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Le pillole amare del Jobs Act
Andrea Fumagalli
1. Sarebbe troppo facile paragonare la promessa di 800.000 posti stabili di lavoro del Ministro Padoan (grazie al Jobs Act) con l’analoga promessa (di poco superiore) di un milione di posti di lavoro fatta da Berlusconi esattamente 20 anni fa. L’analogia non sta solo nei numeri ma soprattutto nella non corretta informazione (quindi mistificazione) degli strumenti che si vorrebbero utilizzare per raggiungere l’obiettivo dichiarato.
2. Berlusconi all’epoca aveva affermato che era sufficiente che un imprenditore su cinque assumesse una persona e immediatamente si sarebbero creati un milione di posti di lavoro. Una banale constatazione che aveva il suo appeal comunicativo (ed elettorale) se il futuro nuovo governo operava a favore dell’economia di mercato e della stessa attività imprenditoriale, in un contesto di espansione economica. E infatti l’argomentazione ebbe il risultato sperato, mettendo in un angolo le scarse contro-argomentazioni dell’allora avversario Achille Occhetto. Peccato che nessuno (e men che meno Occhetto) aveva fatto rilevare che in Italia gli imprenditori non erano 5 milioni, ma solo 400.000 e quindi se uno su cinque (il 20%) assumeva una persona il massimo dell’occupazione possibile era di 80.000 unità. Per imprenditore si intende infatti colui che ha tre gradi di libertà (seppur vincolata): libertà di decidere come, quanto e a che prezzo produrre.
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Art. 18 e dintorni
di Giuliano Cappellini*
A quali condizioni del lavoro si riferiscono le riforme di Renzi?
Se nel nostro paese gli imprenditori si fossero conformati da molto tempo ad una prassi di rispetto della dignità del lavoratore e, dunque, non usassero l’arbitrio nei licenziamenti individuali, si potrebbe pensare che l’articolo 18 è una norma obsoleta che potrebbe essere cancellata, non foss’altro che per rispetto ad una categoria (gli imprenditori) di cittadini coscienziosi. Ma la realtà è un’altra ed il degrado raggiunto nei rapporti reali di lavoro dovrebbe essere ormai monitorato da un’apposita indagine conoscitiva parlamentare, sia perché l’ultima1 si riferisce alle condizioni del lavoro subordinato di circa 50 anni fa, sia perché senza un’indagine conoscitiva, la riforma Renzi che cancella l’art. 18 sembra rispondere solo ad una paranoia ideologica.
Spunti per ricomporre un quadro da una lista largamente incompleta
Volendo, tuttavia, ricostruire il quadro delle condizioni di lavoro nel nostro paese, i molti ma dispersi dati su quelle odierne e anche le evidenze empiriche, per la grande varietà dei casi che presentano, suggeriscono che sarebbe meglio non cercare definizioni sintetiche, categorie tipologiche cui assegnare delle cifre statistiche.
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Le flessibilità che non servono e lo scalpo dell’articolo 18
Paolo Pini
Introduzione
La rappresentazione dell’Ocse dello stato del mercato del lavoro italiano durante la crisi è drammatica. L’Employment Outlook del settembre 2014 lo attesta senza troppe ambiguità. Peraltro nell’intera eurozona la situazione non è molto diversa, se si fa una comparazione con gli Stati Uniti ma anche con i paesi europei fuori dalla moneta unica. L’Ocse giunge a rilevare che troppa flessibilità nel mercato del lavoro, troppi rapporti di lavoro non-standard, precari e mail retribuiti, abbassano la motivazione dei lavoratori ed il loro impegno, peggiorano anche le condizioni di lavoro nell’impresa, ed infine, creano addirittura problemi sulla crescita della produttività.
Anche Mario Draghi governatore della BCE nel suo intervento di fine agosto negli Stati Uniti ha espresso preoccupazione. Draghi ha posto il problema della carenza di domanda, ed ha avanzato anche alcuni importanti distinguo circa la dimensione della disoccupazione strutturale rispetto alla disoccupazione ciclica, giungendo ad affermare che le stime della Commissione Europea sono soggette a molta incertezza ed affidabilità quindi quando si prescrivono politiche economiche dal lato dell’offerta.
Ciononostante, le due istituzioni, OCSE e BCE, non sembrano trarre dalla loro analisi alcune conseguenze importanti, ovvero che insistere sul refrain delle riforme strutturali, sul mercato del lavoro in particolare, non è la politica più adatta per contrastare la crisi ed avviare un percorso di crescita.
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Lo Statuto dei lavoratori e l’articolo 18
di Francesco Ciafaloni
Il senso della protezione giuridica dei lavoratori stabili
Sembra, a leggere molti giornali, che la difesa giuridica dei lavoratori abbia a che fare col posto a vita, con gli inetti e sfaticati; che riguardi pochi privilegiati; che sia un intrigo di cavilli che esclude e costringe alla disoccupazione e alla precarietà giovani e meno giovani. Un residuo dei tempi del boom in cui c’è stato un eccesso di retribuzioni e garanzie che “non possiamo più permetterci”, come si usa dire. L’articolo 18 dello Statuto è diventato il simbolo del rifiuto del nuovo, della rigidità, del “conservatorismo sindacale”. Un simbolo da abbattere – o da difendere. Come fa un giudice a decidere se quel lavoratore è utile o no, se è capace o incapace? è il mercato che deve decidere, si sostiene.
E' utile ricordare che l’articolo 18, nella sua forma originaria, non attenuata, obbliga l’azienda al di sopra della soglia dei 15 dipendenti a reintegrare nel posto di lavoro solo chi sia stato ingiustamente licenziato per la sua fede religiosa, per la sua appartenenza politica o sindacale, perché si è sposato/a, perché è incinta, per motivi razziali, per motivi di genere. L’elenco dei casi è facilmente accessibile nelle prime righe dell’articolo, con la sola fatica, in alcuni casi, di digitare il nome e il numero della legge che li precisa. Se non sono vietati i licenziamenti per questi motivi e non c’è il reintegro diventano parole vuote le norme a difesa della maternità. Diventano vuote per i lavoratori dipendenti le libertà religiose e politiche; diventa vuota la democrazia. Cosa se ne fa una lavoratrice incinta dei mesi di retribuzione in più se perde il lavoro?
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La vertigine neoliberista
Il datore di lavoro è più uguale del suo dipendente
Umberto Romagnoli
Un’autorevole storiografia attribuisce al diritto del lavoro un ruolo di pedagogia di massa sostenendo, non a torto, che avrebbe educato moltitudini di artigiani spiazzati dall’avvento della grande manifattura, e di contadini non più del tutto contadini, all’idea che la cosa più giudiziosa che si potesse fare era quella di smetterla di rincorrere il sentimento di giustizia offeso dalle forme di dipendenza imposte dal capitalismo moderno all’interno di luoghi di produzione estranei agli schemi cognitivi sedimentati nella memoria collettiva delle precedenti generazioni.
Piuttosto, conveniva inventarsi il modo di attrezzarsi per lottare contro la diseguaglianza ridicolizzata da George Orwell: rispetto al suo dipendente il datore di lavoro è “più” eguale. Sia nel momento in cui stipula il contratto sia nella fase di esecuzione del rapporto che ne scaturisce. Per questo, l’orizzonte di senso in cui si è sviluppato il diritto del lavoro del ‘900 era segnato dalla condivisione di un’esigenza propria dei più spaesati e riluttanti protagonisti della rivoluzione industriale: quella di attenuare gli effetti della strutturale asimmetria che è all’origine di una supremazia di fatto nemica del principio di eguaglianza caro alla cultura giuridica (non solo) liberal-democratica.
Adesso, invece, i neo-liberisti non possono sentirne parlare senza farsi prendere dalle vertigini.
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La favola dei superprotetti
Flessibilità del lavoro, dualismo e occupazione in Italia
Riccardo Realfonzo
1. Ridurre le tutele non aumenta l’occupazione
Il governo intende procedere con il Jobs Act introducendo il contratto unico a tutele crescenti: una nuova tipologia contrattuale che potrebbe semplificare la normativa sul lavoro se si accompagnasse alla cancellazione della selva di contratti a termine e a una revisione degli ammortizzatori sociali. La questione più controversa è se questa nuova riforma debba o meno portare a una riduzione della precarietà del lavoro e, in particolare, se si debbano confermare – una volta che il lavoratore abbia maturato il massimo delle tutele – i livelli di protezione garantiti oggi dal contratto a tempo indeterminato, incluso il principio del reintegro dei lavoratori licenziati senza giusta causa prescritto dall’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori. Esponenti del governo e alcuni studiosi ritengono che l’obbligo di reintegro generi una sorta di superprotezione dei lavoratori a tempo indeterminato, responsabile di accentuare il dualismo del mercato del lavoro italiano, cioè la compresenza di lavoratori superprotetti e lavoratori precari (non protetti), e sia quindi dannoso per gli investimenti e per l’occupazione.
Ma questa tesi suscita forti opposizioni. Proviamo allora a valutare dati alla mano la qualità delle analisi e delle proposte del governo. A questo scopo, facciamo ricorso al famoso database messo a disposizione dall’OCSE per calcolare l’Employment Protection Legislation Index (EPL), che misura il grado diprotezione generale dell’occupazione previsto dall’assetto normativo-istituzionale di ciascun Paese.
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L’articolo 18, la moderazione salariale e la recessione
di Guglielmo Forges Davanzati
“Quanto più la depressione procede e con essa si accentua il disagio dei capitalisti, tanto più veemente si fa la reazione di questi contro gli operai, la resistenza alle loro pretese, la riduzione violenta dei salari” (Achille Loria, 1899).
La definitiva abolizione dell’art.18 è destinata a intensificare la recessione. L’ulteriore indebolimento del potere contrattuale dei lavoratori, riducendo i salari, accentua il circolo vizioso che va dalla compressione della domanda interna alla caduta dell’occupazione e del tasso di crescita della produttività del lavoro. L’evidenza empirica smentisce la convinzione secondo la quale la moderazione salariale favorisce l’aumento delle esportazioni e, per questa via, l’aumento dell’occupazione.
Non è l’art. 18 dello Statuto dei Lavoratori a frenare la crescita economica in Italia e a tenere alto il tasso di disoccupazione. Non lo è perché la sua applicazione interessa una platea ristretta di lavoratori e perché è già stato, di fatto, superato con la c.d. riforma Fornero; non lo è perché le scelte di assunzione delle imprese non sono motivate da presunte ‘rigidità’ della normativa a tutela dei lavoratori, ma semmai dalle aspettative di profitto (e, dunque, dalla dinamica della domanda aggregata); non lo è – soprattutto – perché è ormai ampiamente provato che non è la deregolamentazione del mercato del lavoro ad accrescere l’occupazione. Per contro, vi è ampia evidenza empirica che mostra che all’aumentare della flessibilità del lavoro – misurata dall’EPL (Employment protection legislation) – l’occupazione non aumenta. Ancora più certo, sul piano empirico, è il fatto che la flessibilità riduce i salari.
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Il saggio "consiglio dei saggi" e la via italiana al ...rilancio dell'occupazione
di Quarantotto
"Ciao Quarantotto, un saluto a tutto il forum. Io credo che siamo all'interno di una follia collettiva paragonabile solo a quella delle due grandi guerre. Leggevo oggi su Voci Dall'Estero che anche nella ricca Germania due lavoratori su tre guadagna meno del 2000.
Ora ditemi con questi dati, come è possibile che all'interno della CGIL, in particolar modo i loro quadri, si difenda questa Unione in modo fideistico, religioso ed ultraterreno.
Non c'è verso di fargli capire che l'UEM è stata fatta per permettere ai paesi forti di colonizzare i paesi deboli, e all'interno dei singoli paesi per favorire il grande Capitale a tutto discapito del Lavoro e dei diritti acquisiti.
Qui secondo me non è più un problema Economico/Giuridico/Storico, ma un problema che investe la Psichiatria. Perchè tanti nostri concittadini ai quali viene sottratto redditi/diritti/futuro si sono innamorati del loro carnefice e nulla scalfisce questo amore, nemmeno la condizione dei propri figli disoccupati e privi di futuro?"
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Lo specchietto per le allodole dell’articolo 18
Militant
La discussione intorno al cosiddetto “jobs act” rischia di essere monopolizzata da una diatriba assolutamente fuorviante, quella cioè sulla presunta conservazione o abolizione dell’articolo 18. Non è quello il centro del discorso, anzi paradossalmente è l’aspetto meno decisivo della riforma proposta. Intendiamoci, l’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori non solo è un perno centrale dei diritti dei lavoratori sul posto di lavoro perché protegge effettivamente i lavoratori dai licenziamenti ingiustificati, ma anche perché li protegge simbolicamente. Senza quel simbolo, vero e proprio argine ideale allo strapotere capitalista anche nei rapporti insiti nella formalità contrattuale, la deriva sarebbe inevitabile. Per intenderci, basta fare un esempio: in Spagna l’abolizione di un vincolo simile all’articolo 18 ha visto non solo l’aumento indiscriminato dei licenziamenti senza giustificato motivo, ma il corrispettivo indennizzo economico al lavoratore licenziato si è mano a mano ristretto fino a diventare una ridicola liquidazione di poche mensilità, anche solo due. Insomma, l’argine dell’articolo 18 permette anche – o forse soprattutto – il mantenimento di un alto eventuale indennizzo economico per cui potrebbe optare il lavoratore licenziato. L’azienda, cercando di impedire ad ogni costo il reinserimento del lavoratore, con l’articolo 18 è portata a pagare tanto l’eventuale licenziamento.
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Articolo 18, che? Renzi, Camusso ma soprattutto noi
di Andrea Fumagalli e Cristina Morini
In questi giorni si discute tanto dell’art. 18, un refrain che a fasi alterne diventa il fulcro della discussione sulle politiche del lavoro in Italia. Si tratta in realtà di una discussione surreale, perchè da tempo in Italia tale questione ha perso di qualsiasi parvenza di realtà. La “verità” è un’altra. L’art. 18 è già morto. Sul suo cadavere si gioca ben altra partita: il controllo diretto sui lavoratori/trici e l’istituzionalizzazione della condizione precaria come paradigma del rapporto capitale/lavoro.
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Il dibattito sull’abolizione dell’art. 18 dello Statuto dei lavoratori è già superato nei fatti. La discussione in corso è puramente ideologica, strumentale per entrambe le parti in causa, cioè governo da un lato e sindacati tradizionali (specie la Cgil) dall’altro. Il governo accusa, ideologicamente, i sindacati di essere ideologici e di non occuparsi delle persone, di essersi sempre occupati solo degli occupati e non dei disoccupati, dei (supposti) garantiti e non dei precari (surreale: potremmo, proprio noi, dargli torto?). La Cgil risponde, su un piano altrettanto ideologico, che depotenziare ulteriormente l’art. 18 significa attaccare direttamente i diritti dei lavoratori, così come fece la Thatcher in Inghilterra alla fine degli anni Settanta, oltre 40 anni fa (in un contesto di valorizzazione e organizzazione del lavoro completamente diversi, tocca ricordare).
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Il declino del lavoro standard
di Maurizio Fontana
Come attestano i dati più recenti sulle tipologie occupazionali, il processo di frammentazione del lavoro dentro la crisi ha subito nel nostro paese un’accelerazione, favorita dai provvedimenti legislativi assunti da tutti i governi succedutisi dall’inizio della crisi, che non ha eguali in Europa. Per quanto la crescente precarizzazione del lavoro sia una tendenza di fondo omogenea a livello continentale, come conferma lo studio Accessor reso pubblico lo scorso autunno (studio che peraltro ha anche evidenziato la connessa contrazione del welfare previdenziale collegato alle prestazioni lavorative atipiche), in Italia il decreto legge del duo Renzi-Poletti (34/2014), con l’introduzione della a-causalità totale nel rapporto di lavoro a termine, ha aggiunto all’ordinamento l’ennesima nuova fattispecie di contratto non standard che rende il lavoro a tempo pieno e indeterminato sempre più residuale, favorendo ulteriormente una tendenza che vede già da due anni le assunzioni a tempo pieno e indeterminato attestarsi intorno al 20% del totale dei rapporti di lavoro avviati. Secondo i dati, aggiornati all’inizio del 2013, forniti dai sindacati europei lo scorso autunno (vedi tabella), l’Italia si colloca un punto sotto la media dell’Unione Europea a 27 paesi per quanto riguarda le due principali tipologie di contratti atipici: il part-time (introdotto in Italia dalla legge 86 del 1984) e il contratto a tempo determinato (rilanciato dalla legge 56 del 1987).
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Per una metamorfosi della rappresentanza e del conflitto sociale
di Andrea Fumagalli
Le trasformazioni della composizione tecnica e politica del lavoro, verso una composizione sociale in cui l’uno si è fatto in due, impongono un ripensamento nelle forme della rappresentanza e del conflitto. A proposito di un dibattito in corso per pensare un nuovo sindacalismo
La precarietà istituzionalizzata
Le recenti lotte nel settore della logistica hanno dimostrato l’esistenza di una tensione conflittuale mai doma, ma, al momento attuale, per limiti oggettivi e per la particolarità della situazione e della composizione tecno-sociale del lavoro, non sono (ancora?) in grado di farsi forza trainante. Nel corso dell’ultimo anno si è anche sviluppato un poderoso movimento per la casa e gli sgomberi recenti lo rendono ancor più attuale, visto che si tratta di una necessità di vita.
Ciò che è drammaticamente mancato è un solido movimento sul tema della precarietà e di critica propositiva alle trasformazioni del lavoro (e della vita). Come già osservato, il Jobs Act renziano ha sancito istituzionalmente, dopo 30 anni tutti sotto il medesimo segno, che la condizione di precarietà è condizione strutturale e collettiva di vita sino a prefigurare la “norma” del ricorso al lavoro non pagato (un tempo definito forma di “schiavitù”, oggi diventato espressione del “volontariato).
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Sindacalizzazione, lavoro digitale e economia della condivisione negli Stati Uniti
Tiziana Terranova intervista Trebor Scholz
Tiziana Terranova: Trebor, in Italia come altrove immagino, stiamo discutendo cosa sta succedendo a forme tradizionali di organizzazione del lavoro come i sindacati e di nuove forme di sperimentazione che potremmo definire di ‘sindacalismo sociale’. Ci interessa la relazione tra nuove forme di sindacalizzazione e la loro relazione con lotte più ampie e meno definite. Pensiamo per esempio alle lotte ambientali, a lotte informali nella città attorno al precariato ecc, che confondono la relazione tra vita e lavoro. Tu d’altro canto stai seguendo da vicino le trasformazioni del sindacalismo negli Stati Uniti, ma anche l’impatto globale della riorganizzazione del lavoro indotto dall’uso di Internet come infrastruttura lavorativa. Hai notato un ritorno di sindacalismo in luoghi di lavoro in cui è stato tradizionalmente molto difficile organizzarsi come l’industria del fast food o grandi magazzini come Walmart. Ma quello che sembra preoccuparti di più, però, è la sfida di organizzare quello che chiami lavoro digitale e in particolare il crowdsourcing che hai ribattezzato crowdmilking (la mungitura delle folle). Qui ‘lavoratori anonimi’ incontrano ‘datori di lavoro’ anonimi. Ci puoi parlare un po’ di questo nuovo modo di organizzare la produzione e la sfida che pone alla sindacalizzazione?
Trebor Scholz: Ciao Tiziana e grazie per il tuo invito a parlare del futuro dei sindacati tradizionali e di nuove forme emergenti di solidarietà e mutuo soccorso. Facciamoci una camminata nei campi del lavoro e per non perderci, stabiliamo prima i termini. Voglio essere chiaro che sono concentrato soprattutto sugli Stati Uniti e specialmente su quello che io chiamo il ‘lavoro digitale’ e in questo vasto labirinto di pratiche diverse, discuterò dei lavoratori più poveri e sfruttati nell’industria del crowdsourcing.
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L’algoritmo del profitto
Comandare il lavoro al tempo del technical intellect
di Michele Cento
Grazie allo sviluppo tecnologico di sicuro non diventeremo tutti uguali, ma almeno saremo gentlemen di fronte al lavoro. Suonava grosso modo così una promessa annunciata con una certa autorevolezza ormai più di un secolo fa. Alle promesse di chi vorrebbe affidare all’evoluzione il nostro destino abbiamo imparato a non dare ascolto, tanto più quando quell’evoluzione oggi si presenta con il volto neutro dell’algoritmo. È quest’ultimo, infatti, la struttura portante di quelle che, all’alba della società post-industriale, Daniel Bell definiva intellectual technologies, il cui perfezionamento ha condotto oggi all’elaborazione di Computer Business Systems (CBS), software preposti alla gestione e all’organizzazione di imprese sempre più complesse, integrate e globali. Si tratta di strumentazioni adottate regolarmente da grandi aziende multinazionali, spesso introdotte da società esterne di consulenza come Accenture e Gartner, per procedere tanto a ristrutturazioni aziendali, quanto alla normale amministrazione della forza-lavoro in chiave iper-efficientista. Eppure, per quanto diffuso sia il loro utilizzo, finora non esistevano studi sull’argomento. Una lacuna che Simon Head ha provato a colmare andando direttamente alla fonte, studiando cioè i manuali rilasciati dalle aziende produttrici dei CBS (tra queste le più note sono IBM, Oracle, SAP): un materiale impervio e spesso inaffrontabile, scritto da specialisti per specialisti, in cui però, annota Head, si trovano informazioni che di norma vengono occultate al pubblico di habitués delle celebrazioni del progresso tecnologico.
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I veri obiettivi della politica sul lavoro di Renzi
di Andrea Fumagalli
Non passa giorno che il nuovo governo Renzi, forte del 40% ottenuto alle elezioni europee, non emani una declamatoria in nome della semplificazione e delle riforme (Costituzione, Giustizia, Tasse, Legge elettorale, ecc.). Finora alle parole non sono seguiti i fatti. Con un’eccezione significativa: il mercato del lavoro. In questo campo, l’attivismo del governo – bisogna riconoscerlo – è stato particolarmente vivace e la trasformazione del decreto Poletti in legge, come prima parte del Jobs Act, ne è la testimonianza. E’ quindi necessario analizzare dove questo attivismo vada a parare. E il quadro che si prospetta non promette nulla di buono per i precarie e le precarie (siano essi/e occupati/e in modo stabile, in modo atipico o disoccupati/e). Nulla di nuovo sotto il sole, anzi d’antico….
Il 1 luglio è iniziato il semestre europeo a guida italiana. Renzi debutta in Europa con la dote del 40% dei voti delle ultime elezioni europee. L’11 luglio avrebbe dovuto esserci l’importante summit sulla (dis)occupazione giovanile, che molto saggiamente, visto il clima di accoglienza … poco benevola che si stava preparando, è stato spostato in autunno in luogo e data da decidere ancora. A tale appuntamento, Renzi avrebbe voluto presentarsi con la sua ricetta, pardon, riforma salvifica. Ma a differenza delle chiacchiere che hanno accompagnato altre declamatorie di riforme, quella sul mercato del lavoro si preannuncia già in fase operativa. E gli effetti, purtroppo, non saranno indolori.
In un contributo di Gianni Giovannelli, siamo già entrati nel merito dei provvedimenti che il jobs act ha già introdotto nel mercato del lavoro italiano. A un mese di distanza e nel corso del dibattito sulla legge delega del legge Poletti, vogliamo cominciare a studiarne gli effetti e a definire la strategia che il governo di Renzi, targato PD, intende perseguire per la definitiva normalizzazione (leggi precarizzazione) del mercato del lavoro italiano
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Epigrafe di Mauro Gosmin







































