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Se LeU vuole i voti di sinistra

di Carlo Clericetti

Gli ultimi sondaggi non sono favorevoli ai partiti di sinistra. Valgono quel che valgono, ma spesso azzeccano l’ordine di grandezza e soprattutto le tendenze. Quella di Potere al popolo sembra favorevole, ma tutte le indagini lo vedono lontano dalla soglia del 3%, quella necessaria per poter entrare in Parlamento. La tendenza di Liberi e uguali è invece negativa, e se un mese fa qualche istituto lo dava sopra al 7%, adesso più d’uno lo stima sotto al 6. La scommessa del partito di Pietro Grasso e Pier Luigi Bersani era di ridare una casa agli elettori della sinistra riformista che – considerando il Pd ormai geneticamente mutato – in parte si erano rivolti ad altri, ma in parte ancora maggiore non andavano più a votare, per mancanza di un soggetto che li rappresentasse. Ebbene, i sondaggi dicono che LeU questa scommessa la sta perdendo.

Eppure il programma che propone dovrebbe essere abbastanza soddisfacente per chi si pone in un’ottica di sinistra moderata. Possibile che questo andamento negativo si debba attribuire solo alla scarsa attrattività mediatica del leader Pietro Grasso? Difficile da credere. Chi ricorda le performance televisive di Romano Prodi non può non concluderne che – al confronto – Grasso appare addirittura brillante. Eppure Prodi riuscì a battere per ben due volte il Grande Imbonitore Berlusconi, che in tv faceva faville.

La televisione non è tutto, e in questo caso sarebbe essenzialmente un alibi: se fosse usata per giustificare un cattivo risultato farebbe il paio con il “destino cinico e baro” di saragattiana memoria.

Che cos’è allora che non funziona, che non convince quegli elettori di sinistra che si sentono costretti allo sciopero del voto? A non funzionare è l’identità del nuovo partito, che non comunica la volontà di un vero cambiamento di rotta. Il messaggio che arriva agli elettori è che LeU sia una riedizione di “Italia bene comune”, cioè del Pd bersaniano del 2013. Il Pd della “non vittoria”, ma soprattutto il Pd che veniva da una storia sbagliata e che si sarebbe rivelato l’anticamera del renzismo. Ecco, gli elettori “in sciopero” forse si aspettavano qualcosa di diverso, non un partito che dia l’impressione di pensare “heri dicebamus”. E questa impressione LeU la dà.

Il primo errore è stato il nome nel simbolo. Una cosa inventata da Berlusconi, l’inizio della personalizzazione della politica come surrogato di un’idea alternativa di società che non c’era più. Comunque un segnale di continuità con questa stagione politica. Poi, continuare a parlare di “centro-sinistra”, una formula che in questi anni si è degradata quanto più non si poteva, per giunta usata a tutto spiano dai piddini. Infine – e questo è l’aspetto più sostanziale – l’impressione che non si vogliano fare i conti con le scelte passate, non quelle dell’ultima legislatura, ma quelle dell’ultimo quarto di secolo.

Ammettere, tanto per cominciare, che le privatizzazioni sono state una scommessa fallita. Al debito pubblico hanno fatto il solletico, il nostro tessuto industriale non è cambiato se non in peggio. I nostri capitalisti si sono dimostrati – con rarissime eccezioni – non all’altezza, e a reggere le sfide del mondo globalizzato sono rimaste quasi soltanto le residue imprese a partecipazione statale: e certo non grazie ad aiuti pubblici, vista l’implacabile sorveglianza europea in proposito.

Ammettere che è stato un errore affrettarsi ad entrare nell’euro, soprattutto vista la struttura del Trattato di Maastricht, che disegnava un’Europa neoliberista, ci privava della gestione della moneta e ingabbiava la politica di bilancio senza prevedere in cambio la solidarietà fra Stati aderenti, anzi escludendola esplicitamente. Altro che errore: è stato L’ERRORE, perché si faceva un passo da cui è difficilissimo tornare indietro. Ammettere quindi che l’esperienza dell’Ulivo è stata sbagliata, perché sbagliata era la strada su cui ci ha portato; una strada che nel prossimo futuro, con i piani di riforma della governance europea, rischia concretamente di portarci verso una situazione ancora peggiore.

Si poteva fermare la globalizzazione, si poteva bloccare il Trattato di Maastricht? Naturalmente no, anche se qualcosa di importante si poteva pur fare: chiedere anche noi l’opt out rispetto all’unificazione monetaria, per esempio, come la Danimarca e il Regno Unito, che non ha sottoscritto neanche il Fiscal compact. Non dovevamo neanche fare troppi sforzi: ricordiamo che la Germania era contraria a farci entrare con il primo gruppo, a testimonianza che a volte è difficile capire chiaramente quali sono i propri interessi.

Sbagliare è un guaio, ma non riconoscere gli errori dopo che se ne sono manifestati gli effetti è imperdonabile. Cosa c’è riguardo all’Europa nel programma di LeU? “La nostra è una scelta chiaramente europeista ma vogliamo combattere la deriva tecnocratica che ha preso l’Europa restituendo respiro alla visione di un solo popolo europeo. Vogliamo un’Europa più giusta, più democratica e solidale. Occorre superare la dimensione intergovernativa che detta i doveri e non garantisce i diritti con politiche di dura austerità. Vogliamo dare maggiore ruolo al Parlamento europeo che elegga un vero governo delle cittadine e dei cittadini europei affinché possano tornare ad abitare la loro casa”. Ecco, questa – alla luce della situazione reale – è una frase senza senso.  Fare uno sbrigativo accenno a un fantomatico “governo europeo eletto dall’europarlamento” significa o aver completamente perso il senso della realtà o prendere in giro gli elettori. E magari gli elettori se ne sono accorti ed è anche per questo che l’appello di LeU non li convince.

Certo, far scorrere indietro il tempo non si può, e anche se si potesse non sarebbe pensabile, in un contesto tanto cambiato, proporre di restaurare tutto come allora. Ma a un nuovo progetto non si può nemmeno pensare se non si chiudono i conti con gli errori passati, ed è forse per questo che LeU non ci riesce. Il messaggio che si percepisce è che si propone soltanto di rendere un po’ meno feroce la società, ma senza metterne in questione gli aspetti strutturali. Troppo poco per mobilitare gente delusa dai risultati di una politica ultraventennale.

Secondo il sondaggio Demos per Repubblica la metà degli elettori è ancora indeciso se andare a votare e per chi. Altri stimano gli indecisi a 10 milioni e – sulla base delle indagini passate – avvertono che la fase cruciale è quella degli ultimi quattro giorni. Non sarebbe ancora troppo tardi per far invertire la tendenza. Ma bisognerebbe che i dirigenti di LeU fossero folgorati sulla via di Damasco. E i miracoli, si sa, sono merce rara.

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