo però alle nuove condizioni, anzi cercando di mettere a loro vantaggio le nuove condizioni. Il futuro che disegnano è segnato da una accentuazione delle disuguaglianze ancora maggiore, rese più dolorose anche dai fattori climatici e patologici che viene sintetizzata come Shut in Economy. E delineano quelli che possiamo definire come scenari distopici, cioè di una immagine piuttosto inquietante del futuro che però è solo una anticipazione della realtà.
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