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Holden non è giovane
di Alessandro Portelli
Salinger aiutò a inventare lo spazio dell'adolescenza che esploderà subito dopo con la rivoluzione rock
Ha perfettamente ragione Tommaso Pincio: né il giovane Holden Caulfield né tanto meno il suo autore sono dei ribelli, dei rivoluzionari: non denunciano l'ingiustizia, non si schierano nelle lotte, non enunciano alternative e certamente non hanno letto Marx. Il loro rifiuto estetico e morale della falsità della società di massa li induce, se mai, a quella che Albert Hirschman ha chiamato «uscita»: andarsene, nascondersi. Che poi è coerente con le analisi sociologiche funzionaliste che prevalevano negli anni '50, secondo cui l'uscita era l'unico modo di sottrarsi a un sistema creduto compatto e privo di contraddizioni.
La differenza fra i progetti rivoluzionari europei e i movimenti americani si è fondata in gran parte proprio su questo: fra una cultura antagonista, che faceva leva sulla contraddizioni del sistema, e una cultura alternativa che cercava altre strade e altri mondi al di fuori di esso. Anche per questo un altro libro tutt'altro che rivoluzionario di un autore tutt'altro che rivoluzionario, come On the Road ha generato lo stesso «equivoco» di cui parla Pincio (ieri sul manifesto) a proposito di Salinger. Che però mi interessa di più e cerco di spiegare perché.
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I think tank, ossia quando Dio e Darwin benedicono l'Impero
Miguel Martinez
I think tank sono nati, negli Stati Uniti, molti decenni fa, con uno scopo di straordinaria ampiezza: ricostruire scientificamente il mondo in funzione degli interessi del capitalismo americano.
Le grandi imprese del paese, ognuna delle quali muoveva un'economia paragonabile a quella di diverse nazioni, hanno delegato a squadre di tecnici il compito di analizzare razionalmente la realtà e trasformarla. Un progetto curiosamente parallelo nel tempo e negli scopi alla grande pianificazione sovietica.
Il think tank non va visto in chiave complottista: la sua è una funzione tecnica, con molta indipendenza, che serve a un vasto complesso di interessi.
Il contesto è lontano da quello feudale italiano, dove simili istituzioni diventerebbero immediatamente ricettacoli di cugini sfaticati di onorevoli e fabbriche di chiacchiere e messaggi trasversali.
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Perché ancora l'operaismo
Mario Tronti
Alcune parole per rispondere alla domanda: perché ancora l’operaismo, malgrado ormai la palese assenza delle condizioni che l’hanno originato e prodotto? Tali condizioni si possono sommariamente riassumere nel neo-capitalismo grande-industriale, oggi deceduto, con cui per la prima volta ci si confrontava in Italia, nella fase fordista, anch’essa archiviata; in un ciclo di lotte operaie che hanno investito il paese nei primi anni Sessanta, con al centro la figura dell’operaio-massa, memoria rimossa e dimenticata. Credo che oggi il passaggio – ormai avvenuto – dalla centralità alla marginalità non riguarda solo gli operai. Questo passaggio riguarda anche il capitale. Nel senso proprio del Das Kapital marxiano, come lo intendeva Marx ma anche come lo intendevamo noi: il capitale cosiddetto sociale, o il piano del capitale, come si diceva nei «Quaderni rossi». Come gli operai, così anche questa forma di capitale è diventata da centrale a marginale.
La lotta era lotta di classe tra due centralità: ognuna aveva il proprio campo e il proprio blocco sociale, ognuna era centrale nella propria parte. Erano appunto campi socialmente omogenei, proprio perché avevano questa forza centrale che li unificava e concentrava.
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Palazzo Chigi Spa
Alberto Puliafito
Il vero retroscena della nascente Protezione civile servizi Spa è il premierato forte. Sarebbe l'escamotage per una sorta di riforma costituzionale camuffata, portata avanti con un decreto legge e senza dibattito parlamentare. L'allarme è partito il 23 dicembre a L'Aquila.
Per governare questo paese ho bisogno dei poteri della Protezione civile». Lo diceva Silvio Berlusconi pochi giorni dopo il sisma aquilano. Detto, fatto: il vero retroscena della nascente Protezione civile servizi Spa – il cui uomo immagine, Guido Bertolaso, tenta la santificazione non solo sul suolo patrio ma anche ad Haiti – è il premierato forte. Insomma, la riforma costituzionale che Silvio Berlusconi sogna da anni può arrivare anche attraverso un decreto legge di stampo governativo. Senza dibattito parlamentare.
Chi lo dice? Lo dicono i fatti e i documenti che vengono descritti il 23 gennaio a L’Aquila. Presenti politici, giornalisti, sindacalisti, semplici cittadini aquilani, si tiene un incontro informativo dal titolo Protezione Spa, sul recente operato e sulle modifiche che sta subendo il dipartimento nazionale di protezione civile. Un incontro da cui emergono tutte le ombre dell’ormai famigerato decreto 195 del 30 dicembre 2009.
Di luci, a dire il vero, ce ne sono ben poche. E non solo nel decreto in sé, ma proprio nell’uso della Protezione civile che viene fatto dall’inseparabile duo Berlusconi-Bertolaso dal 2001 in avanti – con consenso pressoché bipartisan – fra tanti grandi eventi e poche emergenze. Quando arriva l’emergenza vera, a L’Aquila, diventa chiaro, definitivamente, che si può andare in deroga alle leggi vigenti anche per le grandi opere [come altro si può definire, il Piano C.A.S.E. con le sue 19 new town?]. E così, L’Aquila diventa banco di prova, esperimento per il futuro.
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27 gennaio, la memoria 'integrata'
Infoaut
Perché, di anno in anno, le celebrazioni ufficiali dell'Olocausto nazista più che ispirare seri ripensamenti sulle responsabilità storiche di quella tragedia producono (nei più) assonnati sbadigli e in pochi (ma lucidi) fastidio e insofferenza?
C'è qualcosa che stride nella rappresentazione liscia e senza increspature di questa esperienza fondante (quanto rimossa) della Modernità.
Nella celebrazione europea della Shoah si assiste alla medesima standardizzazione cui è sottoposta, nell'odierna società di massa, qualsiasi merce (materiale e immateriale che sia). La più grande tragedia storica del Novecento vi è raccontata come una qualunque sit-com, l'orrore indicibile di uno sterminio che si fece produzione seriale di morte ridotta a best-seller tascabile.
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Stucchevole, forse. Ma Avatar è un film profondo, importante e che dà da pensare
di George Monbiot
Avatar, lo strepitoso film in 3-D di James Cameron, è profondo e al tempo stesso profondamente insulso. Profondo perché, come la maggioranza dei film sugli alieni, è una metafora sul contatto fra culture diverse. Ma in questo caso la metafora è cosciente e precisa: questa è la storia dello scontro fra gli Europei e le popolazioni native dell’America. È anche profondamente insulso perché architettare un lieto fine richiede un impianto narrativo così stupido e prevedibile da far perdere di vista il pathos intrinseco del film. La sorte dei nativi americani è molto più aderente a quel che la storia racconta in un altro recente film, The Road, nel quale i sopravvissuti fuggono in preda al terrore, votati come sono all’estinzione.
Ma questa è una storia che nessuno vuole sentire, poiché rappresenta la sfida al modo in cui noi scegliamo di essere noi stessi. L’Europa è stata massicciamente arricchita dai genocidi nelle Americhe; e sui genocidi si fondano le nazioni americane. Questa è una storia che non possiamo accettare.
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La crisi dei partiti e le regionali impazzite
Giuliano Santoro
Il risiko delle candidature alle elezioni regionali di marzo evidenzia la crisi del Partito democratico ma anche il progressivo [e sempre più a fatica mascherato] smembramento del Pdl. Appunti dalla fine della «seconda repubblica».
Dopo qualche mese di inseguimento e pestaggio del can per l’aia, di gossip politico e di analisi del pettegolezzo, di cronache minimaliste e ricostruzione di tattiche, di mappe di correnti e alleanze segrete, anche i grandi giornali cominciano ad accorgersi dell’unico dato certo dello scenario politico italiano a venti mesi dalla vittoria straripante delle elezioni di Silvio Berlusconi: dopo i primi mesi di one man show berlusconiano i due perni attorno a cui doveva ruotare la prodigiosa macchina dell’alternanza maggioritaria [su questo concordavano appassionatamente sia Berluskane che Weltroni non più di venti mesi fa] fanno acqua da tutte le parti, perdono pezzi, inseguono affannosamente variabili al di fuori della loro influenza.
Il partito di Bersani è rovinosamente caduto in Puglia alle primarie ed è stato mestamente scavalcato dalla disinvoltura pannelliana nel Lazio.
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Leggiamo un libro: l'orario ferroviario
Francesco Ciafaloni
I treni, i tempi, i binari, le stazioni. Il sistema ferroviario va letto tutto insieme. Non serve separare il pezzo più veloce, mentre il resto muore
Le ferrovie italiane come bene pubblico sono morte qualche anno fa; il sistema ferroviario come servizio pubblico sta morendo in questi mesi. Se si dovesse stabilire una data convenzionale della morte, il punto di non ritorno di un processo di disfacimento che è cominciato qualche anno fa e si concluderà non si sa quando, si potrebbe prendere il 13 dicembre 2009, inaugurazione ufficiale della linea ad alta velocità Roma-Firenze-Bologna-Milano-Torino ed entrata in vigore del nuovo orario (che è stato distribuito in versione cartacea col debito ritardo di quasi un mese).
Non stupisca la coincidenza della data della morte con il completamento dell’alta velocità. Solo adesso ciò che si poteva immaginare si sta realizzando, è sotto gli occhi di tutti, non è più un ragionamento astratto.
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Il treno in corsa senza freni
Marco Revelli
Reportage dalla cabina di regia del «Sì Tav». L'evento mancato del Lingotto mostra un Pd senz'anima, tra lobby e interessi
Chi, sulla base degli annunci mediatici della vigilia sulla «mobilitazione Sì Tav», si fosse aspettato a Torino una nuova «marcia dei 40.000», sarebbe rimasto deluso. Domenica mattina al Lingotto non c'erano «le masse» e nemmeno «le avanguardie» (se con questo si intendono le rappresentanze organizzate dei gruppi sociali più dinamici e innovativi). C'era un pezzo, tutto sommato sottile anche se abbastanza esteso, di «società politica». Di quell'aggregato, cioè, che si struttura sull'interfaccia tra ceto amministrativo e sistema degli interessi, fatto di politici di professione, associazioni di categoria, gruppi professionali, lobbies, funzionariato locale, consiglieri d'amministrazione e presidenti di partecipate, segretari di sezione, consulenti, mescolati ai deputati del centro-sinistra e a qualche sindaco di cintura.
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PRIORITA’ USA AD HAITI: BLOCCO AERONAVALE E OCCUPAZIONE MILITARE PER IMPEDIRE L’ESODO VERSO LA FLORIDA
di Lucio Manisco
Incapacità degli Stati Uniti d’America di gestire l’assistenza umanitaria ad Haiti? A questo interrogativo si rifanno le critiche mosse dai mass media al governo di Washington per il caos del dopo terremoto che in due settimane ha aggiunto qualche decina di migliaia di morti ai 200.000 del sisma.
I fatti, non le opinioni, dimostrano che le priorità degli Stati Uniti sono ben diverse, sacrificano anche se non azzerano gli intenti umanitari e si articolano su una mobilitazione di mezzi bellici senza precedenti in tempi di pace.
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Dopo Rosarno
di Alessandro Leogrande
Nessuno aveva previsto la rivolta dei braccianti di Rosarno. Non l’avevano prevista in Calabria, né altrove. E ha sorpreso, per l’intensità, anche chi ha visto in questi anni accumularsi nel sotto-mondo dei braccianti stranieri tensioni, sfruttamento, ingiustizie varie, alienazione senza che una miscela tanto esplosiva detonasse. Ora la detonazione c’è stata, e non riguarda solo la Piana di Gioia Tauro, un paese di sedicimila abitanti che fonda la propria economia sulla produzione di agrumi e i duemila africani che ne costituiscono la forza-lavoro sottopagata. Riguarda l’interno Mezzogiorno d’Italia. È un fuoco, quello rosarnese, che potrebbe propagarsi anche altrove. E riaccendersi, allo stesso modo, improvvisamente.
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La Grecia sul baratro, ostaggio tedesco
di Joseph Halevi
A Berlino e Francoforte (sede della Banca centrale europea, Bce), via Bruxelles, si sta preparando per la Grecia una tragedia economica da preoccupare perfino il Financial Times al punto da chiedere una discussione pubblica su come affrontare la situazione.
Molto giustamente Martin Wolf - sulle pagine del 20 gennaio - osservava che la Grecia è il canarino nella gabbietta portata dal minatore in galleria. A mio avviso la crisi greca mostra l'insostenibilità di tutta l'architettura comunitaria elaborata a Maastricht, formalizzata nel patto di stabilità firmato a Dublino nel dicembre del 1996 e istituzionalizzata nella formazione della «zona dell'euro». In realtà il sistema non ha mai funzionato. Si è trasformato in un meccanismo vincolante per alcuni - la maggioranza dei paesi - e non per altri.
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Partito e organizzazione: una base di discussione per i comunisti in Italia
Rete dei Comunisti
Misurarsi su un piano politico e teorico su come i comunisti si debbano organizzare in un contesto storico come l’attuale e in uno dei poli imperialisti di questo nuovo secolo come quello dell’Unione Europea è sicuramente un compito di estrema difficoltà. D’altra parte le opzioni oggi esistenti nel nostro paese non ci sembrano soddisfacenti e, soprattutto, crediamo che vadano riviste alla luce di una elaborazione e confronto approfondito che non possano dare per scontati presupposti che a noi ora non sembrano più tali.
In questi anni ci siamo trovati di fronte a due tipi di possibilità. La prima è stata quella della riproposizione tout court del partito comunista di massa nato nel dopoguerra, in un contesto storico e internazionale del tutto diverso nel quale svolse certamente una funzione fondamentale fino a modificare in quei decenni i rapporti di forza tra le classi nel nostro paese.
Oggi una ipotesi del genere che non tenga conto nel dovuto modo delle radicali modifiche avute sul piano della produzione, della composizione di classe, della identità delle classi subalterne non ci sembra adeguata perché prescinde da una dinamica, perfino violenta nei confronti dei comunisti, come è stata quella che si è manifestata dai primi anni ’90. Questa impostazione da “partito di massa” non riguarda però solo i partiti che hanno una dimensione prevalentemente elettorale ma anche quelle organizzazioni che comunque si concepiscono come struttura di massa in cui il dato centrale è quello della semplice adesione sui principi.
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Haiti, la Cavour e Difesa spa: il silenzio tombale del mondo politico
Giorgio Beretta
Così è salpata. Gran ressa iera sera al Muggiano della Spezia per il varo della prima "missione operativa" della portaerei Cavour diretta ad Haiti. Silenzio tombale, invece, da parte del mondo politico sull'operazione "umanitaria" fatta con la nave da guerra ammiraglia della Marina militare. Il Partito Democratico è impegnato nella raccolta fondi per i terremotati, l'Italia dei Valori è alle prese col "processo breve" (nessuna notizia su Haiti sul sito) e anche per l'Unione di Centro il terremoto ad Haiti e l'invio della Cavour non rappresentano argomento di discussione politica.
Oltre a quella sollevata ieri da Unimondo, l'unica rimostranza nei confronti dell'invio della portaerei per soccorrere i terremotati di Haiti è quella della Tavola della Pace: "A che serve mandare una portaerei da 1300 milioni di euro ad Haiti?" - ha chiesto il coordinatore Flavio Lottii. Che ha sollevato poi una serie di domande importanti: "Con quale dirigente dell’Onu è stata presa questa decisione? Per eseguire quali ordini?
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Addio bandiera rossa, addio
Paolo Graziano, Ignazio Riccio
Ritratti di famiglia: quelli che la sinistra non riesce più a rappresentare
1. Breve apologo
Qualche tempo fa, di domenica mattina, alla stazione centrale di Napoli si poteva incontrare un noto ex deputato meridionale della sinistra radicale in procinto di prendere il treno con quattro o cinque amici. È uno dei reduci del disastro della lista Arcobaleno, qui lo conoscono in molti: in Parlamento non è stato rieletto - come tutti i suoi sodali, d’altronde - così combatte la nostalgia e l’horror vacui con qualche gitarella fuori porta nei giorni festivi. Prende il treno di buon mattino, in poco più di un’ora scende a Roma Termini (c’è l’Alta Velocità oramai), ferma un taxi e si fa accompagnare a Montecitorio per una colazione con i compagni di viaggio alla buvette della Camera. Poi, se c’è tempo, si fa dare anche una ripassatina dal barbiere. Il tutto a prezzi - quelli riservati a deputati ed ex deputati - che potremmo definire “popolari”, se non fossero riservati invece alla più arrogante delle élite. Ma ciò che appare davvero poco “popolare” è che a gozzovigliare tra i privilegi siano i rappresentanti di quella che una volta si chiamava la Classe, quelli che Pasolini definiva «un Paese pulito in un Paese sporco»(1); probabilmente reduci anche loro della lunga disillusione della sinistra italiana, essi si sono ridotti a non rappresentare altro che i propri interessi.
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I Vulture Funds ora volteggiano su Haiti
di Mauro Bottarelli
Obama fa scuola. Il ministro delle Finanze svedese, Anders Borg, ha proposto all'Ecofin di «discutere la possibilità di introdurre una tassa sulla stabilità» nell'Unione europea, sul modello di quanto fatto dagli Stati Uniti. «Il sistema finanziario dovrebbe pagare per i costi reali che impone alla società e ai contribuenti sotto forma di garanzie statali implicite per le banche con importanza sistemica», ha scritto Borg in una lettera al presidente dell'Ecofin, la spagnola Elena Salgado.
«Una tassa pagata dalle istituzioni finanziarie darebbe un contributo ai nostri sforzi verso il consolidamento finanziario, ma accrescerebbe anche la legittimità delle nostre misure nei confronti del settore finanziario nella pubblica opinione», ha aggiunto Borg, osservando che «inoltre una tassa sulla stabilità aiuterebbe a risolvere il problema delle banche con importanza sistemica e il problema delle “too big to fail” (troppo grandi per fallire) che viene discusso ampiamente in numerosi forum internazionali».
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Identità e compassione. Dell'impossibilità di un orgoglio nazionale
di Alessandro Bertante
Alcuni giorni fa mentre ordinavo un caffè in un bar di Milano sono rimasto colpito da un'immagine di per sé innocua, o perlomeno che io credevo tale. Dietro al bancone stava in bella evidenza una grande bandiera italiana. Nessun altro simbolo o segno di commento, solo il tricolore bianco, rosso e verde. Osservandola per un minuto con la tazzina a mezz’aria mi sono reso conto di provare una forte sensazione di disagio. Quella bandiera mi sembrava una inutile ostentazione nazionalista. Guardai il barista, cercando nella sua fisiognomica e nel suo abbigliamento una giustificazione parafascista a tanto osare. Invece niente, era un cordiale professionista milanese.
Uscito dal bar la sensazione di disagio mi è rimasta addosso.
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Le parole che non ti ho detto. La crisi, come (non) ce l’hanno raccontata
Vladimiro Giacchè
Perché nessuno se n’è accorto? Se queste cose erano tanto grosse com’è che tutti le hanno trascurate? È orribile! (Elisabetta II in visita alla London School of Economics, novembre 2008)
Se ci sarà una rivoluzione sociale in America farà bene a non contare sulla stampa. Anzi non sapremo neanche che è in corso per almeno sei mesi. (S. Hersh, “Il futuro dei giornali”, intervista di M. Calabresi, la Repubblica, 1° aprile 2009)
1. Comunicazione della crisi o crisi della comunicazione?
Chiunque osservi, anche superficialmente, le vicende della crisi generale che è esplosa nell’agosto 2007, difficilmente potrà sottrarsi all’impressione di essere stato informato poco e male su quanto stava (e sta) accadendo. In effetti, la comunicazione offerta dai media mainstream si è contraddistinta per tre caratteristiche: 1) è stata eufemistica e minimizzante; 2) è stata costantemente in ritardo sugli avvenimenti; 3) è stata - ed è - sostanzialmente elusiva.
1) Per quanto riguarda l’aspetto minimizzante dell’informazione sulla crisi, hanno certamente concorso incomprensione della reale portata della crisi, speranza che si risolvesse in tempi brevi e con “effetti collaterali” limitati, e anche - almeno dopo i primi mesi - una buona dose di mistificazione: tutte caratteristiche che accomunano il mondo dell’informazione e quello della politica e dell’economia (del resto ovunque strettamente intrecciati).
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La 'falsa' pandemia
di Fiona Macrae
Le case farmaceutiche hanno approfittato della paura per l'influenza suina, afferma il presidente della sanità europeo
L'epidemia di influenza suina era una "falsa pandemia" spinta dalle compagnie del farmaco che hanno fatto in modo di guadagnare miliardi di sterline approfittando di un allarme su scala mondiale, ha affermato uno dei maggiori esperti di salute.
Wolfgang Wodarg, presidente della commissione Sanità del Consiglio d'Europa, ha accusato i produttori di farmaci e vaccini antinfluenzali di aver manipolato le decisioni dell'Organizzazione Mondiale della Sanità affinché si proclamasse lo stato di pandemia.
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Ripresa in corso?!
di Infoaut
[Una nota sui catastrofisti del Centro Einaudi e sulle difficoltà del Berluska]
La presentazione di un libro - il XIV Rapporto sull'economia globale e l'Italia curato dal gruppo di Mario Deaglio - in un luogo pubblico ma non direttamente mediatico (www.centroeinaudi.it/appuntamenti/alla-scuola-della-crisi.html)) e la sobrietà, magari un po' grigia, del milieu intellettuale sabaudo del centro einaudi: sono gli ingredienti di una riflessione sullo stato attuale della crisi globale - aggiornata nei dati rispetto alla stessa pubblicazione che risale a qualche mese fa - che non lascia nulla, ma proprio nulla agli ottimismi di facciata e ai patinati annunci televisivi.
Il succo della lezione - A scuola della crisi. Il titolo, tra il consolatorio e il velleitario, del rapporto - è questo. Della attesa, e da molti già decantata, ripresa economica mondiale a V non c'è traccia, tanto più se si guarda a quanto necessiterebbe per far fronte alle ferite profonde che la crisi ha inciso nel tessuto economico e sociale. Certo, non c'è stato il collasso paventato nell'autunno 2008. Ma il malato resta assai grave e, soprattutto, il virus della crisi ha subito una mutazione trasferendo il rischio sistemico dai mercati finanziari direttamente agli stati.
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Emma for governor!
di Piotr
Mentre Giuliana Sgrena continua la sua campagna islamofoba anti-iraniana con toni ormai isterici, il Manifesto si dà alla campagna “pro Emma” (non la chiama nemmeno più “Emma Bonino”: è “Emma” e basta).
Innanzitutto Emma è una donna. E già questo basta per menare la coda. Non so se quelli del Manifesto si sono mai accorti che anche Condoleeza Rice era una donna, e in aggiunta nera: una combinazione da sballo per il politicamente corretto.
Sicuramente si erano accorti che Hillary (Clinton, NdA) era una donna. E infatti durante le primarie la sostenevano con entusiasmo, esattamente come la sosteneva il fascistoide Edward Lutwak perché la vedeva “più propensa [di Obama, NdA] a ordinare bombardamenti sull’Iran”, più o meno il sogno personale che tra poco ci rivelerà la Sgrena, se va avanti con questi toni.
Femminismo e “diritti umani” a braccetto a fare da transponder per i bombardieri degli esportatori di democrazia. Alè.
Tutto quadra.
E già, perché Emma:
- era a favore dei bombardamenti sulla Serbia;
- era a favore dell’invasione dell’Afghanistan;
- era a favore dell’invasione dell’Iraq;
- ha compreso (che animo sensibile) la “reazione di Israele alle provocazioni di Hamas” quando venivano massacrati gli abitanti di Gaza un anno fa. E infatti vuole Israele nell’Unione Europea.
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Gli strateghi
di Alberto Burgio
«Qualcuno ricorda, per caso, il dalemone?». Così qualche mese fa concludemmo, tra il serio e il faceto, un articolo sull’enigma della mancata opposizione democratica al governo. Gli eventi delle ultime settimane, dal caso Puglia al rinnovato «dialogo sulle riforme», all’attrazione fatale del Pd per Casini, sono solo l’ennesima conferma che il dalemone non è una boutade partorita dalla fertile fantasia di Sabina Guzzanti. È il nome di una strategia di convergenza verso il campo moderato perseguita con coerenza dai vertici del Pd (come già dalle forze politiche da cui è sorto) nell’arco di un ventennio. C’è, sì, un’oggettiva divisione della politica in due campi, ma se stiamo all’essenziale (l’alternativa tra conservazione e trasformazione della forma sociale) sembra purtroppo inevitabile concluderne che il Pd muove con determinazione verso il campo delle forze conservatrici.
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La Dogville di Rosarno, provincia d’Italia
Infoaut
La Vandea in risposta alla rivolta dei migranti mette a fuoco una dimensione niente affatto locale dei fatti di Rosarno. “Il destino non è qualcosa di estraneo, come la punizione, bensì la coscienza di se stessi, ma come qualcosa di ostile” (Hegel). Quel che doveva prima o poi accadere - come dicono oggi tutti - è accaduto. Come per un meccanismo di proiezione inconsapevole, i “locali” hanno visto nei blacks in rivolta quello che loro non sono più in grado di fare, da tempo oramai, e cioè alzare la testa e dire basta mettendo in gioco tutto, anche la paga da fame - ma quanto fondamentale per loro! Lo hanno visto in uno specchio rovesciato, in negativo, dunque come elemento ostile. Sottomessi e insieme conniventi del “sistema” che non è solo e in prima istanza la rete dell’economia locale “canaglia” appaltata alle cosche ma la filiera dell’economia globale che fa capo alle grandi imprese, quelle “pulite”, e allo stato rinfoltito di ministri e funzionari padani.
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Mercati, un 2010 con poche illusioni
di Giuseppe Turani
"Questi mercati hanno ancora il 56 per cento di aumento da portare a casa. Poi verso metà febbraio si ferma tutto, si fa un bel crollo (magari anche del 20 per cento) in attesa dei risultati delle trimestrali e poi ci si guarda negli occhi. E ognuno deciderà che cosa fare da grande".
L'operatore milanese che fa questa previsione quasi millimetrica sa benissimo che può sbagliarsi, e anche di grosso, come peraltro è già accaduto in passato. E infatti aggiunge (non richiesto): "Di rialzi sballati ne ho visti tanti, ma questo in un certo senso li batte tutti». «Per quanto ci si sforzi di trovare una spiegazione razionale al boom del 20/30 per cento dei mercati in piena crisi, non ci si riesce. Non esiste una sola ragione al mondo che giustifichi questo boom. E infatti anche noi che siamo qui (e che stiamo guadagnando mica male) siamo perplessi. E' come essere oggetto delle cure di un corteo di Babbi Natale, tutti con le gerla pieni di doni. Doni che sappiamo benissimo di non avere meritato. Semmai, noi abbiamo fatto solo casino e abbiamo messo in piedi una crisi enorme».
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La roulette dei fondi pensione
di Beppe Scienza*
La verità dà fastidio a chi prospera sull’inganno. Non stupiscono quindi le reazioni a un recente servizio sulla previdenza integrativa, realizzato in maniera magistrale da Piero Riccardi e trasmesso da RaiTre nella puntata di “Report” del 15 novembre 2009. Venivano fuori infatti le perdite anche per soluzioni gabellate per sicure, la generale assenza di trasparenza e gli endemici conflitti d’interessi, tipici del settore. Non avendo però elementi per confutare pubblicamente quasi nessuna delle affermazioni dell’autore o degli intervistati (fra cui il sottoscritto), molti fondi pensione tentano di smontarle con volantini, circolari ed e-mail inviate ai loro aderenti e ai lavoratori. In loro aiuto sono poi accorsi quei sindacati, quasi tutti, che traggono vantaggi dalla previdenza complementare. Non sarà quindi inutile smontare le principali falsità che diffondono. Sono soprattutto due i tasti su cui costoro battono: i vantaggi fiscali e il contributo del datore di lavoro. È ciò che fa per esempio un volantino del sindacato dei metalmeccanici Fim-Cisl. Peccato che siano due tasti stonati, perché i conteggi che diffondono sono fuorvianti quando non taroccati di sana pianta.
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