Crisi sistemica e lotta per il nuovo ordine mondiale
di Spartaco Puttini
“Il dominio […] non tollera alcun sentimento di parità culturale. Chi esercita un dominio ha bisogno di considerare sè stesso moralmente e storicamente giustificato a essere il gruppo dominante e il principale beneficiario del surplus economico prodotto all’interno del sistema”
(Immanuel Wallerstein)
Se guardiamo alla produzione dei principali gruppi editoriali italiani nell’ultimo triennio possiamo notare che i libri di saggistica dedicati alle questioni internazionali possono essere raggruppati principalmente in 5 categorie tematiche, che da sole fanno quasi il totale della produzione libraria del settore (di per sé piuttosto ristretto): crisi dell’ordine occidentale e multipolarismo; competizione Usa-Cina e tecnologie; guerra Russia-Ucraina; Medio Oriente; Europa e autonomia strategica. Se nel 2023, comprensibilmente, risultava rilevante il numero di titoli dedicati alla guerra Russia-Ucraina, già dall’anno successivo i temi della crisi dell’ordine mondiale, la competizione Usa-Cina (su AI e non solo) e il multipolarismo prendevano la vetta delle classifiche. Fortissima risulta la correlazione tra i temi proposti e termini come “crisi”, “sfida” e soprattutto “disordine”.
Disordine e paura per il futuro
Dietro queste parole serpeggia una preoccupazione non peregrina, che nella cultura massiva trova la sua principale rappresentazione nel pittoresco Presidente statunitense e nella sua “imprevedibilità”.
Andando più in profondità possiamo ipotizzare due diverse origini per questa tendenza.
Da un lato vi è il senso di “insicurezza” e “incertezza” circa il futuro che serpeggia nel profondo della società. E’ un sentimento che sarebbe interessante indagare come prodotto di una “precarietà sistemica”, che dal lavoro si riversa sulle aspettative di vita e che può però essere generalizzata ad altri ambiti, o finisce per coprirli.
La pervasività di questo senso di precarietà totale può rappresentare anche un appiglio che può essere utilizzato dalla propaganda (contro presunti nemici interni od esterni) dei tanti “imprenditori dell’odio” che rischiano di popolare l’attuale e la prossima fase politica che attraverserà l’Occidente.
Dall’altra parte vi è il senso di preoccupazione che caratterizza le élites dei paesi occidentali, consci che ci troviamo su un crinale cruciale della storia mondiale, quello che può determinare il crollo della loro secolare primazia sulle ricchezze (umane e materiali) del pianeta.
Questo spiega in gran parte perché la fine di un ordine incentrato sull’Occidente (a beneficio delle élites dell’Occidente) venga dipinto a tinte fosche: come crisi, disordine, sfida all’ordine costituito.
La possibilità di una transizione pacifica a un ordine nuovo e diverso non viene tenuta in grande considerazione.
L’alternativa al dominio delle oligarchie capitaliste che tengono strettamente le redini dei paesi occidentali (e delle composite élites politiche e intellettuali di supporto) è rappresentato come il caos puro e semplice e il ritorno allo stato di natura del tutti contro tutti. Chi ricorda la storia non avrà difficoltà a trovare raffronti nel passato, quando alle stesse promesse del movimento socialista venivano imputate le colpe di voler dissolvere la società, non di costruirne una diversa. La risposta migliore a questo genere di invettive la diede proprio Gramsci, chiamando programmaticamente il suo giornale “L’Ordine nuovo”.
Narrazioni e contro-narrazioni della globalizzazione
Nella storia gli equilibri sono sempre dinamici, solo per comodità analitica li semplifichiamo come istantanee. Di conseguenza, tramite transizioni più o meno burrascose, a un ordine ne segue sempre un altro. Se definire come “disordine” una fase di transizione può essere accettabile e comprensibile, la sensazione che si ricava da quanto ci viene quotidianamente proposto è quella del passaggio da un sistema ordinato al caos, quella di un salto nel vuoto con l’implicita tendenza a considerare l’ordine centrato sulla Triade dei paesi capitalistici avanzati come l’unico possibile. “There is no alternative”. Ricorda qualcosa?
Nella maggior parte dei casi, il brevissimo periodo dell’unipolarismo americano (tra il 1989-91 e il 2001) viene in particolare presentato sottolineando le promesse della globalizzazione di realizzare un mondo unito, libero da contrapposizione e da guerre e in stretto dialogo, sempre più prospero, con grandi opportunità per tutti.
Spesso si sottolinea, non senza ragione, come con la globalizzazione si sia assistiti a una diminuzione assoluta della povertà e delle disuguaglianze a livello internazionale e a una convergenza tra le principali economie mondiali (in particolare Occidente ed Asia orientale)1. Questi dati andrebbero però letti più in profondità.
La diminuzione della povertà, e per questa via la diminuzione delle disuguaglianze su scala internazionale, sono dovuti principalmente alla crescita economica della Cina, che ha portato fuori dalla fascia di povertà 800 milioni di persone. Lo stesso spostamento del baricentro dell’economia-mondo verso l’Asia orientale ha ricevuto una fortissima accelerazione per lo stesso fenomeno. Questo spiega in massima parte la convergenza che si è verificata.
Nel frattempo le disuguaglianze si sono amplificate nei paesi occidentali, con l’impoverimento delle classi popolari (o lavoratrici, se vogliamo il proletariato nella sua accezione estesa) e con la crisi delle classi medie. Questo fenomeno è particolarmente vistoso negli Usa, ma in questi 30 anni tutti i paesi dell’Occidente (politico o collettivo che dir si voglia) hanno subito dal punto di vista sociale, politico (e anche culturale) un processo di intensa americanizzazione, finendo per assomigliare al loro paese-guida di più di quanto non gli assomigliassero all’inizio di questa età gloriosa.
Una nota è doverosa: guardando l’indice di Gini, che fotografa l’indice di disuguaglianza nella distribuzione della ricchezza, si vede come questo indice sia cresciuto sia in Occidente che in Cina. Ma questa è appunta una fotografia. Una fotografia che nel dettaglio ci dice che in Occidente la disuguaglianza è cresciuta in modo persistente lungo tutto il periodo dal 1991 ed oggi, mentre in Cina ha iniziato a diminuire da 2010 ad oggi, dopo un’impennata successiva alla promozione della politica di “riforme e apertura” voluta da Deng Xiaoping2. Se passiamo dalla fotografia alla dinamica il quadro è un po’ diverso: in Cina si assiste a una crescita generalizzata e a un miglioramento complessivo delle condizioni di vita, seppur con velocità diverse. Una delle massime di Deng diceva “qualcuno si arricchirà per primo”. Quella che non c’è più è l’uguaglianza nella povertà, perché “il socialismo non è povertà”, per citare un’altra sua massima. In Occidente invece abbiamo (e stiamo) assistendo a una dinamica diversa: a un effetto forbice, con l’accumularsi della ricchezza al vertice della piramide economica e sociale. Un chiaro fenomeno di reazione alla fase di ascesa delle classi popolari e alle politiche di redistribuzione dei cosiddetti “Trenta Gloriosi”.
Vi è infine, e forse soprattutto, un altro aspetto da prendere in considerazione. L’ordine internazionale che si è sgretolato non è stato affatto pacifico. Intanto, contrariamente a quanto crede qualcuno, ad essersi sgretolato non è affatto l’ordine internazionale sorto sulle macerie della Seconda guerra mondiale. Quello, definito comunemente come ordine bipolare, è crollato con la fine dell’URSS. Quanto ne è venuto è stata la tomba degli accordi di coesistenza pacifica stabiliti nei decenni precedenti (Helsinki ad es.) e la stessa rimozione unilaterale da parte degli Stati Uniti degli accordi che avevano permesso la distensione e la fine della Guerra fredda (dagli accordi Start, all’estensione della NATO, alla stessa militarizzazione dello spazio, stando alle ultime dichiarazioni della Casa Bianca).
Per gran parte del mondo il breve e magico momento unipolare statunitense è stato caratterizzato da guerre e saccheggi su vasta scala ai quattro angoli del globo: da Panama all’Asia centrale, dall’Africa al Medio Oriente, con la scusa di interventi umanitari o guerre preventive (quindi di aggressione?) che siano. Certo, “noi” uomini bianchi potremmo almeno dire che nel nostro angolo di mondo è stata garantita la pace, dall’ombrello atomico della Nato (come presumeva Berlinguer, sic!) oppure dalla benevolenza delle istituzioni dell’Unione europea. Almeno finché la perfidia di Putin non ha aperto un fronte di guerra alle nostre frontiere con la proditoria aggressione all’Ucraina. Ma forse ci stiamo dimenticando il macello jugoslavo…
Il quadro, dunque, non è irenico o caratterizzato da luci mirabolanti. Presenta tante ombre inquietanti e la narrazione sulla globalizzazione presenta molti rimossi. Che devono essere presi in considerazione se vogliamo (e credo convenga) capire la percezione che se ne ha nel Resto del mondo (Resto rispetto al West occidentale dell’ordine internazionale che viene oggi rimesso in discussione).
E’ qui che comincia il West…
Detto questo ci troviamo di fronte al possibile cambiamento di un sistema che è durato 5 secoli (dalla scoperta delle Americhe e dalle grandi esplorazioni geografiche in poi).
Se allarghiamo lo sguardo dagli ultimi decenni dell’unipolarismo Usa all’inizio della centralità dell’Occidente (in realtà di alcuni paesi europei) nell’economia mondo possiamo vedere l’inizio di questa storia. Il selvaggio West inizia a Porto Palos, con il viaggio di Colombo3.
Come è ampiamente noto, le prime potenze che unificano il mondo conquistando territori oltremare e inserendoli nella loro orbita politica ed economica in posizione subalterna sono i regni iberici di Spagna e Portogallo. Sull’origine della loro superiorità sui conquistati si sono spese molte pagine: dalla superiorità morale per aver ricevuto la Rivelazione di Gesù (sic!) alla superiorità tecnica di vele e cannoni. Come che sia lo strumento con il quale si affermano sono la forza e lo sterminio di massa.
Quandi il testimone passa alle ingegnose nazioni protestanti del nordovest, all’origine del processo di accumulazione del capitale, Olanda prima e Inghilterra poi. Due nazioni che possono vantare come mezzo per affermarsi sui concorrenti l’invenzione e la pratica della pirateria su vasta scala.
Mentre si impadroniscono del mondo, diventando il centro di un sistema economico che lega a sé con catene di sfruttamento e dipendenza il Resto del pianeta, ormai ridotto a loro periferia economica, le potenze europee non risparmiano la guerra tra loro. Dapprima riversano le ricchezze saccheggiate altrove per abbattere i loro antagonisti in Europa. E’ la fase del tentativo di egemonia della Spagna e degli Asburgo, cui segue un tentativo analogo da parte della Francia. Con l’apparente ruolo di arbitro si affermerà su tutti l’Inghilterra. Per le classi dirigenti di Londra il quadro è molto più nitido di quanto si poteva vedere da Madrid o da Parigi: se la fonte della ricchezza è altrove perché dissiparla cercando di conquistare l’Europa, basta lasciarla divisa, evitare che si unisca e tenersi stretto il malloppo delle colonie.
L’egemonia britannica è dapprima liberoscambista e soft, almeno sull’Europa. Altrove c’è lo sterminio dei nativi in Oceania e le guerre dell’oppio che spingeranno la Cina a diventare per circa un secolo quello che noi denominiamo uno “stato fallito” con territori (“concessioni”) gestiti direttamente da Potenze europee all’interno dei quali vi sono edifici in cui gli autoctoni cinesi non possono entrare: “vietato l’ingresso ai cani e ai cinesi”. In casa loro, per intenderci.
Questa brutale sintesi arriva dunque alla stagione passata alla storia come età dell’imperialismo. I paesi al centro dell’economia-mondo si spartiscono le periferie alternando competizione e collaborazione fino a che la situazione non degenera nella Grande guerra inter-imperialistica tra loro. Quella analizzata da Lenin.
L’imperialismo e le sue guerre
Come si sviluppa il passaggio dal capitalismo all’imperialismo? Nel suo processo di accumulazione il capitale (e chi lo gestisce beninteso) cerca sempre nuove fonti di remunerazione. Esaurito un mercato interno che è ristretto quanto più si comprimono i salari per trarne plusvalore, occorre trovare nuove “frontiere” dove sfruttare manodopera ancor meno pagata e ricavare le risorse necessarie all’industria e ai commerci per funzionare sempre più a buon mercato. Da qui lo scontro per i mercati esteri. Il grande capitale coinvolge ben presto la politica e questo spiega il coinvolgimento dei governi e la rivalità tra le potenze4. Ma detta così è semplicistica. In realtà oltre al capitale (e in relazione con esso) c’è sempre il potere. Politica ed economia si influenzano a vicenda lungo le direttrici della storia. Sul lungo periodo prevalgono quelle che Paul Rénouvin chiamava le “forze profonde” che determinano il quadro in cui di volta in volta i soggetti sul palcoscenico sono costretti a fare i conti. Sul medio periodo agiscono alcuni elementi di trascinamento che non cambiano con la bacchetta magica, dalle mentalità collettive alle dimensioni strategiche (strutture economiche e sociali, istituzioni politiche e tecnologie ereditate dal passato). Sul breve hanno un loro ruolo i fatti più evenemenziali, soggetti sociali, forze e finanche personaggi (persino i più improbabili). Deve essere per questo che Oscar Wilde sosteneva che “qualsiasi idiota può fare la storia, ma per scriverla occorre un genio”.
Quindi mi sembra più plausibile affermare che il capitale, con il sistema di produzione (industriale) e organizzazione (sociale) più utile alla propria riproduzione cerca la sicurezza (e, a seconda dello stadio del suo sviluppo e della concorrenza o rivalità con altri capitali, il monopolio) nell’approvvigionarsi delle risorse (umane e materiali) e dei mercati (di sfruttamento e di sbocco). Siccome alla base del processo non ci sono solo M (merce) o D (denaro), a seconda dei casi, ma anche V (violenza) la capacità di esprimere V diventa fondamentale. V dipende dalla tecnologica delle proprie armi e della possibilità di proiettare a distanza la propria potenza e dalla propria organizzazione militare. Nel connubio capitale-economia e politica-potere il livello della tecnologia e il controllo sulle risorse necessaria a produrle diventa cruciale. Inspiegabili altrimenti due secoli di rivalità franco-tedesca per il carbone dell’Alsazia-Lorena, ad es.
Quindi alla base della superiorità del modello di economia-mondo imperniato sull’Occidente (prima al di quà e poi al di là dell’Atlantico) sta la violenza.
Lenin leggeva una condizione storica materiale in cui più potenze (Inghilterra, Francia, Germania e Austria-Ungheria, Russia, Stati Uniti, Italia, Giappone) disponevano tutte di una pari sovranità a dispetto dell’asimmetria di potere e dei vincoli derivanti dalle interazioni tra loro5. L’Italia era ad esempio legata da un’alleanza trentennale con la Germania e il suo sistema economico era fortemente legato alla finanza e all’industria tedesche (si pensi alle origini del Credito Italiano) ma questo non impedito all’Italia di entrare in guerra contro la Germania e i suoi alleati durante la Grande Guerra.
Con la fine della Grande guerra (I guerra mondiale imperialista) la situazione già cambia: un anello della catena imperialista si rompe (l’ultimo, guardando alla maturità nello sviluppo capitalistico-tecnologico). La Russia sconvolta dalla Rivoluzione d’Ottobre diventa alfiere della rivoluzione mondiale contro l’imperialismo. A prescindere da un giudizio sulle sue azioni concrete dal 1917 in poi, lungo tutta la parabola della sua articolata e non uniforme storia, diventa il punto di riferimento di un altro polo, quello di chi rivendica la lotta contro le potenze imperialiste per la liberazione nazionale delle periferie dell’economia-mondo (nel linguaggio del Komintern le “retrovie dell’imperialismo”) e la rivoluzione delle classi lavoratrici sfruttate dallo stesso meccanismo di potere nel centro del sistema (“le cittadelle dell’imperialismo”). L’alleanza annunciata è poderosa. Ha la forza di cogliere una reciprocità: le élites del nord sfruttano contemporaneamente i popoli del nord e le nazioni del sud (per attualizzare il linguaggio). Ne deriva la consapevolezza che l’imperialismo può essere scalfito solo dall’alleanza tra le forze antimperialiste del sud col movimento dei lavoratori nelle metropoli. Specularmente, potremmo azzardare che sul lato opposto della barricata, a servizio ausiliario dell’esercito del blocco imperialista, stanno coloro che chiamano alla guerra tra poveri e al razzismo nelle metropoli e coloro che nel Sud del mondo chiamano all’integrazione negativa nel sistema capitalistico globale, che siano uomini di potere o presunti dissidenti?
A seguito della Seconda Guerra mondiale (II guerra mondiale imperialista) il quadro si complica ancora perché alla rivalità interna al campo imperialista si assomma la variabile (impazzita per il sistema) dell’URSS di Stalin. La sua vittoria determina non a caso una progressiva avanzata sia del movimento di emancipazione dei lavoratori nelle metropoli europee, sia nel movimento di liberazione dei popoli ridotti in schiavitù coloniale. Inizia un processo di decolonizzazione che tra mille contraddizioni procede ben oltre l’esperienza dell’URSS e del campo socialista, fino all’attuale emersione del Sud Globale, trainato dalla Cina. Come aveva notato Domenico Losurdo, l’URSS (o Russia) e la Cina sono stati i due paesi che hanno rischiato di essere colonizzati direttamente dalle forze dell’Asse (Germania e Giappone), le potenze imperialiste che rivendicavano di poter utilizzare i metodi coloniali applicati dai loro predecessori su larga scala sul continente eurasiatico6. La sconfitta di questo tentativo apre dunque una nuova fase.
Dopo il 1945 la geometria dell’imperialismo cambia radicalmente. L’Occidente viene rapidamente sussunto sotto l’egemonia degli Stati Uniti, che divengono il paese guida del campo capitalista. Non c’era mai stato prima nella storia il sopravvento di un capitalismo e di un imperialismo su tutti gli altri. La potenza americana si afferma per il fatto di essere uscita intonsa dalla guerra più devastante della storia. La paura scatenata dallo scontro di sistema del campo socialista spinge le élites europee ad accettare una condizione di subalternità. Con qualche riottosità la lotta per domare i tentativi di autonomia (principalmente di Francia e Italia) può dirsi vinta con la fine della stessa Guerra fredda e l’inizio della parentesi unipolare delle relazioni internazionali. Con una varietà molto creativa di motivazione ufficiale gli Stati Uniti lanciano una serie di campagne militari di ri-colonizzazione (Iraq, Jugoslavia, Afghanistan, ancora Iraq, Libia, Siria, fino al tentativo ad oggi infruttuoso e controproducente con l’Iran, la prima vera sconfitta di questa massiccia campagna di estensione della propria influenza planetaria).
La fine del campo socialista non apre la lite all’interno dell’Occidente, non vi sono le condizioni politiche e militari. La subalternità diventa sudditanza. La questione della rivendicazione di sovranità si pone anche per questa parte di mondo.
In prospettiva, resta da vedere se, analogamente a quanto avviene nelle periferie dell’economia-mondo, sarà prevedibile una frizione tra la borghesia compradora, che si fonde con le élites del sistema, e una borghesia nazionale che vorrebbe la soddisfazione dei suoi interessi nel ricavare una maggior dose di autonomia. Con l’acuirsi dello scontro per la transizione dell’ordine internazionale saranno probabilmente queste frizioni ad articolare i campi di lotta politica nei paesi occidentali, influenzando e forse sovvertendo gli steccati tradizionali (nonostante la forza di persistenza delle mentalità collettive).
Consideriamo qui la Guerra fredda una vera e propria III Guerra mondiale (non combattuta con tutte le risorse per via della mutua distruzione assicurata dalla deterrenza nucleare sovietica). Non una guerra tra imperialismi contrapposti. Ma una guerra per l’egemonia totale dell’imperialismo americano (con i satelliti della Triade dei paesi capitalistici avanzati o Occidente collettivo come si dice ora) contro l’URSS.
Il braccio di ferro tra ordine unipolare e ordine multipolare
Il tentativo unipolare statunitense è tutt’ora in corso ma si scontra con dinamiche profonde: i propri limiti di sviluppo e predazione; l’ascesa della Cina che trascina il Sud globale; il ritorno politico della Russia a un ruolo antagonistico prima di essere messa definitivamente al tappeto che propone un’intesa Russia-Cina a cui si aggregano altri soggetti in rotta contro il tentativo di egemonia Usa.
Che significato assume lo scontro in atto alla luce di quanto scritto finora?
Se guardiamo ai soggetti, senza perdere troppo tempo con il loro colore ma guardando alla loro funzione, sembra il II round della Guerra fredda, tentativo egemonico Usa (con a rimorchio l’Occidente collettivo) contro Russia e Cina (e parte rilevante del Sud Globale, in realtà frammentato).
La parentesi è dovuta perché i BRICS non sono l’analogo della NATO. Non lo è nemmeno l’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai. Sono una piattaforma in cui gli antagonisti di Washington cercano di costruire intese economico-politiche per preparare il mondo di domani, un nuovo ordine non occidentalo-americano-centrico. In questo hanno interesse anche paesi oggettivamente interni o collimanti con la Triade (la Turchia è l’esempio più eclatante di questa ambivalenza).
Se vogliamo considerare questo braccio di ferro tra ordine unipolare e ordine multipolare come una IV guerra mondiale imperialista dobbiamo augurarci che resti il più possibile fredda (ma non lo può essere ovunque e già da tempo si parla di guerra mondiale a pezzi perché ci sono fronti in cui si combatte letteralmente con la violenza (Medio oriente, Ucraina, Sahel, etc.). L’ordine che ne verrà fuori non dipenderà tanto dal carattere di cosa sono gli attori in gioco. Ma come sempre in politica dalla funzione che assumono data la loro reciprocità.
Come ha sostenuto in un recente libro lo storico Amitav Acharya la fine dell’ordine internazionale basato sulla primazia dell’Occidente potrebbe aprire la strada a un ordine più equilibrato, decentrato, inclusivo tra le varie aree del globo7.
Solo chi vuole sopraffare può vedere nell’equilibrio una minaccia e ritenere la parità inaccettabile.
In questo contesto fa specie notare come le critiche all’ordine multipolare precedano nel dibattito pubblico la sua stessa affermazione.
Alcuni osservatori vedono esplicitamente una minaccia per la pace l’ascesa della Cina, non il tentativo di egemonia o di dominio statunitense.
Il sottoconsumo in Cina determina un’abbondanza di capitali che trovano la loro valorizzazione all’estero, negli investimenti in Africa o nella Nuova Via della Seta. Questi capitali entrano in contrasto con gli altri e questa competizione viene letta come la classica competizione inter-imperialistica8. Questa chiave interpretativa ha certo il merito di non limitare l’analisi della situazione ai facili psicologismi sui personaggi alla ribalta: primo fra tutti l’imprevedibile e sorprendente Presidente degli Stati Uniti9.
Ma pur cogliendo alcuni punti di frizione, questa tesi mi pare poco convincente. Non tiene conto delle reciprocità storiche e politiche di lungo periodo che vedono nella Cina uno dei paesi del Sud e dell’Est che è riuscita a riemergere dalla periferia dell’economia mondiale sulla base di un processo di emancipazione che oggi viene guardato con sospetto dal centro del sistema. Non coglie neanche il carattere del sistema cinese, certo peculiare. Infine, non tutto può rientrare o essere ridotto alla certamente rilevante bilancia dei pagamenti, con i suoi attivi e passivi.
Il problema nelle relazioni con la Cina per la classe dirigente americana è più strutturale e strategico.
I grandi capitalisti americani hanno approfittato dell’esternalizzazione della produzione per avere in una prima fase manodopera a basso costo ma hanno privato il loro paese del tessuto industriale necessario, e quindi della capacità strategica e della coesione sociale necessaria per essere in buone condizioni nel successivo round della partita: questo10. L’interesse dei privati, specie dei grandi privati, be raramente fa rima con l’interesse collettivo di una comunità nazionale.
Gli Usa hanno sopravvalutato la loro capacità di irretire la Cina nel loro sistema di potere e hanno sottovalutato la capacità del PCC di utilizzare la fase della coesistenza con l’imperialismo globalizzato per far avanzare un proprio autoctono modello di modernizzazione. La Cina resta un paese sovrano11. Le riforme e l’apertura erano funzionali al suo sviluppo, al suo arricchimento e al superamento del gap tecnologico affinché il paese potesse restare un paese sovrano sulla sua traiettoria, non diventare (come le Tigri asiatiche o lo stesso Giappone) un altro elemento del sistema di potere americano.
E’ stata l’esperienza storica delle umiliazioni patite durante le guerre dell’oppio la molla delle scelte di Deng ed è stato il disarmo dell’URSS e dell’Europa dell’Est a rappresentare il monito di ciò che non andava fatto12. Nonostante tutte le sue concessioni, la Cina non ha attuato un miracolo economico perché ha seguito le ricette del Washington Consensus, ma perché le ha rifiutate13.
Quando ci raccontiamo che la speranza occidentale era che al capitalismo seguisse la democrazia in Cina commettiamo due mistificazioni. La prima. A Washington non è mai interessato nulla della democrazia o della democratizzazione (almeno secondo l’accezione che nel dibattito comune in Europa si dà ancora a questi termini). Ciò che interessava era l’assorbimento mansueto della Cina nella propria orbita, trasformarla nell’ennesima ancora14 della presenza Usa in Estremo oriente.
La seconda mistificazione riguarda la presunta trasformazione da paese socialista a paese capitalista. La transizione cinese non ha messo in discussione il ruolo del PCC proprio perché la finalità non era la resa e l’integrazione negativa nel sistema di potere vigente (come è avvenuto per la Russia tra il 1986 e il 2001) ma il rafforzamento del sistema e l’indipendenza nazionale. Ha messo in discussione l’obiettivo della transizione al socialismo? Non ufficialmente. Nessun dirigente cinese ha mai preso le distanze dalla storia del movimento comunista internazionale come, ad esempio, hanno fatto i dirigenti delle sinistre del mondo occidentale.
Poi però bisogna guardare alla sostanza, oltre i discorsi ufficiali di facciata.
Per accogliere l’attuale rivalità all’interno del confronto inter-imperialistico dovremmo definire la Cina prima capitalista e poi imperialista. Se per capitalismo intendiamo quel sistema economico e di potere in cui sono i detentori dei capitali con le loro esigenze al centro delle preoccupazioni della politica e lo sviluppo del sistema sociale che hanno attorno vi è subordinato, allora difficilmente la Cina può essere definita così. Questa considerazione. espressa pure in modo tranciante, unita alla ricostruzione storica delle sue relazioni con l’economia-mondo e con l’espansione della società occidentale che abbiamo tratteggiato prima, credo che basti a mettere in discussione anche la seconda caratterizzazione sull’imperialismo.
Più prosaicamente l’attuale fase che stiamo attraversando, questo braccio di ferro tra ordine unipolare e ordine multipolare, sembra configurarsi come lo scontro tra l’imperialismo e un composito fronte di forze antimperialiste.
E’ quindi un quadro radicalmente diverso da quello descritto da Lenin. All’ondata di ricolonizzazione successiva la troppo presto celebrata caduta del Muro di Berlino, sembra subentrare un tentativo di riscossa da parte del Sud globale.
Questo spiega la divaricazione radicale su come gli attuali fatti della vita internazionale vengano visti dal West e dal Rest (anche se con gli attuali trend è l’Occidente che rischia di diventare il resto, perdendo la propria centralità). Quando Putin ha affermato in modo un po’ rude: “c’è un fortissimo desiderio nelle élites occidentali di congelare l’attuale ingiustizia nelle relazioni internazionali. Hanno passato secoli a riempirsi la pancia di carne umana e le tasche di denaro. Ma devono rendersi conto che il gioco dei vampiri sta per finire” si è fatto latore di questo punto di vista, strumentalmente o meno che sia.
E al popolo?
E i popoli europei che assistono a questa partita cosa hanno da temere, da perdere o da guadagnarci?
L’esito e lo sviluppo stesso di questa partita avrà impatti prepotenti sulle loro condizioni di vita e probabilmente sullo stesso assetto politico e istituzionale delle società in cui vivono. Hanno dunque ragione coloro che temono un nuovo autoritarismo alle porte qualora le democrazie occidentali o anche solo l’Unione europea se la passassero male?
Anche in questo caso occorre disambiguare.
Nell’attuale scontro in atto il prevalere di un paese in cui per ragioni storiche sono venuti ad attecchire determinati diritti (o addirittura più estesi diritti) non apre automaticamente le porte a un’epoca aura di estensione degli stessi, anzi. La caduta del muro di Berlino ha portato alla contrazione dei diritti sociali in tutta Europa e anche ad una diminuzione nella capacità di influenza sul processo decisionale da parte dei gruppi sociali più svantaggiati (dunque le radici della crisi della nostra democrazia rappresentativa risalgono alla vittoria dell’Occidente democratico sul totalitarismo sovietico). Perché a quel punto il capitale non aveva più bisogno del compromesso con le forze sociali del mondo del lavoro e abbiamo assistito alla reazione liberale contro la democrazia, così come l’avevamo intesa e praticata tra il 1945 e il 1992. L’Italia è un caso abbastanza esemplare. Quanto all’Est, ha visto il crollo del tenore di vita con un’emigrazione massiccia di manodopera qualificata. La sola Russia tra il 1991 e il 2001 ha visto perdere 10 anni di aspettativa di vita alla sua popolazione.
In politica la cosa più rilevante non è la natura di una forza ma la sua funzione. Il prevalere dell’ordine che ha tenuto in una spirale di sfruttamento e guerra il pianeta per 5 secoli ben difficilmente potrà aprire spiragli positivi sul futuro.
Più probabile è un ulteriore arretramento dei diritti (di qualsiasi tipo) in Occidente nel contesto della sfida in corso. Le classi dirigenti del mondo capitalista difficilmente sono inclini a concessioni quando è in gioco la loro argenteria e il fermo controllo sui loro popoli è il primo presupposto dello scontro. Ecco spiegate le campagne mediatiche volte a demonizzare questo o quell’antagonista, a dipingere come minacciato il nostro sistema sociale (quello che ci siamo già lasciati alle spalle). Nello stesso solco si muove un classico, l’allentamento del guinzaglio ai peggiori istinti razzisti.
Ma la crisi dell’Occidente non potrebbe produrre anche un immiserimento dei suoi popoli? Trovo difficile l’argomentazione che la crescita delle classi medie nel resto del mondo minacci il tenore di vita della popolazione in Occidente. Non siamo nella stessa società e dunque il tema della redistribuzione si pone in termini meno automatici. Se nelle società occidentali la ricchezza è colata verso l’alto è a come le nostre élites hanno gestito la cosa che andrebbe chiesto conto, non a chissà chi. Ed è qui che andrebbero pensate alternative di politica economica, non altrove. L’attuale tendenza all’accumulazione della ricchezza può ben avere esiti nefasti per la qualità della vita dei popoli europei. Ma principalmente per tendenze endogene. Una su tutte: le dinamiche di arricchimento legate alla nuova rivoluzione industriale tecnologica. Un mix che promette iper-capitalismo della sorveglianza, del controllo, dell’estrazione di plus-valore da un lato (cioè ancora una volta concentrazione di ricchezza e potere in poche mani) e miseria, marginalizzazione e asservimento dall’altro.
Come succede a Ulisse nel film Odissea di Christopher Nolan, di fronte al prossimo collasso della civiltà del bronzo a causa dei barbari alle porte è il momento di prendere coscienza di una verità: forse sono le forze che guidano le nostre società i veri popoli del mare.














































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