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Che ne è della stagnazione secolare?

di Christian Marazzi

Cinque anni fa, nel 2013, l’economista americano Lawrence Summers, Professore a Harvard e già segretario al Tesoro negli ultimi anni dell’amministrazione Clinton, descrisse lo stato delle economie occidentali, in primis quella statunitense, con l’espressione “stagnazione secolare”. L’idea non era propriamente sua, ma di un altro economista americano, Alvin Hansen, che anni addietro l’aveva coniata per descrivere la situazione economica degli anni ’30, quelli della Grande depressione.

In buona sostanza, con “stagnazione secolare” si intende quella situazione in cui l’economia privata, a meno di essere stimolata da azioni pubbliche straordinarie di tipo monetario e fiscale o da un indebitamento del settore privato molto elevato, è destinata a crescere poco o niente, a stagnare appunto, a causa di una domanda di beni e servizi insufficiente. Ora che la disoccupazione negli Stati Uniti è inferiore al 4% e la crescita sta accelerando, ora che anche in Europa e Giappone, secondo gli ultimi dati, sembra di essere entrati in una fase di crescita piuttosto solida, c’è chi considera l’idea di stagnazione secolare come inadeguata o da scartare definitivamente.

In realtà, quanto è successo in questi anni conferma la tesi della stagnazione secolare. Basti dire che le economie occidentali sono riuscite a contenere la stagnazione con deficit pubblici molto elevati (Stati Uniti e Giappone), politiche monetarie estremamente espansive a tassi di interesse reali negativi (Europa), oppure grazie a un indebitamento privato alquanto pesante, come in Svizzera, specie, ma non solo, nel settore immobiliare. Per non parlare della crescita abnorme dei rendimenti borsistici. Il risultato è stato una crescita modesta grazie a misure finanziarie eccezionali.

La domanda è se la ripresa economica sarà in grado di rimuovere le cause della stagnazione secolare e, di conseguenza, se l’economia privata sarà capace di crescere autonomamente, ossia senza tutti quegli stimoli monetari e fiscali che abbiamo visto in questi anni. Sembrerebbe di no, se è vero che, secondo alcuni studi recenti (ad esempio il Congressional Budget Office forecast statunitense) per garantire nei prossimi anni una crescita anche solo modesta occorrerà continuare ad aumentare i deficit pubblici e quelli privati, evitando politiche monetarie troppo restrittive.

È lecito chiedersi se non esista un altro modo di combattere la stagnazione secolare, vale a dire l’aumento della domanda attraverso l’aumento dei salari e dei redditi.

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