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economiaepolitica

Le pensioni di Alesina

Sergio Cesaratto

pensionatiCon frequenza ossessiva dalle colonne de Il Sole 24 Ore il tridente Tabellini, Perotti e Alesina attribuisce molti mali del paese alla troppo bassa età di pensionamento, tesi ripetuta da Alberto Alesina nel suo editoriale del 14 marzo. Beninteso, il benaltrismo è un vizio odioso, ma lo è altrettanto il riduzionismo che sfocia nel semplicismo. “Le donne italiane al lavoro tra i 55 e i 64 anni – argomenta il docente di Harvard – sono circa il 23% del totale. In Svezia il 70% delle donne di quell’età lavora, negli Stati Uniti il 50%. La media europea (Ue-15) è di circa il 41%. Per gli uomini nella stessa fascia di età le quote sono 46% in Italia, 76% in Svezia, 58% nella media Ue e 70% negli Stati Uniti (dati Ocse 2007)”. Ineccepibile, così come il fatto che ciò accade per tutte le altre fasce d’età, con la sola eccezione dei maschi della fascia d’età centrale. Il tasso di occupazione fra i 15 e i 54 anni (occupati 15-54 su popolazione con più di 15 anni) nel 2007 è 69% per l’Italia (donne 57%) contro 76% (71%) della Francia, 79% (74%) della Germania, 77% (68%) della Spagna, 81% (79%) della Svezia (dati di fonte Ilo). Quindi il problema di cui parla Alesina ha un carattere ben più generale. Le donne, in particolare, lavorano in poche in tutte le fasce d’età e Alesina usa inappropriaamente i dati nell’attribuire alla “bassa” età pensionistica i bassi tassi di occupazione femminili per le over-55 (come mi ha prontamente segnalato Antonella Stirati).

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Le paure sbagliate del governo

Felice Roberto Pizzuti

La spesa sociale pro capite dell'Italia è un quarto in meno di quella dell'Europa a 15, eppure si continua a parlare di tagli alle pensioni e a non potenziare gli ammortizzatori sociali. Ma i mercati hanno dimostrato di temere molto di più la caduta dell'economia reale che un aumento del deficit di bilancio

Pensioni in Europa e insuccesso assicurato h partbLe posizioni emerse nel dibattito sulla proposta di aumentare gli assegni ai disoccupati sono sintomatiche dell’estemporaneità con la quale ancora si affronta il tema degli ammortizzatori sociali e, più in generale, dell’inadeguatezza delle politiche sociali correnti rispetto alle esigenze anche economiche accentuate drammaticamente dalla crisi in atto.

Quella che oramai senza enfasi può essere chiamata “la grande crisi del 2008” rende incontestabilmente più urgente il potenziamento degli ammortizzatori sociali, cosicché oggi appaiono particolarmente ingiustificate le contrarietà ad attuarlo o a subordinarlo alla riduzione delle prestazioni pensionistiche. Va tuttavia sottolineato che le carenze delle misure di sostegno al reddito del nostro sistema di welfare sono da anni sotto gli occhi di chi vuol vedere (o leggere: ad esempio, le periodiche edizioni del “Rapporto sullo Stato sociale” elaborato annualmente presso il Dipartimento di Economia Pubblica della “Sapienza”).

Fatta pari a 100 la spesa sociale procapite della media dell’Unione europea a 15, il dato italiano, dopo una riduzione di 7 punti negli ultimi dieci anni, è arrivato a 75. Se si fanno confronti omogenei, il divario è sensibilmente superiore a quello che emerge dai dati ufficiali.

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economiaepolitica

Le virtù della rigidità

Francesco Garibaldo

Operai al lavoroIl Financial Times del 22 Febbraio ha ospitato un articolo del professor Paul de Grauwe dell’Università di Lovanio che sin dal titolo - la flessibilità cede il passo alle virtù della rigidità - indica un cambio di paradigma. La argomentazione piena di buon senso e chiarezza dovrebbe aprire una riflessione critica anche in Italia dove dobbiamo ancora sorbirci l’ennesima predica del professor Pietro Ichino sul Corriere della Sera del 23 Febbraio -  è finito il tempo del “ma anche”.

De Grauwe in sintesi spiega che in una deflazione da debiti, come quella in corso, se le istituzioni sociali sono troppo flessibili – ad esempio le imprese possono licenziare facilmente e tagliare i salari senza indugi – gli effetti negativi saranno ampliati a dismisura perché le insolvenze si aggiungono una sull’altra senza freni, dato che la spinta alla pauperizzazione di vaste masse di lavoratori non trova freni. In tali circostanze sono necessari degli “interruttori” che siano in grado di fermare la spirale perversa, frenando il meccanismo cumulativo. Ebbene – udite, udite -i paesi con salari rigidi, buona sicurezza occupazionale sociale sono più favoriti perché la deflazione da debiti trova un pavimento su cui fermarsi, insomma la società non può impoverirsi oltre un certo livello e, aggiungo io, le aziende sono costrette più rapidamente ad aggiustamenti strutturali, piuttosto che scaricare il costo per intero sul lavoro.

Questa riflessione, di solare evidenza, cosa suggerisce sul tipo di rapporto tra Capitale e Lavoro  che le presenti circostanze richiederebbero? La risposta quasi naturale è: un miglior bilanciamento dei rapporti di forza che sbarri la strada al Capitale verso la sua naturale tendenza a scaricare sul Lavoro il costo dell’aggiustamento, tendenza facilitata dall’oggettivo ricatto sui lavoratori che la crisi comporta.

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rassegna sind

 

Nell'inferno del nuovo caporalato

Apartheid sul lavoro

di Alessandro Leogrande*

Una moderna schiavitù sta diventando funzionale ai bisogni delle società occidentali. Nei luoghi di segregazione i migranti sono controllati da padroni pronti a punire ogni tentativo di fuga. I caporali stranieri hanno preso il posto dei caporali italiani

(Da Il Mese di febbraio 2009) Oggi non è più una forzatura giornalistica parlare di schiavi del lavoro. Sono le direzioni distrettuali antimafia di molte città italiane, da Nord a Sud, a farlo. Sono alcuni dei nostri migliori magistrati che operano nell’ombra, lontani dalle inchieste sugli intrecci tra politica & affari, sui Ricucci e sui Romeo, a dirci che il reato di “riduzione in schiavitù” si sta pericolosamente estendendo nel mondo del lavoro. Le vittime sono lavoratori stranieri: quasi sempre stagionali dell’Europa dell’Est che costituiscono l’ultimo anello, il più povero, della catena migratoria dai loro paesi; o sans papiers enormemente ricattabili perché “clandestini” e quindi avviati verso un sottobosco di emarginazione legale che produce emarginazione sociale. Siamo di fronte a un nuovo apartheid, ai bordi della società e del mondo del lavoro. Il primo sfruttamento che subiscono i nuovi schiavi è esercitato da caporali, spesso della loro stessa nazionalità, anch’essi stranieri. Sono storie di miseria, violenza, degrado, brutalità quelle che le inchieste della magistratura rivelano. Ed è impressionante notare come, in una conversazione intercorsa tra due caporali polacchi operanti nel foggiano, e intercettata dai carabinieri, i due interlocutori si chiamassero – scherzando – “kapò”. A loro modo avevano tradotto la parola italiana “caporale” in “kapò”, e la utilizzavano tranquillamente per definire il proprio lavoro... Tuttavia, nel descrivere questo sottomondo che si sta estendendo, non bisogna lasciare il minimo spazio a interpretazioni xenofobe. Queste storie non si ripetono perché i loro attori sono “stranieri”; bensì perché – in una società come la nostra, in cui gli ultimi sono non-italiani - è proprio nel sottomondo delle migrazioni più deboli, privo di diritti e argini materiali, che ritorna il medioevo lavorativo. Pochi criminali fanno soldi sulla fatica e sul sudore di tanti altri, ma ciò che va messa in luce è una domanda più profonda: a chi giova tutto questo?

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e l

L'errore di puntare sui Fondi pensione

Felice Roberto Pizzuti

La crisi economica e finanziaria, più che rattoppi alle politiche previdenziali affermatesi negli ultimi decenni, dominati dall’eccessiva fiducia nei mercati e dall’illusionismo finanziario, ne impone un profondo ripensamento. Il ruolo essenziale va lasciato alla previdenza pubblica: quella complementare può essere, appunto, solo accessoria

Come era inevitabile, la profonda crisi finanziaria in atto in tutto il mondo sta manifestando i suoi effetti distruttivi di risparmio anche sui bilanci dei Fondi pensione privati.

In Italia, oramai da diversi mesi, i dati  progressivamente resi noti dai Fondi, dalle associazioni di categoria e dalla Covip segnalano che il confronto tra i rendimenti offerti dalla previdenza complementare e quelli maturati dal Tfr lasciato in azienda volge a favore di questi ultimi. Nel corso del 2008, la media ponderata dei rendimenti maturati da tutti i comparti operanti nell’insieme dei Fondi negoziali (gestiti da rappresentanti delle imprese e dei lavoratori) è stata negativa; e stato annullato il 5,9% del risparmio previdenziale ad essi affidato. I risultati dei Fondi aperti (gestiti da istituti finanziari), che si affidano maggiormente agli investimenti azionari e comunque più rischiosi, registrano una perdita superiore, pari all’8,6%. Il Tfr lasciato nelle aziende si è invece rivalutato del 3,1% (2,7% al netto del prelievo fiscale). Se dai dati medi si passa a quelli dei singoli comparti di ciascun Fondo, mentre i più prudenti  registrano risultati positivi (ma solo quelli “garantiti” e non tutti), le linee che includono investimenti azionari hanno raggiunto perdite massime del 28% tra i Fondi negoziali e del 39% tra i Fondi aperti.

A fronte di questi dati, diversi commentatori e operatori del settore della previdenza complementare si soffermano sulla considerazione che, nonostante i terribili andamenti dei mercati finanziari, l’adesione ai Fondi pensione risulta ancora conveniente perché consente ai lavoratori di acquisire i contributi aziendali e i vantaggi fiscali che invece non avrebbero lasciando il Tfr in azienda.

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manifesto

Il valore reale del lavoro non c'è più

Massimo Roccella*

Il modello contrattuale doveva essere riformato per affrontare una situazione che, da più parti, veniva definita in termini di «emergenza salariale», ma evidentemente l'obiettivo, strada facendo, dev'essere stato perso di vista o forse i firmatari dell'accordo hanno ritenuto opportuno mutarlo senza darsi la pena di avvertire esplicitamente del cambiamento di rotta. Alla fine, tuttavia, non si può dire che essi non siano stati sinceri, se è vero che l'accordo quadro siglato a Palazzo Chigi sancisce che «obiettivo dell'intesa è il rilancio della crescita economica, lo sviluppo occupazionale e l'aumento della produttività», senza neanche un cenno all'esigenza di difendere (non diciamo di incrementare) il valore reale dei salari. Vero è che sviluppo economico e crescita occupazionale dovrebbero essere sostenuti da una «efficiente dinamica retributiva»: che però è concetto ambiguo, sicuramente non omologabile a quello di difesa del potere d'acquisto dei salari. Dal punto di vista delle imprese, ad esempio, la dinamica retributiva potrebbe apparire efficiente quanto più contribuisca a mantenere basso il costo del lavoro; altri potrebbe aggiungere che la compressione salariale è una necessità ineludibile se si vuol sperare in un incremento dell'occupazione.

Andiamo al merito. Al contratto collettivo nazionale si attribuisce la «funzione di garantire la certezza dei trattamenti economici e normativi comuni per tutti i lavoratori del settore». Non si dice però quale sia il livello del trattamento certo o, per meglio dire, non si esplicita con la dovuta chiarezza che d'ora in avanti si firmeranno contratti nazionali che non garantiranno neppure l'obiettivo minimo della salvaguardia del potere d'acquisto. I salari, anzi, a livello nazionale dovranno essere negoziati sulla base di un parametro previsionale (elaborato da un fantomatico soggetto terzo, che l'accordo neppure ha individuato) depurato della cosiddetta inflazione importata, legata alle variazioni dei prezzi dei beni energetici, e dunque a priori non coincidente con il tasso d'inflazione effettiva; perché l'indice previsionale sarà applicato non sull'intera retribuzione, ma su un valore convenzionale da individuarsi, a quanto pare, nei singoli settori.

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manifesto

La rivolta del lavoro cognitivo

Marco Bascetta

Forse i media non se ne sono ancora resi conto fino in fondo. Sicuramente il governo, l'opposizione parlamentare e perfino i sindacati sono ben lontani dal percepire quale sia la reale portata di questo movimento. Basterebbe ascoltare, in una qualsiasi delle sue articolazioni, l'assemblea nazionale degli studenti ancora in corso all' Università di Roma per capire che si tratta di una rivolta generale del lavoro cognitivo contro i dispositivi di sfruttamento subiti nei due decenni trascorsi. Contro quella condizione di frammentazione e ricattabilità imposta dall'ideologia e dalla pratica coatta del «capitale umano».  Contro quell'idea gerarchica, piramidale, anacronistica della produzione e trasmissione del sapere che l'abusato termine di «meritocrazia» contiene già nella sua etimologia. Sono, quelle che abbiamo sentito riecheggiare nelle aule della Sapienza, le rivendicazioni e il programma di un soggetto che si sente pienamente forza produttiva e non, come lo si vorrebbe, una clientela chiamata all'acquisto della merce formazione. Si chiedono reddito, risorse, potere di decidere

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manifesto

Scopriamo le carte per la nuova rappresentanza

Tiziano Rinaldini

101Dopo il disastroso risultato elettorale e le non meno disastrose dinamiche che ne sono derivate all'interno dei partiti dell'Arcobaleno, è non solo comprensibile, ma auspicabile ricercare rapporti unitari tra le forze di sinistra e costruire luoghi di relazioni (forum) tra i «movimenti» o le associazioni, le organizzazioni, ma non si può confondere questo con il problema di una nuova forza politica della sinistra. Su questo piano si pongono questioni inevitabili per chiunque se ne dichiari interessato.

La prima di queste questioni è il riconoscimento che non si può non prendere atto che al problema non è interessato chi ritiene che la prospettiva politica della sinistra vada ricercata per l'oggi e per il domani nella riproposizione pura e semplice delle identità delle esperienze con cui nel '900 è stata prevalentemente interpretata la storia del movimento operaio, né chi a fronte di questa crisi della rappresentanza ritiene che ciò sia positivo non perché apre il problema di ripensarne forme e contenuti, ma perché lo ritiene uno sbocco che finalmente ci libera da un falso problema. Sono posizioni, linee di pensiero e di pratica politica notoriamente presenti, rispettabili e con cui confrontarsi, ma non certo interessate a un processo di costruzione di una nuova rappresentanza politica della sinistra.

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«Attenti al valore del contratto»

Antonio Sciotto

Il sociologo Gallino e il testo dei sindacati: il livello nazionale è l'unico che crea una reale redistribuzione, la riforma rischia di indebolirlo. Bene la rappresentanza, ma manca una ricetta per i precari

epifaniebnonanniProfondo conoscitore del mondo del lavoro e delle imprese, il sociologo Luciano Gallino ha analizzato il testo di riforma dei contratti approntato da Cgil, Cisl e Uil, e nota subito «un'importante assenza», relativa al ruolo del contratto nazionale. Dall'altro lato, ritiene poco chiari e inefficaci, concetti come l'«inflazione realisticamente prevedibile» e la contrattazione «accrescitiva» di secondo livello, basata su parametri quali la «redditività» o la «produttività».


Professore, come verrebbe ridisegnato il sistema contrattuale?


Leggendo il testo, mi pare che ci sia un'assenza importante, relativa a un ruolo incisivo del contratto nazionale: perché la funzione fondamentale del primo livello è stata, storicamente, quella di tutelare la distribuzione del reddito tra salari da un lato, e profitti e rendite dall'altro.

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manifesto

Materiali d'uso per il passaggio a Nord

di Sergio Bologna

operai02Il grande assente rimane il lavoro, o meglio quali siano i rapporti tra capitale e forza-lavoro in un universo produttivo che vede presenti knowledge workers e working poor. La questione settentrionale è il tema dell'ultimo annale della Fondazione Feltrinelli. Un'ampia e interessante rassegna di saggi su una composita realtà segnata dalla crisi della grande industria

La «questione settentrionale» è un falso problema? E' un modo per non voler affrontare la «questione Italia»? I saggi raccolti nell'ultimo degli Annali della Fondazione Feltrinelli (La questione settentrionale. Economia e società in trasformazione, a cura di Giuseppe Berta, pp. 465) sembrano insinuare questo dubbio e a ragione.

Chiariscono subito, attraverso l'autointervista di Luciano Cafagna, che la locuzione risale agli anni Cinquanta ed aveva un significato ben diverso da quello che ha acquistato agli inizi degli anni Novanta con l'emergere del fenomeno leghista. Era stata usata nel gruppo che stava attorno ad Adriano Olivetti e alla rivista «Ragionamenti» (Roberto Guiducci, Franco Momigliano, Alessandro Pizzorno, Franco Fortini) per indicare un modo di affrontare la realtà diverso dallo storicismo crociano e fortemente incardinato sulla cultura industriale, sull'approccio sociologico, insomma sui rapporti di produzione più che sulle questioni istituzionali.

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liberazione

Legare i salari alla produttività è pericoloso e poco economico

di Felice Roberto Pizzuti

salari03L'indagine della Banca d'Italia sui redditi delle famiglie conferma la necessità di aumentare i salari, che non è solo sociale, ma anche economica; stupisce invece che sulla stampa se ne parli come fosse una novità. E' dall'inizio degli anni '90 che i salari sono pressoché esclusi dagli incrementi di produttività e a malapena hanno recuperato sull'aumento dei prezzi; nel frattempo i profitti hanno aumentato la loro quota sul reddito di oltre dieci punti.

Per aumentare i salari, oramai tra i più bassi in Europa, il governo Prodi e le parti sociali stavano ragionando sulla possibilità di utilizzare la leva fiscale; è uno strumento che certamente può concorrere all'obiettivo, ma evitando due rischi. Il primo è che l'ipotizzata riduzione delle imposte sui salari possa essere compensata da tagli alle prestazioni sociali (già proposti da più parti) cosicché la loro sostituzione con acquisti sul mercato vanificherebbe l'aumento della busta paga.

Il secondo rischio è che anche le imprese (come già hanno chiesto) partecipino agli sgravi fiscali, sia direttamente (riducendo i loro contributi) sia indirettamente (contando sugli aumenti in busta paga derivanti dalla decontribuzione dei salari per contenere gli aumenti contrattuali a loro carico).

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manifesto

Il piano inclinato dei salari e la «politica dei redditi»

Aldo Barba e Giancarlo De Vivo

sciopero2Sarebbe paradossale se tutto il recente discutere sui bassi salari che affliggono i lavoratori italiani si risolvesse in un ulteriore passo sulla strada che dalla fine degli anni '70 ha visto la loro con-dizione economica e sociale muoversi costantemente e significativamente verso il basso. Eppure, questo rischia di essere l'esito della «riforma» della contrattazione che Confindustria, il ministro Damiano, Cisl, Uil e almeno una parte della Cgil sembrano voler adottare. Tale riforma infatti prevede, nelle parole del ministro, che «il contratto nazionale... sul piano salariale deve recuperare le perdite provocate dall'inflazione», mentre attraverso la contrattazione aziendale «una parte della produttività dev'essere distribuita ai salari e non solo trattenuta dalle imprese» (Il Manifesto, 3 novembre 2007). A questa linea fanno un battage continuo editorialisti dei più diffusi quotidiani italiani - «economisti in servizio permanente effettivo», li ha chiamati Eugenio Scalfari. Alla Confindustria non pare vero, e dichiara urgente la riforma della contrattazione.

Se questa riforma passasse, i lavoratori dovrebbero lottare per il contratto nazionale al solo fine di cercare di ottenere quello che con la scala mobile avevano senza muovere un dito.

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essere comunisti

La repressione burocratica del dissenso

Intervista a Dino Greco

sciopero atesiaAbbiamo chiesto a Dino Greco di commentare la due giorni del direttivo nazionale della Cgil.

Gli abbiamo chiesto un commento articolato, che toccasse cioè i tre aspetti a nostro giudizio più significativi di quella riunione. Da un lato il merito di un documento finale che, approvato con 82 voti favorevoli, 31 contrari e un astenuto, nella sostanza valuta positivamente l’esperienza referendaria realizzata al fine di approvare il protocollo firmato a luglio con il governo.
Dall’altro lato la democrazia interna. È chiaro a tutti che nel sindacato si è ormai aperto un processo contro la Fiom e la sinistra interna. Lo stesso documento contiene infatti l’impegno ad aprire «un percorso di autovalutazione interna al sindacato» che, di fatto – come bene ha affermato Gianni Rinaldini -, mette sul banco degli imputati il voto sul protocollo del comitato centrale della Fiom e l’atteggiamento della sinistra interna.

Infine, un giudizio sulla reazione che queste realtà (Fiom e sinistra interna) devono contrapporre all’atteggiamento del gruppo dirigente Cgil.

Ecco quello che ci ha detto Dino Greco.

La prima osservazione è che il comitato direttivo si è caratterizzato, sin dalle prime battute, e cioè dalla relazione di Epifani, come un attacco frontale al dissenso interno.