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carmilla

La fabbrica della disperazione

di Alexik

pomigliano-300x225Ci sono tradizioni Fiat (pardon, FCA) che sfidano lo scorrere del tempo, uniscono memoria e innovazione, fondano il “nuovo che avanza” su solide radici piantate nella storia. Sono la tradizione dei reparti confino, quella dei licenziamenti politici, della persecuzione degli operai più combattivi, delle espulsioni di massa.

E’ su questo know how, tutto orgogliosamente made in Italy, che la “fabbrica del futuro” di Marchionne produce ancor oggi uno dei suoi risultati di eccellenza: il progressivo annientamento fisico e psicologico sia di chi rimane nel ciclo produttivo, sia di chi ne è espulso.

L’annientamento degli espulsi, dei cassaintegrati, dei licenziati, è fatto di miseria, paura del futuro, mancanza di prospettive, di suicidio. L’annientamento di chi resta sulle linee è fatto di turni/ritmi/orari, di sudore ed infortuni, degli insulti dei capi, di umiliazioni sopportate in silenzio.  Entrambi sono legati in un binomio indissolubile: la disperazione dei primi è garanzia della sottomissione degli altri.

A debita distanza dalla fabbrica vera e propria, come un lazzaretto di appestati, il reparto confino si erge a monito permanente per chi è rimasto in produzione: “puoi finire qui”, sembra dire. Ancor più che a punire i riottosi, esso serve a disciplinare la fabbrica.

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euronomade

La torsione neoliberale del sindacato tradizionale e l’immaginazione del «sindacalismo sociale»

Appunti per una discussione

di Alberto De Nicola, Biagio Quattrocchi

IMG 6752Introduzione

Lo scopo di questi appunti è quello di stimolare una duplice riflessione. Assistiamo, oramai da lungo tempo, ad una profonda trasformazione della funzione del sindacato tradizionale. Con esso intendiamo le organizzazioni eredi del movimento operaio: come la forma sindacale confederale e le esperienze “cogestionarie” tedesche. Questa trasformazione sembra essere profondamente segnata da una torsione in chiave neoliberale del soggetto sindacale, divenuto “istituzione” attiva nel sistema della governance, al pari degli altri soggetti che in essa vi operano. In quanto tale, questa istituzione, sembra sempre di più introiettare quella razionalità governamentale tipica dell’impresa. Dal sindacato come soggetto autonomo per il conflitto sul salario, si assiste alla formazione di una organizzazione manageriale che svolge una funzione attiva nella segmentazione della forza-lavoro e nel processo di trasformazione del welfare.

Il contesto storico in cui questo processo sembra accelerarsi e giungere a compimento è quello della crisi e delle politiche dell’austerity. Le politiche fiscali restrittive e la ferrea disciplina di bilancio hanno momentaneamente raggiunto i risultati stabiliti: in termini redistributivi tra le classi sociali e nello stabilizzare alcuni rapporti di forza in Europa, tra le aree centrali e quelle periferiche.

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economiaepolitica

Gli insuccessi nella liberalizzazione del lavoro a termine

Riccardo Realfonzo e Guido Tortorella Esposito

GRANDE-FRATELLOL’effetto sociale più grave della crisi economica scoppiata alla fine del 2007 è l’impennata della disoccupazione. In Italia i senza lavoro sono più che raddoppiati rispetto al 2007 e oggi superano i 3,2 milioni. Anche nel 2014 la disoccupazione continuerà ad aumentare: secondo le previsioni del governo il tasso di disoccupazione a fine anno giungerà al 12,8%, contro il 6,1% del 2007. Non si tratta di uno scenario solo italiano, dal momento che nell’Eurozona si muovono oggi 19 milioni di disoccupati, ben 7 milioni in più rispetto al 2007, e alcuni paesi - come la Grecia e la Spagna - hanno visto addirittura triplicare la disoccupazione.

In questo contesto, gli interventi espansivi di politica fiscale vengono ostacolati dai vincoli sul deficit e sul debito pubblico previsti nei trattati europei. Insomma, in Europa continua a prevalere l’austerità, benché il suo insuccesso sia ormai sempre più spesso riconosciuto anche dai principali istituti di ricerca internazionali (ad esempio il FMI). L’attenzione si sposta allora sulle politiche del lavoro e in particolare sulla possibilità, sostenuta dalla letteratura economica più conservatrice, la stessa che difende l’austerity, che una sempre maggiore flessibilità del mercato del lavoro possa favorire la crescita occupazionale. In Italia, dopo la riforma Fornero, si prova con il decreto Poletti ad agire ancora sui contratti a termine, nella convinzione che una ulteriore liberalizzazione di questo tipo contrattuale possa fornire un contributo alla riduzione della disoccupazione. Per questa ragione, si interviene prevedendo, tra l’altro, l’eliminazione dell’obbligo di indicazione della causale economico-organizzativa, l’aumento del numero delle proroghe possibili,  la trasformazione di obblighi ad assumere in sanzioni amministrative.

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paginauno

La Governabilità del lavoro

di Giovanna Cracco

“Caro Primo ministro, [...] c’è anche l’esigenza di riformare ulteriormente il sistema di contrattazione salariale collettiva, permettendo accordi al livello d’impresa in modo da ritagliare i salari e le condizioni di lavoro alle esigenze specifiche delle aziende e rendendo questi accordi più rilevanti rispetto ad altri livelli di negoziazione. L’accordo del 28 giugno tra le principali sigle sindacali e le associazioni industriali si muove in questa direzione”.
Lettera della Bce al primo ministro italiano, a firma di Mario Draghi e Jean-Claude Trichet, 5 agosto 2011

madsmisg06aLa riforma del lavoro è tornata a tenere banco. nel marzo scorso il governo Renzi ha approvato un decreto legge che mette mano ai contratti a termine e all’apprendistato: i primi possono essere rinnovati per tre anni senza causale (prima erano 12 mesi) e senza alcuna pausa tra un rinnovo e l’altro, mentre per il secondo non esiste più l’obbligo di confermare almeno il 30% dei precedenti apprendisti per poterne assumere di nuovi. Contemporaneamente l’esecutivo ha annunciato la futura presentazione in Parlamento di un disegno di legge delega, il famigerato Jobs Act, per riorganizzare “l’intero sistema”, dagli ammortizzatori sociali al riordino delle tipologie contrattuali al nuovo codice del lavoro.

La CGIL si è scagliata contro il decreto legge, affermando, con ovvia ragione, che aumenta ulteriormente la precarietà, mentre Cisl e Uil hanno avuto tiepide reazioni positive. Il problema è la mossa in due tempi, decreto e legge delega, che mette il sindacato di ‘sinistra’ in una scomoda posizione. La Cgil attendeva infatti una riforma unica e complessiva, che contenesse anche la riduzione della miriade di forme contrattuali ‘flessibili’ e la creazione di un contratto unico di inserimento con raggiungimento progressivo delle varie garanzie nell’arco di tre anni, come più volte Renzi aveva annunciato; la riforma unica le avrebbe dato la possibilità di valorizzare alcuni aspetti rispetto ad altri e di farla digerire ai propri iscritti come un compromesso necessario, visti i tempi di crisi e disoccupazione dilagante.

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conness precarie

Il regime del salario 2

Naspi, ovvero del triste tramonto del welfare

di Lavoro Insubordinato

incertezza-300x300C’era una volta il progetto di mettere al lavoro l’intera società italiana senza eccezioni e senza possibilità di sottrazione. Nel 2001 l’allora ministro Maroni in un celebre libro bianco proponeva una «società attiva e una nuova qualità del lavoro». Dopo quasi 15 anni di lotte e di resistenze quel progetto sembra oggi realizzarsi grazie al nuovo regime del salario che il governo Renzi sta progressivamente instaurando. Sarebbe perciò quanto mai sbagliato leggere le politiche del lavoro del nuovo governo come la trovata estemporanea e vagamente populista di un decisionista allo sbaraglio. Non si tratta nemmeno della truffa di un giocoliere più abile di altri. Non basta cioè denunciare l’ingiustizia o la furbizia dell’imbonitore, affinché i truffati si rendano conto dei loro diritti violati. Tutte queste misure sono invece il compimento di un processo e pretendono di registrare lo spostamento dei rapporti di forza che è oramai avvenuto all’interno della società italiana ed europea. Il regime del salario che il governo sta imponendo mira a stabilire le condizioni grazie alle quali la coazione del lavoro investa anche il non lavoro, stabilendo una paziente disponibilità a una nuova occupazione, in altri termini all’occupabilità. Questo regime del salario non punta a una salarizzazione dell’intera società, non fa cioè corrispondere un salario certo a un lavoro sicuro, esso stabilisce piuttosto le basi di un’incertezza generalizzata che investe tanto il salario quanto il reddito, facendo di quella stessa incertezza il solo e unico criterio di giustizia.

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Il Vangelo secondo Matteo. Un commento al Dl 34/14

CAU Napoli

Se ne sentiva parlare da mesi, sicuramente da prima che il nuovo Governo si insediasse. Il gioco iniziale consisteva nel decantare di tutto un po' in materia di lavoro, proponendolo come la soluzione a tutti i mali - dalla disoccupazione, alla mancata “crescita” dell’Italia, passando per la morte di Lazzaro (Matteo 9:2-8.) - ma parlandone sempre in maniera evanescente. Eppure, infine, Jobs Act fu .

Il programma di Renzi, enunciato come unico Vangelo da seguire parla, ovviamente, anche di lavoro. Fin dall’incipit il Decreto Legge 34/14 (per ora prima e unica parte stilata del Jobs Act) chiarisce le proprie finalità. La più indicativa è la prima: “semplificare alcune tipologie contrattuali di lavoro, al fine di generare nuova occupazione, in particolare giovanile”.

Non c’è niente di nuovo, a dispetto del clima di novità ostentato dal nuovo Premier: se non vogliamo risalire alla Legge Biagi, basta guardare la “riforma” Fornero per trovare un filo conduttore e una continuità tra i vari governi. Ma procediamo per piccoli passi.


Cosa mette in campo questo rinomato Jobs Act?

La prima tranche, già approvata tramite il decreto legge 34/14, pone al centro “la flessibilità in entrata” e “l’occupazione giovanile”, modificando il contratto a termine e quello di apprendistato.

Nello specifico, la durata del contratto a termine (Art. 1) viene alzata da 12 a 36 mesi, eliminando la causale, ovvero l’obbligo di spiegare la motivazione della temporalità “anomala” del rapporto di lavoro.

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quaderni s precario

Jobs Act

Renzi, Poletti e il fantasma dello sceriffo di Nottingham

di Gianni Giovannelli

In barba alle direttive europee e al principio che il contratto di lavoro di riferimento è quello subordinato a tempo indetrminato, le misure del governo Renzi, liberalizzando totalmente il contratto a tempo determinato e l’apprendistato, rendono il contratto a termine (sino a tre anni, rinnovabile ben 8 volte) l’architrave del mercato del lavoro e nesancisce la definitiva precarizzazione. Oltre a rendere la precarietà giuridicamente strutturale (già lo è nella realtà) pone una serie di questioni rilevante in tema di rappresentanza. Come reagire?

 

 E’ stato pubblicato in data 20 marzo sulla Gazzetta Ufficiale, con la firma di Re Giorgio, il decreto legge numero 34/2014. E’ senza alcun dubbio la più violenta aggressione ai diritti dei lavoratori di questi ultimi anni, nessun governo di destra aveva mai osato tanto; nessuna legislazione europea contiene una liberalizzazione così ampia e totale del contratto a tempo determinato, che diventa di fatto la forma ordinaria delle assunzioni, in palese contrasto con la direttiva 99/70 dell’Unione.

Napolitano e Poletti, due ex comunisti, si sono prestati a colpire, con la complicità dell’ambizioso  Matteo Renzi, i ceti deboli e precari, istituzionalizzando il ricatto e la minaccia che accompagnano la condizione precaria, unico possibile accesso al lavoro e al reddito. La scelta autoritaria (repressione e cancellazione delle tutele) caratterizza il governo delle larghe intese, privo ormai anche di investitura popolare, e tuttavia deciso ad evitare perfino il passaggio parlamentare.

E’ necessaria una riflessione sullo stato della democrazia rappresentativa in Italia, quale necessario strumento di lettura del decreto (di immediata attuazione, dunque già ora in vigore).

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Dai territori dell’Europa orientale

Catene produttive, lavoro migrante, finanza

Intervista con Devi Sacchetto

Euronomade: Tu hai lavorato molto sull’Europa dell’Est e in almeno due direzioni: la prima concerne i flussi migratori e la composizione della forza lavoro; la seconda, mi sembra di poter dire, riguarda i processi di riorganizzazione del comando di impresa. Ci puoi dare qualche impressione di quadro?

Seguo le vicende dei paesi dell’Europa orientale da più di quindici anni. Mi pare che la situazione sia oggi molto articolata. Dal punto di vista spaziale si tratta di un’area che è attraversata contemporaneamente da processi di emigrazione (e talvolta ritorni), immigrazioni, rilocalizzazione e anche di ulteriore ri-rilocalizzazione. Questi fenomeni hanno assunto dimensioni di massa, basti pensare da un lato alle migrazioni dei romeni, dei polacchi o anche dei lituani e dall’altro lato agli investimenti produttivi nella Repubblica ceca, in Polonia, Ungheria, ma anche in Romania. L’area dell’Europa orientale è stata etichettata come la maquiladora dell’Europa occidentale dedita prevalentemente all’esportazione. È uno spazio però nel quale le stratificazioni sono ben visibili sulla base sia delle condizioni storiche sia anche dei nuovi processi che si sono sviluppati negli anni più recenti.

Per quello che riguarda le emigrazioni esse oggi si articolano in modo assai diverso da come gli studi solitamente presentano questi movimenti, mettendo a soqquadro le categorie di circolarità, permanenza, pendolarità.

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Come gli operai-folla sono diventati i fantasmi della macchina digitale

di Moshe Z. Marvit

L’indagine realizzata da Moshe Z. Marvit – uscita in «The Nation» il 4 febbraio 2014 e della quale pubblichiamo la traduzione di ampi estratti – fa luce su una delle più notevoli e sinistre innovazioni introdotte dal gigante Amazon nell’organizzazione del lavoro contemporaneo. Non c’è un nano gobbo dentro al Turco meccanico utilizzato da Amazon, né il suo scopo è quello di apparire invincibile nel gioco degli scacchi. Al suo interno vi è una folla di lavoratori e di lavoratrici, che magari non sono la teologia e non fanno perciò vincere il materialismo storico, ma dimostrano comunque che il progresso non apre necessariamente frontiere luminose. Lo scopo di questo Turco meccanico è aumentare, intensificare, frammentare lo sfruttamento del lavoro. Il «lavoro nella folla» [crowdworking]l’appalto di attività che non possono essere del tutto automatizzate e informatizzate a singoli lavoratori che le svolgono dal proprio computer, senza possibilità di contrattare le proprie condizioni di lavoro – rivela la brutale materialità del lavoro «immateriale» contemporaneo. Nonostante l’entusiasmo che ha suscitato e continua a suscitare, il lavoro immateriale mostra qui tutti gli elementi di continuità politica con il più classico lavoro industriale: dalla segmentazione incontrollata delle mansioni al basso salario.

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minimamoralia

La valutazione dell’utilità e l’utilità della valutazione

di Francesca Coin

I have planted the tree of utility,
I have planted it deep, and spread it wide.
J. Bentham

Il contesto di questa riflessione è il passaggio dalla democrazia liberale di stampo welfarista-keynesiano, basata su un modo di produzione fordista, alla governance neoliberale, forma di governo post-democratica contraddistinta, sul piano produttivo, dalla produzione postfordista e dal libero mercato. Il concetto di merito funge da spartiacque tra le due epoche presentandosi quale dispositivo di allocazione delle risorse su base selettiva, in contrapposizione ai “finanziamenti a pioggia” che caratterizzavano l’epoca fordista. Utilizzato dapprima nel lavoro industriale, e poi esteso alla sfera pubblica, il concetto di merito si presenta come dispositivo di inquadramento alternativo alla contrattazione nazionale (1) che consente di ripensare il salario sulla base di criteri definiti di tipo premiale, che nella sostanza trasferivano sul lavoro parte della crisi di accumulazione dell’epoca fordista. Era stato Ohno nelle fabbriche toyotiste ad affiancare al controllo disciplinare, tecnico e meccanico, contraddistinto dalla catena di montaggio, quella che chiamava “auto-attivazione”: (2) nel sistema Toyota solo un terzo della busta paga era assicurato mensilmente secondo un contratto. Il resto dipendeva dalla produttività, dai tassi di assenteismo e dalla “lealtà” dei lavoratori agli interessi e agli obiettivi aziendali.

Il salario, in altre parole, era legato strettamente alla performance, alla quantità di lavoro erogata dal singolo operaio e dalla sua unità produttiva.

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quaderni s precario

Arriva il Job Act. Che fare?

di Gianni Giovannelli

In questi giorni è in atto la terza ristrutturazione di governo, sotto l’occhio vigile e complice di Napolitano, per trovare la quadra a una situazione politica che non sembra avere soluzioni, se non quella di ricorrere a: “un uomo solo al comando”: prima Berlusconi, oggi, dopo il fallimento dei “tecnici”, Renzi. Nel frattempo, nel più assordante dei silenzi, si ridefiniscono i piani di politica economica e si preparano i materiali per l’ennesima precarizzazione del lavoro.

* * * * *

E’ ben chiaro a tutti che la mera critica, pur doverosa e necessaria, non è sufficiente. Intendiamoci. E’ ben vero che oggi, nel precariato come negli agglomerati di lavoro almeno formalmente stabile, prevalgono la paura, l’insicurezza, la preoccupazione legata ad un futuro percepito come incerto; ma è altrettanto vero che accanto alla paura fanno capolino, quasi ovunque e sempre più evidenti, i desideri, le speranze, le attese di una reale nuova emancipazione.

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Disoccupazione tecnologica e negazione della domanda nel mondo dell'"Intelligenza Artificiale"

Le nuove frontiere supply side della politica italiana

di Quarantotto

Della presunta spinta "hi-tech" verso la disoccupazione ne avevamo già parlato nel finale di questo post.

Questa versione ci viene ora riproposta in maggior dettaglio dallo stesso commentatore

Le sue argomentazioni possono, grosso modo, così riassumersi:

1- l'innovazione tecnologica è così veloce e tumultuosa da mettere in pericolo ormai il 47% dei posti lavoro; 

2- ciò si era già verificato alla fine dell'800, ma allora era risultato più agevole la sostituzione dell'occupazione perduta con nuovi "mestieri", aspetto che, in questo frangente non sarebbe riproponibile;

3- le "nuove tecnologie" incidono specialmente su certi settori dei servizi, acuendo le distanze tra i "più esperti" e i "colletti bianchi, i più esposti all'ascesa della intelligenza artificiale" (robot e Internet diffuso);

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Electrolux

Problemi di transito alla dogana operaia di Susegana

di Devi Sacchetto

Alla dogana operaia di Susegana (Treviso) le bolle di accompagnamento e il contenuto di ogni camion in transito sono accuratamente ispezionati. Verso l’esterno gli operai lasciano passare solo una quota della produzione effettuata in loco: un migliaio di frigoriferi al giorno stipati in 10-12 camion, perché vogliono garantirsi un po’ di spazio nei magazzini per stoccare la produzione quotidiana ed evitare così di essere messi in libertà. In effetti Enza Calderone, delegata della Uilm, in uno dei tanti capannelli racconta che l’azienda minaccia di mettere gli operai in libertà perché non riesce a portare fuori i frigoriferi, ma che non sarà certo questo a far togliere i blocchi. Verso l’interno viene concesso di far entrare solo i prodotti finiti che arrivano da altri stabilimenti e i semilavorati necessari per la produzione. I furgoni che riforniscono la mensa sfrecciano invece tra gli applausi. L’organizzazione operaia si estende «tutto intorno al grande stabilimento per evitare che dagli altri passaggi l’azienda tenti qualche sortita», ci racconta Manuela Marcon della Fiom. L’azienda ha fatto arrivare anche un treno per caricare 8000 frigoriferi, la produzione di due, tre giorni, che gli operai però useranno come magazzino senza farlo uscire, almeno per il momento. Perché il sapere operaio in una delle ultime grandi fabbriche del Veneto pare essersi riprodotto nel tempo. Da una settimana ormai il blocco delle portinerie e lo sciopero a rotazione nei reparti a Susegana, come negli altri stabilimenti dell’Electrolux, stanno facendo infuriare la dirigenza che si ritrova senza particolari sostegni.

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Perché boicotto la Granarolo

di Girolamo De Michele

Premessa: è un post che richiede tempo, perché contiene alcuni link che completano quello che voglio dirvi. Sono informazioni essenziali per capire cosa sono, oggi, lo sfruttamento e il razzismo, anche e soprattutto quando si mascherano da cooperative, sindacati e partiti “di sinistra” – o forse, semplicemente sinistri.

Cominciamo con una foto. Ricordate la scorsa estate, quando l’indignazione estense s’intiepidiva per la foto di una volante dei vigili al McDrive? Beh, ecco una variante. Gli agenti in servizio ai cancelli della Granarolo, dov’era in atto un picchetto dei lavoratori della logistica (d’ora in poi li chiameremo facchini), escono dal magazzino con buste e contenitori bianchi. Non sono in grado di dire se, come viene facile pensare, in quei pacchi ci siano prodotti Granarolo, né se si tratti di un dono, o cos’altro: lascio al lettore. Certo che se fosse [sottolineo il se fosse: periodo ipotetico della possibilità] un omaggio, sarebbe qualcosa di molto simile a un atto illegale. Se…

Un picchetto ai cancelli: perché? Che succede alla Granarolo?

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Lavoro cognitivo

Intervista a Enzo Rullani

Logo scienze cognitive1.    Se dovesse individuare delle qualità  fondamentali per definire la trama del lavoro cognitivo oggi emergente, cosa indicherebbe? 

Per identificare le qualità rilevanti del lavoro cognitivo, bisogna innanzitutto capire che cosa è e dove lo troviamo, nei processi produttivi di oggi. Bisogna innanzitutto distinguere il lavoro cognitivo con cui abbiamo a che fare ai nostri giorni (nel contesto della modernità) dal lavoro energetico-muscolare del passato (riferito ai modelli provenienti dall’epoca pre-moderna). In linea generale, possiamo chiamare lavoro cognitivo ogni forma di lavoro che – come output utile – produce conoscenza, usando questa conoscenza sia per generare significati o legami dotati di valore (per gli interlocutori a cui sono rivolti), sia, in altri casi, per governare e avviare trasformazioni materiali realizzate da macchine e da energia artificiale.

Il lavoro energetico invece è una forma di lavoro che usa la forza muscolare per trasformare i materiali, trasportare oggetti pesanti, arare la terra ecc., dando loro una forma utile.

La linea di demarcazione tra le due forme di lavoro, però, è meno ovvia di quello che sembra. Per due ragioni: prima di tutto, anche il lavoro cognitivo dello scienziato, dell’artista, del professore, del tecnico utilizza il corpo e le sue capacità fisiche per produrre/usare la conoscenza; d’altra parte, è altrettanto vero che il lavoro energetico non è soltanto energia allo stato “puro”, ma è sempre energia guidata dall’intelligenza “biologica” dell’uomo-lavoratore, necessaria per rendere efficiente il lavoro di trasformazione realizzato.