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gliocchidellaguerra

Perché le sanzioni non funzionano

di Fulvio Scaglione

La scorsa settimana il Consiglio d’Europa ha rinnovato per altri sei mesi le sanzioni economiche contro la Russia, prolungando le misure prese dopo l’annessione della Crimea del 2014 e ripetendo l’accusa secondo cui il Cremlino non rispetta gli Accordi di Minsk per la composizione pacifica della questione del Donbass. Sulle motivazioni si può discutere all’infinito. Più interessante discutere sui risultati ottenuti dalle sanzioni, alle quali si dà grande importanza fino a considerarle un’alternativa credibile e incruenta alla guerra. Nel caso della Russia, com’è ovvio, gli spiriti sono assai divisi. Se il lettore si rivolge ai siti più militanti, come quelli dell’Euromaidan aspramente anti-russo dell’Ucraina, o a certe voci della politica americana, troverà un quadro a tinte forti: le sanzioni funzionano, la Russia è sull’orlo del collasso, bisogna insistere e anzi incrementarle. Ma è davvero così? La realtà dice il contrario.

La Russia non ha mollato la Crimea, non cede sul Donbass, mantiene tutto il proprio impegno militare e politico in Siria e dintorni. Questo non vuol dire che essa non paga un prezzo per le proprie decisioni politiche, soprattutto considerato il crollo del prezzo del petrolio che ha impoverito le sue riserve di valuta forte. Ma è un prezzo che le risulta ancora sopportabile, sia dal punto di vista economico sia dal punto di vista politico. E infatti, a dispetto delle manifestazioni organizzate da Navalnyj e del clamore mediatico che esse riescono a sollevare, il consenso per Vladimir Putin non è mai stato così alto e duraturo nel tempo.Viene così meno la condizione che Robert Pape, professore di Scienze politiche all’Università di Chicago, fondatore del Chicago Project on Security and Terrorism  e grande studioso della politica internazionale, nel saggio intitolato “Perché le sanzioni economiche non funzionano”, giustamente considera fondamentale per poter dire che un embargo ha avuto successo: e cioè, che il Paese colpito da sanzioni cambi in modo significativo la propria politica e si pieghi alle condizioni più importanti imposte da coloro che hanno deciso le sanzioni. Che non è certamente il caso della Russia.

Il caso russo, comunque, è emblematico del distacco enorme che ormai intercorre tra la politica e la realtà, tra le crisi e la narrazione di esse che viene propinata ai cittadini elettori e consumatori. La Russia contemporanea, a partire dalla Rivoluzione d’Ottobre, è stata sempre sotto sanzioni. Persino durante la Seconda guerra mondiale, ai tempi della grande alleanza contro la Germania hitleriana, gli alleati avevano bloccato le forniture alla Russia di certi armamenti e certe tecnologie. Nel 1946, all’alba della Guerra Fredda, le sanzioni contro l’Urss presero a crescere, soprattutto per iniziativa degli Stati Uniti, che peraltro erano stati gli ultimi a normalizzare (nel 1934) le relazioni economiche con il Paese dei Soviet. Se l’Urss non è crollata e nemmeno si è piegata alle sanzioni né nei terribili anni Venti e Trenta né nel duro dopoguerra, dovrebbe farlo ora la Russia? In base a quale ragionamento ci aspettiamo un simile risultato?

Quel distacco di cui si diceva è peraltro segnalato da un’altra considerazione. Non è che la politica delle sanzioni non funzioni con la Russia. Non funziona con nessuno. Nulla è stato ottenuto con Cuba, l’Iran, l’Iraq, la Siria, dove i diversi embargo non hanno scalfito il potere dei leader ma hanno fatto soffrire la gente comune, rendendola semmai ancor più fedele a quegli stessi leader che si voleva abbattere. Nulla viene ottenuto ora con la Russia e, a quanto pare, nemmeno con il piccolissimo Qatar. Però continuiamo a sentirci dire il contrario, a dispetto di tutte le evidenze raccolte in giro per il mondo e in epoche diverse.Si badi a un altro particolare. Tanto poco funzionano le sanzioni economiche che, in tempi recenti (vedi Iran, Siria, Russia), a esse sono state aggiunte le sanzioni personali, che colpiscono singoli individui legati ai circoli del potere, nel caso della Russia a decine. Segno evidente che si cerca, con affanno, un supplemento di severità.Bisognerebbe poi interrogarsi sul serio sugli effetti. Diamo un’occhiata globale alla questione. Se lo scopo delle sanzioni era la fine del consenso intorno ai leader russi e la disgregazione del Paese, stiamo ottenendo l’opposto. Negli Usa la crisi di consenso intorno alla leadership ha raggiunto livelli da semi-colpo di Stato (e per Donald Trump si parla di impeachment) e in Europa, con la Brexit, siamo stati sull’orlo dello sfacelo per la Ue. Che ci sia un nesso?

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