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volerelaluna

“Il neoliberismo è vivo e lotta contro di noi”

di Guido Ortona

Siamo in una crisi economica, politica e sociale molto profonda; aumenta quindi la pubblicazione di saggi che si propongono di trovare una sintesi dell’insieme di contraddizioni che compongono questa crisi. Buoni esempi sono il recentissimo La guerra mondiale a pezzi e la disfatta dell’Unione Europea di Piero Bevilacqua e La sconfitta dell’occidente di Emmanuel Todd. Si inserisce in questo filone Il neoliberismo è vivo e lotta contro di noi (Infiniti Mondi, 2025) di Luigi Pandolfi. È un libro dichiaratamente a tesi, anzi a due tesi: la prima è che l’attuale “policrisi” del capitalismo non è superabile restando entro quel sistema di produzione, e quindi è necessario uscire da esso se si vogliono evitare esiti catastrofici, dove per “catastrofici” si intendono sviluppi che vanno contro gli interessi del popolo (un concetto inevitabilmente ambiguo; Pandolfi infatti preferisce usare la tradizionale nozione di “lavoratori”). La seconda tesi, conseguentemente, è che occorre ripensare al socialismo come prospettiva praticabile, e anzi necessaria, e quindi riaprire la “battaglia delle idee”, a partire dalla critica del pensiero economico mainstream, evidentemente avulso dalla realtà e ciononostante tuttora ampiamente usato a sostegno di politiche economiche di classe.

Il testo ha tre caratteristiche fondamentali. La prima è l’impostazione marxista: le categorie usate sono la lotta di classe, la ricerca della struttura che determina la sovrastruttura (ma su questo, a mio avviso, il discorso è incompleto:

la critica alla pseudo-scienza economica e ai maîtres à ne pas penser, così come la critica della politica della pseudo sinistra, sono precise e puntuali, ma non si apporofondiscono a sufficienza i meccanismi che “producono” quegli esiti) e infine, come dicevo, la necessità di passare a un nuovo modo di produzione (Pandolfi, a differenza di Marx per necessità intende non qualcosa che necessariamente capiterà, ma qualcosa che è necessario fare se si vuole evitare la catastrofe – in ciò giustamente distaccandosi da un punto debole del pensiero di Marx). Coerente con Marx (non solo con lui, ma certamente lontana dalla scienza economica praticata dagli economisti mainstream) è anche la ricchezza di dati e citazioni con cui vengono suffragate le affermazioni contenute nel testo.

Proseguo elencando quelli che sono, a mio avviso, i pregi e i difetti del libro. I pregi principali sono due. Del primo si è già detto: è una moderna riproposizione della necessità di ripensare radicalmente le caratteristiche fondamentali del modo di produzione capitalista nell’ottica di un suo superamento, e quindi di ripensare il e al socialismo. Il secondo è l’essere riuscito, in un modo convincente e con un supporto molto valido di dati e di riferimenti, a ricondurre le varie crisi (economica, ideologica, politica – sia nel rapporto fra Stati che in quello fra partiti) a una sintesi che rende conto assai bene delle interrelazioni fra di esse; una sintesi basata, come è giusto, sull’analisi dell’evoluzione del sistema capitalista in cui viviamo. Aggiungo la chiarezza, la ben documentata critica dell’economia mainstream come non-scienza e come ideologia, la denuncia della sinistra moderata come assimilabile alla destra per quanto riguarda l’accettazione del neoliberismo come paradigma non modificabile (p. 21: «In Italia ci sono stati tanti governi ma una sola economia»), e anche la rivalutazione di uno studioso marxista ormai indebitamente dimenticato, e cioè Paul Sweezy, uno studioso che è stato molto importante ai tempi della mia formazione, mezzo secolo fa. E ci sono alcune osservazioni puntuali molto valide, per es. (p. 21) sul rovesciamento di significato del termine “riforma” oppure (p. 24) sul neoliberismo come visione del mondo oltre che (pseudo) teoria economica, o ancora sulla inconsistenza interna del piano Draghi (cap. 4).

Vengo alle critiche. Come inevitabile in un testo militante, c’è qualche inesattezza, che però non toglie validità agli argomenti di fondo. Per esempio, a p. 120 è scritto che «d’altro canto, si potrebbe aggiungere, gli albori del capitalismo industriale videro coniugarsi perfettamente la piena occupazione e il più bestiale sfruttamento del lavoro», cosa non vera; e a p. 48 che l’Italia è al terzo posto fra i paesi sviluppati come livello di diseguaglianza, altra cosa non vera. Ma su un piano più sostanziale, le mie osservazioni appartengono perlopiù a quella categoria di osservazioni che nel dibattito accademico vengono definite “suggerimenti per la ricerca futura”, in altri termini nell’indicazione di punti importanti ma che proprio perché tali meriterebbero di essere approfonditi.

In primo luogo, mi pare che ritenere che la lotta di classe sia ancora quella tradizionale fra lavoratori salariati e capitalisti sia limitativo. Il numero di proletari, e il loro sfruttamento, sono ancora caratteristiche molto più presenti di quanto vorrebbero i teorici della fine della lotta di classe (fra i quali la sinistra moderata); ma quello che è cambiato è il loro ruolo nella produzione, che ha perso quella centralità che per Marx rendeva i padroni superflui. Tenendo conto di ciò, sarebbe stato opportuno dare un maggior peso alla tradizione cosiddetta neocorporativa e più in generale al modello socialdemocratico, che assumeva, sulla base proprio della trasformazione del ruolo e della natura stessa della classe operaia, che gli interessi dei lavoratori andassero difesi e promossi partendo dal loro status di cittadini, dato che quello di lavoratori non offriva una sufficiente base di interessi comuni. Sull’altro lato della lotta di classe, lo strapotere del capitale finanziario non è più un aspetto particolare del dominio dei padroni delle imprese produttive (manifatturiere o di servizi), ma qualcosa di qualitativamente nuovo, che crea contraddizioni reali e profonde fra grandi proprietari del capitale finanziario e capitalisti tradizionali, come sottolineato a suo tempo da Gallino (Finanzcapiatlismo,2011) e più recentemente (2023) da Enrico Grazzini nel suo eccellente Il fallimento della moneta. L’attuale predominio della finanza è talmente colossale da essere qualcosa di qualitativamente diverso da quanto studiato a suo tempo per esempio da Hilferding. Non è impossibile che questa novità, unitamente allo sviluppo di tecnologie tali da modificare radicalmente la natura stessa delle forze produttive, stiano introducendo un nuovo modo di produzione; ma naturalmente è troppo presto per potere valutare adeguatamente questa ipotesi.

Per quanto in discussione qui, è certamente vero che ciò che sta succedendo smentisce non solo una serie molto lunga di luoghi comuni, ma anche una visione del mondo basata sulla scomparsa delle classi e sul buon funzionamento della “democrazia borghese”; non è però necessariamente vero, e anzi a mio avviso è sbagliato, che ciò implichi che l’intero assetto della società sia ancora determinato dalla lotta di classe fra lavoratori e padroni del capitale industriale, come del resto riconosce l’autore (p. 106) quando scrive (in parte contraddicendo il giudizio negativo che dà sulle politiche keynesiane) che «oggi come ieri, nondimeno, non può che essere lo Stato a condurre l’economia e la società su una strada nuova. L’alternativa alla voracità e al cinismo del mercato non può che essere il ritorno di uno Stato che non solo investe (o peggio ancora apparecchia la tavola agli interessi dell’élite economica), ma pianifica, legifera per eliminare gli squilibri di potere nel mercato del lavoro e per ridurre l’orario dello stesso; sottrae i lavoratori al ricatto del capitale investendo risorse adeguate nel reddito di base universale, usa la leva fiscale per redistribuire la ricchezza prodotta nel Paese, riprende il controllo di settori strategici e ripubblicizza servizi essenziali».

Queste mie osservazioni sono naturalmente opinabili; ritengo che su di esse si potrebbe discutere a lungo e utilmente. In effetti il libro di Pandolfi costituisce una base molto valida per lo sviluppo di un dibattito su alcuni concetti fondamentali quali lotta di classe, lavoratore, sfruttamento e socialismo, che continuano a esser cruciali per qualsiasi discorso serio sull’attuale situazione economica e sociale, e che con troppa fretta sono stati giudicati superati o superflui.

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