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bandierarossa

Il decreto-dignità: cosa c'è veramente in gioco?

di Riccardo Achilli

Storicamente, la destra popolare e sociale italiana (l’unica in grado di attecchire durevolmente dentro la società, in genere le destra liberale ed economica dura al governo solo per un certo periodo, fintanto che riesce a camuffare i suoi intenti destabilizzanti dietro il sogno liberale del successo individuale – cfr. la parabola del Pd) è costituita da un blocco sociale di tipo corporativo fra sottoproletariato, ceti medi impiegatizi e capitale, che guarda al proletariato industriale come elemento da integrare.

La crisi attuale ha accentuato il conflitto interno al capitale, per cui nel blocco sociale della destra popolare e sociale attualmente al governo è entrato solo il piccolo e medio capitale strettamente dipendente dalla domanda interna.

Il blocco sociale si è venuto quindi a creare come alleanza strategica e di lungo periodo fra gli elettorati di riferimento del M5S e della Lega (chi pensa che Fico possa “destabilizzare” il M5S che così tanto ha voluto andare al governo è uno stupido, e non capisce che i risultati negativi alle elezioni amministrative spingono il M5S a radicarsi sempre più al potere, rafforzando la sua immagine sulle questioni economiche e sociali, come specularmente lo fa la Lega su quelle migratorie).

Tale blocco sociale, è di tutta evidenza, include strati sottoproletari urbani, piccola borghesia del commercio, dei servizi, dell’agricoltura e di ciò che resta del manifatturiero distrettuale e familistico del Nord Est e dell’Asse adriatico dell’industrializzazione senza fratture, segmenti di classe operaia più esposti alla concorrenza internazionale ed agli effetti della globalizzazione, i ceti emergenti del precariato cognitivo e della new economy che non vedono tutele nell’offerta politico-sindacale tradizionale, che sostanzialmente li disconosce e li considera ultraminoritari. Tale blocco sociale ha connotati strategici , e quindi strutturali, e non è congiunturale o episodico, perché è di fatto l’unico in grado di togliere la maggioranza all’altro blocco sociale, quello dei garantiti e del segmento export oriented del mondo del lavoro, agglomerato dal grande capitale transnazionale e finanziarizzato attorno a partiti-fantoccio come il Pd. Quindi tale blocco antagonista al Pd ed al grande capitale non può sciogliersi senza gravi pregiudizi per i suoi contraenti. I quali magari non provano simpatia reciproca, ma sanno di dover stare insieme.

La vertenza sui rider va a offrire tutele ad un segmento neo-schiavistico ed individualizzato, quindi privato di coscienza di classe tramite incentivi salariali pseudo-imprenditoriali come il “punteggio reputazionale”, che costituisce l’esempio più lampante di questi ceti emergenti, posizionati a metà fra proletariato e piccola borghesia tradizionali, in una terra di nessuno nella quale assorbono il peggio di entrambe le classi sociali (l’alienazione del frutto del proprio lavoro tipica del proletariato ed il rischio imprenditoriale individuale tipico della piccola borghesia) evidenzia esattamente come l’analisi sociale grillina sia più avanti di quella dei soloni della sociologia di sinistra nell’identificare il peso, anche elettorale, dei ceti sociali emergenti (non ci vuole molto, peraltro).

Il Decreto-dignità è l’esempio più lampante di un provvedimento di compromesso fra i vari attori del blocco sociale di riferimento dei gialloverdi. Da un lato, strizza l’occhio alla piccola borghesia mediante il superamento di spesometro e redditometro, la fine dello split payment per i professionisti, la promessa di una riduzione del costo del lavoro e l’affascinante quanto impraticabile sanzione alle imprese che delocalizzano, e che poi tornano sul nostro mercato per fare concorrenza sui costi ad uno strato dell’apparato produttivo italiano tradizionalmente, sin dall’autarchia fascista, favorevole a protezioni alla frontiera, in questo modo rispondendo anche a quel segmento di classe operaia vittima della globalizzazione, soprattutto nelle aree di crisi industriale del Centro Nord, massicciamente trasferitasi dalla Cgil alla Lega. Dall’altro, guarda ai segmenti precarizzati del mondo del lavoro, introducendo moderati provvedimenti di freno ai contratti a termine ed alla somministrazione di lavoro ed aumentando significativamente l’indennità in caso di licenziamento senza giusta causa per i contratti a tempo indeterminato del Jobs Act. Una frenata consistente al gioco d’azzardo (frenata a mio avviso sacrosanta, il gioco d’azzardo è una malattia per chi lo pratica ed un danno sociale enorme, mai contrastato dai Governi precedenti, perché perfettamente compatibile, ideologicamente, con l’economia da casinò neoliberista) serve, infine, per strizzare l’occhio ad ambienti cattolici potenzialmente o attualmente legati alla destra.

Si può argomentare, a mio avviso sterilmente perché non se ne comprende la portata, il contenuto tecnico dei singoli provvedimenti, come stanno facendo alcuni esponenti di LeU vittime di sindrome da tecnicismo, e quindi ricordare che l’aumento del contributo a carico del datore di lavoro in caso di rinnovo del contratto a termine scoraggerà i rinnovi e le proroghe, si può giustamente disquisire sulla difficile attuabilità pratica dei provvedimenti anti-delocalizzazione, ma tutto ciò si traduce in un pericoloso disconoscimento della portata simbolica, e quindi culturale, di tale provvedimento. Per la prima volta dalla legge Treu del 1997, un provvedimento di mercato del lavoro inverte la direzione di marcia verso la crescente precarizzazione dell’occupazione, introducendo (timidi) interventi in controtendenza. Per la prima volta, in quasi trent’anni di retorica filo-globalizzatrice, si introduce ufficialmente il riconoscimento dei danni della globalizzazione, prevedendo sanzioni a chi delocalizza. Risveglia forze sociali sopite dallo scoraggiamento dell’egemonia, considerata sinora inattaccabile, del pensiero unico. Costruisce legami sociali e comunitari, fuori dall’individualismo metodologico liberista, con provvedimenti di compromesso.

Chi è cresciuto alla scuola di Gramsci sa benissimo quanto i simboli contino per costruire egemonia culturale. Un provvedimento anche modesto e in alcuni passaggi simbolico ha l’enorme potere politico di spezzare la narrazione dominante, seminare il dubbio, dimostrare che un’altra politica, al di fuori del famigerato TINA, è possibile. La portata dirompente è evidente, e spiega la rabbiosa reazione degli epigoni del liberismo degli ultimi anni, in particolare dei piddini: la portata del Decreto Dignità non è nell'immediato dei provvedimenti concreti di cui è composto, ma si vedrà in futuro. E’ un seme gettato nella neve, che germoglierà nuova politica. Molto difficilmente la sinistra, oramai allo stato terminale della sua agonia, se ne renderà conto, ed allora bisognerà pensare a forme nuove e diverse per spingere sempre più a sinistra il blocco sociale gialloverde, senza ipotizzare una sinistra politico-sindacale defunta (nel nostro Paese, ovviamente). Il dibattito su queste nuove forme di lotta politica, senza più un partito di sinistra autonomo e senza più cinghia di trasmissione sindacale, è aperto, e richiede posizioni coraggiose ma non più evitabili.

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Comments   

#1 Mario Galati 2018-07-07 00:09
Da bandiera rossa a bandiera gialloverde. Una "posizione coraggiosa ma non più evitabile".
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