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Geografie del valore
In margine al libro di un cervello felicemente in fuga
di Maurizio Ricciardi
È piaciuto al segretario del PD il libro di Enrico Moretti, La nuova geografia del lavoro (Milano, Mondadori, 2013), al punto da onorarlo di una citazione nel suo discorso d’insediamento. D’altra parte anche Forbes lo giudica il libro di economia più importante del 2013. Pur cedendo talvolta alle seduzioni dell’analogia, si tratta però di un libro specificamente dedicato all’economia statunitense delle città che negli ultimi decenni hanno ospitato o subito l’innovazione del processo produttivo basata sull’informatica e sul digitale. Il processo che negli USA ha collocato l’economia dell’innovazione all’interno di alcuni spazi urbani si è ormai consolidato, al punto che la crisi degli ultimi anni non l’ha messo sostanzialmente in discussione, configurandosi come una sua ridefinizione interna se non salutare comunque necessaria. Tutt’altro insomma di una catastrofe epocale. Negli Stati uniti la scienza è diventata un fattore produttivo in sé, non solamente come tecnologia applicata al prodotto. Il lavoro scientifico è considerato di conseguenza come lavoro generalmente produttivo, non come una rendita da tagliare o da celebrare come solitaria eccellenza che illustra la patria. Se la spazialità del capitale è diventata così importante è quanto meno problematico pensare di poter replicare quel modello in altri spazi, che non solo presentano condizioni di partenza completamente differenti, ma che oggi dovrebbero prima di tutto fare i conti con città e regioni che hanno nel frattempo consolidato la loro supremazia.
L’autore è un cervello felicemente in fuga che dalla Bocconi e approdato a Berkeley per insegnare economia del lavoro.
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Appunti su contratto unico e articolo 18
Aspettando il “Job act”
Posted by Francesco Sinopoli
Ovvero le politiche neoliberali sul lavoro al tempo della crisi e anche prima…
Il neo segretario del PD ha annunciato un Job Act (chissà perché in inglese) in cui oltre a una “semplificazione” della normativa in materia lavoristica e una cornice di interventi molto varia forse ispirata dalle idee del Prof. Pietro Ichino spiegate bene in questo link ci sarebbe l’introduzione dell’ormai noto contratto unico a tutele crescenti proposto in Italia da Boeri e Garibaldi e dallo stesso Ichino in più occasioni (Ichino 2011). In realtà questa ennesima ipotesi di riforma della disciplina dei contratti individuali di lavoro è stata avanzata anche in campo europeo da una certa letteratura economica almeno dal 2003 con Blanchard (Blanchard, O., and A. Landier, 2002; Blanchard, O.; Tirole J. 2004).
Della stessa idea esistono, quindi, diverse versioni. In alcune il contratto a tempo indeterminato a tutele crescenti o progressive dovrebbe sostituire ogni forma contrattuale a termine. In quella ultima di Boeri convive, invece, con alcune forme contrattuali flessibili cui legare standard minimi di tutela.
La sostanza però non cambia. E’ un contratto a tempo indeterminato che nei primi tre anni prevede uno status simile al periodo di prova.
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Dieci tesi contro la richiesta di un reddito minimo
La strada per l'inferno è lastricata di buone intenzioni
Bernard Shaw
Nei movimenti globali successivi al 1968 e all'autunno caldo del 1969 i redditi si disaccoppiano tendenzialmente dall' erogazione di forza-lavoro, e i redditi diventavano generalmente più uguali. Con il ristagno di questi processi ugualitari dal basso nella metà degli anni '70 dei gruppi di sinistra radicale producevano riflessioni strategiche attorno a un »salario politico« ed un »reddito minimo garantito«. Nella Repubblica Federale Tedesca la richiesta di un reddito di esistenza affiorò all'interno del movimento autonomo degli anni '80 come reazione alla ristrutturazione dello stato sociale.
Allo stesso tempo (negli anni '80) politici della CDU propagavano »l'imposta negativa sul reddito«, una cosa che vige tuttora (per esempio nel reddito di solidarietà dei cittadini). Sinistra, CDU, sindacati e padroni avanzano la stessa richiesta. Come è possibile?
1) La proposta di un reddito di esistenza è espressione di una società che diventa sempre più diseguale; ma allo stesso tempo fiancheggia questo processo. Non è solo una reazione alla ristrutturazione dello stato sociale, bensì una strada verso la sua ristrutturazione e smantellamento; non è un mezzo per una più equa distribuzione del reddito.
2) Dalla storia sappiamo che l'introduzione di redditi sganciati dal salario ha sempre condotto alla diminuzione del livello di riproduzione della classe operaia, così come è esattamente successo in Germania con l'introduzione del pacchetto delle riforme Hartz (la cosidetta »Agenda 2010« del cancelliere Schröder).
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Derive post-operaiste e cattura cognitiva
di Carlo Formenti
Analizzando la svolta liberista delle socialdemocrazie europee, Luciano Gallino1 parla di “cattura cognitiva”, riferendosi alla doppia capitolazione delle organizzazioni tradizionali del movimento operaio di fronte alla controrivoluzione neoliberista: mancata opposizione agli attacchi del nemico di classe e sostanziale accettazione dei suoi paradigmi teorici (Gramsci avrebbe parlato di egemonia e di rivoluzione passiva). In un testo recente2, ho tentato di dimostrare come il processo di cattura cognitiva sia andato ben oltre i confini della socialdemocrazia, coinvolgendo anche la cultura dei movimenti e delle sinistre radicali. La breccia che ha consentito lo “sfondamento” del fronte ideologico anticapitalista è stata la rinuncia a descrivere il conflitto sociale in termini di lotta di classe. Nel testo citato nella nota precedente, ho messo al centro della mia analisi critica: 1) i “nuovi movimenti” che, dall’inizio degli anni Ottanta, hanno progressivamente spostato l’asse dei conflitti sociali verso le contraddizioni di genere, le tematiche ambientali e la lotta per l’estensione dei diritti individuali nel quadro della “democrazia reale” (con estrema approssimazione, si potrebbe parlare di uno slittamento dalla lotta per l‘uguaglianza socioeconomica alla lotta per il riconoscimento delle differenze culturali); 2) la lunga deriva del pensiero post-operaista, a sua volta in progressivo allontanamento dal concetto di classe. In questa sede mi occuperò esclusivamente di questo secondo bersaglio polemico, concentrando l’attenzione su un testo di Maurizio Lazzarato3 che ho potuto leggere solo successivamente alla pubblicazione del mio ultimo libro.
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Scioperi nella catena logistica: i porti*
di Sergio Bologna
Il trasporto di merci, al pari del trasporto delle persone e delle informazioni, rappresenta nel processo di valorizzazione multinazionale, uno degli aspetti centrali e essenziali del processo di accumulazione del capitalismo contemporaneo. L’analisi di questi flussi (logistica) è una delle chiavi di volta per comprendere sia le dinamiche capitalistiche che le dinamiche conflittuali. In questo articolo Sergio Bologna, che da anni analizza il trasporto via mare (shipping), evidenzia come negli ultimi mesi questo macro-settore globale è stato attraversato da lotte che hanno interessato i principali hub internazionali (Hong Kong, Rotterdam, Los Angeles, Vancouver e Newcastle – Australia). I motivi di fondo riguardano sia la resistenza alla deregulation del lavoro (grazie anche alla pratica delle misdeclaration, ovvero la fraudolenta dichiarazione nella documentazione di viaggio della natura e del peso della merce trasportata) che la richiesta di maggiori salari e migliori condizioni di lavoro in un settore che ha visto negli ultimi anni crescenti livelli di profittabilità. Il settore della logistica tende così a rappresentare, pur nelle differenze sostanziali, similari dinamiche di conflitto degli anni ’60 ai tempi dell’operaio di massa nella fabbrica taylorista. Ma il successo di alcune di queste lotte ci insegna anche che a queste pratiche di insubordinazione devono essere aggiunti anche nuovi strumenti e forme di conflitto che hanno a che fare con gli aspetti della comunicazione e del sabotaggio virtuale in un contesto di speculazione finanziaria.
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Guida per gli occupabili del nuovo millennio
∫connessioni precarie
Dubitiamo che i molti aspiranti lavoratori di questo paese inaugurino la settimana acquistando il Sole24ore. Siamo piuttosto certi, però, che quelli che lunedì mattina (per ragioni sulle quali tutt’ora si interrogano) hanno comprato il giornale di Confindustria a questo punto dovrebbero sentirsi rodere dai sensi di colpa o da un sentimento di profonda inadeguatezza: se sono disoccupati è solo colpa loro. A pagina 25 scopriamo infatti che le condizioni per muovere un decisivo «Scacco matto alla disoccupazione» sono lì, a portata di tutti, e che addirittura ci sarebbero 220mila posti di lavoro che si fatica a occupare. Le aziende italiane sarebbero impegnate nella vana ricerca di analisti, progettisti di software, ingegneri energetici, controller di gestione, e ancora parrucchieri, infermieri, disegnatori industriali. Ma non basta: in Europa, ben duemilioni di posti di lavoro sono a disposizione del miglior offerente, senza contare le straordinarie possibilità offerte dal resto del mondo e dai paesi emergenti. I disoccupati – o meglio, gli «occupabili», come li ha chiamati il ministro del lavoro Giovannini, che sta al passo coi tempi – devono dunque darsi da fare, e il Sole24ore offre con la sua «Guida alla ricerca del lavoro» indicazioni preziose per vendersi al meglio.
Cominciamo col dire che le istruzioni per l’uso non sono uguali per tutti. Esiste un mondo di occupabili gggiovani, mediamente o altamente qualificati, che maneggiano il web e i socialnetwork con grande spirito di intrapresa, e un mondo di «over» le cui ultime speranze sembrano risiedere nelle paternalistiche «politiche attive» organizzate dal complesso Stato-regioni insieme al nuovo «braccio operativo» delle politiche pubbliche, le agenzie di reclutamento.
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Lavoro e reddito, un percorso di convergenza
di Claudio Gnesutta
Che il tema del “lavoro” sia una questione strategica risulta ormai evidente dal fatto che gli aspetti negativi che lo investono – disoccupazione, compressione salariale, precariato, diffusa inoccupazione da scoraggiamento – non sono frutto di una crisi che è difficile considerarla congiunturale. Essa ha piuttosto i connotati di una prospettiva strutturale se si ha presente come la crescita occupazionale sia frenata sia dalla crescita della produttività del lavoro generate da innovazioni tecnologiche pressate dalla competizione internazionale, sia dalla pressione al ridimensionamento dell’intervento pubblico. Un futuro caratterizzato da un sistematico eccesso di offerta sul mercato del lavoro non può che tradursi in un deprezzamento – in quantità e qualità - del valore del lavoro, acutizzando l’attuale polarizzazione della distribuzione dei redditi che vede favorita la quota da capitale (profitti e rendite).
Il lavoro, non solo come risorsa produttiva, è divenuto, e rischia di essere sempre più, la variabile dipendente (dalla concorrenza internazionale fra proletariati privi di forza) dei processi di una crescita del prodotto (senza crescita dell’occupazione), tanto da poter sostenere che, allo stato attuale, la disoccupazione e la precarizzazione del lavoro sono dei non-obiettivi di politica economica (ed espressione di una non-politica del lavoro, se la si intende come garanzia della qualità della vita dei propri cittadini).
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E’ possibile riunificare il mondo del lavoro?
La questione del salario non può essere elusa
di Lanfranco Turci
In un saggio del 1990 sulla evoluzione storica del movimento operaio mondiale, Giovanni Arrighi ricostruiva la divisione del movimento operaio fra quella che egli chiamava la linea Bernstein e la linea Lenin come riflesso di una grande divisione fra le condizioni del mondo del lavoro dei paesi centrali e quelle dei paesi periferici.
Le prime caratterizzate da un grande “potere sociale” del lavoro, riconosciuto anche dagli Stati e dai Governi, le seconde caratterizzate dalla “crescente miseria di massa”. Ma nello stesso saggio egli ricordava come negli ultimi 20 anni il quadro fosse cambiato profondamente in forza della svolta liberista, della globalizzazione e delle delocalizzazioni delle multinazionali, miranti a sfruttare i paesi a basso costo del lavoro e a mettere così sotto pressione il potere sociale dei lavoratori dei paesi centrali. Potere peraltro indebolito anche dalla femminilizzazione del mercato del lavoro, dai crescenti flussi immigratori e dai cambiamenti tecnologici.
“Il risultato è stato una profonda riconfigurazione dei soggetti che costituiscono l’esercito industriale attivo e quello di riserva…Un settore molto più ampio dell’esercito industriale attivo è ora localizzato nella periferia e nella semiperiferia dell’economia mondo, mentre l’esercito attivo del centro ospita al suo interno, ai livelli più bassi, un gran numero di membri femminili e immigrati e, ai livelli più alti ,intellettuali e scienziati formalmente proletarizzati. Questa riconfigurazione haposto sotto pressione i lavoratori maschi dei paesi del centro occupati ai livelli medi e bassi, mettendoli nelle condizioni di dover accettare livelli più bassi di remunerazione in rapporto allo sforzo produttivo, pena la estromissione dall’esercito attivo.”
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Al caldo dell’autunno
Prime considerazioni su una stagione che continua
Mentre l’autunno si avvicina, sono in molti a chiedersi per l’ennesima volta se sarà caldo. Già alcune organizzazioni sindacali e politiche hanno prenotato manifestazioni nazionali e scioperi generali, nella convinzione di mobilitare le masse e innescare l’annunciata conflittualità. L’arretramento politico e sociale che già abbiamo vissuto dopo gli ultimi one-day-spot, atti unici di irruzione della soggettività precaria durante qualche manifestazione, dovrebbe spingerci alla cautela. Sembra ormai evidente che questi sfogatoi allontanano le forme di conflittualità dentro e intorno ai posti di lavoro. Come le recenti lotte nella logistica hanno mostrato, la questione non è tanto la forza immediata con cui si manifesta il conflitto, quanto il suo localizzarsi nei punti strategici dei processi economici. Ma si sa quanto sia complicato frenare l’autonomia di certe soggettività e quanto sia ampia la smania delle varie organizzazioni di sovradeterminare i processi politici.
Nonostante gli auspici, i proclami e le paure sull’aumento della conflittualità, uno degli elementi senza dubbio più eclatanti della crisi economica italiana è la sua sostanziale assenza, almeno in confronto agli altri paesi dell’area euro-mediterranea. Si può senza dubbio convenire sul fatto che le abitudini concertative incistate nei sindacati confederali italiani abbiano smorzato l’emergere di estese lotte operaie per contrastare la gestione della crisi economica.
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Le baraccopoli della sinistra italiana
Devi Sacchetto
Alla baraccopoli di Rignano Garganico (Foggia) i migranti africani occupati nelle raccolte agricole sono già un migliaio. Qui non sono ancora arrivati i leader sindacali e politici della sinistra italiana. Eppure in questo angolo di Puglia lontano dalle mete turistiche e dai campeggi di formazione politica essi troverebbero un pubblico un po’ più scafato di quello a cui sono abituati e forse ascolterebbero anche qualche voce dissonante rispetto alle idee ricorrenti su come ricostruire una sinistra e un sindacato all’altezza della situazione odierna. Quest’anno a sostenere questi lavoratori migranti c’è solo un manipolo di volontari delle Brigate di solidarietà attiva, della Rete delle campagne in lotta, qualche ricercatore sociale, tre migranti nordafricani coinvolti nell’esperienza della radio autonoma lo scorso anno e delle coraggiosissime studentesse romane frequentatrici del «Laboratorio di teoria e pratiche dei diritti» dell’università Roma Tre. Il camion di Emergency passa di qua un paio di volte alla settimana, mentre ben più strutturata è la pattuglia cattolica guidata da padre Arcangelo dell’ordine degli scalabriniani e composta da una decina di boy scout. Forse non a caso, la Cisl, qualche giorno fa ha compreso al volo la situazione ed è già partita con 50 cause di lavoro, per quanto si guardi bene dal ricorrere all’articolo 18 del Testo unico sull’immigrazione che concede un permesso di soggiorno a chi, lavorando in nero e senza documenti, denuncia il proprio datore di lavoro.
Maria Desiderio era a Nardò (Lecce) durante lo sciopero dei lavoratori migranti nelle campagne salentine, ma da due anni passa le sue ‘vacanze’ a Rignano: «Con altri militanti siamo riusciti a mettere su una radio, un corso di italiano e un ufficio legale, ma le zone d’ombra sono molte e non solo legate alla questione del lavoro».
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“Guerra preventiva” al conflitto
Un’analisi dell’accordo sulla rappresentanza del 31 maggio
L’accordo sulla rappresentanza sindacale, firmato lo scorso 31 maggio da Confindustria e CGIL-CISL-UIL, è stato definito un accordo “storico”1, una “svolta”2, un “avvenimento di prima grandezza per il Paese”3. Può essere l’inizio di “una nuova era”, si è affrettato a dire Bonanni, segretario generale della CISL4, facendo eco alla “stagione nuova” auspicata dalla pari grado della CGIL.
Ma perché tutta quest’enfasi? La solita retorica ed i soliti titoli ad effetto dei quotidiani, oppure c’è qualcosa di più? Vai mai a vedere che ci dobbiamo accodare al “Bravi, bravi, davvero bravi” del presidente del Consiglio, Enrico Letta?5
Cerchiamo innanzitutto di capire perché a questo protocollo venga accordata tutta quest’importanza. Confindustria non le manda certo a dire; per bocca del suo vicepresidente per le relazioni industriali, Stefano Dolcetta, si esprime con chiarezza cristallina: “l’obiettivo a cui tendere è la prevenzione del conflitto”6.
Sta qui il punto fondamentale di tutto l’accordo, quello intorno al quale si sono stretti in un incesto neocorporativo associazione degli industriali, associazioni dei lavoratori e governo.
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La sentenza della Corte e la lezione della Fiom
Paolo Ciofi
Non si tratta solo del soldato Brunetta, sempre sull'attenti di fronte al Supermanager soddisfatto di sentirsi dire che gli interessi della Casa torinese sono quelli dell'Italia. Sulla sentenza della Corte costituzionale, che ha dato ragione alla Fiom e torto alla Fiat, è necessario fare chiarezza respingendo ogni interpretazione riduttiva. E smontando la sperimentata tecnica del «sopire troncare, troncare sopire» in vista di nuovi misfatti farisaicamente onesti, che il manzoniano Conte zio oggi impersonato dai poteri dominanti si appresta ad apparecchiare con la copertura della "libera stampa" e dei camerieri di turno. Come dimostra il trattamento a dir poco scomposto cui è stata sottoposta la presidente della Camera Laura Boldrini per aver declinato l'invito di Marchionne. E per aver detto con parole di verità che «non sarà certo nella gara al ribasso sui diritti e sul costo del lavoro che potremo avviare la ripresa», bensì percorrendo la via «della ricerca, della cultura, dell'innovazione».
La sentenza della Corte non è affatto equivoca su una questione di fondo, che ci riguarda direttamente come cittadini di questa Repubblica fondata sul lavoro. Semplicemente, ha dichiarato incostituzionale, né più né meno, quel comma dell'articolo 19 dello Statuto dei lavoratori strumentalmente usato da Marchionne per cacciare dagli stabilimenti Fiat i rappresentanti della Fiom perché il sindacato di Landini, respingendone i contenuti, non aveva sottoscritto il contratto: instaurando così il principio che nelle fabbriche e negli uffici dei rispettosissimi e ben educati eredi Agnelli possono operare solo i sindacati che condividono il punto di vista dei padroni. Gli altri sono out, non esistono.
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Non sempre è oro quel che luccica
di Sergio Bruno
Tutti i limiti del decreto appena varato sull'occupazione giovanile. Perchè a scoraggiare le assunzioni non sono solo il costo del lavoro o il cuneo fiscale ma soprattutto le prospettive di vendita. E senza domanda aggiuntiva le imprese non creeranno occupazione aggiuntiva
“Ora tocca alle imprese che possono assumere giovani”. Questa l’opinione del Presidente Letta dopo il varo del decreto sull’occupazione giovanile e a conclusione del vertice europeo. Questo riferimento alle responsabilità delle imprese è divenuto una parola d’ordine dei principali esponenti politici nei giorni successivi.
Ai provvedimenti oggetto del decreto giovani, annunciati con molta enfasi, vanno mosse alcune obbiezioni di un certo rilievo. La prima è che stiamo parlando non di circa 800 milioni di euro, ma di 200 milioni all’anno, il valore di qualche centinaio di appartamenti. La seconda è che non è chiaro come si arrivi a stabilire questa spesa, visto che molti dei provvedimenti non prevedono fondi chiusi, esauriti i quali i provvedimenti non vengono più concessi o vanno rifinanziati (ciò che, incidentalmente, dovrebbe sollevare ulteriori obbiezioni dal punto di vista della affidabilità della previsione di spesa e, quindi, della copertura). La terza è che tutti i riferimenti agli aspetti formativi sono vaghi e non sembrano fare i conti con lo stato attuale della capacità di fare formazione professionale in Italia. La quarta infine, sulla quale intendo qui aprire delle riflessioni, riguarda l’enfasi, sbagliata, posta nei richiami alle responsabilità delle imprese nel determinare il successo della strategia governativa.
Queste riflessioni sono importanti perché si annunciano ulteriori provvedimenti che dovrebbero essere meglio delineati in una ulteriore riunione dei ministri del lavoro europei.
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Lavorare senza padrone
Suggerimenti per un prossimo futuro
di Cybergodz
Nel 2001, come è noto, una crisi epocale travolse l'Argentina, disastrandola sia socialmente che economicamente. Le cause possono farsi risalire essenzialmente a due:
- una pedissequa quanto cieca osservanza delle disposizioni del FMI, tutte tese ovviamente a salvaguardare i livelli di estrazione di plusvalore necessari per mantenere in piedi il sistema, e del tutto indifferenti agli effetti di tali manovre sul corpo sociale.
Non tutto però, se ci è lecito dire così, è venuto per nuocere. L'Argentina in quegli anni si è rivelata essere uno straordinario laboratorio sociale, capace di dare indicazioni anche adesso, e anzi forse soprattutto adesso, che la crisi si è estesa a livello globale e molti paesi si sono ritrovati, o hanno molte probabilità di ritrovarsi, nelle condizioni dell'Argentina di allora.
Un libro uscito nel 2011 per le edizioni EMI dal titolo “Lavorare senza padroni”, scritto da un'abile giornalista free-lance, Elvira Corona, raccoglie molte di queste indicazioni, e le riporta in modo fedele, usando la tecnica dell'intervista e andando a scavare nell'Argentina di oggi, paese che molto deve alla capacità di autogestione nata in quegli anni di picco della crisi.
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Il sindacato fra diseguaglianza e deregolazione*
Antonio Lettieri
Quando si sono passati molti anni nel sindacato, alcuni ricordi rimangono particolarmente impressi nella memoria. Fra questi c’è il rapporto con Claudio Sabattini. Ci trovammo insieme nella Segreteria della Fiom alla fine degli anni 70, un tempo che ci appare antichissimo, quando c’erano Bruno Trentin, Pierre Carniti alla FIM e Giorgio Benvenuto all’UILM. Ricordando quel tempo, sentiamo spesso l’obiezione: “Voi parlate di un altro secolo”. Certo, però non si può fare a meno di tornare a parlarne, anche per capire il presente, e verso dove andiamo.
Ricordo che con Claudio capitò quasi sempre di essere d’accordo sulle cose essenziali. Succedeva anche di non esserlo, ma non si poteva disconoscere la sua dote critica, il suo stimolo intellettuale, la sua capacità di dare senso ai dubbi e alle scelte sulle questioni da affrontare.
In quegli anni il sindacato era attraversato da un dibattito molto vivo che intrecciava i temi politici correnti con una riflessione più difondo sulle contraddizioni all’interno delle quali si muoveva l’azione sindacale. Vi era anche una particolare tendenza a ragionare sui fondamenti culturali in grado di fornire (o così si riteneva) maggiore spessore al l’analisi e alle conclusioni che se ne traevano.
Era un tempo nel quale si poteva far riferimento a Carlo Marx senza essere considerati fuori luogo. Ma non si trattava di un vezzo intellettuale.
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