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lantidiplomatico

La sicurezza globale in un mondo multipolare e post-americano

di Pino Arlacchi

Negli ultimi decenni si sono affermate due concezioni della sicurezza globale. La prima si incarna nella potenza militare americana, che pretende di garantire la sicurezza su scala planetaria attraverso una macchina bellica senza precedenti nella storia. La seconda risiede nella “potenza civile” del resto del mondo, fondata su accordi politici e commerciali, aiuti economici, promozione dello sviluppo e missioni multilaterali di pace.

Dopo l’invasione russa dell’Ucraina, i governi e i media occidentali hanno creduto di agire a nome del mondo intero nell’ingaggiare uno scontro estremo con la Russia per difendere regole di sicurezza e di giustizia internazionale condivise dall’intero pianeta.

Purtroppo il resto del mondo non la pensava così. I fatti hanno dimostrato che ad essere isolato era il blocco euro-americano, non la Russia. Dopo aver condannato all’ONU la violazione della sovranità ucraina, quasi il 90 per cento degli Stati membri si è rifiutato di schierarsi con la NATO in una crociata antirussa.

A inquadrare la questione in termini apocalittici, come una lotta tra valori supremi e tra civiltà e caos, sono rimasti soltanto i paesi dell’Alleanza atlantica e pochi altri.

Al di fuori dei membri della NATO e dei partner tradizionali dell’America in Asia orientale, nessun paese ha accettato di inviare armi e aiuti militari all’Ucraina o di imporre sanzioni alla Russia.

Mi riferisco alle nazioni dell’Africa, dell’America centrale e meridionale, dell’Asia centrale e meridionale. Come hanno osservato sconsolati Gfoeller e Rundell su Newsweek, l’87 per cento della popolazione mondiale si è rifiutato di seguirci (15 settembre 2022).

Fin dall’inizio, la guerra in corso è stata presentata come una vicenda che coinvolgeva solo tre attori: l’Occidente atlantico, la Russia e l’Ucraina. Il resto del mondo è rimasto a guardare, e perfino paesi satelliti degli Stati Uniti hanno respinto le pressioni di Biden per punire la Russia.

Quando tutti i principali Stati non europei, Giappone escluso, dal Messico all’Indonesia, dal Pakistan all’India, dal Brasile al Sudafrica, e persino Israele e l’Arabia Saudita, prendono le distanze dallo Zio Sam, vuol dire che nelle relazioni internazionali qualcosa di fondamentale è cambiato. E vuol dire anche che mancano gli elementi per sostenere che sia in corso una nuova Guerra fredda o una terza guerra mondiale.

Lo scontro tra la NATO e la Russia non si è esteso perché fuori dall’Occidente questo conflitto viene considerato una questione sub-regionale come tante altre, da affrontare con gli strumenti consueti del cessate il fuoco, del negoziato e degli accordi di pace.

Il mondo è multipolare da più di trent’anni, dal 1989. Ogni polo, ogni potenza grande o piccola, tende a seguire la traiettoria dei propri interessi, dettati in parte dai bisogni della propria popolazione. I sondaggi globali ci dicono che l’ultima cosa a cui pensano i cittadini del pianeta è finanziare una corsa agli armamenti a scapito della lotta alla povertà e della ricerca della prosperità.

Il tentativo di dividere di nuovo il mondo in due campi, questa volta le democrazie liberali filoamericane contro le tirannie filocinesi e filorusse, è un’operazione politica destinata al fallimento.

Lo è anzitutto per lo spostamento degli equilibri del potere mondiale. Gli Stati Uniti rappresentano appena il 4,2 per cento della popolazione mondiale e solo il 16 per cento del PIL globale, contro il 50 per cento del 1950. Il PIL dei BRICS (Cina, Brasile, Russia, India e Sudafrica) supera ormai quello del G7. La popolazione del G7 è appena il 6 per cento di quella mondiale, contro il 41 per cento dei BRICS. Secondo i dati 2022 del Fondo monetario internazionale, i paesi “emergenti e in via di sviluppo” producono oggi il 58 per cento del PIL mondiale misurato a parità di potere d’acquisto, contro il 30 per cento dei paesi del G7.

Nell’ottobre 2022 l’Università di Cambridge ha pubblicato uno studio sugli atteggiamenti dell’opinione pubblica mondiale verso le grandi potenze: Cina, Russia e Stati Uniti. Lo studio è viziato da un pregiudizio, perché adotta lo schema di un Occidente liberale filoamericano contrapposto a un resto del mondo illiberale. Rivela tuttavia una netta preferenza per Cina e Russia tra i cittadini dei 137 paesi “illiberali”: il 70 per cento, cioè 6,3 miliardi di persone, ha un’opinione favorevole della Cina, e il 66 per cento della Russia.

Nelle cosiddette “democrazie liberali”, invece, il 75 per cento, ovvero 1,2 miliardi di individui, ha un’opinione sfavorevole della Cina, e l’84 per cento della Russia. Il rapporto è di cinque a uno a favore di Russia e Cina.

Stiamo assistendo alla fine dell’egemonia globale degli Stati Uniti, perché un mondo multipolare è già una realtà. Le nazioni non occidentali vedono in un sistema multilaterale imperniato sulle Nazioni Unite la sede più adatta a promuovere la pace e la prosperità nel mondo.

Il nuovo multipolarismo deve fronteggiare sfide inedite come la sicurezza ambientale, ma sono le minacce di lunga data a destare le preoccupazioni più urgenti. Il disarmo e la non proliferazione sono questioni cruciali da affrontare, ed è indispensabile una nuova governance globale dotata di regole e meccanismi decisionali più solidi di quelli attuali.

Per fortuna, l’arena principale della governance globale non è più quella di settant’anni fa. Non abbiamo più soltanto le istituzioni di Bretton Woods e i loro derivati. Il panorama si è arricchito con la nascita, nell’orbita dei BRICS, di un polo dell’aiuto internazionale più trasparente e cooperativo, formato dalle due nuove banche di sviluppo: la Nuova Banca di Sviluppo e la Banca Asiatica d’Investimento per le Infrastrutture.

Sul piano delle organizzazioni multilaterali, accanto ai BRICS sono cresciuti in misura significativa organismi regionali e sub-regionali come l’ASEAN. In campo militare ed economico, lo sviluppo più rilevante è l’allargamento dell’Organizzazione per la cooperazione di Shanghai (SCO), che riunisce diverse nazioni eurasiatiche in una cooperazione tanto militare quanto economica.

Non si può trascurare, poi, l’ambizioso progetto cinese della Nuova Via della Seta, che mira a rafforzare la connettività fisica e politica dell’Eurasia. La sua integrazione con l’Unione economica eurasiatica guidata dalla Russia sta accelerando rapidamente l’integrazione del continente.

Questo multipolarismo concreto ha incrinato il predominio delle istituzioni di Bretton Woods e sta aprendo la strada a un ordine mondiale più stabile e pacifico. Un ordine capace di autoregolarsi, che ha messo in luce quanto l’egemonia globale americana sia ormai superflua e dannosa.

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