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osservatorioglobalizzazione

L’imperialismo del libero scambio

di Giacomo Gabellini

00d64f387acdc434041504850ab89733Uno degli effetti generati dalla Prima Guerra Mondiale fu indubbiamente quello di imprimere una brusca accelerata al trasferimento del centro di gravità geopolitica del pianeta dal “vecchio continente” agli Usa. Un processo costellato da una serie di crisi in grado di raggiungere un’intensità tale da condurre all’implosione del Gold Standard sterlino-centrico, intrinsecamente votato alla massima limitazione delle fluttuazioni monetarie. L’instaurazione del regime aureo rappresentava un passaggio cruciale della “scalata” intrapresa dalla Gran Bretagna verso la conquista dell’egemonia globale a detrimento delle declinanti Province Unite olandesi. Un percorso che, nato dalle ceneri della Santa Alleanza, condusse all’instaurazione di un ordine europeo fondato sull’equilibrio delle forze e strutturato a sufficienza per sopravvivere alle brame imperiali napoleoniche, che indirizzò le direttrici di espansione inglesi dal “vecchio continente” verso Americhe, Asia ed Africa. Il risultato fu la formazione di un impero geograficamente gigantesco presidiato sul piano militare dalla formidabile Royal Navy e capace di associare al “centro”, costituito dai “tradizionali” possedimenti coloniali, una periferia integrata informalmente per mezzo di accordi bilaterali di libero scambio stipulati con una miriade di Paesi del mondo – molti dei quali di recente decolonizzazione. Naturalmente, laddove i trattati non conducevano all’integrazione delle nazioni firmatarie nel sistema liberoscambista egemonizzato dalla Gran Bretagna, Londra non disdegnò mai il ricorso alla forza bruta, come avvenuto con le Guerre dell’Oppio nel 1840 e nel 1857. Il cui risultato, però, fu sempre l’estensione dell’impero informale.

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tempofertile

Usa, Cina, Europa: il grande scontro. Ue e cronache del crollo

di Alessandro Visalli

usa cina ue ape10Ad oggi quattordici milioni di casi conclamati e ufficialmente comunicati di infezione da Coronavirus e seicentomila morti, cinque milioni di casi ancora attivi, di cui sessantamila in condizioni critiche o serie. Di questi circa due milioni sono nei soli Stati Uniti, e con essi sedicimila casi critici. Gli Stati Uniti procedono a record continui, nell’ordine di oltre settantamila nuovi casi al giorno, e hanno subito ad oggi centoquarantamila morti. Per rapporto alla popolazione abbiamo undicimila casi per milione di abitanti, meno del tragico Cile, che ne conta diciassettemila, ma più di tutti gli altri paesi con almeno dieci milioni di abitanti. Segue il Perù ed il Brasile, con circa diecimila, e, distante, la Svezia (settemilaseicento), Arabia Saudita, Spagna (seimilacinquecento), Sud Africa, Belgio (cinquemila), Russia, Bolivia, Portogallo ed, infine, l’Italia, che ne ha quattromila.

Insomma, gli Stati Uniti hanno il triplo dei casi per milione di abitanti rispetto a noi, anche se hanno meno morti (quattrocentotrenta contro cinquecentottanta). Una tragica statistica, questa, nella quale siamo superati solo dal Belgio e da Inghilterra e Spagna.

Ma la tragedia sanitaria porta con sé anche devastanti conseguenze economiche. Ed in particolare negli Usa. Un recente rapporto[1] del Fondo Monetario Internazionale certifica che il Covid-19 ha provocato la perdita del lavoro per quindici milioni di americani, ha posto sotto stress finanziario tantissime imprese piccole e medie (mentre le grandi, evidentemente, sono state efficacemente soccorse dalle straordinarie misure della Fed e del governo federale), e impattato in particolare sui tanti poveri che affollano le periferie americane.

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limes

Un vincolo interno per il vincolo esterno

di Paolo Peluffo

La crisi aumenterà terribilmente il peso del debito, condizionando le nostre scelte strategiche. Carli, Ciampi e la transizione dal controllo geoeconomico americano a quello europeo. Le inutili prediche di Caffè. La decisiva quanto trascurata questione demografica

VincoloesternoDevo ringraziare Emidio Diodato per aver avviato il suo viaggio sul vincolo esterno, ovvero sulle ragioni della debolezza italiana, partendo dalla teorizzazione di quel vincolo proposto da Guido Carli nelle memorie che scrisse con me poco prima di morire 1, nei primi mesi del 1993 2. Diversi autori si sono concentrati su quella dichiarazione 3, e sul tragico pessimismo che la innervava, per dimostrare la consapevolezza di Carli, e forse non solo sua, del passo terribile che l’Italia stava per compiere con l’adesione alla moneta unica. Anzi, per esprimersi più correttamente, con l’adesione a un trattato sulla base del quale avrebbe potuto fare quel passo, non farlo, o farlo in un momento successivo agli altri contraenti, ma che costituiva una impalcatura per tutti i paesi europei basata su un vincolo esterno che si presentava irreversibile.

Tra l’altro quel passo del libro Carli lo aveva scritto prima del resto, in un dattiloscritto che aveva denominato «asterischi» e che mi aveva consegnato nei primi giorni della nostra collaborazione, anche perché derivava da un precedente volumetto di testi raccolti. Escludo quindi che fosse un moto dell’animo sfuggito per caso. Ho avuto tra le mani la copia di una raccolta con i suoi discorsi da parlamentare 4 che regalò a Carlo Azeglio Ciampi nel dicembre 1988 con questa dedica: «A Carlo Ciampi, il governatore che porterà la Banca d’Italia a integrarsi nella Banca centrale europea». La data è importante perché significa che già nel dicembre 1988 l’obiettivo di costruire un sistema europeo di banche centrali era ben definito.

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marx xxi

Il virus di Trump. Covid-19 e rapporti internazionali

di Andrea Catone*

Testo per l’Accademia marxista presso la CASS - Chinese Academy of Social Sciences

155329 sd1. Due linee contrapposte. Il Covid-19 è un terreno di scontro tra progresso e reazione

È opinione comune che la pandemia, tuttora in corso, segni un punto di svolta nella storia mondiale, per cui si parlerà di un mondo prima e dopo il Covid-19. La pandemia ha aperto nel mondo una fase di crisi, che riveste caratteri generali, comuni a tutti i Paesi e si interseca con caratteri particolari propri di ciascun Paese. Come è stato per ogni crisi nella storia dell’umanità, anche questa crisi è aperta sostanzialmente verso due soluzioni antitetiche:

  • Verso uno sbocco progressivo, che farà fare un importante passo avanti nel percorso storico dell’umanità, verso la realizzazione di quegli ideali di libertà, uguaglianza, solidarietà, sviluppo onnilaterale della persona umana (Marx) che furono alla base della rivoluzione francese del 1789 e poi delle rivoluzioni socialiste del XX secolo.

  • Oppure uno sbocco regressivo, che bloccherà per una fase storica lo sviluppo umano, che costituirà un arretramento nelle istituzioni politiche, economiche, sociali, che produrrà maggiore disuguaglianza, maggiore povertà, maggiori ingiustizie sociali, accrescendo il pericolo di guerra.

Il Covid-19 è un terreno di scontro tra progresso e reazione.

Già nel corso di sviluppo della pandemia e della sua diffusione con ritmi, tempi, modalità ineguali nelle varie aree e Paesi del mondo e del contrasto ad essa, si sono manifestate due opposte tendenze:

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osservatorioglobalizzazione

“Le potenze del capitalismo politico”: economia e sicurezza nazionale nella sfida Usa-Cina

Andrea Muratore intervista Alessandro Aresu

https s3 ap northeast 1L’Osservatorio Globalizzazione torna a conversare con Alessandro Aresu, analista di “Limes” e saggista, confrontandosi con lui sulla sua più recente pubblicazione, “Le potenze del capitalismo politico. Stati Uniti e Cina”, edito da “La Nave di Teseo” e incentrato sullo studio delle dinamiche cruciali per la determinazione dei rapporti di forza nell’era contemporanea. Tra rivalità tecnologica, uso “geopolitico” del diritto, corsa agli investimenti e sfida commerciale Washington e Pechino sono ora le uniche potenze in grado di governare gli strumenti del “capitalismo politico”, che incardina le priorità dell’economia nell’agenda della sicurezza nazionale delle due grandi potenze.

* * * *

Nel suo saggio lei definisce il capitalismo politico “la compenetrazione di economia e politica in un tutt’uno organico” in cui, inevitabilmente, sono le priorità e i ritmi della seconda a dettare i tempi. Stati Uniti e Cina sono i due attori che hanno la capacità di portare avanti un vero e proprio capitalismo politico: come si somigliano e come divergono, nei sommi capi, i loro approcci?

In Cina esiste il Partito Comunista, negli Stati Uniti c’è l’apparato militare e di sicurezza. Nel primo caso il “titolare” del capitalismo politico è un soggetto di 90 milioni di membri, che influenza in modo decisivo tutta la società. Nel secondo caso, non siamo in un sistema autoritario perché ci sono libertà politiche, ma alcune decisioni cruciali sono comunque prese dall’apparato militare, generando un allargamento del dominio della sicurezza nazionale rispetto al funzionamento dei mercati. Un’altra formula del “tutt’uno organico” si ha nelle modalità di controllo e nella pervasività di talune aziende digitali nelle nostre vite, di cui si potrebbe parlare a lungo.

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cumpanis

Cina, USA e geopolitica del coronavirus

di Giambattista Cadoppi

Esperto e studioso di questioni geopolitiche e della storia e dello sviluppo cinese; saggista; gestisce il sito “Cina, crescita felice”, anche su Facebook

cadoppiCi sono decenni in cui non succede nulla, e ci sono settimane in cui accadono decenni (V. I. Lenin)

Il Qingdao Movie Metropolis, entrato in funzione poco prima che la pandemia mettesse in ginocchio mezzo pianeta, dovrebbe diventare la Hollywood cinese. Dunque il suo compito sarebbe quello di diventare ciò che Hollywood è stato per l’America ovvero il centro da cui espandere il soft power americano. È significativo.

Scrive Cristiano Capovilla “Era uma vez em Hollywood…” in risposta a la Wuhan Soup di Slavoj Žižek, e c’era una volta una Hollywood i cui eroi salvavano il mondo da ogni tipo di minaccia e catastrofe naturale. Un intero filone dei film catastrofici ha preso piede su questo schema. Per la verità uno dei massimi eroi cinematografici americani, Rambo, che spazzava via con incredibile facilità centinaia di nemici dell’umanità, si rifiutò di presenziare al Festival di Cannes per presentare il suo film per timore del terrorismo che combatteva così bene nella finzione cinematografica. Stiamo parlando del Rambo reale, Sylvester Stallone, non di quello in formato celluloide. C’è sempre stata una certa distanza tra l’America cinematografica (specializzata non per niente in ciò che si chiama fiction) e quella reale. Ebbene l’America reale, non quella hollywoodiana, si è trovata in seria difficoltà a salvare se stessa, non il mondo, quando si è trovata a far fronte a quella catastrofe naturale che si chiama Coronavirus. Come nella vicenda del veterano Rambo, l’impero americano non si può dire che ripaghi molto bene chi lo ha servito. Si stima che periodicamente circa 500mila veterani sperimentarono la condizione di “senzatetto” in qualche periodo dell’anno, tanto che il Veterans Affairs, ente benefico, fornisce alloggio esclusivamente a veterani di guerra malati. Proprio i senzatetto sono state le prime vittime del contagio.

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osservatorioglobalizzazione

Geopolitica, finanza, classe dirigente: l’agenda strategica dell’Italia

Andrea Muratore intervista Marco Giaconi

Dialoghiamo oggi con il professor Marco Giaconi sui grandi temi dell’agenda politica italiana, sul ruolo della classe dirigente e sull’inserimento delle sfide del Paese in un’ottica strategica. Buona lettura!

Festa della Repubblica 1 1600x900Professor Giaconi, la fase attuale sta segnando una grande evoluzione nel contesto degli equilibri economici e politici internazionali. Come vede lo scenario nel suo complesso alla luce degli sviluppi degli ultimi mesi?

Molti hanno fatto già osservazioni pertinenti. La Federazione Russa ha ancora un basso, in rapporto alla popolazione, tasso di infezione, 365 casi per milione, secondo i dati più recenti del Parlamento Europeo. Ma la reazione ospedaliera e politico-sanitaria al Covid-19 è stata particolarmente lenta, in Russia, con un sistema sanitario che è ancora evidentemente a bassi livelli di efficienza. Comunismo e Burocrazia, anche se oggi Putin è tutto meno che un “compagno”, lo diceva sempre Gaetano Salvemini, vanno sempre in coppia e si chiamano tra di loro. Come abbiamo visto anche noi in Italia. Senza spesa pubblica a gogò, niente socializzazione, vera o soprattutto presunta. Sempre per Mosca, la stabilità finanziaria è però sostanzialmente garantita, dato che il loro debito pubblico è oggi al 15%, mentre la media della UE è, ricordiamo, all’80%. Con riserve auree e di monete forti che stanno intorno ai 500 miliardi di usd. Dureranno certamente, i russi, e si prenderanno, in futuro, e senza particolari pressioni, le aree marginali della UE ai loro confini. Primo limite della geopolitica occidentalista, oggi: lottare contro la Russia, poi anche e simultaneamente contro la Cina, tentare infine una espansione in India e nel Sud-Est asiatico, ma il tutto senza soldi e con idee geopolitiche piuttosto vetuste. Né Mosca né Pechino, oggi, sono il classico dentifricio che non si può rimettere nel tubetto.

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lantidiplomatico

Dall'utopia roosveltiana all'estorsione mafiosa: il declino della potenza americana

di Pino Arlacchi

4ed88a8428d005e62f6a31d022182464[E' per noi di l'AntiDiplomatico un grande onore poter pubblicare quest'analisi di Pino Arlacchi, professore di sociologia generale, ex vicesegretario dell'Onu e uno dei massimi esperti di criminalità finanziaria a livello internazionale. Strumenti, metodi e comportamenti regolarizzati dalla prassi, non sanzionati dagli stati e che oggi sono, nella totale ignoranza dei cittadini per la censura sistematica del mainstream e per la complessità che li avvolge, le peggiori estorsioni che subiscono gli stati nazionali. Estorisioni che come scrive Arlacchi sono di tipo mafioso e che vede protagonisti gli Stati Uniti con la degenerazione iniziata negli anni'80.

In questo piccolo saggio Arlacchi ricostruisce la decadedenza della visione statunitense da Bretton Woods con il sogno di un "governo mondiale" da parte di Roosevelt all'estorsione di stampo mafiosa attuale attravero i due pilastri del dollar e del military a scapito del soft power. E' una lettura per comprendere tutti i possibili scenari futuri a livello di relazioni internazionali dopo la devastante crisi economico-finanziaria che si appresta a sconvolgere i già precari attuali].

* * * *

In questi tempi arroventati, si cercano i precedenti della crisi attuale e si discute molto, perciò, di Bretton Woods, la Conferenza del 1944 che ha rifondato l’ordine mondiale. Ma poiché la storia è sempre storia del presente, si trascura spesso di considerare la stretta connessione di Bretton Woods con la Conferenza di San Francisco che portò alla creazione delle Nazioni Unite l’anno successivo.

E si trascura di evocare la comune matrice: l’idea del governo mondiale. Una visione che dopo gli anni ’20 del Novecento era diventato molto popolare, promossa dai milioni di iscritti alle varie associazioni che ad essa si ispiravano e condivisa da grandi personalità.

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commonware

Geopolitica del virus

A. Alia e G. Molinari intervistano Raffaele Sciortino

b996bd9995e3e451cc596c47060977d0Con il sopravvento dell’epidemia e poi con lo spettro, non più tanto latente, della crisi economico-finanziaria, molte trasformazioni rischiano un’improvvisa accelerazione: sia quelle che riguardano la forma delle tensioni e delle spinte sociali sia quelle che concernono l’assetto geopolitico. I due piani sono fortemente intrecciati e si strutturano a spirale: le dinamiche e i comportamenti sociali influenzano le scelte e i posizionamenti dei governi e quest’ultimi, a loro volta, rimodulano il tessuto sociale. Con Raffaele Sciortino proviamo a scattare una fotografia del modo in cui i principali attori globali hanno risposto alla crisi sanitaria e di come si accingono a rispondere alla crisi economica. Facciamo questa analisi sempre tenendo in considerazione il fatto che essi non possono controllare o definire l’evoluzione della crisi, ma che gli sviluppi successivi vanno considerati sempre in relazione alle spinte dal «basso». 

* * * *

In una prima fase i governi e i media occidentali hanno sfruttato l’epidemia per attaccare la Cina, che però ha saputo reagire e superare l’emergenza medico-sanitaria in un tempo relativamente breve, a giudicare dalle informazioni che riceviamo. In una seconda fase l’epidemia ha raggiunto l’Italia e altri paesi, europei e non, mentre la Cina si è proposta come paese guida nella risoluzione dell’emergenza (per esempio con l’invio di personale medico e di macchinari sanitari in Italia) seppur con delle contraddizioni che restano aperte all’interno dei suoi confini. Questa crisi può essere il banco di prova della via allo sviluppo perseguita dalla Cina, favorire la sua ascesa nella gerarchia globale e segnare la nascita di un nuovo ordine mondiale? Che partita sta giocando il paese guidato da Xi Jinping sullo scacchiere europeo?

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mondocane

Cambiare il mondo con un virus

Geopolitica di un’infezione

di Fulvio Grimaldi

copertine davanti dietroDovrebbe uscire a giorni, quando riapriranno le librerie tutte e sarà disponibile nell’ e-commerce, questo mio instant-book sull’ Italia e un po’ di mondo nell’era del coronavirus (Zambon Editore,160 pp, €12.00), Ve ne darò tempestivo avviso.

Viviamo nella morsa di coloro a cui è capitato di poter assumere un comando assoluto, senza precedenti, sulla nostra vita, sui nostri diritti fondamentali, violando Costituzione e ogni legge giuridica, morale, civile, umana. E’ il racconto di fatti, con relative riflessioni e analisi, che hanno alterato il nostro modo di vivere e di pensare come era successo solo nel capovolgimento che, con i successori di Costantino, a partire dal quarto secolo dopo Cristo, uccise una civiltà. Molto meno vi si può paragonare quanto abbiamo subito sotto occupazioni straniere, o nel fascismo.

Tutta questa catastrofe nella quasi totale assenza di resistenza, come, invece, la percepiamo manifestarsi, alla faccia dei media occultatori, in altri paesi a noi vicini. Il tritapensiero, nel quale siamo stati inseriti da molti anni, ha di nuovo spurgato il dogma. Il libro annovera voci di scienziati, osservatori, pensatori liberi, che non si piegano alla terrificante manipolazione in atto. Riporta dati che smentiscono l’alluvione di propaganda intimidatrice cui ci sottopone il complesso scientifico-mediatico che si è completamente messo sotto i piedi la politica.. E, soprattutto, contiene una vasta disamina, che il lettore giudicherà azzeccata o meno, su cosa e chi ha preceduto, determinato, guidato, l’operazione coronavirus e su quali prospettive si prova a trarne sul piano dei rapporti di potere, sulle libertà individuali, collettive, nazionali e sugli assetti economici, sociali e geopolitici che ne dovranno sortire.

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contropiano2

La Cina sta vincendo la guerra digitale

di Giacomo Marchetti

guerra tecnologica cina usaLe parole di Mike Pompeo, segretario di Stato USA, alla “tradizionale” conferenza sulla sicurezza della NATO svoltasi a metà febbraio a Monaco, rimarranno probabilmente nella storia come l’ultimo sussulto della velleitaria volontà di potenza statunitense. “L’Occidente sta vincendo e stiamo vincendo insieme” aveva detto rivolgendosi prioritariamente ai partner europei dell’Alleanza Atlantica. Ma in verità qualcosa scricchiola, e quel mondo pare andare verso il crepuscolo..

Quello di Monaco, quest’anno, non era una appuntamento rituale per l’establishment nord-americano, tant’è che all’appuntamento è stata presenziata da una delegazione bipartisan di 40 membri con una doppia finalità: convincere i propri recalcitranti partner che la NATO non fosse in stato di “morte cerebrale” come aveva affermato Macron, e soprattutto attaccare ogni possibilità di accordo con la Cina rispetto allo sviluppo del G5, rilevando la punta dell’ “iceberg” della “guerra tecnologica” tra USA e Cina, che da anni è in atto e che neppure gli accordi commerciali della “fase uno” tra USA e Cina hanno fin ora mitigato.

Nelle parole di Mark Esper – segretario della difesa USA – la scelta di un accordo con la Cina su questo campo (effettuata in Gran Bretagna ed in discussione in Germania), avrebbe potuto “compromettere il patto atlantico”. Non meno lapidaria, la speaker democratica Nancy Pelosi che aveva parlato di strada “molto pericolosa” per chi avrebbe accettato la collaborazione con la Cina. Infine, anche il segretario della NATO Jens Stoltenberg si era allineato alla visione statunitense, di fatto criticando le possibili scelte di collaborazione che per lui restavano rinchiuse in una logica di “breve periodo” anziché ponderate sul “lungo periodo”.

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sinistra

Huntington, le guerre di faglia

di Salvatore Bravo

Scontrodelle CiviltàGlobalizzazione e mito

Gli ultimi decenni sono stati caratterizzati dal perenne giubilo per la globalizzazione, la si presentava come il farmaco1 che avrebbe dovuto curare la conflittualità tra i popoli liberi di sciamare da un orizzonte ad all’altro del globo. Si sarebbero conosciuti e dunque ogni pregiudizio sarebbe caduto in nome della fratellanza ritrovata. Tutti uguali, tutti vicini e senza frontiere. Lo spazio ed il tempo si sarebbero disintegrati dinanzi alla velocità dei mezzi di trasporto e dei voli a basso costo che avrebbe trasportato le folle liberate dagli angusti spazi delle nazioni in ogni luogo. Le pubblicità osannavano la vicinanza ritrovata vestendo bimbi di diverse etnie nello stesso modo, le differenze, fardello contro il progresso dei popoli in marcia sarebbero state trascese in nome di una uguaglianza imprecisa, nebulosa a livello concettuale, ma molto spendibile a livello di immagine. Uguaglianza epidermica, poiché eliminate le differenze, non restavano che i corpi da soddisfare nello stesso modo. Dietro la commedia della globalizzazione che si concretizza nell’intercultura, nell’Erasmus, nel globo pronto all’uso della finanza, nel mercato del lavoro per cittadini sempre più precari invitati a cogliere le opportunità mondiali in un corale delirio di onnipotenza, non vi è che conflittualità. L’interconnessione ha aumentato in modo esponenziale i conflitti. La pace a cui inchinarsi ha il volto dei lavoratori sradicati dalla loro patria, dalla loro cultura, dai loro affetti. La loro lingua è ora l’inglese nuovo passaporto per la precarietà mondiale ed imperitura. La torre di Babele della globalizzazione si curva pericolosamente, e dalle sue “faglie” è possibile scorgere la verità che un numero incalcolabile di immagini hanno cercato di occultare.

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sbilanciamoci

Pechino, il virus e lo sviluppo di internet

di Vincenzo Comito

La Cina si sta riprendendo dall’epidemia. La Banca Mondiale ne prevede una crescita nel 2020 del 2,3%. Negli Usa e a Londra c’è chi chiede il suo soccorso all’economia mondiale. Pechino punta sull’Europa e lancia un nuovo standard per le tecnologie dell’informazione

coronavirus pix 640x400Da quando è scoppiata l’epidemia del coronavirus, la Cina è stata costantemente sotto i riflettori del resto del mondo e pensiamo che lo resterà ancora a lungo, anche se le ragioni di tale interesse per il paese asiatico sono cambiate nel tempo e dovrebbero cambiare ancora.

 

La direzione dell’attenzione cambia nel tempo

L’arrivo dell’epidemia nel paese asiatico è stata dapprima osservata con un certo distacco, come un affare lontano, solo con un poco di timore, semmai con scoppi qua e là di razzismo e di dicerie assurde (“i cinesi mangiano i topi vivi”; “quelli che in Cina non rispettano le regole vengono fucilati sul posto”). Successivamente, invece, il paese è stato guardato sempre più con rispetto e meraviglia, prima per come è riuscito a costruire degli ospedali dal nulla a tempo di record, poi soprattutto per la sua abilità nel domare pressoché totalmente il morbo, almeno sino a questo momento.

Questo anche se i commenti, sui media occidentali, si sono concentrati contemporaneamente sul come trovare i punti deboli, veri o presunti, di tutta la faccenda; si è così sottolineato il forte ritardo del paese nell’attaccare il problema, si è suggerito che i dati ufficiali non erano veritieri, si è persino parlato, su testate molto autorevoli, di uno stato di quasi rivolta della popolazione contro il governo, con possibilità di rovesciamento del “regime”.

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mondocane

Epidemia, recessione, totalitarismo, guerra

Un virus per cambiare il mondo: in palio l’Eurasia

di Fulvio Grimaldi

balcone crollatoI nostri in Occidente sono, da secoli, governanti ad alto tasso malavitoso, in quanto alle dipendenze di poteri criminali organizzati, economici, militari, religiosi, di intelligence, sia formalmente “legali”, sia massonico-mafiosi. Il quadro politico, economico e sociale che si vorrebbe produrre dall’attuale congiuntura, corrisponde a un disegno che annovera precedenti in tutte le fasi storiche in cui i popoli si sono fatti sottomettere e hanno condiviso la visione delle élite.

 

Verso il tecnofeudalesimo e il bioassolutismo

Alla fine di questa gigantesca operazione di riordinamento dell’Occidente in chiave di tecnofeudalesimo e bioassolutismo, ci saranno inevitabilmente conseguenze economiche rispetto alle quali altre crisi epocali, come quella del dopoguerra 1918 e del ’29, parranno, appunto, una lieve influenza. Da bischero toscano o, se volete, da nescio genovese, di economia so solo, per grandi linee, ciò di cui i veri saputi mi hanno beneficiato. E non è difficile condividere con loro, già solo su basi storiche e logiche (il famoso cui prodest), la visione di una società in cui le conseguenze, non del virus, ma dei provvedimenti presi, più o meno stoltamente e strumentalmente, da decisori (ir)responsabili, assomiglierà sul piano sociale a quella del tanto paventato day after nucleare.

In un futuro prossimo, per quanto reso nebbioso dalla totale mancanza di trasparenza dei provvedimenti e propositi dei vari regimi, già si possono intravvedere esiti catastrofici per vaste categorie di esseri umani.

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startmagazine

Come cambia la geopolitica del petrolio

di Demostenes Floros

Pil, Coronavirus e petrolio. Il report di Demostenes Floros per il Centro Europa Ricerche

arton32598L’esito del meeting di Vienna

Durante il meeting di Vienna del 5-6 marzo 2020, l’OPEC plus non ha raggiunto un accordo in merito alla riduzione della produzione di petrolio. Ciò ha determinato un crollo dei prezzi. Più precisamente, alla chiusura di venerdì 6 marzo, il Brent North Sea veniva scambiato a 45.5 $/b e il West Texas Intermediate a 41.55 $/b, il minimo da 3 anni a questa parte. Alla riapertura di lunedì 9 marzo, la qualità europea precipitava a 33.79 $/b, mentre quella statunitense a 30.17 $/b, il prezzo più basso da 4 anni, nel momento in cui scriviamo.

Nello specifico, la Federazione Russa, leader dei produttori non-OPEC, ha rifiutato di ratificare il piano deciso – imposto, secondo alcuni – dai produttori OPEC che prevedeva tagli per 1.500.000 b/g, di cui 500.000 b/g a carico dei non-OPEC, in aggiunta alle vigenti misure di riduzione dell’output di 2.100.000 b/g (1.700.000 b/g a carico dell’OPEC plus, + 400.000 b/g volontari dei sauditi che andranno a scadenza il 31 marzo 2020.

 

PIL, coronavirus e mercato petrolifero

Per quale motivo, la Federazione Russa – che a febbraio 2020 ha estratto 11.280.000 b/g, il massimo da agosto 2019 – ha preso una decisione che potrebbe teoricamente compromettere il futuro dell’OPEC plus, un organismo nato a fine 2016 sulla scia della vittoria militare russa in Siria e divenuto permanente a luglio 2019? Ad oggi, Mosca non ha forse tratto benefici da tale alleanza?