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sinistra

Intercosalità didattica

di Salvatore Bravo

La scuola e la formazione sono assediate dal capitalismo. La centralità dell’alunno è stata sostituita con le prescrizioni del mercato. L’alunno non è più il fulcro vivente della didattica, ma è il mercato a guidare l’istituzione. Il PNRR ne è una prova, le scuole sono investite da una sbornia tecnocratica funzionale al mercato. Il tempo della formazione e della conoscenza consapevole del “bene e del male” è sostituito dal fare. La volontà è attaccata frontalmente, poiché la dipendenza dalle tecnologie erode e corrode la prassi per sostituirla con abili click attraverso i quali ci si percepisce padroni e signori del mondo. La dipendenza da strumenti tecnologici deforma le personalità, le quali coltivano sogni prometeici di onnipotenza. La ragione oggettiva gradualmente è sostituita dalla pianificazione manageriale per cui ogni azione dev’essere tradotta in attività finanziaria. L’introduzione delle tecnologie in quantità crescenti e asfissianti è l’espressione compiuta della logica dell’economicismo. Si insegna il marketing e l’autopromozione. La somma finale è la deformazione del senso etico e comunitario con la complicità a volte silenziosa della comunità scolastica e della politica.

Il gesto sta sostituendo la parola. Il pensiero operativo finalizzato alla quantificazione economica e al narcisismo è diventato il tragico surrogato della parola e dell’Umanesimo. Il tale clima è facile che il gesto diventi violenza, poiché l’analfabetismo dei sentimenti non può che comportare il rafforzamento della violenza e della depressione. Il “pensiero nel gesto” è oscurato dall’efficientismo quantitativo. L’istituzione scolastica da luogo etico, in cui la conoscenza di sé implica la consapevolezza dei sentimenti e delle emozioni tradotti in parole, si è trasformata in luogo anonimo nel quale si esalta l’io minimo mutilo della capacità di “pensare e sentire il mondo”. Non vi sono padri, non vi sono maestri; l’abbandono e l’incuria sono velate dalla logica dell’inclusione.

Gli alunni sono numeri per tenere in vita istituzioni che altrimenti perderebbero la direzione. La scuola è ricattata nella sua azione pedagogica da provvedimenti che la umiliano. A scuola si impara l’intercosalità. La categoria della sola quantità è il fondamento della scuola come della società tutta.

 

Distanza atomistica

La distanza a cui addestrano le tecnologie non può che convertirsi in processo di depoliticizzazione e derealizzazione. La natura umana è in tal modo offesa e le grandi opportunità che le tecnologie dovrebbero offrire sono il veicolo dell’infelicità generazionale degli adolescenti e dell’infanzia. Per crescere sono necessari i buoni maestri della parola, quest’ultima è come il pane, solo se condivisa nutre la comunità e i singoli. Ai giovani di ogni età, invece, si offre la realtà virtuale che disabitua all’ascolto, all’attenzione e alla comunicazione. L’autopromozione individualistica ha sovvertito l’umanesimo solidale.

Per distruggere il senso dello Stato comunitario quale ideale verso cui orientare la prassi politica si è agito erodendo la famiglia e la scuola riducendole a semplice aggregati di atomi senza legami. Tutto è azienda. Si è soli a scuola e in famiglia, in quanto regna e impera la divisione competitiva.

Per comprendere la condizione attuale è sufficiente volgersi alla nostra tradizione filosofica che coniuga filosofia e pratica pedagogica. In metodo contrastivo fa emergere in modo evidente la differenza tra la tradizione umanistica e la scuola tecnocratica al servizio del mercato. La tradizione umanistica è veicolo di significato valoriale con cui confrontarsi e conoscersi. La tecnocrazia didattica è, invece, quantità mutila del “senso” e del “fine formativo”.

A scuola non si impara la semplice manualistica, ma è esperienza dello spirito. Ogni ente materiale in un’aula o in una scuola assumono una nuova forma, se sono investiti dal senso posto dalla comunità educante. La scuola spiritualizza l’istituzione nei suo aspetti materiali con la domanda di senso che tutto investe, senza tale prassi è luogo senza vita e comunità, è solo burocrazia che procede per automatismi.

 

La cultura non è carta

Giovanni Gentile ci mostra il pericolo nichilistico che minaccia la formazione, ogniqualvolta il manuale è solo carta senza finalità e motivazione per il maestro e per alunno la scuola rischia di rovinare in nichilismo e vuota abitudine. La grande tradizione umanistica è capacità e facoltà di discernere l’eterno che vive in ogni pensatore. Siamo all’interno di un orizzonte storico, ma non ne siamo determinati. Giovanni Gentile non è riducibile alla sola complicità con il fascismo. Egli è stato filosofo e pedagogista che ha individuato i nuclei essenziali dell’umanesimo didattico. La cultura della cancellazione abbatte senza discernere, in tal modo l’umanità è spoglia della sua storia e, di conseguenza, non sa orientarsi nel suo cammino. La figura del “maestro” non si riduce alla trasmissione dei contenuti, egli deve rendere la conoscenza una esperienza viva e critica. Non deve pietrificare il sapere nella quantità e nella funzionalità carrieristica:

“Il maestro, in conclusione, allora veramente ravviva il manuale, quando lo ravvivi nello spirito di quello, per cui il manuale fu scritto; quando autore, docente e discente facciano tutti uno spirito solo, la cui vita si stenda e circoli per entro quel libro: il quale non dev'essere perciò manuale per le mani, ma spirito per gli spiriti. E invece, pur troppo, quella tale infingardaggine, pietrificando la vita, lascia il manuale nelle mani del maestro prima, e quindi degli scolari. Badate, Maestri, vigilate sopra di voi: quando il libro comincia a pesare nelle vostre mani, questo è segno che esso s'aggrava sull'animo dei vostri alunni; e a lungo andare, se non vi riscotete e non rinnovate in voi la vita, quel peso la soffocherà. Vigilate con amore senza limite sopra la scuola; quando il vostro libro, il libro che avete proposto ai vostri alunni, e che sperate strumento della cultura a cui la vostra scuola mira, non sia più il libro degli alunni, il libro tenuto caro come cosa a cui sia legata la propria persona, buttatelo via, poiché ogni libro, se non attira, tormenta e insidia alla vita delle tenere anime che vi sono affidate1”.

La prassi rischia sempre di degradarsi da Gegenstand in obiectum, pertanto la chiarezza della condizione umana consente di progettare l’esistenza del singolo e della comunità nel rispetto del logos, il quale è consustanziale alla natura umana storicizzata. Il pensiero pone la realtà per individuarne il telos metafisico e non certo per adattarsi passivamente alla stessa. La Rivoluzione non è solo uno stato interiore, è conversione dell’anima e delle relazioni. In Giovanni Gentile ritroviamo la prassi, mentre nel pensiero capitalista denominato “liberale” con il nuovo linguaggio orwelliano non vi è prassi ma solo gesto che ripete ossessivamente l’accumulo crematistico:

“L'agire dello spirito – questo suo processo eterno, questo suo immanente divenire – non si accompagna col pensare; è pensare. Il pensare non è effetto né causa, non è conseguente né antecedente, né concomitante dell'agire onde lo spirito viene creando eternamente se stesso; è lo stesso agire2”.

 

Prassi e pensiero

Si assiste nel nostro tempo ad una pianificazione che vorrebbe intorbidire il pensiero-concetto per surrogarlo con il calcolo strumentale. La prassi viene, in tal modo, neutralizzata. L’essere umano non è un contenitore, non è creatura liquida che prende la forma del contenitore, è movimento che pone i significati e li pensa, non è un vegetale, ma pensiero diveniente:

“Il divenire infatti si può intendere in due modi, che per brevità diremo l'uno del divenire autonomo, e l'altro di quello eteronomo. Può l'essere che diviene aver in sé la legge del proprio divenire, o averla fuori di sè. Un divenire è pure, ad esempio, il riempirsi di un vaso, in cui si versi dell'acqua: ma questo divenire ha luogo in un modo la cui legge è nell'uomo che riempie il vaso: e il riempirsi perciò, più che un divenire, può dirsi propriamente l'effetto di un divenire, ossia di quell'atto che l'uomo compie. Un divenire eteronomo si riconduce al divenire della causa che lo produce. La pianta vegeta; e il suo vegetare è sviluppo: anch'esso, divenire3”.

La prassi non è semplice attività, ma pensiero che trascende l’esteriorità per ritrovare il noi che dà fondamento all’io. L’io non è astratta presenza che si autocrea, ma attività creatrice nella quale continua a vivere il noi storico che ha preceduto l’io, il quale continua a essere fecondo, perché senza il noi storico non vi sono soggettività pensanti.

La scuola della pianificazione, invece, riduce le soggettività a creature astratte che si autopercepiscono come divinità che si autocreano in solitudine. Alla solitudine dell’io astratto incapace di relazionarsi nel dono bisogna opporsi tenendo in vita la migliore tradizione pedagogica e filosofica che prepara alla vita dello Stato comunitario con la formazione. L’educazione è il fondamento della formazione e dell’istruzione, perché è il veicolo del senso metafisico, senza tale fondamento non potremo che assistere al ritorno della barbarie totale di cui, già, si constatano gli effetti distruttivi in ogni ambito:

“Verità fondamentale a questo modo dovrebbe esservi apparsa quella a cui siamo pervenuti: che il nostro vero «noi» non è quello che, attraverso la rappresentazione empirica della nostra personalità, ci par di scorgere in mezzo alle cose, quasi una di esse; ma quello più profondo, per mezzo del quale vediamo tutte le cose e in mezzo a esse possiamo pure intravvedere quell'altro essere nostro. La realtà di questo «noi» profondo, che non è più concepibile come cosa, e senza di cui nessuna cosa è concepibile, a quello stesso modo che non è possibile tronco, o ramo, o fronda senza la radice da cui l'albero esce, è tale una verità che o non ci s'arriva, o si raggiunge a patto di vederla a capo di tutte le altre possibili, compreso quel qualsiasi concetto che ci faremo della esperienza4”.

Il pensiero/prassi è l’antidoto alla paura con cui si inoculano le passioni tristi. La paura diventa angoscia nel vuoto del pensiero, per cui solo il logos può essere veicolo di liberazione dal terrore che incombe in nome del progresso adattivo e resiliente.


Note
1 Giovanni Gentile, La riforma dell’educazione, liberliber, pag. 161
2 Ibidem pag. 137
3 Ibidem pag. 129
4 Ibidem pp. 121 122
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Comments

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JM
Tuesday, 14 May 2024 20:42
Grazie per l'articolo. Pur non essendo un docente (rimanendo un ingegnere, e peraltro tale (come si diceva una volta,) per grazia di Dio e volonta' della nazione), conosco un po' Gentile tramite i libri d mia Madre, insegnante. So che molto della validita' della storica struttura educativa italiana e' dovuta a lui e, pur nel mio piccolo, glie ne sono grato. Anche se il suo stile ricorda un po', mutatis mutandis, quello di Wittgenstein. Sul quale Bertrand Russell aveva commentato che per comprenderlo (Wittgenstein) bisognava in essere in perfetta salute.
Ma ritornando al Suo articolo si puo' solo sperare che l'influenza ossessiva dell'iper-capitalismo sull'educazione non raggiunga i livelli del paese dove vivo da anni. Nel quale (tra l'altro), si opina e propaganda apertamente che anche la matematica e' razzista (sic). Ergo bisogna modificarla cosi' che anche le minoranze passino gli esami (si possono facilmente immaginare le conseguenze). Di conseguenza i genitori che ancora hanno a cuore l'educazione della progenie devono spendere circa 10,000 $ annuali a testa (minimo) per inviarli a scuole private. Il discorso porterebbe lontano.... Meglio fermarsi qui per non essere troppo pessimisti.
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Lupo Alberto
Monday, 13 May 2024 14:51
Passatempi...
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