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CARLA LONZI, IL CONGEDO DAL PATRIARCATO
FARE DIFFERENZA
di Maria Luisa Boccia
Critica d'arte, sovvertitrice del ruolo dell'opera e dell'artista. Militante e teorica, pioniera della pratica dell'autocoscienza e autrice di testi tutt'ora imprescindibili come «Sputiamo su Hegel». Il volto poliedrico di Carla Lonzi, figura inaugurale del femminismo italiano, al centro di un convegno e di una riscoperta editoriale
Per la prima volta l'opera di Carla Lonzi viene riproposta in una nuova edizione, in tutto fedele a quella originale. Nel primo volume sono raccolti gli scritti a sua firma, composti tra il 1970 e il 1972, e quelli a firma del gruppo femminista Rivolta Femminile, la cui stesura si deve sempre alla sua mano.
Nella primavera del 1970 a Roma si ritrovano per giorni e giorni tre donne, Carla Accardi, Elvira Banotti e Carla Lonzi, per il bisogno di esprimere l'emozione e lo scatto di coscienza provocati in loro dalla ripresa del femminismo nel mondo. È Lonzi a scrivere il testo, scandendo in frasi concise e folgoranti quelli che saranno i principali temi del neofemminismo. Con la pubblicazione nel luglio del Manifesto di Rivolta Femminile si formano i primi gruppi di Rivolta, prima a Roma e Milano poi in molte altre città, attorno alla pratica, lì enunciata, del separatismo e dell'autocoscienza.
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I campi di battaglia prescelti dall’imperialismo contemporaneo: condizioni per una risposta efficace dal Sud del mondo
Samir Amin
Nell’arte della guerra ogni belligerante sceglie il terreno di battaglia più favorevole per sferrare l’attacco e cerca di imporlo al suo avversario perché questo si metta sulla difensiva. Lo stesso avviene in politica, a livello nazionale e nelle battaglie di carattere geopolitico.
Attualmente, più o meno negli ultimi 30 anni, le potenze che costituiscono la Triade dell’imperialismo collettivo (Stati Uniti, Europa Occidentale e Giappone) hanno individuato due campi di battaglia: “la democrazia” e “l’ambiente”.
Questo scritto vuole prima di tutto esaminare dal punto di vista concettuale e sostanziale i due temi scelti dalla Triade, analizzandoli criticamente dal punto di vista dei popoli , delle nazioni e degli stati a cui essi sono indirizzati, i paesi del Sud, dopo quelli dell’ex-Oriente. Ci occuperemo, inoltre, del ruolo degli strumenti utilizzati dalle strategie imperialiste per condurre la loro battaglia: la globalizzazione ‘liberale’, con l’ideologia che ne è alla base (l’economia tradizionale), la militarizzazione della globalizzazione, ‘il buon governo’, ‘gli aiuti’, ‘la guerra al terrorismo’ e la guerra preventiva con l’ideologia che ne è al seguito (il post-modernismo culturale). Di volta in volta indicheremo le condizioni per una risposta efficace, da parte dei popoli e degli stati del Sud, alla sfida della ristrutturazione dell’imperialismo della “Triade”.
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Cambiamenti nella distribuzione del reddito, disordine finanziario e crisi
Aldo Barba e Massimo Pivetti
Saggio preparato per il convegno LA CRISI GLOBALE. CONTRIBUTI ALLA CRITICA DELLA TEORIA E DELLA POLITICA ECONOMICA (Siena 26-27 Gennaio 2010)
Sommario
Questo lavoro riprende, ampliandole, le tesi contenute in un saggio sottoposto nel luglio 2007 al Cambridge Journal of Economics e pubblicato nel gennaio del 2009. Analizziamo in primo luogo le principali spiegazioni della crisi fornite dalla letteratura negli ultimi due anni, soffermandoci in particolare sulla tendenza ad individuarne l’origine negli errori di conduzione della politica monetaria, da un lato, e in squilibri nei flussi internazionali di risparmio, dall’altro. In entrambi i casi, bassi tassi di interesse avrebbero attivato fenomeni di ‘irrazionalità esuberante’ in un contesto finanziario eccessivamente deregolamentato, generando la crisi. Contrapponendosi a questa impostazione, l’origine della crisi viene da noi ricondotta all’insostenibilità del crescente indebitamento delle famiglie, a sua volta prodotto dai cambiamenti nella distribuzione del reddito avvenuti negli ultimi decenni: il debito delle famiglie è interpretato come un determinante della crescita dei consumi alternativo alla crescita salariale, argomentandosi che questa forma di sostegno dei livelli di attività non sarebbe stata sostenibile nel lungo periodo.
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Primo Marzo - Un nuovo inizio
di Sandro Mezzadra
Un nuovo inizio. Di questo si è trattato il primo marzo. Fin da subito, ascoltando le prime corrispondenze che arrivavano dai quattro angoli della penisola, avevi questa sensazione di qualcosa di nuovo che stava mettendosi in moto. Voci fresche, emozionate e a volte sorprese raccontavano di scioperi dei consumi e di scioperi nelle fabbriche (“Non abbiamo bisogno del permesso per scioperare”, dicevano molti cartelli sbeffeggiando la miopia dei sindacati), di cortei studenteschi e di “lezioni di clandestinità”, dei presidi davanti all’INPS, ai cantieri, ai mille luoghi dove il lavoro migrante è quotidianamente sfruttato, ma altrettanto quotidianamente lotta e resiste. Poi sono arrivate le foto, e le piazze mostravano già dal mattino i volti nuovi di una composizione giovanile in cui si incrociano storie e colori, lingue ed emozioni. Mano a mano che la giornata trascorreva, le strade di mille città d’Italia si riempivano e confluivano idealmente in una straordinaria espressione moltitudinaria (per una volta non è davvero retorica utilizzare questo termine) di rifiuto del razzismo e di affermazione di una nuova cittadinanza.
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De rerum natura (europea)
di Carlo Bertani
E’ un qualsiasi giorno di Primavera di un anno molto lontano – fra il 1978 ed il 1981 – quando attraverso il parcheggio, a Savona, per salire sulla mia auto: il vento è ancora fresco ma già s’avverte, inarrestabile, la bella stagione in arrivo.
La giornata è così luminosa che obbliga a strizzare gli occhi per non farsi abbagliare – chissà dove sono finiti gli occhiali da sole… – e quasi non li vedo arrivare. Sono oramai di fronte e non me ne sono accorto: concludo che mi sono comportato proprio da pessimo samurai.
Sono un ragazzo ed una ragazza sulla ventina o poco più, con un mazzo di fogli in mano. Senza chiedermi chi sono, nemmeno come mi chiamo né presentarsi mi spiattellano la richiesta: «Vuole mettere una firma per l’Unione Europea?»
Li osservo meglio; sono vestiti in modo sobrio ma con capi eleganti: lui ha i capelli corti e la faccina da bravo ragazzo, mentre lei ha i capelli biondi, sciolti, che il vento un po’ scompiglia. Entrambi hanno un’aria “acqua e sapone” o, se preferite, un po’ naif.
Mi chiedo da dove siano saltati fuori, perché vadano in giro a chiedere firme per una cosa di là da venire – all’epoca, esisteva solo la CEE, la Comunità Economica Europea – insomma, tutto ha un che di strano…
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Netwar on Videocracy
Un breve commento sulla vicenda Google-ViviDown
Tre dirigenti di Google sono stati inchiodati al banco degli imputati per l'affare Vividown che li vedeva indagati per violazione della privacy e calunnia come conseguenza della mancata rimozione dal network di Google Video un filmato risalente al 2006. Protagonista un ragazzo down brutalmente vessato da dei coetanei in una scuola di Torino.David Carl Drummond, ex presidente del cda di Google Italia e ora senior vice president, George De Los Reyes, ex membro del cda di Google Italy; Peter Fleischer, responsabile policy Google sulla privacy per l'Europa sono stati ritenuti colpevoli dal giudice Oscar Magi di uno dei due reati loro attribuiti (violazione della privacy) e condannati a sei mesi di carcere con sospensione della pena.
Riassumendo in poche parole: il tribunale di Milano ha affermato la responsabilità di Google sui contenuti immessi dagli utenti sulle reti di sua proprietà. Il "Gigante Buono" non va dunque considerato come una scatola vuota o un mero condotto di diffusione dell'informazione, ma deve essere posto sul medesimo piano giuridico di qualsiasi altro editore.
Ci pare improbabile calarci in un ruolo di azzeccagarbugli che non ci appartiene, né vogliamo unirci al totoscommesse sulle motivazioni della sentenza. Ugualmente non ci lasciamo appassionare da suggestioni in salsa ER sull'aviaria o sull'ultima sindrome cinese, très à la page bien sûr, ma cariche di molto sensazionalismo e poca sostanza.
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Una moneta senza stato e fisco rende fragile tutta l'Europa
di Joseph Halevi
Esiste ormai una crisi generale in Europa senza visibili o credibili vie di uscita. Essa è evidenziata dal continuo accendersi di focolai di tensione: dalla vicenda greca alla penisola iberica e ritorno, fino alle sempre meno velate allusioni all'Italia o dal drastico voltafaccia di Parigi.
Fino a poco più di un mese fa Sarkozy era convinto di poter ritardare al 2012-13 la riduzione del deficit francese entro i livelli dei parametri di Maastricht e Dublino. Adesso invece si parla di un precipitoso rientro a breve termine. E' un nuovo crollo di Parigi di fronte alla Germania, generato dalla paura che «i mercati», cioè le banche, speculino sulle ingiunzioni di tagli al bilancio che da Berlino e da Bonn, sede della Bundesbank-Bce, vengono emanati nei confronti dei paesi della zona dell'Euro.
Parigi teme che l'aumento del deficit pubblico faccia schizzare in alto il premio di rischio sui titoli del tesoro francesi rispetto ai quelli tedeschi. Oltre alla solita instabilità finanziaria, un tale evento metterebbe in crisi la posizione della classe dirigente francese in Europa, che è poi il punto di forza del suo controllo sul paese, isempre più ferreo da Jospin a tutt'oggi. La prospettiva, già in atto, è quindi quella di tagli di bilancio che non elimineranno il deficit, pena l'aggravarsi della crisi sociale, ma ridurrano comunque i servizi pubblici e l'occupazione.
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La Grande Recessione e la Terza Crisi della Teoria Economica
Relazione per il convegno LA CRISI GLOBALE. CONTRIBUTI ALLA CRITICA DELLA TEORIA E DELLA POLITICA ECONOMICA (Siena 26-27 Gennaio 2010)
Riccardo Bellofiore and Joseph Halevi (Università di Bergamo e di Sydney)
Il capitalismo si modifica continuamente; non è mai uguale a se stesso. Questa integrazione globale di produzione e finanza in una teoria generale del processo capitalista sta ancora muovendo i primissimi passi; non viene mai trattata in modo esauriente. In Keynes vi sono alcuni accenni e anche Marx suggerisce qualcosa al riguardo, ma una vera e propria elaborazione teorica sarebbe avvenuta solo in una concreta fase storica che avrebbe reso necessaria la nuova teoria. E questo sta avvenendo oggi.P. M. Sweezy
Il capitalismo è in una crisi ‘sistemica’. Iniziata nell’estate del 2007, a partire dalle difficoltà di un segmento particolare del mercato finanziario statunitense, l’instabilità finanziaria ha finito col contagiare l’intero pianeta. La crisi finanziaria si è tramutata in crisi bancaria, poi, nel giro di un anno, in crisi reale. La recessione sarà lunga. Ammesso e non concesso che la flebile ripresa si confermi, e che non si abbia un doppio salto nella depressione, il capitalismo potrebbe avere davanti a sé una prolungata stagnazione. Torna all’orizzonte la disoccupazione di massa.
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Spesa per pensioni, così è se vi pare
Maurizio Benetti
Le varie istituzioni applicano criteri diversi nel computo della spesa previdenziale, tanto che il suo rapporto sul Pil cambia fino a oltre 3 punti, una differenza enorme. Una giungla in cui si perde di vista il vero problema: che ormai non è la sostenibilità finanziaria, ma gli importi troppo bassi
Mentre il ministro Tremonti afferma che finché ci sarà lui al governo le pensioni non saranno toccate, ci sono economisti ed esponenti di entrambi gli schieramenti che continuano a sostenere la necessità di intervenire per tagliare la spesa pensionistica, sorvolando sul fatto che le previsioni ci indicano più un problema di sostenibilità sociale che non uno di sostenibilità finanziaria.
Cominciamo per prima cosa a chiarire quale sia l’ammontare della spesa pensionistica in Italia dato che i dati che vengono citati sono spesso molto diversi tra loro con differenze superiori anche a 2-3 punti di Pil.
Un’utile opera di chiarimento in merito è quella fatta dalla Ragioneria generale dello Stato (Rgs) nella pubblicazione “Le tendenze di medio-lungo periodo del sistema pensionistico e socio-sanitario”, Rapporto n.10, riportata anche nel Rapporto 2008 del Nucleo di valutazione della spesa previdenziale (NVSP). La Rgs confronta i dati di spesa pensionistica in rapporto al Pil secondo le diverse definizioni dell’aggregato. Riporto per il 2006 i dati Rgs e per il 2007/8 il loro aggiornamento.
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GEAB 42 - parte II
Tre tendenze fondamentali che aggraveranno la crisi nella seconda metà del 2010
Per LEAP/E2020, dietro le “sofisticate” dissertazioni sull’uscita dalla crisi al termine delle politiche di sostegno all’economia e al settore finanziare si nasconde una verità molto semplice, ma una di quelle che governi e banche centrali sono incapaci di esprimere: non sanno cosa fare, quando farlo e come; ne' se dovrebberlo farlo da soli o insieme ad altri attori globali.
In verità, se la mancanza di preparazione al manifestarsi della crisi derivava dall’incapacità, da parte dei leader mondiali, d’immaginare il possibile palesarsi di una crisi, da molti mesi a questa parte è la loro incapacità di giudicare correttamente la reale situazione dell’economia mondiale e l’interazione di gran parte delle misure straordinarie prese in tutto il pianeta che li condanna, adesso, a rimanere passivi.
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Così il neoliberalismo ha messo in crisi la civiltà
di Luciano Gallino
L´interpretazione corrente, la quale vede la politica sopraffatta dall´invasione dell´economia, e dunque costretta suo malgrado ad adeguarsi alle esigenze di questa, arriva sì a descrivere con una certa proprietà gli effetti dell´invasione, ma al prezzo di ignorarne le cause. Sono la cronaca e la storia degli ultimi decenni a mostrare che i confini tra economia e politica non sono stati attraversati dalla prima grazie esclusivamente alle proprie incontenibili forze, come sostiene la interpretazione delineata sopra. Piuttosto va constatato che, a partire dai primi anni 80 del secolo scorso, in numerosi paesi tali confini sono stati deliberatamente spalancati all´economia non da altri che dalla politica, dai suoi parlamenti, e dalle leggi da questi emanate.
L´attraversamento incontrollato dei confini tra politica ed economia non sarebbe potuto avvenire senza l´intervento di una ideologia che dopo esser giunta a pervadere l´intero sistema culturale ha promosso e legittimato tale attraversamento, e lo ha praticato essa stessa in forze riguardo ai suoi confini con tutti gli altri sotto-sistemi.
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Capitalismo 2009: la via verso il crollo
Antonio Carlo
1) 2009 l’anno orribile dell’economia mondiale; 2) L’inutile balletto dei G. I problemi insolubili del capitalismo; 3) La politica economica di Obama. Attivismo ed impotenza; 4) La risposta europea, ovvero l’Europa che non c’è; 5) La risposta italiana: galleggiare sulla crisi in attesa del miracolo-ripresa; 6) Cina e India: la fine del miracolo straccione. Giappone: l’impossibile “exit strategy”; 7) Prospettiva 2010: una ripresa inconsistente (o inesistente?); 8) La politica estera americana: di disastro in disastro; 9) Crisi economica insolubile e crescenti tensioni sociali. Verso la tempesta perfetta.
1) 2009 l’anno orribile dell’economia mondiale.
Il 2009, anno orribile del capitalismo mondiale, si apre con una notizia emblematica: nel primo trimestre dell’anno le 390 più grandi IM al mondo vedono calare i profitti del 75% e il fatturato del 26% su base annua1. L’OCSE e l’ONU ci fanno sapere che avremo nel corso dell’anno 40 milioni di nuovi disoccupati, prodotti dalla crisi a livello mondiale2, mentre l’esercito dei lavoratori che vivono già nel 2005 con uno-due dollari al giorno e che sono il 49,7% della forza lavoro mondiale3, crescerà di altri 200 milioni4.
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Paradisi e inferni, le tasse in libreria
Francesco Ciafaloni
L'extra-risparmio degli italiani è esattamente uguale al di più di evasione fiscale: coincidenza? Suggestioni e proposte in due libri: Convenevole e Lupi
Poco meno di venti anni fa Giulio Tremonti e Giuseppe Vitaletti, già autori di Le cento tasse degli italiani, scrissero La fiera delle tasse (il Mulino, Bologna 1991), in cuiesposero,alla maniera un po’ provocatoria a tutti nota, almeno per il primo dei due autori, le loro idee di fondo sugli stati, sui mercati, sull’economia, sul potere politico e, soprattutto, sui sistemi fiscali. Alcune di queste idee circolavano già, hanno avuto ampia diffusione nelle scienze sociali ed hanno una loro, sgradevole, forza. Inoltre, Giulio Tremonti è stato Ministro delle finanze e del tesoro più a lungo di qualsiasi altro in Italia nel ventennio successivo, e lo è tuttora. Alcuni passi del libro sembrano il monologo di Gloucester all’inizio del Riccardo III, hanno un tono programmatico. Roberto Convenevole e Raffaello Lupi, in due libri di recente pubblicazione (1), si muovono, in fondo, anche se, qualche volta, in implicita differenziazione o contrapposizione, all’interno di quelle idee. Di lì bisogna partire.
Secondo Tremonti e Vitaletti, nel mondo attuale, in cui la produzione è globalizzata e finanziarizzata, non è lo stato che contiene il mercato, ma il mercato che contiene gli stati. La Lex mercatoria, l’accordo e l’arbitrato tra soggetti economici sopranazionali, ha sostituito le leggi. E’ finito il mondo di Smith e Ricardo; siamo tornati ad una società di ceti. I lavoratori dipendenti pagano le tasse perché la loro prestazione è vincolata a un luogo e perché le aziende che li impiegano, nella misura in cui non sono interamente finanziarizzate, sono troppo grandi per non avere una contabilità analitica veritiera e fungono da esattori.
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Che differenza c'è tra la Grecia e la California
di Andrea Fracasso, Roberto Tamborini
Recentemente la California è andata sull'orlo della bancarotta nella totale indifferenza dei mercati finanziari. Perchè il peggioramento dei conti pubblici della Grecia ha scatenato una bufera, non solo contro i titoli di stato greci, ma persino contro l'euro? La differenza tra la California e la Grecia è Washington.
Solo una decina di anni fa l’espressione irriverente “Club Med” veniva utilizzata dagli investitori internazionali per indicare gli Stati dell’Europa meridionale ritenuti più deboli e vulnerabili alle crisi economico-finanziarie. I paesi in questione erano Portogallo, Italia, Grecia e Spagna. Durante l’epoca d’oro della finanza mondiale, iniziata alla fine degli anni ‘90 e terminata nel 2007, questo e altri termini spregiativi sono lentamente caduti in disuso, lasciando il posto ai più positivi acronimi per indicare i paesi emergenti e di successo (prima tra tutti la sigla BRIC - Brasile, Russia, India e Cina). Con la crisi finanziaria iniziata nel 2007, tuttavia, i paesi del Club Med sono tornati nel centro del mirino e un vecchio termine spregiativo, l’acronimo “Pigs”, è stato adottato per rappresentarli. Cedendo alla potenza delle sigle inglesi ma avanzando minor benevolenza circa le condizioni di salute finanziaria di Irlanda e Regno Unito, altri investitori hanno proposto di allargare il club a questi due Stati e conseguentemente di aggiungere una “i” e un “g” alla sigla (Piiggs).
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Nulla sara’ come prima. Dieci tesi sulla crisi finanziaria
di Andrea Fumagalli
Il saggio che presentiamo è il risultato di un processo di elaborazione del general intellect di movimento che ha visto la partecipazione di molti compagni e compagne delle rete Uninomade, prima in un seminario svoltosi a Bologna a settembre 2008 e poi a fine gennaio 2009 a Roma. In queste due occasioni, la discussione ricca e variegata sulle ragioni della crisi economica globale e sulle opportunità che ne possono scaturire ha messo in luce un comune orientamento che vale la pena sottolineare.
Non siamo di fronte alla crisi finale del capitalismo, pur essendo questa una crisi sistemica di tipo strutturale e non congiunturale, ma piuttosto ad una crisi di crescita all'interno del nuovo paradigma del capitalismo cognitivo. Una crisi che evidenzia la crisi della governance economica mondiale fondata sul ruolo centrale dei mercati finanziari sia nel sostenere il meccanismo di accumulazione cognitiva che nel determinare la distribuzione della ricchezza.
Proprio perché non vi è più alcuna separazione tra sfera reale e sfera finanziaria, lo spazio di un intervento riformista che definisca un nuovo new-deal istituzionale si èdefinitivamente chiuso. Solo andando oltre la struttura della proprietà privata in nome di una proprietà del comune che riconosca, valorizzi e remuneri la cooperazione sociale (tramite l'istituzione di un basic income) è possibile fuoriuscire dalle attuali secche della crisi.
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Un attacco (finanziario) preventivo
di Samuel
“Va bene , la lotta di classe c’è, ma è la mia classe, quella dei ricchi, che sta facendo la guerra, e stiamo vincendo”. Warren Buffet, citato dal The New York Times, 26 novembre 2006.
È bastato che qualcuno ottenesse qualche beneficio e rinforzasse la propria situazione – col denaro pubblico – a far sì che i banchieri tornassero all’ovile di Davos, dove tra le varie cose han dimenticato qualsiasi pretesa di cambiare i dettami e di rinunciare ad alcuni privilegi. Quando di fronte alla pressione pubblica i governi osano parlare di Tobin Tax e simili, i “mercati” devono dare una mano. Come dice Nicolas Sarkozy, dobbiamo “moralizzare il capitalismo”, cosa che, a quanto pare, viene vista come una demonizzazione del deficit pubblico – come ai vecchi tempi di Maastricht -, come una colpevolizzazione degli anziani che osano vivere senza svolgere più un lavoro retribuito e dei lavoratori che rifiutano l’ennesima riforma del mercato lavorativo, e come una criminalizzazione di determinate categorie di immigranti.
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Perchè dobbiamo cambiare il capitalismo
Joseph Stiglitz
In un estratto del suo nuovo libro, Freefall, l'ex economista capo della Banca mondiale spiega perché le banche dovrebbero essere smembrate e perché l'Occidente dovrebbe ridurre i consumi
Nel corso della Grande recessione cominciata nel 2008 milioni di persone, negli USA e nel resto del mondo, hanno perso casa e lavoro, molti altri hanno temuto di dover subire la stessa sorte, e praticamente tutti quelli che avevano accantonato soldi per la pensione o per l'istruzione dei figli hanno visto i propri risparmi ridursi a una frazione del valore iniziale.
Una crisi scoppiata negli Usa è diventata ben presto globale, man mano che in tutto il mondo decine di milioni d'individui – venti nella sola Cina - perdevano il posto di lavoro e altrettanti si scoprivano poveri.
Non è così che si pensava sarebbero andate le cose. I moderni economisti, con la loro cieca fede nel libero mercato e nella globalizzazione, avevano promesso prosperità per tutti, e davano per scontato che la tanto decantata "Nuova economia", con le stupefacenti innovazioni (tra l'altro liberalizzazione e ingegneria finanziaria) che avevano marcato la seconda metà del XX secolo, avrebbe consentito una migliore gestione dei rischi e posto fine al susseguirsi dei cicli economici. Se la combinazione di Nuova economia e nuovi strumenti economici non poteva eliminare del tutto le fluttuazioni economiche poteva quanto meno tenerle sotto controllo. O almeno questo ci hanno raccontato.
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E' disponibile il GEAB 42. Qui di seguito la parte gratuita con una piccola aggiunta.
GEAB 42 - Seconda metà del 2010: improvvisa intensificazione della crisi sistemica globale - rafforzamento di 5 trend negativi fondamentali
LEAP/E2020 ritiene che l'effetto dei miliardi spesi degli Stati per «contrastare la crisi» sarà un fallimento totale.
Tali somme hanno avuto l'effetto di rallentare l'evoluzione della crisi sistemica globale per diversi mesi, ma, come anticipato nelle precedenti relazioni GEAB, questa strategia sarà solamente servita alla fine a trascinare gli Stati in crisi causata dalle istituzioni finanziarie.
Pertanto il nostro gruppo anticipa, in questo numero 42 del GEAB, un improvviso intensificarsi della crisi nella seconda metà del 2010, causata da un doppio effetto di un ritorno di eventi che sono stati temporaneamente «congelati» nella seconda metà del 2009 e l'impossibilità di mantenere i rimedi palliativi degli anni passati.
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Trivelle false, Botte vere!
di Marco Cedolin
In Val di Susa dall’inizio dell’anno si dorme poco, spesso si mangia in piedi e ancor più spesso si vive all’aria aperta, anche la notte quando nevica. Il motivo di uno stile di vita tanto bizzarro, al quale ormai stanno facendo l’abitudine molti cittadini valsusini è costituito dai sondaggi truffa fortemente voluti da Mario Virano e lautamente pagati da tutti i contribuenti italiani.
Dall’inizio dell’anno quasi ogni notte, con il favore delle tenebre, una trivella si mette in moto, con il suo corollario di centinaia di poliziotti in tenuta antisommossa che militarizzano il territorio. La trivella viene sistematicamente posizionata in un sito adiacente all’autostrada A32, quasi sempre accanto al pilone di un viadotto, laddove la natura del terreno non presenta alcun segreto, dal momento che è stata già studiata in profondità quando negli anni 90 autostrada e viadotti furono costruiti.
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Valerio Verbano. Trent'anni di memoria senza giustizia né pace
di Guido Caldiron
«Questo non è un corteo ma neanche un funerale stamo tutti a pesà quanto sta vita vale. Il fumo dei lacrimogeni si fa sempre più acre e amaro, pagherete tutto sì, pagherete caro...».
Chissà chi l'ha scritta quella canzone che a pochi giorni dal funerale di Valerio Verbano già ricordava dalle frequenze di Radio onda rossa le cariche della polizia fin dentro il cimitero del Verano, i giovani inseguiti tra le lapidi e i chioschi di fiori, la gente spaventata che non capiva bene cosa ci facessero tutte quelle bandiere rosse nel luogo dell'estremo omaggio ai propri cari. Era il 25 febbraio del 1980, una vita fa. A Roma finivano davvero gli anni Settanta.
Valerio era stato ucciso solo pochi giorni prima, il 22, da tre giovani che, dopo aver finto di essere suoi amici - «gli vogliamo parlare» avevano detto alla madre per convincerla ad aprire la porta di casa -, avevano immobilizzato i suoi genitori, atteso il suo ritorno da scuola poco dopo l'una e poi l'avevano ucciso con un colpo di pistola alla nuca.
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Il fattore G
I tempi cambiano, e i tormentoni pure. Una volta si diceva: speriamo di non fare la fine dell’Argentina. Oggi gli italiani fanno corno e bicorno, e ripetono: speriamo di non finire rovinati come la Grecia. Grecia che, in effetti, si ritrova in un mare di guai: ad Atene, il debito pubblico sta letteralmente esplodendo; e con i debiti stanno esplodendo anche le proteste di piazza. Una situazione caotica. Tanto caotica, che questa settimana i giornali di mezzo mondo - dal blasonato “New York Times” al nostrano “Corriere della Sera” - si chiedevano in coro se e quando sarebbe arrivato il momento del “sipario”, cioè del fallimento. Dubbio, per carità, atroce e legittimo. Ma che sarebbe stato bene accompagnare con una domanda davvero indispensabile.
Ovvero: chi - e soprattutto come - sta “scomettendo” sul fallimento della Grecia? Una domanda fondamentale. Perché - per dirla con una metafora - se non si conoscono i giocatori, è impossibile capire a che gioco si stia giocando.
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Dopo la tragedia, la farsa!
Ovvero come la storia si ripete
Slavoj Žižek
Introduzione. Lezioni del primo decennio.
Il titolo di questo libro dovrebbe costituire un test del quoziente intellettuale elementare: se la prima associazione che provoca nel lettore è il volgare cliché anticomunista: “Ha ragione – oggi dopo la tragedia del totalitarismo del XX secolo, tutta questa faccenda di un ritorno al comunismo non può essere che una farsa!”, ebbene, gli consiglio vivamente di fermarsi qui. Non solo, ma il libro gli dovrebbe venire confiscato, perché vi si tratta di una tragedia e di una farsa assolutamente diverse, ossia dei due avvenimenti che aprono e chiudono il primo decennio del XXI secolo: gli attacchi dell’11 settembre 2001 e la débacle finanziaria del 2008.
[...]
L’analisi proposta in questo libro non ha nulla di neutro; al contrario, è impegnata e “parziale” al massimo – perché la verità è di parte; essa è accessibile-vi si può accedere soltanto se si prende partito, e non per questo è meno universale. Il partito preso qui è naturalmente quello del comunismo. Adorno fa iniziare i suoi Tre studi su Hegel con un rifiuto della domanda tradizionale su ciò che egli esemplifica col titolo del libro di Benedetto Croce: Che cosa è vivo e che cosa è morto nella filosofia di Hegel? Una simile domanda suppone da parte del suo autore l’assunzione di una posizione arrogante di giudice del passato, ma quando abbiamo a che fare con un filosofo veramente grande, la vera domanda da formulare non riguarda quello che questo filosofo può ancora dirci, quello che ancora può significare per noi, ma piuttosto il contrario: a che punto siamo ai suoi occhi?
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Il PIL dell'Europa frena: rischio "Double-Dip"
di Stefano Bassi
Qualche tempo fa l'anemica crescita in area UE del PIL del 3° trimestre 2009 è stata accolta con fuochi d'artificio dai gossip-governanti e dai gossip-tiggì: giravano titoloni del tipo "la Recessione è finita", "Siamo in Ripresa", "Il peggio è alle spalle", etc etc.
Però in quei proclami non si faceva cenno al fatto che quel trimestrino di ripresina post-crollo epocale aveva ricevuto un contributo fondamentale dagli incentivoni (in particolare pro-automobile) a costo di sputtanare i debiti pubblici e da altri fattori "tecnici" come il re-stocking (ricostituzione scorte di magazzino).
Si sentivano solo rarissimi cenni alle "incognite" ed ai rischi di ricaduta...
Ebbene ecco i fulminanti dati di "crescita" del PIL UE (Eurozona a 16) nel 4° trimestre 2009:
+0,1% deludendo le attese per un già miserrimo +0,4%...
(la UE a 27, che include membri non-euro, ha fatto anch'essa +0,1%)
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Ragazzi imbrogliati dalle bugie sulla scuola: 7 miliardi in meno
di Marina Boscaino e Marco Guastavigna
130 mila insegnanti a spasso, studenti abbandonati all’improvvisazione. Ma il Gran Simpatico si scioglie d’entusiasmo: “Dal prossimo anno avremo scuole che potranno essere comparate agli altri paesi”. Parole al vento tra una canzone di Apicella e il mancato viaggio di nozze della ministra Gelmini
La scrittura come terapia. In quest’ultimo anno e mezzo abbiamo provato – noi come molti altri – a fare tutto ciò che era nelle nostre possibilità per segnalare disagio, illegittimità, pericolo di quanto stava succedendo alla scuola. Ci siamo trovati insieme, nelle mobilitazioni, nel confronto sul web, nei convegni. Abbiamo indagato, studiato, motivato le nostre affermazioni, le nostre denunce. La scuola non attira, non ha appeal.
La dimensione della violazione dei diritti collettivi non rappresenta più un motivo di indignazione, nemmeno tra gli insegnanti. Per questo non ci resta che scrivere, a quattro mani, a 2 teste, per trasformare il senso di impotenza che ci deriva dall’arroganza e dall’ignoranza – che vanno quasi sempre di pari passo – di chi ci governa, non solo in testimonianza, commento, ma documentazione.
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Cosa sono i CDS Credit Default Swap
Felice Capretta
Oreste Lavolpe, Franco Sicuro e i CDS
Titoli, titoli, titoli.
Oggi ci sono titoli per ogni ben di dio: obbligazioni aziendali, titoli di debito pubblico, azioni, e ci sono anche i cosiddetti derivati.
In particolare, un derivato è un titolo che dipende da un altro titolo o da un’altra cosa, detta "sottostante". Ci sono derivati di ogni tipo su ogni tipo di sottostante: options su azioni, future sul petrolio e sul grano, swap su valute e mille altre cose.
Oltre la frontiera dei derivati ci sono contratti tra due parti, detti Credit Default Swap, i CDS, che sono cosa alquanto perversa in quanto la relazione con il sottostante è praticamente assente e si limita alla scommessa sul fallimento di qualcuno, solitamente di una terza parte.
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