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L'operazione è riuscita, il paziente è morto

Ruggero Paladini

L'osservazione delle altre crisi mostra che non si riassorbono da sole, è indispensabile uno stimolo pubblico per l'economia, tornando per esempio alle indicazioni del piano Delors. Se l'Europa insisterà a perseguire il pareggio di bilancio la recessione si aggraverà

Il 14 ottobre i giornali portavano due notizie: il premio Nobel a Paul Krugman e la dichiarazione di Berlusconi: “Bush passerà alla Storia”. Curioso accostamento, perché mentre per il nostro (purtroppo!) premier la Storia dovrebbe considerarlo un grande presidente, per l’economista la valutazione è esattamente opposta; la scelta tra Krugman e Berlusconi in effetti non è difficile. Il Nobel è stato assegnato a Krugman per i suoi lavori sul commercio internazionale, ma l’economista è da anni un editorialista del New York Times, da dove spara ad alzo zero sull’amministrazione Bush, da posizioni tipicamente keynesiane. E’ possibile che la stessa attribuzione del Nobel sia stata favorita dallo scoppio della crisi finanziaria.  

Il nome di Keynes è tornato sulle pagine dei giornali, così come il paragone tra il “ventinove” e la crisi attuale. Lo scoppio di una bolla è ovviamente un elemento in comune alle due crisi, ma la lezione principale che la grande depressione ci ha dato è che, una volta esauritasi la bolla, il mercato non è in grado di risollevarsi da solo. Anche dopo gli interventi europei volti a rianimare il mercato del credito interbancario, siamo ben lontani dal ripristino di condizioni normali, anche se i tassi euribor hanno incominciato a flettere; del resto Stefan Ingves, attuale governatore della banca centrale svedese, che organizzò il salvataggio delle banche degli anni novanta, ha affermato che ci sono voluti tre anni per tornare alla normalità (e quindici anni perché il Tesoro svedese recuperasse i tre punti di Pil impegnati nel salvataggio delle banche).

 

In un empito di ottimismo, supponiamo pure che il ripristino di un normale funzionamento del mercato del credito (a tassi normali) sia più celere; si può pensare che ciò basti a fare uscire dalla fase recessiva l’economia europea e nordamericana? E molto probabile che ci troveremmo nella situazione che un tempo era definita del “cavallo che non beve”. Ci sarebbe cioè un problema di domanda; le imprese non investono, e quindi le richieste alle banche sono basse (oppure dipendono da situazioni di difficoltà finanziarie, e allora saranno le banche ad essere restie a concedere prestiti), le famiglie non aumentano i consumi e molte li riducono, le esportazioni trovano mercati di sbocco molto ridimensionati. In questa situazione l’intervento della domanda pubblica diventa il volano necessario da mettere in funzione,

La vecchia proposta di Delors, di un finanziamento comunitario delle grandi reti infrastrutturali europee, ora ripresa da Tremonti, torna di attualità; si tratterebbe di un intervento che agisce sia dal lato della domanda che dal lato dell’offerta, per gli effetti di aumento della capacità produttiva. Il principale ostacolo è sempre stato l’opposizione dei grandi gruppi finanziari, ai quali non fa certo piacere avere un concorrente sul mercato dei capitali. Ma oggi essi sono in difficoltà, e da questo punto di vista il momento sarebbe favorevole.

Ma non basta; oltre a far agire gli stabilizzatori automatici sia dal lato delle entrate (minori imposte per i redditi da lavoro) che dal lato della spesa (ammortizzatori sociali), si dovrebbero prendere misure discrezionali a sostegno dei redditi bassi; inoltre si dovrebbero rilanciare gli investimenti pubblici (in Italia ad esempio per la ricerca). E le regole europee? Ebbene sarebbe il momento di organizzare un requiem per il Patto di Stabilità, sotto forma magari di un “ritorno al 104 C” (l’articolo del Trattato sui disavanzi eccessivi). Infatti nel Trattato di Maastricht c’è l’idea di un debito pubblico di equilibrio; è nel Patto che la regola del bilancio in pareggio implica una continua diminuzione della quota del debito pubblico, tendenzialmente fino all’azzeramento. I paesi che hanno un livello più basso di debito potrebbero aumentarlo, mentre quelli, come l’Italia, che lo hanno più alto, dovrebbero mantenere le misure di intervento entro limiti tali da non farlo crescere. Per l’Italia i margini espansivi sarebbero minori, ma comunque significativi (un punto di Pil).

Purtroppo è facile prevedere che tutto quello che accadrà sarà un qualche rinvio delle date di raggiungimento del pareggio del bilancio: del resto a Bruxelles pensano di concedere “qualche punto decimale” sopra il 3% di disavanzo. Del resto, anche il nostro ministro dell’Economia, che si è distinto per l’audacia dei suoi attacchi al liberismo (denominato “mercatismo”), sembra infatti affezionato al feticcio del bilancio in pareggio. Il rischio è che così facendo la recessione possa aggravarsi, costringendo alla fine ad interventi tardivi, quando invece la manovra espansiva dovrebbe partire subito.

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