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sinistra

Vittorio Sereni e “la signora della porta accanto”

Ritratto di un poeta lombardo

di Eros Barone

Era nato a Luino nel 1913 e a questa cittadina che è situata sulla sponda lombarda del Lago Maggiore e che rappresentava il suo “paese dell’anima” rimase legato per tutta la vita («Sul lago le vele facevano un bianco e compatto poema», canta con la consueta eleganza nella poesia intitolata “Un ritorno”). Compì gli studi a Milano, inserendosi nel gruppo di giovani filosofi che facevano capo ad Antonio Banfi e agli artisti di «Corrente». Aveva appena iniziato la carriera d’insegnante, quando l’Italia entrò in guerra ed egli fu richiamato alle armi. Fatto prigioniero dagli alleati in Sicilia nel 1943, venne deportato in Algeria e in Marocco. Sono queste le esperienze rispecchiate dalla raccolta di poesie «Diario d’Algeria», che è del 1947.

Finita la guerra, rientrò a Milano, dove lavorò prima come insegnante, poi come pubblicitario, infine come dirigente editoriale. Nel 1965, frutto di un lavoro di molti anni, vedrà la luce la raccolta Gli strumenti umani, un libro chiave della poesia del Novecento, dove le vicende private dell’autore appaiono costantemente proiettate sullo sfondo delle grandi trasformazioni culturali e sociali dell’Europa. In Stella variabile, che conclude nel 1981 il suo itinerario poetico, la riflessione, spesso amara, sulle “occasioni” della vita quotidiana prende corpo in un linguaggio ancor più essenziale, capace di grande concentrazione lirica. Muore nel 1983.

Un amico che lo conosceva bene ha osservato che il rapporto con Sereni non era fatto di atti e detti, per così dire, memorabili, come era accaduto con le figure monumentali di poeti del tipo di Carducci e di D’Annunzio o come accadeva con le figure un po’ sciamaniche di poeti del tipo di Ungaretti e Montale, ma era, tale rapporto, caratterizzato da un’atmosfera in cui i silenzi contavano quanto le parole. In questa atmosfera entrava, certo, anche la sua poesia.

Sennonché nel caso di Sereni fra l’uomo e il poeta non vi era scissione, e uno dei tratti irriducibilmente giovanili che più lo facevano amare era l’insofferenza e l’impazienza per quanto di sé stesso egli sentiva di non realizzato e di non realizzabile. E invero una delle ragioni del fascino e della freschezza della sua poesia sta proprio nel modo in cui Sereni ha saputo prolungare fin dentro l’età matura temi propri della giovinezza, come quelli sportivi (tifoso dell’Inter, non mancava mai l’appuntamento domenicale con la squadra del cuore) o quello, così seducente, del “grande amico”.

La poesia di Sereni nasceva a contatto con i fatti e i fenomeni, sia interni sia esterni, della comune esperienza, che divenivano, grazie alla sua straordinaria sensibilità, l’oggetto di una incessante rielaborazione in cui i fatti, e dunque la vita, avevano un valore e una dignità autonomi rispetto a quelli della poesia, e non viceversa. Lo stesso amico, che è poi lo storico della letteratura Pier Vincenzo Mengaldo, cui si deve la pregnante testimonianza qui richiamata sul nesso vita-poesia in Sereni, riferisce un episodio particolarmente significativo per capire non solo la psicologia di quest’ultimo, ma anche uno dei temi focali della sua poesia.

Un giorno Sereni propose a Mengaldo di condurlo nei luoghi, Luino e dintorni, della sua infanzia e della sua poesia. A un certo punto della visita a Luino il poeta portò i due amici al cimitero, e lì alla tomba di famiglia dove, accanto agli altri posti già occupati, indicò con un sobrio gesto il suo, vuoto, ad attenderlo. Era il gesto pacato e quasi senza tristezza, nota Mengaldo, di chi non ha temuto di vivere tutta la sua vita in compagnia dei morti e della morte. In quella visita al cimitero si manifestava in forma simbolica il cortocircuito fra la vitalità e la morte costitutivo della poesia di Vittorio Sereni. In effetti, i luoghi, quei pochi, quali Luino, Milano e Bocca di Magra, cui lo legava una lunga fedeltà, avevano per lui quasi una dignità sacrale, e forse per questo agivano come fonti inesauribili della sua poesia.

In questo senso, la geografia si può considerare, per più ragioni, la dimensione costitutiva della sua poesia e anche della sua poetica. Le radici storiche di queste ultime appartengono infatti all’‘humus’ di una cultura e di una società, la Lombardia lacustre e l’Italia fra seconda guerra mondiale e secondo dopoguerra, che hanno conferito alla poesia e alla poetica di Sereni un’inflessione di voce e una determinatezza spaziale tali da risultare inconfondibili ed esemplari. Non solo, ma l’interazione tra lo spazio e i luoghi trova nel poeta luinese un’espressione talmente intensa, da costituire, con la particolare nozione del tempo e dei luoghi che le è propria (o, meglio, del tempo nei luoghi e dei luoghi nel tempo) – e dunque con un accento che richiama il grande modello di Virgilio -, una delle ragioni più potenti dell’intrigante fascino della poesia di Sereni. Il far poesia di Sereni è allora un “piétiner sur place”, è un “tornare dove già si è”, è un compenetrarsi, per dirla con Sant’Agostino, dei “tre tempi del presente” (il passato-memoria, il presente-intuizione, il futuro-aspettazione), che diviene lirica, agonismo e profezia, ma anche invocazione e narrazione. È un far poesia che si fa geografia (e viceversa).

La fedeltà ai luoghi, alle cose e ai morti non è un tema né isolato né isolabile del suo comporre, giacché è intimamente connesso, come si è detto, a tre temi fondamentali della sua poesia: l’amicizia, la storia e la “città socialista”. Semmai è da notare che l’autore degli Strumenti umani non ha mai temuto la vicinanza di quella che è per tutti “la signora della porta accanto”. E la ragione di questo atteggiamento sobrio e virile sta nel fatto che i morti non sono soltanto un amaro e pungente patrimonio privato («Voi morti non ci date mai quiete»), ma sono anche l’espressione del futuro, poiché, secondo una verità cristiana condivisa dal laico Sereni, essi abitano già la città a venire, e ce la additano («Non dubitare… parleranno»).

 

Il grande amico

Un grande amico che sorga alto su me
E tutto porti me nella sua luce,
che largo rida ove io sorrida appena
e forte ami ove io accenni a invaghirmi…

Ma volano gli anni, e solo calmo è l’occhio che antivede          5
perdente al suo riapparire
lo scafo che passava primo al ponte.
Conosce i messaggeri della sorte,
può chiamarli per nome. È il soldato presago.
Non pareva il mattino nato ad altro?                                         10
E l’ala dei tigli
e l’erta che improvvisa in verde ombrìa si smarriva
non portavano ad altro?
Ma in terra di colpo nemica al punto atteso
si arroventa la quota.                                                                   15
Come lo scolaro attardato
- né più dalla minaccia della porta
sbarrata fiori e ali lo divagano –
io lo seguo, sono nella sua ombra.
Un disincantato soldato.                                                            20
Uno spaurito scolaro.... 

Vittorio Sereni 

(da Gli strumenti umani, 1965)

 

Nei versi 5-9 il poeta indica altri requisiti del mitico amico: che non si abbandoni a un facile entusiasmo, sapendo prevedere il venir meno delle forze (la metafora di cui si serve l’autore è quella di un immaginario circuito nautico); e che conosca e abbia amici “i messaggeri della sorte”, cioè che sappia riconoscere i segni della mutevole fortuna. Nei versi 10-15 l’autore ricorda un episodio della propria esperienza militare: il fuoco nemico che, scoppiato di colpo, “arroventa la quota” in un mattino che, con l’”ala dei tigli” e “l’erta che improvvisa in verde ombrìa si smarriva”, faceva pensare a cose ben diverse. E poi, imperniato sull’immagine della scuola e dello “scolaro attardato”, il senso di un’esclusione vissuta come colpa (secondo gli interpreti della poesia di Sereni il fatto di non aver potuto partecipare, lui uomo di sinistra, alla Resistenza). I due ultimi versi – “Un disincantato soldato. / Uno spaurito scolaro….”, da leggere in controcanto rispetto alla qualificazione salvifica di “soldato presago” attribuita al “grande amico” e a quella, incerta ed esitante, di “scolaro attardato” attribuita a sé stesso – suggellano in modo indimenticabile ed esemplare il doppio autoritratto dell’autore (e.b.).

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