In tali consultazioni il presidente rischia una disfatta a seguito della disastrosa aggressione all’Iran.
Quest’ultima – vista come una pugnalata alle spalle dai suoi sostenitori che lo avevano eletto perché ponesse fine all’avventurismo militare americano – ha determinato il raddoppio del prezzo del diesel, carburante essenziale per l’economia statunitense.
La speranza di Trump che l’afflusso del diesel russo possa frenare la corsa dei prezzi è destinata a essere delusa. Tale afflusso è dilazionato nel tempo, e la tranche dei primi due mesi, pari a 1,8 milioni di tonnellate, copre appena tre giorni e mezzo del fabbisogno americano.
L’arrivo del diesel russo, inoltre, viene permesso non tramite l’abrogazione delle sanzioni, ma solo grazie alla loro sospensione fino all’aprile 2027. Questa sospensione si situa inoltre in un contesto di generale intensificazione delle sanzioni contro Mosca.
L’UE ha appena approvato il suo 22° pacchetto di ritorsioni economiche, e lo stesso Trump ha da poco firmato una dura legge di inasprimento delle sanzioni promossa dal recentemente scomparso senatore Lindsey Graham e approvata dal Congresso.
La stessa sospensione delle sanzioni sul diesel voluta dal presidente americano può essere revocata in qualsiasi momento.
Dalla prospettiva di Mosca, l’unica ragione per accettare l’accordo non sta tanto nel ricavo economico relativamente limitato, quanto nella possibilità di creare una spaccatura fra la Casa Bianca da un lato e Kiev e gli alleati europei dall’altro.
Distruzione del processo decisionale statunitense
Ancora una volta, dunque, la mossa trumpiana è effimera e priva di sostanza, puntando esclusivamente all’impatto mediatico. Sperando di aumentarne l’effetto, la Casa Bianca l’ha accompagnata con l’ennesima bozza di piano di pace.
Promossa dagli inviati Witkoff e Kushner, tale proposta prevede il congelamento del conflitto lungo l’attuale linea del fronte, garanzie di sicurezza per l’Ucraina equivalenti all’articolo 5 della NATO, e una “pace economica” tra Europa e Russia.
Il piano è stato descritto in un articolo del Washington Post a firma di David Ignatius, giornalista noto per i suoi legami con la CIA. Questo piano è debole per varie ragioni.
In primo luogo, esso è frutto per l’ennesima volta di un’iniziativa improvvisata. Trump ha distrutto il processo decisionale collettivo dei dipartimenti e delle agenzie del governo USA coordinato dal Consiglio per la sicurezza nazionale, in particolare affossando quest’ultimo.
Le iniziative diplomatiche della Casa Bianca sono perciò frutto di un’elaborazione maturata all’interno del ristretto entourage del presidente, e spesso promosse da personaggi scarsamente qualificati sotto il profilo diplomatico, come gli inviati Witkoff e Kushner (rispettivamente amico personale e genero del presidente).
Le iniziative negoziali che questi ultimi hanno insistentemente presentato a Mosca consistono in una serie di allettamenti economici nella convinzione di poter “comprare” la benevolenza russa.
L’ultimo piano proposto dalla Casa Bianca non sfugge a questa regola. Esso offre una “pace economica” alla Russia cristallizzando il fronte in un conflitto congelato, e concedendo all’Ucraina garanzie di sicurezza che equivalgono a un rinnovato sostegno della NATO in caso di ripresa del conflitto.
Mosca, invece, non cerca una pace economica nel quadro di un conflitto congelato, ma una nuova architettura di sicurezza in Europa che tenga conto delle preoccupazioni strategiche russe rimuovendo alla radice le cause del conflitto.
Sia il piano di pace che l’accordo sul diesel sono dunque frutto di una presidenza debole, che agisce in assenza di reale coordinamento con i dipartimenti e con gli apparati di sicurezza americani, e senza concertazione con gli alleati europei.
Il polverone mediatico sollevato da tali iniziative è probabilmente destinato a svanire senza risollevare gli indici di gradimento del presidente in vista delle elezioni di medio termine, e senza influenzare l’andamento del conflitto ucraino che si sta invece inasprendo.
Cambio di passo russo
Avendo perso ogni residua fiducia nel processo negoziale avviato dall’incontro fra Trump e Putin ad Anchorage nell’agosto 2025, Mosca punta ormai esclusivamente a una soluzione militare del conflitto.
A partire dallo scorso luglio, l’azione bellica russa in Ucraina ha registrato un radicale cambio di passo. Essa ha puntato in primo luogo a isolare il porto di Odessa e i vicini scali portuali di Yuzhny, Chornomorsk e Nikolayev, bloccando le esportazioni ucraine.
Mosca sta ora puntando allo strangolamento economico dell’Ucraina, distruggendo i centri di produzione dell’industria della difesa, la logistica e i sistemi di trasporto, colpendo i principali ponti sul fiume Dnieper, la rete elettrica, e paralizzando la capitale.
Il precipitare della situazione in Ucraina ha spinto il direttore della CIA John Ratcliffe a compiere un’improvvisa quanto misteriosa visita a Mosca a fine agosto, per incontrare i vertici dell’intelligence russa.
I media occidentali hanno formulato mille ipotesi sui contenuti della visita, ma è molto probabile che l’obiettivo principale del direttore della CIA fosse cercare di dissuadere in ogni modo i russi dal proseguire un’offensiva che sta mettendo a rischio l’esistenza stessa dello stato ucraino.
Minacce americane
A fine settembre, un articolo apparso sul britannico Telegraph a firma di Con Coughlin (giornalista noto per i suoi rapporti con l’intelligence britannica), ha fornito nuovi dettagli sui contenuti della visita di Ratcliffe.
Secondo quanto rivelato da Coughlin, il direttore della CIA avrebbe sorprendentemente detto ai suoi interlocutori che “la Russia sta perdendo la guerra” in Ucraina e che l’economia russa mostra tutti i segni di un possibile collasso in stile sovietico.
Dalla prospettiva del Cremlino, l’ammonimento di Ratcliffe non è altro che una minaccia da parte americana di compiere ogni sforzo per far crollare l’economia russa se Mosca dovesse proseguire la sua offensiva in Ucraina.
Tanto più che, secondo Coughlin, un successivo resoconto dell’incontro è stato fatto circolare dalla CIA presso le agenzie di intelligence europee. Esso affermerebbe che l’economia russa crollerà come quella sovietica al termine della Guerra Fredda, e che l’impatto delle sanzioni USA contribuirà in maniera determinante a questo processo.
Kaliningrad nel mirino della NATO
Mosca sta maturando la convinzione che i paesi NATO stiano anche preparando scenari di allargamento del conflitto qualora Kiev dovesse cadere.
Come ha confermato Thomas Graham, esperto del Council on Foreign Relations, “in alcuni paesi della NATO si è parlato di un possibile blocco di Kaliningrad, ovvero di isolare la regione dal resto della Russia sia via terra che via mare”.
Kaliningrad è un’exclave russa sul Baltico, di importanza strategica per gli interessi di Mosca in quel braccio di mare, in particolare perché contribuisce a difendere le vie di accesso al porto di San Pietroburgo.
L’exclave è territorio russo ufficialmente riconosciuto a livello internazionale da quando i sovietici sottrassero la città di Kaliningrad, allora chiamata Koenigsberg, ai tedeschi nel 1945.
L’espansione della NATO alla Polonia, alla Lituania, all’Estonia, alla Svezia ed alla Finlandia significa che sia Kaliningrad che l’accesso al Baltico di San Pietroburgo sono ormai circondati da paesi appartenenti all’Alleanza Atlantica.
A metà settembre, il ministro degli esteri polacco Radosław Sikorski (sposato con la giornalista americana di orientamento neocon Anne Applebaum) ha affermato che “gli alleati della NATO potrebbero tenere esercitazioni in prossimità dell’exclave russa di Kaliningrad, nel tentativo di spingere Mosca ad attenuare la propria presenza militare in Ucraina e a ritirare parte delle truppe lì dislocate”.
Sikorski ha aggiunto che “non dovremmo pensare al nostro confronto con la Russia come a qualcosa di limitato esclusivamente all’Ucraina”, aggiungendo che “come potete immaginare, teniamo sotto stretta osservazione l’exclave di Kaliningrad. Non ci sono praticamente truppe [russe] laggiù”. E concludendo che “suggerisco di compiere esercitazioni con tale aggressività da rendere… [il presidente Putin] incerto su ciò che faremo”.
Le provocazioni europee nei confronti di Kaliningrad hanno spinto Mosca ad ammonire i paesi NATO che la Russia avrebbe fatto ricorso al proprio intero arsenale, incluse le armi nucleari, nel caso in cui venga imposto un blocco all’exclave.
La NATO a Kiev
Ma l’attivismo diplomatico-militare della NATO attorno all’Ucraina e nella regione circostante non accenna a diminuire.
Nelle ultime settimane Kiev ha visto in rapida successione le visite del cancelliere tedesco Friedrich Merz, del ministro degli esteri britannico Ed Miliband, e dell’intero Comitato militare NATO, guidato dall’ammiraglio italiano Giuseppe Cavo Dragone e composto dai rappresentanti delle 32 nazioni alleate.
Dragone, che attualmente presiede il Comitato, ha dichiarato dalla capitale ucraina che “siamo qui al completo per lanciare un chiaro messaggio: il legame tra la NATO e l’Ucraina è forte e indissolubile”.
Sebbene Kiev sia in estrema difficoltà, la visione russa di un’Ucraina neutrale che faccia da ponte fra Mosca e l’Unione Europea appare più lontana che mai.
Al recente incontro del Valdai Club, uno dei principali think tank russi, Putin ha parlato cupamente di un mondo in crisi nel quale, sebbene l’egemonia occidentale stia volgendo al termine, gli Stati Uniti e i paesi europei starebbero adottando metodi estremamente aggressivi (che rischiano di portare il mondo sull’orlo di un nuovo conflitto mondiale), nella speranza di preservarla.
Secondo il presidente russo, l’umanità starebbe attraversando una fase molto pericolosa che dovrà necessariamente superare prima di poter giungere a un nuovo ordine multipolare.
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