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una citta

La moneta di conto

Intervista a Massimo Amato e Luca Fantacci*

L’incredibile vicenda dei mutui subprime, alla cui origine c’è la rescissione di ogni rapporto tra debitore e creditore. Il paradosso di una finanza che non riesce a pensare il suo oggetto, la moneta. La proposta originale e “pacifista” di Keynes, rimasta inascoltata a Bretton Woods

La crisi che stiamo vivendo appare contemporaneamente molto profonda nei suoi effetti e poco chiara nelle sue origini, partiamo da qui?

Luca Fantacci. Questa crisi, che è nata in un settore circoscritto di un paese specifico e si è poi estesa anche ad altri settori e ad altri paesi, viene definita come “crisi di liquidità” o “crisi dei subprime”, dove il termine subprime si riferisce a strumenti finanziari nuovi, che miravano ad estendere l’accesso al credito a strati sempre più estesi, in particolare per consentire l’acquisto della prima casa. L’aspetto problematico della faccenda, quello che è poi esploso con la crisi, è stato il modo in cui questo credito è stato erogato. Possiamo, infatti, convenire che permettere di acquistare una casa a chi non l’ha e non se la può permettere sia un obiettivo sociale condivisibile, ma il problema è che questo accesso è stato consentito a credito anche a persone che non avevano nessuna possibilità di generare un reddito tale da ripagare quel credito. Le banche, infatti, erogavano un credito nella prospettiva che potesse essere remunerato e riscattato non a partire dal reddito del debitore, e quindi dal suo lavoro, ma dall’incremento del valore di mercato della casa.

La crescita dei prezzi degli immobili era a sua volta sostenuta dalla facilità d’accesso al credito, in un circolo che era vizioso già nella sua fase ascendente, ma che le banche hanno potuto alimentare senza remore perché l’innovazione finanziaria le metteva al riparo dal rischio di credito. Infatti, il debito del mutuatario non era messo a bilancio dalla banca, ma veniva immediatamente “cartolarizzato”, cioè trasformato in titoli, i subprime, a loro volta emessi sul mercato internazionale, dove c’erano molti investitori che, in una situazione di calma finanziaria, con rendimenti decrescenti su tutti i fronti, avevano l’unico problema di trovare un impiego redditizio per i propri risparmi. Tuttavia qui nasce il primo grosso problema: mentre nel classico mutuo la banca e il mutuatario sono solidali, cioè sono legati in un rapporto di lunga durata dall’interesse condiviso a che il mutuatario possa pagare il suo debito, con la cartolarizzazione si rescinde ogni rapporto fra debitore e creditore, giacché alla banca che ha erogato il credito solo per rivenderlo a terzi, non importa più nulla che venga ripagato o meno. La banca, infatti, ha già realizzato il suo affare, ha già ottenuto dei proventi sotto forma di commissione su queste operazioni: sul suo bilancio non risulta più niente, non ha più nessun interesse in gioco. Questo meccanismo ha portato a che, progressivamente, al momento dell’erogazione del credito, non ci fosse più nessun interesse a valutare se chi prendeva in prestito i soldi fosse poi in grado di restituirli. Tutto ciò per qualche anno ha funzionato, ha consentito ad ampie fasce di popolazione di accedere al credito, ha sostenuto la bolla immobiliare -perché questa facilitazione del credito era pure un modo per dare da lavorare a tutto il settore delle costruzioni-, ha fatto guadagnare le banche e gli investitori in tutto il mondo. Il problema, però, è che, come si è poi visto, tutto il sistema si reggeva sul fatto che questi titoli continuassero ad avere degli acquirenti che, a loro volta, c’erano fintanto che il mercato immobiliare si espandeva, in modo tale che la rivalutazione dell’immobile fosse in grado, di per sé, di ripagare il mutuo quasi senza lavorare.

Dicevo prima che la peculiarità del sistema che abbiamo visto era quella di rescindere il rapporto fra creditore e debitore, e questo ci porta all’altra definizione di questa crisi, cioè “crisi di liquidità”. Quel che, infatti, è entrato in crisi, è stato un sistema in cui il credito non aveva più la forma di un rapporto solidale fra creditore e debitore, ma di un titolo liquido, ossia sempre negoziabile sul mercato, il che, in generale, implicava che il credito venisse sempre meno erogato in vista del suo pagamento e sempre più in vista della sua negoziazione in forme sempre più differenziate. In effetti, questi titoli sono stati spesso acquisiti da fondi che avevano nel loro portafoglio una varietà di titoli di questo genere, i quali venivano “spacchettati” e “reimpacchettati” in maniera tale da offrire sul mercato diversi profili di rendimento e di rischio, per soddisfare tutti i gusti del possibile investitore -vuoi rischiare tanto e guadagnare tanto o vuoi rischiare poco e guadagnare poco?-, senza che ci fosse più alcun legame tra il titolo che andavi a comprare e quella particolare casetta della periferia di Chicago…

Questo non significa, peraltro, che fosse rescisso ogni legame con l’economia reale. E’ stata infatti l’inversione di tendenza sul mercato immobiliare a mettere in crisi tutto il meccanismo. Lo straordinario incremento dei prezzi delle case aveva a tal punto stimolato le nuove costruzioni da creare un eccesso di offerta. Allora, i prezzi hanno cominciato, non a diminuire, ma semplicemente a crescere meno del previsto. Questo, però, è stato sufficiente perché i crediti erogati, in vista della crescita del mercato immobiliare, non fossero più coperti dai valori delle case. Così, i debitori hanno cominciato ad andare in bancarotta, la qual cosa ha indotto le banche a ricalcolare tutta la struttura del rischio connessa, che a sua volta ha avuto un effetto immediato sulle aspettative che reggevano l’andamento di tutti i titoli. Questa crisi di fiducia è stata contagiosa e si è innanzitutto scaricata sulle banche, sugli intermediari finanziari, sulle compagnie assicurative che avevano acquistato quei titoli, nella presunzione che si rivalutassero ulteriormente. Rovesciandosi le prospettive, questi investitori hanno cercato di smobilizzare il più presto possibile quei titoli, hanno cercato di vendere altri titoli per coprire le perdite, e hanno subito essi stessi una vendita dei propri titoli. Tutto questo ha fatto sì che si cominciasse a vendere titoli non soltanto nei settori in cui la crisi è cominciata, ma anche in altri, così innescando il ribasso generale degli indici di borsa, cosa questa che accomuna la crisi attuale a quella del ’29. Va detto, però, che la peculiarità della crisi odierna è che a scatenare il tutto, cioè i titoli subprime, sono titoli che, formalmente, non hanno un mercato sulle piazze regolamentari, ma vengono negoziati over the counter, cioè sulla base di rapporti bilaterali. Questo significa che, se non ci sono acquirenti, non soltanto il prezzo scende, ma letteralmente non c’è, perché finché non si arriva ad un accordo tra compratore e venditore non c’è nessun prezzo. Quando si è parlato della difficoltà di misurare le perdite per il sistema bancario, si stava appunto parlando del fatto che quei titoli non avevano un prezzo di mercato pur essendo stati messi a bilancio. Da questa difficoltà è derivata la crescente diffidenza nei confronti delle banche da parte dei loro finanziatori, che si è manifestata nella drastica riduzione dei prestiti fra le banche stesse e in alcuni casi, come quello della Northern Rock, nel ritiro dei depositi agli sportelli. Ne sono risultate ingenti perdite per il sistema bancario, e quindi salvataggi e fallimenti, di cui Lehman Brothers è solo il caso più noto. Ora, la crisi del sistema finanziario ha delle ricadute gravi sull’economia reale, perché, ovviamente, se le banche falliscono, non solo si perdono i risparmi, ma le aziende, non trovando credito, sono costrette a chiudere…

 

Di fronte a tutto questo, gli interventi predisposti dai vari paesi servono?

Fantacci. Il fatto che crollino le borse espone il risparmiatore a rischi rispetto ai quali non c’è nessun tipo di protezione da parte del sistema bancario o dei governi. Ciò che è garantito da appositi provvedimenti sono soltanto i depositi e i conti correnti, ma questa è la minoranza del risparmio: ormai chi è che non ha acquistato azioni o obbligazioni? Tuttavia, gli effetti più gravi e persistenti della crisi sono quelli indiretti e devono ancora farsi sentire. Infatti, in conseguenza di questa crisi, stanno aumentando i tassi di interesse. L’aumento è dovuto al fatto che, se non c’è fiducia nemmeno fra gli istituti di credito, questi saranno disposti a prestarsi dei soldi a vicenda soltanto a dei tassi molto elevati. In prima battuta, quindi, aumenta il costo del denaro per le banche, il che provoca, a cascata, l’aumento del costo del denaro per chi ha dei mutui e per le imprese. Questo è un altro meccanismo di trasmissione della crisi all’economia reale, perché, se le imprese faticano ad approvvigionarsi dei soldi necessari per fare degli investimenti, è chiaro che faranno meno investimenti, quindi dovranno ridimensionare, anziché accrescere, i loro volumi di attività, il che significa una riduzione dell’attività economica, quindi anche dell’occupazione. L’aspetto forse più inquietante di questa crisi, anche perché nuovo e peculiare rispetto a quelle precedenti, è che la crescita dei tassi di interesse avviene a dispetto del fatto che le autorità di politica monetaria abbiano cercato di abbassarli: gli strumenti convenzionali di politica monetaria si sono rivelati, sinora, quasi del tutto inefficaci. Infatti, è dall’inizio della crisi che, anche in considerazione di quanto avvenuto nel ’29, le banche centrali, e in particolare la Fed (cioè la banca centrale degli Stati Uniti), hanno cercato di concertare una politica monetaria espansiva, immettendo ingenti quantità di denaro nel sistema bancario appunto per ridurre il tasso di interesse. La mancanza di coordinamento era stata responsabile degli effetti devastanti della crisi del ’29, per cui questa concertazione è sicuramente una novità storica. Tuttavia sembra non servire a molto, perché i soldi che vengono immessi dalle banche centrali perlopiù non vengono utilizzati dal sistema bancario, proprio a causa della mancanza di fiducia di cui parlavamo prima. E’ indicativo che, delle centinaia di miliardi messi in circolazione dalla Banca Centrale Europea (Bce), una buona parte siano stati ridepositati dalle banche presso la Bce, ovviamente prendendo tassi di interesse inferiori a quelli che esse pagano, quindi con una perdita secca tra gli interessi passivi e gli interessi attivi.

Si è quindi passati, e questo dà la misura del cambiamento d’epoca, da una situazione in cui qualunque investimento andava bene e gli investitori andavano a cercarsi il rischio col lanternino, ad una situazione in cui l’investimento più sicuro è un mazzetto di banconote sotto il materasso o nei caveau delle banche. Questa è appunto la crisi di liquidità: la scomparsa dal mercato di quella massa monetaria che fino all’altro ieri era sovrabbondante.

In ogni caso è chiaro che, prima o poi, da qualche parte questi soldi dovranno andare. Adesso sono fermi, ma c’è da immaginare che, dopo un po’ che vengono tenuti fermi, e temendo che possano svalutarsi, venga la voglia di spenderli in un modo o nell’altro. E’ stato un meccanismo del genere che ha portato all’aumento del prezzo delle materie prime e dei cereali cui abbiamo assistito circa un anno fa. Si è additata la speculazione come responsabile dell’impennata dei prezzi dei prodotti agricoli, in particolare del grano, ma non bisogna pensare che a fare queste operazioni fossero avidi speculatori senza scrupoli, disposti a lucrare sulla fame della povera gente; si trattava semplicemente di intermediari che, per investire al meglio i risparmi loro affidati, visto che il mercato immobiliare o quello borsistico erano abbastanza fermi, hanno pensato di comprare materie prime o prodotti agricoli.

 

Ma se questa crisi non è tanto dovuta al finanziere cattivo che vuole il male della gente per il suo guadagno, significa che è veramente l’intero meccanismo a non funzionare più?

Massimo Amato. Credo che siano da prendere molto sul serio le affermazioni, a volte fatte in maniera inconsapevole, a scopo demagogico o di rassicurazione, sul fatto che la finanza debba essere al servizio dell’economia reale. Ma cosa significa stabilire un rapporto tra economia finanziaria ed economia reale? Di fronte a quanto sta succedendo, infatti, si può certo continuare a ritenere che la crisi sia semplicemente il risvolto negativo di un andamento ciclico: c’è una crescita, un punto di inversione, una decrescita, un altro punto di inversione, un’altra crescita, ed il tutto, nel cosiddetto “lungo periodo”, delineerebbe un trend crescente. Ma ci si può anche chiedere se non sia necessario guardare a questo sistema nel suo complesso e nei suoi fondamenti. Si potrebbe dire, un po’moralisticamente, che questa crisi sia il prezzo della prosperità ottenuta prima, ma, siccome non ci si può accontentare di “fare la morale alla tecnica”, credo che ci si debba invece chiedere per quale ragione questo sistema finanziario sia fatto in modo da avere bisogno sia di prosperità fittizia sia di crisi in cui non perdono solo gli speculatori avidi che hanno rischiato ma, indistintamente e casualmente, tutti quanti. In altri termini, perché non c’è più alcuna differenza effettiva fra il sistema finanziario, dove il denaro genera denaro, ed il sistema dell’economia “reale”, dove il lavoro genera le cose?

Fra l’altro, questa confusione di piani è avvenuta ed avviene sotto gli occhi imbarazzati degli economisti, che non solo non sanno dire da dove venga tale confusione, ma nemmeno sanno dire come dovrebbe essere un rapporto sano fra finanza ed economia. Sul fatto che la finanza debba essere al servizio dell’economia reale possono essere d’accordo l’uomo della strada e il buonsenso di cui ognuno di noi è dotato, ma gli economisti dovrebbero anche dirci come questo rapporto strumentale deve potersi verificare, ossia come deve essere fatto il denaro per poter essere strutturalmente al servizio dell’economia che produce e rende disponibili i beni. Il problema, insomma, non è tanto una più o meno constatabile cattiva qualità morale dei finanzieri, ma il fatto che questo sistema finanziario è costruito in modo tale che non è possibile distinguere un investimento produttivo “buono”, nel senso propriamente tecnico del “buono a qualche cosa”, da uno puramente speculativo. In questo senso, la crisi potrebbe indicare non solo la fine pratico-operativa di un sistema, e il capolinea della preminenza occidentale nella finanza, ma anche il termine di una sonnolenza dogmatica, se si può dire così, rispetto all’oggetto stesso della finanza, cioè alla moneta. A ben guardare, uno dei problemi che questa crisi mette in luce, e che viene prima di ogni distinzione morale, è infatti che ciò di cui la finanza tratta, e cioè la moneta, la finanza non riesce a pensarlo, non riesce a sapere cosa sia, ed è difficile poter usare bene qualcosa senza sapere che cosa si stia usando.

E’ un problema “ontologico” prima che morale: devo sapere se una cosa è buona, ossia se è propriamente addetta a fare ciò che deve fare. Ora, la finanza non ha mai pensato la moneta, e anzi si potrebbe dire che la finanza con la quale ci troviamo deriva proprio da un’insufficienza del pensiero occidentale rispetto alla moneta.

Luca, prima, accennava al fatto che gli interventi attuati adesso, con l’immissione di moneta nel sistema bancario, paiono non funzionare granché, perché questa stessa moneta non viene reimmessa nel sistema economico. Questo scarto indica che la moneta si sta comportando in modo da non rispettare la sua rappresentazione dogmatica, che è quella di essere una merce come le altre. Ma questo non vuol forse dire che il problema è proprio relativo alla nostra comprensione della moneta stessa?

Se la moneta fosse semplicemente una merce, un aumento della sua quantità in un mercato ben congegnato dovrebbe determinare la caduta del suo prezzo, noi siamo invece di fronte al fatto che un aumento della quantità di moneta non ha determinato nessuna riduzione del prezzo, cioè del tasso di interesse. Non dovremmo allora chiederci se questo non sia l’indizio del fatto che la moneta, nonostante noi vogliamo che sia una merce, in realtà non lo è? Questo, a nostro giudizio, dovrebbe essere un primo indizio da non sottovalutare in vista di una possibile riforma. “Tornare a Bretton Woods”, infatti, può voler dire tante cose, ma quel che meno c’è da augurarsi è che significhi tornare a commettere gli stessi errori fondativi di Bretton Woods, cioè essenzialmente pensare alla moneta come una merce. A Bretton Woods, nel ’44, non si inventò niente; piuttosto, si rafforzò una dogmatica già costituita a partire dal ‘700, quella della moneta-merce, e la si rese definitiva, decidendo addirittura che una moneta-merce nazionale, cioè il dollaro, potesse costituire il perno strutturale di un sistema monetario internazionale…

 

Allora, però, il dollaro era agganciato all’oro…

Amato. Certo, il dollaro era agganciato all’oro, ma vi era agganciato secondo una formulazione che ha consentito senza nessun problema, nel ’71, di sganciarvelo, risolvendo a favore del dollaro il dilemma che non era stato affrontato nel ’44, cioè se il perno del sistema fosse il dollaro o l’oro. E’ stata proprio questa scelta di abbandonare l’oro e di agganciarsi al dollaro nel mercato internazionale ad originare il mancato riassorbimento di una liquidità internazionale quantitativamente mostruosa e potenzialmente inflattiva che, in tal modo, ha dovuto cercare sbocchi nell’espansione dei mercati finanziari. I mercati attuali sono figli della decisione di togliere alla moneta finanziarizzata l’ultimo aggancio a un limite fisicamente tangibile, ossia la quantità di oro disponibile. Da quel momento in poi il denaro ha potuto sussistere solo nella misura in cui il suo aumento quantitativo trovava degli sbocchi nei mercati finanziari Per certi versi, i mercati finanziari non sono altro che lo sbocco, problematico per giunta, di un denaro destinato a crescere.

A Bretton Woods, in cui si confrontarono le due potenze dell’epoca, Stati Uniti ed Inghilterra, sul tappeto c’era però anche un’altra proposta, cioè quella di John Maynard Keynes, appoggiata dall’Inghilterra, che prevedeva l’introduzione di una moneta internazionale costruita per non essere una merce, ossia di una moneta il cui valore non dipendesse dalla sua contrattazione sul mercato. L’impossibilità che abbiamo oggi di distinguere fra moneta e credito nasce dal fatto che la moneta è già, in qualche modo, un asset finanziario, cioè una ricchezza in sé, e che il credito è costantemente monetizzabile, ossia convertibile in moneta contante. Ciò che Keynes proponeva era una moneta che non potesse essere pensata come una ricchezza, come un asset finanziario a se stante.
Keynes definiva la moneta come “quella cosa che serve a pagare i debiti”, ma ciò implica che la moneta non possa essere nello stesso ordine di ciò che deve pagare e che, quindi, occorra distinguere tra moneta e credito e far sì che la moneta sia davvero ciò che consente di pagare i debiti, possibilmente non con altri debiti.

Il piano di Keynes proponeva allora l’introduzione di una moneta internazionale (cioè di nessuna nazione particolare, ossia tale da presupporre il permanere di monete nazionali) che doveva servire al pagamento dei trasferimenti di merci da un paese all’altro, cioè il commercio internazionale. Invece, il sistema che si costituì a Bretton Woods agganciava dollaro e oro, un agganciamento dovuto al fatto che, allora, gli Stati Uniti possedevano l’85% delle riserve auree, per cui dire dollaro o oro era allora la stessa cosa. La proposta di Keynes era invece una moneta internazionale non nel senso dell’oro -che è sì internazionale, ma che di volta in volta, nello stesso tempo, è nazionale perché appartiene pur sempre a qualcuno-, e che non potesse essere posseduta da nessuno. Doveva essere solo una moneta di conto, con l’unica funzione di denominare i rapporti di debito e credito che si generano tra i paesi a partire dagli scambi commerciali.

Sempre secondo Keynes, il sistema basato su una moneta di conto avrebbe dovuto funzionare istituendo una banca internazionale, la Clearing Union, in cui non si sarebbero versati soldi (come invece succede con il Fondo Monetario Internazionale), ma a cui tutti i paesi avrebbero partecipato aprendo un conto corrente che inizialmente avrebbe avuto un saldo zero. Il saldo di ciascun paese sarebbe diventato positivo o negativo a seconda che il suo bilancio commerciale diventasse attivo o passivo.

In sostanza, il sistema avrebbe dovuto funzionare così: se io ho un saldo commerciale negativo nei confronti di un altro paese, cioè importo più di quanto esporti, questo comporta la registrazione di un saldo negativo sul mio conto corrente presso la Clearing Union e un correlativo saldo positivo per la mia controparte; un saldo positivo che, tuttavia, quest’ultimo può usare con tutti gli altri paesi, tant’è che, se questo stesso paese ha un debito nei confronti di un terzo paese, debito e credito si compensano e quindi fanno registrare una posizione di equilibrio di bilancio senza alcun movimento di capitali.

 

La Clearing Union e la moneta di conto, quindi, avrebbero dovuto evitare gli squilibri eccessivi, quale, ad esempio, il colossale debito estero degli Stati Uniti...

Amato. Forse avrebbero anche impedito loro di svolgere una politica di potenza. La proposta di Keynes era infatti un’ipotesi pacifista, giacché, proprio per i meccanismi su cui si fondava, consentiva di distinguere tra una finanza per l’economia e una finanza per la guerra, una distinzione che, invece, nel sistema finanziario vigente, e fin dalla sua istituzione, non si è mai data. Questo sistema, anzi, ha strutturalmente mischiato le cose, fino a renderle letteralmente inscindibili, tanto che potremmo affermare che, anche quando non guerreggiamo, le nostre sono economie di guerra. Sono, cioè, economie in cui non è possibile distinguere fra finanza per la distruzione e finanza per la produzione. L’idea di istituire una moneta unicamente di conto portava con sé anche la possibilità di risolvere i problemi dell’economia internazionale in maniera da poter consentire ai paesi europei, devastati dalla guerra, di indebitarsi per la loro ricostruzione nei confronti della comunità dei paesi scambianti e non nei confronti di un solo paese, come invece è accaduto col Piano Marshall.

Il piano di Keynes, inoltre, prevedeva oneri non solo per i paesi debitori, ma anche per quelli creditori, perché in esso tutti coloro che fossero stati in squilibrio, cioè in deficit o in surplus, avrebbero dovuto pagare commissioni o interessi in quanto entrambi simmetricamente equidistanti dall’unico equilibrio sostenibile, che è quello che si realizza col pareggio delle bilance commerciali. Sei sotto? Paghi. Sei sopra? Paghi ugualmente, perché non sei affatto virtuoso se spendi meno di quanto guadagni, anzi eserciti un’indebita pressione deflattiva sul commercio internazionale, cioè fai in modo che gli altri facciano fatica a lavorare e a vendere i loro beni, ti esoneri unilateralmente dalla comunità in cui tutti hanno da produrre proprio perché tutti hanno dei bisogni.

L’idea centrale del piano di Keynes è di instaurare una simmetria, rispetto alla dissimmetria che si ingenera con una moneta concepita come merce, che ha una dissimmetria implicita, perché, essendo una merce oggetto di proprietà privata, se ce l’ho io, non ce l’hai tu, e se la vuoi, non te la do certo gratis. Per questo la moneta-merce tende per sua natura a non essere più un mezzo di scambio, ma una ricchezza in sé, una riserva di valore.

 

Questo vuol dire che la crisi attuale sarebbe essenzialmente dovuta alla natura tesa solo all’accumulo del capitalismo?

Amato. Ciò che viene finalmente a nudo, per chi ha occhi per vedere, non è tanto il cattivo assetto di questo o quel modo di costruire le relazioni finanziarie, ma, come dicevo, la crisi dell’architrave dogmatica fondamentale del sistema, cioè il fatto che la moneta sia una merce e, quindi, la possibilità di dare per scontata la legittimità del tasso di interesse. Potremmo dire che oggi ci sono le condizioni perché entri in crisi la convinzione che il tasso di interesse possa essere il metro sulla base del quale valutare la sostenibilità dell’attività economica, a sua volta pensata in termini di una costante crescita (e l’idea di una crescita costante è un’altra mostruosità: il fatto che le economie siano “sane” solo quando crescono, in buona logica dovrebbe costituire un problema più che una soluzione). Credo invece che si debba iniziare a porre la questione in questi termini: se la finanza deve essere al servizio dell’economia reale, può svolgere questo servizio attraverso il tasso di interesse?

Questa è una questione innanzitutto interna all’Occidente, perché è l’Occidente moderno ad aver legittimato il tasso di interesse come “criterio di verità” delle operazioni finanziare. Le civiltà tradizionali se ne sono ben guardate, ma anche l’Occidente stesso non l’ha fatto fino alla fine del ’600 e, anche oggi, altre forme di finanza -e fra queste, ci piaccia o no, anche quella islamica- continuano a non farlo. Questa osservazione ci riporta ad un altro aspetto della crisi attuale che la differenzia molto da quella del ’29. Anche quella del ’29, infatti, era una crisi al centro del sistema, ma allora il sistema finanziario occidentale non conosceva nessun tipo di contraltare, mentre oggi la crisi è “al centro” di qualcosa che non ha più un unico centro, ma fa parte di un sistema multipolare ed è ben possibile che già in questi giorni si stia verificando uno spostamento netto a favore di altri poli economici e finanziari. Per questo, secondo me, i piani su cui bisogna ragionare nella prospettiva di una riforma sono perlomeno due. La crisi attuale mostra che sta venendo a scadenza un modo di fare finanza e banca che finora è stato inteso essenzialmente come far fruttare il più possibile il denaro, cioè come crear azione di denaro attraverso il denaro, cosa che ha, comprensibilmente, suscitato dei risentimenti nei confronti dei finanzieri. Tuttavia, il loro agire non è imputabile solo alla loro “malvagità”, al loro eccesso di avidità, in realtà, quel che emerge abbastanza chiaramente è che quanto è venuto meno è stata proprio la possibilità di distinguere, sulla base del sistema che abbiamo avuto finora, un buon banchiere da un cattivo banchiere. Profumo, il presidente dell’Unicredit, qualche anno fa è stato correttamente nominato “Banchiere dell’anno” perché fare il banchiere significava esclusivamente trovare gli impieghi più redditizi per coloro che gli avevano affidato i loro soldi. Lui questo l’ha fatto egregiamente, ha internazionalizzato la sua banca, l’ha implicata nel movimento dell’innovazione finanziaria. Oggi, tuttavia, viene messo sotto accusa per questi stessi motivi, perché, a causa della crisi sistemica, anche la sua banca è rimasta impigliata nei crolli. Il problema non risiede quindi in uno dei due corni del dilemma, ma nel dilemma stesso.

Fantacci. Il problema della finanza occidentale è che non si è preoccupata di far crescere realmente l’economia. Per dare semplicemente un indizio, c’è gente che continua a fare il banchiere nonostante la crisi e ci sono dei settori che non sono in crisi, per esempio il settore dei venture capitalist. I venture capitalist sono quelli che prestano dei soldi non sotto forma di obbligazioni, non sulla base di un rapporto di cui ti disfi immediatamente cartolarizzando e vendendo titoli sul mercato, ma erogano credito acquistando partecipazioni in imprese -perlopiù di nuova costituzione e che investono in ricerca e nuove tecnologie- e vincolandosi ad esse per lassi di tempo anche lunghi, anche partecipando al Consiglio di amministrazione, e quindi agli orientamenti di quelle stesse aziende. In questo modo il creditore è direttamente azionista e fintanto che rimane azionista gli preme, eccome, che l’azienda venga gestita bene e abbia un buon esito. Questo dei venture capitalist è l’indizio di una finanza che prescinde dal tasso di interesse, in cui l’investitore non sa in anticipo quanto gli renderà il denaro impiegato, in cui i profitti e le perdite si calcolano ex post, non ex ante. Questo modo di agire ha una storia molto antica e molto nobile. Come diceva Massimo prima, la finanza, in Occidente, non comincia con lo sdoganamento del tasso di interesse, ma ben prima, quando le pratiche finanziarie comuni passavano dalla condivisione del rischio, nella forma della commenda, delle compagnie commerciali. Amato. Tutto questo, ovviamente, rimanda al problema delle regole. Oggi si invocano nuove regole condivise, ma in questo momento la prima cosa da chiedersi è come dovrebbe essere fatta una regola. Quello che sta anche venendo a fine, ed è un’altra differenza rispetto alla crisi del ’29, è proprio il complesso di strumenti con cui si è usciti da quella crisi: cioè il rapporto di osmosi, di simbiosi, di scambio sottobanco, di “chiamata di correo”, tra Stato e mercato, per cui il mercato vuole auto-regolarsi, ma ha bisogno dello Stato, lo Stato vuole regolare, ma ha bisogno del mercato…

Di fatto, tutta la storia dal ’29 a oggi è una storia di assetti variabili tra Stato e mercato, in cui a fasi di regulation possono seguire fasi di deregulation.

 

Quello che dice adesso Tremonti…

Amato. Io non so fino a che punto Tremonti si renda conto del fatto che, in tutto questo passare da deregulation a regulation, ciò che si usura è appunto il nostro senso della regola, col rischio che né quando si parla di deregulation, né quando si parla di regulation ci sia mai un istante in cui si pensi a che cosa possa voler dire “regola”. Una “nuova Bretton Woods”, assieme alla definizione di cosa sia la moneta e di quale sia la sua funzione, dovrebbe anche stabilire una regola che sia davvero tale, cioè che non cambi in relazione al variare delle circostanze, ma che fornisca una misura per il variare delle circostanze. Questa legge dovrà essere decisa in modo concertato tra tutti gli elementi del mondo multipolare in cui viviamo, e in modo da tener conto del fatto che il rapporto con la potenza è un problema di tutti. Ma ciò implica innanzitutto un incontro di pensieri. Nessuna tradizione di per sé può essere presa come fondante e fondamentale. Questa crisi è anche una crisi del pensiero economico che vi sta alla base. E credo che gli economisti dovrebbero fare ammenda, se possibile pubblica, del fatto che non hanno pensato a sufficienza ciò che sono andati dicendo negli ultimi venti anni in modo ripetitivo, talvolta quasi insolente…

*Massimo Amato e Luca Fantacci insegnano Storia economica presso l’Università Bocconi di Milano, dove si occupano, da un punto di vista sia teorico che pratico, di forme monetarie basate sulla non accumulabilità del denaro. Massimo Amato ha recentemente pubblicato Le radici di una fede. Per una storia del rapporto fra moneta e credito in Occidente (Bruno Mondadori, 2008).
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