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altronovec

I segreti del Bitcoin

Intervista a Christian Marazzi

Dal numero speciale di "Primo Maggio"

bitcoin12Il “Guardian”, giornale molto attento alle storture del mondo finanziario, scrive: “Il Bitcoin è la prima e la più grande ‘criptovaluta’, un bene digitale negoziabile decentralizzato. Se si tratti di un cattivo investimento è la domanda da 97 miliardi di dollari (letteralmente, poiché questo è il valore corrente di tutti i Bitcoin in circolazione). Il Bitcoin può essere utilizzato solo come mezzo di scambio e in pratica è stato sinora molto più importante per l’economia sommersa di quanto non sia stato per la maggior parte degli usi legittimi. La mancanza di una qualsiasi autorità centrale rende il Bitcoin notevolmente resiliente alla censura, alla corruzione ovvero alla regolamentazione. Ciò significa che ha attirato una serie di sostenitori, dai monetaristi libertari che amano l’idea di una valuta senza inflazione e senza una banca centrale, agli spacciatori di droga a cui piace il fatto che sia difficile (ma non impossibile) fare risalire una transazione in Bitcoin a una persona fisica”. Tu che ne pensi?

Questa del “Guardian” mi sembra una buona sintesi di cosa sia il Bitcoin come, più in generale, di cosa siano le criptomonete oggi in circolazione. Ce ne sono ormai 1500, per un valore totale di mercato pari a qualcosa come 540 miliardi di dollari. Malgrado le denunce di “frode” o di “lavaggio di denaro sporco”, specie per i Bitcoin, si tratta ormai di un fenomeno impossibile da ignorare.

In questi mesi di fenomenali variazioni del valore del Bitcoin, si è molto insistito sul fatto che il valore vero sta nella tecnologia informatica che fa da supporto alla criptovaluta, la blockchain, quella tecnologia che permette di eliminare dal sistema di transazioni monetarie ogni genere di intermediazione e controllo istituzionale centrale e arbitrario. Infatti, si stanno investendo centinaia di milioni di dollari in questa tecnologia. Quando ad esempio si sente parlare di Banche centrali che studiano il Bitcoin per emetterne una loro versione, in realtà è alla tecnologia che ne è alla base che mirano. L’impressione è che le Banche centrali vogliano fare la guerra alle criptovalute, a cominciare dal Bitcoin, per appropriarsi della tecnologia blockchain e poter riaffermare la centralità dell’intermediazione bancaria su nuove basi.

Per questa ragione credo sia importante capire il concetto, l’idea che sta dietro il Bitcoin. Non solo dal profilo tecnico, ma anche da quello politico-culturale. Il Bitcoin è infatti l’espressione monetaria di una rivoluzione antropologica che si è consumata in questi ultimi decenni di digitalizzazione della produzione, della comunicazione e delle relazioni interpersonali. Se si studiano i profili dei protagonisti di questa rivoluzione, come fa ad esempio Andrew O’Hagan nel suo La vita segreta. Tre storie vere dell’era digitale (Adelphi, Milano, 2017), sembra di trovarsi di fronte a entità collettive oscure, ossessionate fino alla paranoia da qualsiasi forma di controllo istituzionale estraneo alla propria comunità di riferimento. L’invenzione delle criptovalute va capita sullo sfondo di questo rifiuto autoreferenziale dell’autorità monetaria centrale, della volontà di restituire il potere monetario al “popolo della rete”.

La traduzione monetaria di questa avversione radicale all’ingerenza dell’autorità di controllo, cioè delle banche, sembra la realizzazione elettronica dell’idea di moneta privata di Friedrich von Hayek e anche di Milton Friedman. Per realizzare una distribuzione della ricchezza non viziata dalla manipolazione del valore del denaro ad opera di intermediari esterni come le banche, occorre, secondo il white paper di Satoshi Nakamoto (pseudonimo dell’individuo o della collettività che ha inventato i Bitcoin), “una “pura” versione peer-to-peer della liquidità elettronica...” che “...consenta di essere direttamente trasferita da una parte all’altra senza il passaggio da una istituzione finanziaria”. Dato che tutto ciò che è online si può copiare e replicare, per evitare il rischio di una contraffazione generalizzata si è architettata la blockchain. Si tratta di un grande libro mastro online in cui vengono annotati e convalidati tutti i passaggi di denaro da un utente all’altro eliminando la possibilità di una duplicazione. Secondo i suoi ideatori, la blockchain “è un database condiviso da molti utenti, ciascuno dei quali contribuisce alla rete e possiede una copia identica del database stesso. Ogni aggiunta o modifica al libro mastro, per quanto piccola, si riflette su ciascuna copia nel momento stesso in cui viene eseguita. Nessuna autorità centrale vigila sul processo, eppure nessuna voce sul libro mastro può essere contestata” (O’Hagan, op. cit., p. 149).

La rete dei pagamenti è tenuta in piedi dai miners, minatori, cioè operatori dotati di potenti computer che verificano e approvano le transazioni e sono retribuiti in nuovi Bitcoin. Si tratta, peraltro, dei Bitcoin che loro stessi hanno generato con la risoluzione di problemi matematici complessi che si creano con l’avanzare della blockchain. L’immagine dei miners come produttori di monete fisiche con il presunto simbolo del Bitcoin che evoca un po’ il dollaro e un po’ l’Euro, è del tutto fuorviante. I miners creano sequenze alfa numeriche, stringhe di parole, in altri termini moneta linguistica del tipo “I Alice, am giving Bob one infocoin, with serial number 1234567” (si veda, di Michael Nielsen, “How the Bitcoin protocol actually works”, http://www.michaelnielsen.org/ddi/ how-the-bitcoin-protocol-actually-works). La presenza dei miners, che sono incentivati ad agire dando loro l’opportunità di guadagnare qualcosa in Bitcoin, dovrebbe permettere di eludere il problema della fiducia e di realizzare, almeno nelle intenzioni, l’ideale dell’autoregolazione dell’economia di mercato. A questo proposito si cita Adam Smith e la sua “mano invisibile”, laddove sostiene che non è per altruismo, non è perché al panettiere importi di te, non è perché al macellaio importi di te e del tuo pranzo, ma perché gli importa delle loro famiglie (“Non ci rivolgiamo alla loro umanità ma al loro interesse personale”). La mano invisibile, in questo senso, controlla il funzionamento della società in generale (O’Hagen, cit., p. 149). Ciò che preserva l’integrità della valuta e impedisce a qualunque singolo attore di controllarla è questa attività di verifica dei minatori che nel medesimo tempo genera Bitcoin. Il perseguimento del proprio esclusivo interesse (guadagnare Bitcoin) garantirebbe insomma il funzionamento stesso del sistema degli scambi, nell’interesse di tutti i partecipanti. È però evidente che il riferimento a Adam Smith è un malcelato tentativo di ribadire l’assenza di un’autorità di regolazione esterna, quando in realtà sia nel caso del cosiddetto libero mercato sia in quello della rete degli scambi in criptovalute si è in presenza di non poche regole e procedure estremamente vincolanti.

L’attività dei miners genera sì Bitcoin, ma nient’altro, cioè nessun valore d’uso, nessuna ricchezza reale. Siamo cioè ben lontani da un’economia monetaria di produzione in cui il denaro creato ex nihilo è collegato alla produzione di beni e servizi. Niente a che vedere con quanto teorizzato dalla Banking School o dalla scuola keynesiana. Abbiamo a che fare, invece, con un’attività economica con ricadute ambientali decisamente devastanti, molto più simile al funzionamento dell’economia descritta da Georgescu Roegen con riferimento al secondo principio della termodinamica, ossia l’entropia. Secondo il sito d’informazione ambientalista Grist, oggi un’operazione con Bitcoin richiede una quantità di energia pari al consumo quotidiano di nove abitazioni negli Stati Uniti. La potenza di calcolo della rete di Bitcoin è quasi centomila volte più grande dei primi 500 supercomputer del mondo. E il consumo di energia cresce di 450 gigawattora al giorno. Se Bitcoin continua a crescere a questi ritmi, l’elettricità richiesta potrebbe superare tra pochi mesi quella disponibile, rendendo necessario l’uso di nuove centrali, comprese quelle alimentate a carbone. Sono allo studio diverse soluzioni per rendere più efficiente l’estrazione dei Bitcoin, ma questo renderà ancora più cara la criptovaluta. I principali estrattori di Bitcoin si trovano in Cina, dove prendono l’energia dalle dighe idroelettriche. L’impatto ambientale è tale che il governo cinese vuole vietarne l’uso, ciò che, fra l’altro, permetterebbe di frenare la fuga di capitali dal paese a mezzo di acquisto di Bitcoin.

Al di là della definizione canonica di Bitcoin come “moneta paritaria digitale e decentralizzata la cui implementazione si basa sulla crittografia” (Wikipedia), occorre comunque chiedersi se siamo realmente di fronte a una moneta. Benché la risposta non sia semplice, dal confronto tra le caratteristiche, o funzioni, che storicamente sono state attribuite a ciò che comunemente consideriamo moneta e le caratteristiche riscontrabili anche nel Bitcoin, è possibile trarre qualche ìnsegnamento. Da questo confronto (si veda Vittorio Carlini, “Bitcoin, ecco perché non è una moneta. Il suo vero valore? La blockchain”, “Sole 24 ore”, 17 gennaio 2018), solo la funzione della criptovaluta come mezzo di scambio sembra apparentarla alla moneta classica, e questo perché si tratta di una funzione a-temporale, che permette allo scambio (un pc con un numero di Bitcoin in un determinato istante) di concretizzarsi. Al contrario, la funzione di unità di conto non si addice al Bitcoin, dato che l’estrema volatilità del suo valore non permette alla criptovaluta di fungere da strumento da usarsi nella contabilizzazione (la criptovaluta “non può considerarsi unità di conto perché è come un metro che, con il passare del tempo, si allunga o si accorcia”). Immaginatevi di esservi indebitati in Bitcoin, all’inizio del 2017, per acquistare una casa. Quale sarebbe l’ammontare del vostro debito ipotecario un anno dopo, quando nel frattempo vi è stata una sproporzionata rivalutazione dei Bitcoin rispetto alla moneta con cui vi versano il salario, ad esempio Euro? Per quanto riguarda la funzione di mezzo di pagamento, l’impossibilità di inserire l’elemento temporale, vista appunto la volatilità del Bitcoin, impedisce anche a questa funzione di essere pertinente per i Bitcoin. “È difficile immaginare un sistema socio-economico-giuridico che attribuisca al Bitcoin il potere liberatorio dal debito”. Lo stesso ragionamento, infine, vale per la funzione riserva di valore, specie se si tiene conto che l’offerta di Bitcoin è rigida (nel 2020 cesserà la sua estrazione/creazione), il che rende la criptovaluta molto sensibile alla domanda.

 

Dal momento che è stata autorizzata l’emissione di futures in Bitcoin, esso non è più soltanto un mezzo di scambio ma anche un prodotto finanziario. Quali possono essere le conseguenze di tale finanziarizzazione?

Come detto, allo stato attuale il Bitcoin non è definibile come una moneta, ma solo come mezzo di scambio. Basare la definizione di moneta su una sola funzione come quella di mezzo di scambio, sarebbe un po’ come definire il denaro in Marx essenzialmente come oro, cioè moneta-merce, equivalente generale. In effetti, molti considerano il Bitcoin assimilabile all’oro, un “oro digitale” con le tipiche caratteristiche intrinseche della scarsità, fungibilità, incorruttibilità e omogeneità garantite dalla tecnologia blockchain su cui si basa. Ma è proprio come merce digitale che il Bitcoin è diventato un prodotto finanziario, cioè un bene speculativo che, paradossalmente, impedisce al Bitcoin di essere moneta. È significativo che, per il momento, il 64% dei Bitcoin non è mai stato usato e giace sterile nei dischi rigidi.

Secondo il “Wall Street Journal”, ogni settimana si scambiano 34 miliardi di dollari in Bitcoin, cioè meno dell’1 per cento del mercato monetario globale. Un po’ poco per essere così famosi! C’è un divario sempre più ampio tra il volume delle transazioni in Bitcoin (cresciuto di 32 volte dal 2012) e il suo prezzo di mercato (cresciuto di mille volte). Benché il 2008, l’anno d’inizio della crisi finanziaria, rappresenti una sorta di “tempesta perfetta” per lo sviluppo di Bitcoin, che verrà lanciato l’anno dopo, Bitcoin si iscrive in un processo socio-politico che precede la crisi finanziaria e che risale agli anni Ottanta (è del 1988 il Manifesto cripto-anarchico di Tim May, l’inventore di BlackNet). Gli anni della crisi finanziaria, gli scandali bancari, le politiche monetarie delle Banche centrali a tutto vantaggio dei mercati finanziari, i tassi d’interesse negativi e l’aumento delle disuguaglianze, tutto questo ha certamente contribuito a rafforzare il desiderio di sperimentare vie alternative al sistema monetario ufficiale. Ma, a rigore, questo “esercizio di esodo” non è figlio della crisi, è invece consustanziale al processo di digitalizzazione dell’economia iniziato con la fine del fordismo e la diffusione delle nuove tecnologie dell’informazione e della comunicazione. Difficile immaginare che la bolla Bitcoin possa metter fine ad un processo strutturale che dura da tempo e che ha sedimentato saperi critici, desideri, tonalità emotive in rotta con la finanziarizzazione dell’economia.

Derek Thompson ha cercato di ricostruire il divenire bolla del Bitcoin (“Bitcoin is a Delusion That Could Conquer the World”, “The Atlantic”, 30 novembre, 2017). L’inizio della lievitazione si situa nel novembre del 2013 quando, poco dopo la chiusura del sito Silk Road (usato per vendere nel totale anonimato droghe e altri prodotti illegali) ordinata dall’Fbi, alcuni senatori in audizioni ufficiali descrissero le monete virtuali come “legittimi servizi finanziari”. Si è trattato di una legittimazione politica da non sottovalutare, se è vero che in un mese il valore dei Bitcoin triplicò. In seguito, l’idea del Bitcoin come bene rifugio dei millenials (i nati tra il 1980 e il 2000) ha contribuito a dilatarne il significato nell’immaginario collettivo. Il boom del mercato delle ico (initial coin offering), con le quali le imprese rastrellano denaro senza vendere azioni, ma in cambio di gettoni digitali denominati in criptovalute, ha contribuito a sua volta ad alimentare l’esplosione dei Bitcoin. È un fatto che il valore di Bitcoin è esploso di pari passo con il boom (altrettanto irrazionale) delle ico. Infatti, un aspetto interessante è che “molti di quelli che investono nelle ico convertono i loro dollari in Bitcoin prima di comprare nuove criptomonete”. Questo fa dei Bitcoin una sorta di ‘valuta di riserva’ della criptoeconomia, in questo simile al dollaro statunitense che, con il suo status di valuta di riserva mondiale, è accettato in tutti i paesi in cambio o in sostituzione della valuta locale. È possibile che in tal modo le ico contribuiscano a gerarchizzare tra loro le criptomonete secondo rapporti di forza interni all’economia criptomonetaria. È anche possibile che la criptomoneta vincente e la blockchain soggiacente permettano in futuro lo svolgimento di transazioni direttamente tra paesi, evitando qualsiasi intermediazione bancaria, quella intermediazione che, oggi, favorisce non poco il dollaro e il paese che lo emette. Perché escludere la possibilità della realizzazione di un Criptobancor che ponga fine al signoraggio monetario americano?

È al termine di questa evoluzione che si è arrivati ad autorizzare l’emissione di futures in Bitcoin al Chicago Marcantile Exchange e al Cboe Global Markets. Il che, d’ora in poi, permette di scommettere sul valore futuro della valuta senza possederne neanche l’ombra. Se fino a poco tempo fa si poteva scommettere contro il prezzo dei Bitcoin esclusivamente vendendo la valuta, a partire da questa svolta “civilizzatrice” del Bitcoin a mezzo di mercato dei futures si potrà speculare sulle variazioni senza dover passare attraverso il mondo della criptovaluta. È d’altronde certo che l’integrazione di Bitcoin nel mercato dei prodotti derivati ne elimina l’esclusività (la sua “otherness”), autorizzando gli investitori ad applicare a questo nuovo prodotto finanziario i normali criteri di valutazione del rischio. Visto che il Bitcoin presenta a tutt’oggi non poche zone d’ombra per quanto riguarda il suo funzionamento, la sua entrata nel mondo dei mercati finanziari potrebbe contribuire ad ampliarne le oscillazioni al ribasso. È quanto sostiene Gillian Tett sul “Financial Times”, ricordando come la globalizzazione del mercato dei titoli derivati giapponese a metà degli anni ’80 stracciò il velo di esclusività che avvolgeva quel mercato e contribuì, tra altri fattori, al crash del Nikkei del 1990. E lo stesso si può dire del mercato delle ipoteche statunitense, che fino al 2005 era decisamente opaco e di difficile apprezzamento per gli outsiders. Il lancio e la pubblicizzazione nel 2007 dei derivati ipotecari come l’ABX index, veri e propri barometri di fiducia nel mercato dei mortgage-backed bond, contribuì non poco a far esplodere la bolla dei subprime nel 2008 (“Prepare to bet against Bitcoin”, FT,17 novembre 2017).

È un fatto che, con l’entrata sul mercato dei futures, la finanziarizzazione rende la criptovaluta particolarmente vulnerabile a qualsiasi rumor, peggio ancora alle misure repressive di governi e Banche centrali (vedi di recente Cina, Corea del Sud, India) contro l’uso di Bitcoin. È possibile che la bolla Bitcoin si stia sgonfiando in modo irreversibile proprio in questi primi mesi del 2018, come al solito lasciandosi dietro non poche vittime e, forse, una nuova classe di ricchi, i criptomilionari. Ma, ricorda Derek Thompson, “spesso la schiuma delle bolle che scoppiano diven ta il fertilizzante delle tecnologie avanzate della generazione successiva. Prima del telegrafo, delle ferrovie e dei giganti della tecnologia ci sono state la bolla del telegrafo, la bolla delle ferrovie e – come dimenticarla? – la bolla internet del commercio online”. Anche se il prezzo dei Bitcoin dovesse crollare definitivamente, la blockchain potrebbe diventare l’infrastruttura dell’economia digitale, di certo una sua componente fondamentale (si veda, di Steven Johnson, Beyond the Bitcoin Bubble, https://www.nytimes.com/2018/01/16/magazine/beyond-the-bitcoinbubble.html).

 

Nella storia, la moneta ha sempre avuto una sua base metallica (aurea o argentea), che è andata man mano evaporando con il progredire della creazione di denaro ex nihilo. Il Bitcoin, in fondo, ha riportato una base al valore della moneta, e questa base è costituita dai Big Data. In un certo senso c’è una congruenza con il fatto che l’informazione oggi è la base del valore.

Paradossalmente, Bitcoin permette di attualizzare la teoria del valore-lavoro, perlomeno per quanto attiene la produzione del denaro nella sua funzione di equivalente generale, quella funzione che in Marx è svolta dal metallo oro. In quanto equivalente generale, dice Marx, il denaro è necessariamente merce in cui il lavoro privato concreto necessario alla sua produzione (quello degli operai nelle miniere d’oro) esprime (ne è l’immagine) il lavoro sociale astratto contenuto in tutte le altre merci in circolazione. In questo senso, Bitcoin è anch’esso prodotto dal lavoro privato concreto dei minatori digitali che, incarnandosi nel Bitcoin, funge da immagine del lavoro sociale astratto contenuto nelle merci prodotte dal lavoro così come lo conosciamo oggi, di cui il lavoro digitale svolto nelle piattaforme è ormai esemplificativo. Per certi versi, viste le sue caratteristiche intrinseche, Bitcoin potrebbe diventare la forma naturale del valore delle merci prodotte a mezzo di lavoro digitale. Per essere tale, comunque, dovrebbe essere eletto dalla comunità umana, così come, storicamente, l’oro e l’argento furono socialmente elevati al rango di “merci universali”. Forse il successo, ma anche la preoccupazione!, suscitato da Bitcoin si spiega alla luce di questa prossimità tra lavoro concreto e lavoro astratto che caratterizza i modi di produrre contemporanei. Bitcoin ha due caratteristiche che lo apparentano al sistema monetario così come esso è evoluto nel tempo: è una moneta scritturale e elettronica. Tra il 90 e il 95% del denaro oggi in circolazione è infatti scritturale, è cioè creato dall’insieme delle banche private. Si tratta di denaro-credito che, nel momento stesso in cui viene emesso, crea un deposito presso la banca emittente, avviando quel processo di creazione cumulativa di debiti che ha portato la finanziarizzazione a sganciarsi sempre più dall’economia reale. D’altro canto, Internet ha rappresentato la possibilità di sviluppare forme elettroniche di trasferimento di valore in grado di aggirare la stessa moneta scritturale bancaria. Ma sia nei modelli di trasferimento elettronico, sia nel caso della moneta scritturale bancaria privata, il riferimento alla moneta fiduciaria emessa dalla Banca centrale è preservato e ha una sua base legale, dato che gli attivi registrati a bilancio sono espressi in unità di conto ufficiale (Dollari, Euro, Yen, ecc.). Per quanto in quantità esigue, la moneta fiduciaria emessa dalle Banche centrali costituisce la base della sovranità monetaria (Michel Aglietta, La monnaie entre dettes et souvraineté, Odile Jacob, Parigi, 2016, pp. 176-77). Nel sistema Bitcoin, in cui il denaro viene emesso/depositato in modo decentrato (i famosi blocchi della catena blockchain) e privato, l’assenza di riferimento ad una moneta fiduciaria emessa centralmente impedisce a Bitcoin di funzionare da unità di conto. O, meglio, la fiducia, e quindi la sovranità, viene garantita elettronicamente dalla blockchain. Ma, come abbiamo visto, con enormi esternalità negative e nella più assoluta volatilità del valore della criptovaluta.

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