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sinistra

Salvini e la “pseudomorfosi” di sinistra

di Eros Barone

Risolvere correttamente il problema dell’identificazione della natura di classe della Lega sembra essere diventato un compito troppo arduo per un certo numero di marxisti o di sedicenti tali. Orbene, tenendo conto che occorre distinguere tra base sociale (ossia l’effettiva direzione di un movimento) e base di massa (ossia l’insieme degli strati sociali, tra cui figura anche un ampio settore del proletariato, egemonizzati dalla classe che detiene la direzione di tale movimento), non vi è dubbio che la Lega sia da definire come un movimento reazionario della piccola e media borghesia dell’Italia settentrionale: un movimento atto a fornire una base di massa alle politiche antipopolari dei settori più corporativi e autoritari della grande borghesia (che coincidono in larga misura con quei settori la cui attività economica è strettamente connessa ai circuiti produttivi e commerciali dell’Europa centrale e orientale), fondato su un’ideologia populista che amàlgama valori liberali (individualismo, liberismo e federalismo), valori fascisti (securitarismo, xenofobia, razzismo, darwinismo sociale, comunitarismo organicista e culto del capo) e, in certi momenti, perfino valori democratici (elettività della magistratura e associazionismo).

 

Se questa è la natura profonda della Lega, va detto nondimeno che essa, come tutti i movimenti dello stesso tipo (basti pensare all’eclettico pressappochismo ideologico e all’opportunismo politico che la caratterizzano), può “permettersi il lusso” – per parafrasare una celebre dichiarazione di Mussolini – “di essere aristocratica e democratica, conservatrice e progressiva, reazionaria e rivoluzionaria, legalitaria e illegataria, a seconda delle circostanze di tempo, di luogo e di ambiente”. In effetti, come risulta anche dal ‘modus operandi’ di Salvini nella sua veste di ministro dell’interno, la tattica proteiforme seguita dalla Lega trova oggi il suo cemento non solo nel richiamo storico al liberismo, ma anche e soprattutto, come ha teorizzato a suo tempo Giulio Tremonti, ideologo organico del blocco corporativo interclassista e nordista, nella svolta neo-protezionista e anti-europeista, che caratterizza la dirigenza leghista. D’altronde, le posizioni della Lega sulla questione meridionale, sulle politiche industriali, finanziarie, sociali, fiscali e del lavoro, confermano pienamente la giustezza di quella definizione, mettendo a nudo la natura della Lega quale prodotto di una reazione aggressiva del ‘popolo delle partite Iva’ (corrispettivo fiscale del gramsciano “popolo delle scimmie”)1 ai processi di mondializzazione (= concentrazione + centralizzazione) posti in atto dal grande capitale industriale e finanziario: reazione sostenuta da vasti consensi territoriali originati, oltre che dall’aggregazione, in chiave localista, dei settori più retrivi dell’area clericale, dalla decomposizione politica e ideale di una parte del proletariato, che prima sosteneva e votava il Pci e il Psi (e in questo senso resta ancor oggi pertinente la definizione dalemiana della Lega come ‘costola della sinistra’). Sennonché, tolte le diverse maschere ideologiche di volta in volta indossate, ciò che la Lega mostra è il volto di un coacervo di forze politicamente reazionarie e ideologicamente primitive. Basti pensare alla concezione soggettivistica e dietrologica, insistentemente riproposta da vari dirigenti leghisti, secondo cui la storia è il risultato di un complotto di onnipotenti demiurghi che dirigono la politica mondiale: una concezione con cui tali dirigenti, ispirandosi forse a De Maistre, nonché (con quanta consapevolezza non è dato sapere) a Hitler e Mussolini, mirano a demonizzare la massoneria, l’ebraismo, le ‘demoplutocrazie giudaico-massoniche’ e, naturalmente, il Moloch della globalizzazione, che di tali forze è il prodotto. Né il discorso cambia se si prende in considerazione la critica, tipicamente piccolo-borghese, che la Lega sviluppa contro il predominio del grande capitale monopolistico: una critica che esprime il carattere fondamentalmente regressivo dell’ircocervo leghista il quale aspira, nel XXI secolo, a ritornare dal capitalismo monopolistico al capitalismo ‘nazionale’ e/o piccolo-proprietario, così come, nel XIX secolo, altri rappresentanti di utopie reazionarie (basti pensare a Friedrich List o a Simondo Sismondi) aspiravano a ritornare dal capitalismo al feudalesimo.

Occorre, peraltro, riconoscere che la trasformazione della Lega Nord da partito secessionista e nord-sciovinista in partito nazionalista e tendenzialmente anti-europeista costituisce un notevole successo del camaleontismo politico-ideologico di Matteo Salvini. Questi, dopo avere stretto una stabile alleanza con il “Front National” di Marine Le Pen ed essersi organicamente integrato nel gruppo di estrema destra all’europarlamento, è riuscito così a rilanciare una Lega Nord che sembrava destinata all’estinzione, inceppata, com’era, per un verso dal colorito familismo amorale e per un altro verso dal grigio governismo istituzionale. In pochi anni, invece, la Lega Nord ha rinsaldato le sue posizioni adottando e applicando quello che si può definire il ‘modello Borghezio’, cioè scendendo e operando con efficacia sull’antico terreno della xenofobia, della retorica populista e della mobilitazione reazionaria delle masse. Archiviata la linea secessionista, è stata così inaugurata la linea nazionalista, secondo la quale il problema non consiste più nel distacco del Nord dal Sud d’Italia, ma nella fuoriuscita dell’Italia intera dall’euro. Il logico corollario della nuova linea nazionalista è la polarizzazione, coscientemente perseguita, dei variegati gruppi dell’estrema destra intorno al fulcro leghista e la loro valorizzazione nelle campagne di difesa dell’italianità contro le diverse ‘invasioni’ (dai migranti clandestini ai rom, dai musulmani ai profughi di guerra) che minaccerebbero il nostro paese. La linea che caratterizza questo pericoloso coacervo di forze di estrema destra è quella di raccogliere consensi e basi di massa tra i settori operai e popolari maggiormente colpiti dalla crisi economica e sociale: settori che, a causa del disarmo ideologico e dell’abbandono politico delle periferie metropolitane da parte della sinistra revisionista e riformista, sono anche potenzialmente sensibili al richiamo del “sole nero degli oppressi”, rappresentato dalla mitologia populista e ultranazionalista del fascismo e del nazismo. Così l’odio per l’Unione Europea non viene alimentato per il carattere imperialista, capitalista e liberista di tale conglomerato, ma per il suo carattere mondialista ed omologante, quindi antitetico all’identità nazionale, laddove l’obiettivo che viene perseguito non è il cambiamento del sistema economico-sociale e il rovesciamento dei rapporti di forza tra le classi, ma la preservazione, per l’appunto, dell’identità nazionale concepita nei suoi aspetti più conservatori e reazionari.

A questo punto, consapevole delle vaste praterie che il disarmo della sinistra ha regalato alle destre, Salvini non ha esitato ad adottare una ‘pseudomofosi’ di sinistra2 e, in un’intervista pubblicata dal «Washington Post», ha affermato che bisogna cancellare le sanzioni contro la Russia per la cosiddetta aggressione russa contro l’Ucraina in quanto danneggiano le esportazioni italiane, sostenendo inoltre il diritto della Russia di riunirsi con la Crimea e capovolgendo in un sol colpo la posizione assunta dai precedenti governi su questo tema. Sta di fatto che sia la legittimazione dell’annessione della Crimea alla Russia, sanzionata da un referendum plebiscitario, sia la delegittimazione della cosiddetta ‘rivoluzione di Majdan’ ricondotta alle sue reali dimensioni di colpo di Stato finanziato da potenze esterne facilmente individuabili, oltre ad essere in sé posizioni di sinistra (ancorché, come è noto, non della sinistra), hanno provocato la reazione stizzita del governo-fantoccio di Kiev e l’immediata convocazione dell’ambasciatore italiano.

Sul fronte sociale (un fronte che la Lega non ha mai trascurato), gli interessi sociali da difendere in modo preminente sono sempre, per il partito di Salvini, quelli della piccola borghesia, frazione di classe perennemente incerta e sempre pronta a rivolgere l’aggressività e il risentimento, tipici dei ceti declassati, contro capri espiatori atti a funzionare come valvole di sfogo su cui scaricare i costi della crisi. Ma il dato più allarmante, spesso sottaciuto da coloro che dovrebbero denunciarlo (sindacalisti in primo luogo), anche se è l’aspetto maggiormente preoccupante della congiuntura attuale, è la crescente adesione del voto operaio, che la Lega sta riscuotendo. Il dato per la verità non è nuovo, poiché nelle regioni settentrionali e segnatamente in Lombardia da tempo esiste tra non pochi operai la ‘doppia militanza’ sindacale e politica. Nuova è invece la convergenza sulla Lega da parte dell’organizzazione operaia per eccellenza, la Fiom. Basti pensare che qualche tempo fa il segretario regionale lombardo della Fiom, Mirco Rota, decise di aderire ufficialmente al referendum contro la legge Fornero promosso dalla Lega Nord. Un caso finora isolato, ma che rivela il duplice profilo del “partito operaio e piccolo-borghese” di Salvini, reso sempre più incisivo dalla disgregazione sociale e dall’inerzia o dalla complicità della sinistra revisionista e riformista, nonché delle burocrazie sindacali collaborazioniste. La miscela esplosiva che si sta formando è dunque micidiale e gravida di funeste conseguenze: la linea che fonde l’appello alla difesa dell’ordine esistente e alla sicurezza contro le invasioni dei clandestini con l’idea di un ritorno ad un nazionalismo autarchico, polarizzando settori operai e popolari nei quartieri devastati dalle politiche neoliberiste e collegandosi con lo squadrismo di “Casa Pound” e di “Forza Nuova”, può condurre, in assenza o carenza di validi anticorpi, ad uno sbandamento delle masse popolari in direzione del fascismo ed aprire la strada a tragiche derive autoritarie.

Che dire allora di questi ‘giri di valzer’ in cui Salvini e il suo compare Di Maio scimmiottano, da destra, talune posizioni di sinistra? Che gli interessi del vasto conglomerato italiano delle piccole e medie imprese verso l’esportazione di non pochi prodotti italiani nel mercato russo siano, come peraltro viene esplicitamente dichiarato dallo stesso leader leghista, un’importante motivazione di questa presa di posizione è indubbio; che l’Italia, sotto l’attuale governo, stia compiendo, senza minimamente mettere in discussione i fondamenti strategici della sua collocazione filoamericana, manovre tattiche di ridislocazione all’interno della “piramide imperialista” è altrettanto indubbio (la stessa simmetria che intercorre tra le presidenze statunitensi e i governi italiani è una precisa conferma dell’eterocefalia del nostro paese: Bush-Berlusconi, Obama-Renzi, Trump-Salvini/Di Maio); che, in funzione di tali manovre, sia necessario sfruttare al massimo le contraddizioni tra partito filorusso, partito filoamericano e partito filotedesco, è del pari palese. Ma la sinistra comunista, che è altra cosa, ben distinta e persino antagonista rispetto alla sinistra variamente definita (movimentista, radicale, sovranista, plurale e così via delirando), che linea deve seguire di fronte all’opportunismo e al trasformismo che improntano i continui zig-zag del governo Salvini-Di Maio? La stella polare della sinistra comunista si chiama oggi autonomia di classe, così come lo strumento per realizzarla si chiama partito indipendente del proletariato d’Italia. Non esistono infatti alleati politici, ma soltanto sociali (piccola borghesia e strati salariati non produttori di valore): è questa un’affermazione non settaria, ma semplicemente e sobriamente realistica, cui la lotta contro l’opportunismo, tumore maligno della vecchia sinistra revisionista e riformista, conferisce un ulteriore sigillo di qualità. A coloro, invece, che si fanno incantare dalle sirene del sovranismo, non avendo mai condotto una critica marxista seria e approfondita del significato dei concetti di sovranità nazionale e popolare in una formazione imperialistica, possiamo soltanto rammentare che il fascismo, prima di arrivare a Roma, è passato da Fiume.


Note
1 Cfr. A. Gramsci, Socialismo e fascismo (« L’Ordine Nuovo » 1921-1922), Einaudi, Torino 1970, pp. 9-12.
2 In mineralogia si definisce pseudomorfosi l’esistenza di un minerale che si presenta con la forma esterna propria di un’altra specie mineralogica. Il contesto rende qui evidente l’uso metaforico di tale termine.
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Comments   

#13 francesco lena 2018-11-02 16:18
Gentile Redazione Le mando questo mio semplice scritto veda se ritiene utile pubblicarlo, grazie.
Alcune considerazione su SALVINI e DÌ MAIO.Caro Salvini, prima del voto del 4 marzo 2018, in campagna elettorale hai giurato sul Vangelo con la corona del rosario in mano, ti chiedo lo hai letto il Vangelo? Non sta scritto di respingere o bloccare sulle navi gli immigrati e di chiudere i porti alle navi che trasportano immigrati. Non sta scritto, di essere contro i fratelli che fuggono, dalla fame, guerre e orrori. Poi ti chiedo quante sono le persone morte annegate in mare o nei lager libici?Caro salvini, salvarli è un fatto umanitario, ancora prima della legge universale del mare che da il diritto di essere salvati. Caro Salvini t'invito gentilmente ad andare su uno di quei gommoni assieme agli immigrati a fare la traversata del mare, ti spiegheranno i loro drammi e i perché rischiano tanto e ti aiuteranno a capire i loro problemi , la loro lotta per la sopravivenza e per un futuro migliore, ti aiuterebbero a capire e praticare anche quello che c’è scritto sul Vangelo.
La lega ha 49 milioni di euro da restituire allo stato italiano, soldi dei cittadini italiani, ma purtroppo sei riuscito a concordare con dei magistrati, di restituirli in 76 anni a tasso d'interesse zero, ti chiedo visto che sei al governo del paese , perché non estendi per tutti i cittadini italiani di godere delle stesse condizioni, tutti i cittadini sono uguali di fronte alla legge.
Caro Salvini mi sembra che nelle tue proposte di governo ci sia, che i cittadini possano , avere un arma in proprio per legittima difesa, ma quei soldi che verebbero spese in armi, strumenti di morte, non sarebbe meglio investirli in sicurezza di prevenzione, di furti, di violenze, con una cultura di formazione e di educazione alla legalità, ai valori umani e della vita, poi con il buon esempio di onestà sincerità, rispetto da parte di chi copre responsabilità istituzionali e in particolare da chi ci governa.
Poi abbiamo l’esempio degli Stati Uniti d’America, dove le armi sono molto diffuse e libere. Ma, purtroppo è dove c’è più violenza e morti per causa delle armi. Caro Salvini sei molto critico e scettico nei confronti dell’Unione Europea. Vorrei ricordarti che l’Europa Unita nei suoi limiti ci ha garantito 70 anni di pace, in cui la stai godendo anche te, se mai tutti insieme cerchiamo di migliorarla.
Caro Salvini non mi piace chi semina paura, odio, aggressività, o addirittura inventare dei contro, dei nemici, gli immigrati, i nomadi, il diverso, l’altro, non porta bene alla società, all’Italia, all’Europa, alla nostra civiltà umana e non porta bene neanche a te. Caro Salvini, restiamo umani, vorrei invitarti a cambiare visione nei confronti dei fratelli immigrati, per avere una visione più umana, positiva , visto anche il calo demografico in Italia e in Europa, sono e saranno una doppia risorsa, motivo in più per salvarli, aiutarli e integrarli.
Per ultimo, nel governo verde giallo, ci mancava un ministro del lavoro che non ha mai lavorato, solo in Italia è potuto succedere, che è molto bravo di insultare gli avversari politici, invece di impegnarsi per creare posti di lavoro.
Un gentile invito a Salvini e Di Maio, fate un bel bagno nei valori umani e della vita, di uguaglianza, giustizia sociale, unità, libertà, onestà, sincerità, dignità, solidarietà. Trasparenza, ospitalità, rispetto, vi farà molto bene.
Francesco Lena Via Provinciale,37 24060 Cenate Sopra ( Bergamo ) tel, 035956434
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#12 Eros Barone 2018-07-30 23:55
La specie - il tersitismo ideologico-culturale - comprende più individui, uno dei quali è un certo "clau". Quindi, "repetita juvant".
P.S.: un ringraziamento per la ricerca, anche se manca l'indicazione della fonte (rubrica delle "Lettere al direttore" di "VareseNews").
N.B.: non sarebbe meglio, più utile e più corretto, avanzare obiezioni specifiche e pertinenti alle tesi e alle argomentazioni che ho esposto nell'articolo e nell'intervento?
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#11 Mario Galati 2018-07-30 23:44
Repetita iuvant.
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#10 clau 2018-07-30 21:02
Grazie, l'avevo già letta.
15 gennaio 2009
Caro direttore,
è un brutto segno (e un indizio di scarsa salute intellettuale e morale) quando, come è avvenuto nel corso del dibattito sul problema dell’immigrazione e sul nesso tra razzismo e sfruttamento, alla critica dell’ideologia si risponde con la scatologia, alle argomentazioni con l’insulto, alla pacatezza con l’isteria. D’altronde, come stupirsi che una simile reazione provenga da coloro che elevano le opinioni a idee o riducono queste ultime alle prime, contribuendo a estendere la fenomenologia di quella sindrome che Odysseus, in una lettera del 12 dicembre 2008, ha definito “tersitismo ideologico-culturale”? Non per questo la mia fiducia nella ragione ne sarà scossa, guidato, come sono, dalla massima spinoziana secondo cui occorre sforzarsi di “humanas actiones non ridere, non lugere, neque detestari, sed intelligere” (‘imparare a non ridere delle azioni degli uomini, a non piangerne, a non odiarle, ma a comprenderle’).
Un saluto fraterno a Lena Bandi e agli altri compagni di verità e di lotta.
Eros Barone
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#9 Eros Barone 2018-07-30 19:48
È un brutto segno (e un indizio di scarsa salute intellettuale e morale) quando all'anticritica si risponde con la polemica ‘ad personam’, alle argomentazioni con la protervia goliardica e alla pacatezza con l’isteria. D’altronde, non vi è da stupirsi che una simile reazione provenga da coloro che elevano le opinioni a idee o riducono queste ultime alle prime, contribuendo ad estendere la fenomenologia di una sindrome che può essere definita come “tersitismo ideologico-culturale”, laddove con questa espressione intendo caratterizzare, sia da un punto di vista etico-politico sia da un punto di vista estetico-noetico, lo spirito misologico attuale e le sue molteplici manifestazioni. Non per questo la mia fiducia nella ragione ne sarà scossa: trovo però paradossale (ma anche questa è una delle anomalie italiane) che debba essere uno ‘stalinista’ come lo scrivente a ricordare, da buon liberale, che in uno spazio pubblico di discussione la tolleranza rende possibili le differenze e le differenze rendono necessaria la tolleranza.
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#8 clau 2018-07-30 17:11
Bravo Eros Barone, che ti fa del populista piccolo borghese, reazionario e razzista, Salvini, graxie alla sua “pseudomorfosi” di sinistra, un vero e proprio padre della patria, in quanto ha saputo rilanciare, in Europa, ma forse anche fuori dal vecchio continente, la parola d’ordine della lotta per l’indipendenza nazionale, raccogliendo dal fango il Tricolore, in cui l’aveva gettata la borghesia bastarda e saldando questa lotta alla prospettiva della rivoluzione socialista (?). E così, grazie a questo agognato obbiettivo, “super marxista”, lo stesso svilupperà, senza alcuna ombra di dubbio, l’autonomia teorica, ideologica cd organizzativa del proletariato e vi porterà alla rivoluzione autonoma di classe …! Davvero bravo, questo Barone, come prestigiatore, forse ancor più dello stesso Salvini, come politico, nonostante la sua “pseudomorfosi” di sinistra.
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#7 Eros Barone 2018-07-29 22:53
@ Clau
Autonomia di classe significa autonomia teorica e ideologica del proletariato, che, a sua volta, è la 'conditio sine qua non' della sua autonomia organizzativa, ossia del suo costituirsi in partito indipendente del proletariato. Ma il circolo è dialettico, perché, a sua volta, l'organizzazione è la 'conditio sine qua non' per garantire e mantenere la stessa autonomia teorico-ideologica, facendo di quest'ultima, come afferma Gramsci nei "Quaderni del carcere", "un vertice inaccessibile al campo avversario". In altri termini, la strategia per la conquista del potere, che è il nocciolo duro del concetto di autonomia teorico-ideologica, si fonda sul presupposto che l'organizzazione sia la premessa (non il risultato) del processo rivoluzionario. Da qui nasce, inoltre, l'imperativo di una lotta conseguente e irriducibile contro l'opportunismo e il revisionismo che tendono a colpire l'autonomia teorica e politica del partito proletario, subordinandolo alla direzione della borghesia (due fenomeni di cui proprio Lenin dimostra l'inevitabilità, ponendo in luce con la sua analisi scientifica le profonde radici che essi hanno nella società moderna). In secondo luogo, occorre prestare la debita attenzione alla differenza che intercorre tra l'ideologia proletaria, cioè una concezione del mondo che si basa sui valori espressi dalla classe degli sfruttati nel corso della sua resistenza al dominio di classe della borghesia, e la teoria marxista-leninista che, in quanto teoria scientifica, è quello strumento per trasformare il mondo in direzione del socialismo/comunismo che permette al proletariato, diretto dalla sua avanguardia, di muovere alla conquista del potere. In questo senso, va osservato che il modello leniniano - l'unico modello seguendo il quale le classi subalterne sono riuscite a sconfiggere il capitalismo e a rovesciare la borghesia - scaturisce da un quadruplice sviluppo teorico in campo economico, politico, filosofico e organizzativo, esemplificato da testi quali "Lo sviluppo del capitalismo in Russia" (1898), "Che fare?" (1902), "Le due tattiche della socialdemocrazia nella rivoluzione democratica" (1905) e "Materialismo ed empiriocriticismo" (1909). Internazionalismo: assolutamente sì, ma, come indica lo stesso termine (inter-nazional-ismo) e come fu sempre chiaro ai maestri del socialismo scientifico sia nell'età della Prima Internazionale sia in quella che vide nel 1914 la capitolazione della Seconda Internazionale e nel 1919 la fondazione della Terza Internazionale, un internazionalismo integrato, per l'appunto, con il riconoscimento dell'importanza e dello spessore storico della categoria di nazione. Riconoscimento che è, fra l'altro, richiesto dalla dimensione essenzialmente tellurica della classe operaia e delle classi subalterne, tanto più attuale oggi in quanto contrapposta ad un imperante nichilismo cosmopolita. Del resto, se è vero quanto sostiene Lenin nell’articolo "Sulla parola d’ordine degli Stati Uniti d’Europa", che è una stringente confutazione prepostera della subalternità della sinistra di allora e di oggi all’‘internazionalismo del capitale’, e se è indiscutibile la vigenza della legge dello sviluppo ineguale del capitalismo, non si pone allora con forza per il movimento di classe, come indicava Stalin, la necessità di rilanciare la parola d’ordine della lotta per l’indipendenza nazionale, raccogliendo questa bandiera dal fango in cui è stata gettata dalla borghesia e saldando questa lotta alla prospettiva della rivoluzione socialista? Non si ripropone forse, nel quadro del polo imperialista europeo, di cui l’Unione Europea è il braccio economico-finanziario e la Nato il braccio politico-militare, il problema del rapporto fra Stati disgreganti e Stati disgregati e quindi, ancora una volta, in funzione antimperialista e in un’ottica socialista, il problema della lotta per l’indipendenza nazionale? La risposta a questi due interrogativi non può prescindere, a mio avviso, dalla consapevolezza che "tutte le armi per combattere bisogna prenderle nell'attuale società" (Marx) e che tale consapevolezza richiede, assieme alla chiarezza strategica e alla saldezza sui princìpi, un intelligente realismo politico.
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#6 Mario Galati 2018-07-29 22:29
L'epoca staliniana era quella del socialismo in un paese solo, e anche quella del Comintern.
È stata un'epoca nella quale c'era un reale e potente movimento comunista e dei lavoratori mondiale, internazionale, che agitava i sonni dei capitalisti.
La domanda da porsi è: come mai, tolto di mezzo l'equivoco staliniano, il movimento internazionale dei lavoratori non fiorisce nelle vaste praterie mondiali?
Non è che ad equivocare siamo noi?
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#5 clau 2018-07-29 21:15
“Autonomia di classe” mi sembra un termine alquanto debole, che dice tutto e non dice niente, mentre “Partito indipendente del proletariato d’Italia”, è senza dubbio antistorico, che non può che portare ad ulteriori gravi sconfitte proletarie, soprattutto nella fase di globalizzazione dell’economia e della finanza, come l’attuale. Carl Marx e Friedrich Engels, 170 anni fa, quando ancor non c’era ombra in fatto di elettronica/informatica, bio/tecnologie, computer ed intelligenza artificiale, ecc. ecc., ma soprattutto non era stata sviluppata l’attuale globalizzazione della forza-lavoro e lanciata la guerra globale al salario -come dimostrano i dati sull’andamento dei salari nei paesi occidentali -portata avanti dalla versione neoliberale dell’imperialismo, lanciarono la parola d’ordine: “Proletari di tutti i paesi unitevi”, ed ora, una persona che conosce molto bene il marxismo, e non soltanto quello, mi viene a proporre il “Partito indipendente del proletariato d’Italia”!? Mi scusi, vuole far girare all’indietro le ruote della storia, o sviluppare una nuova “Pseudomorfosi” della fu sinistra, per creare qualche altro mostro politico, o che cosa? La prego, porti fino infondo il suo discorso, da farci capire dove intende andare a parare, con questo indipendentismo italiota, che non mi sembra poi tanto diverso da quello di Salvini, anche se si trincera dietro la pretesa “Autonomia di classe”.
Se dopo tutto quello che abbiamo visto negli ultimi novant’anni, anche grazie al grande equivoco staliniano del “socialismo in un solo paese”, non ci diamo da fare per cercare di ricreare un nuovo, autentico, internazionalismo proletario, ora, vogliamo aspettare che i vari Trump, Salvini e compagnia, ci portino alla terza carneficina mondiale? Certo, il mondo operaio dagli anni settanta ha innestato la retromarcia, e ora si lascia in gran parte abbagliare dai populismi che non porteranno loro alcun vantaggio, in quanto in questo sistema chi comanda sono i grandi monopoli economico/finanziari e la piccolo e media borghesia non ha alcuna interesse e intenzione di cambiare il sistema che si basa sullo sfruttamento della forza-lavoro e che riserva alle classi medie la loro quota. Questa retromarcia è però dovuta a molteplici cause. Tra le altre, la mancanza di un’organizzazione Internazionale Comunista, a cui far riferimento. I partiti della cosiddetta sinistra e i sindacati si sono letteralmente venduti al sistema. Gli intellettuali, salvo pochissimi sporadici casi, non hanno elaborato alcuna critica complessiva, al modello di vita borghese. Non sono stati capaci di elaborare una nuova edizione de Il Capitale del terso millennio. Si sono cioè un po’ tutti lasciati abbagliare dalle tantissime droghe che vengono sparse a piene mani dai mezzi d’informazione al servizio del sistema, e, soprattutto, dal consumismo, in gran parte a credito, che lascia in eredità una montagna di debiti, a figli e nipoti.
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#4 Mario Galati 2018-07-28 17:14
Dopo "della sua forma fondamentale di scambio tra merci" ci va il punto interrogativo. Scusate l'errore.
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