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Dividiamoci il lavoro. Risposta a Lunghini

di Giovanni Mazzetti

Tra le intuizioni dei sostenitori del reddito di cittadinanza e le critiche di chi, come Giorgio Lunghini, pensa che quel reddito non risolva la questione dell’autonomia dei non occupati, rimane aperta una sola via: la redistribuzione del lavoro tra tutti, con la riduzione del tempo di lavoro ma senza decurtazioni di salario

Giorgio Lunghini nel suo “Reddito sì, ma da lavoro”  ha sottolineato che la proposta del reddito di cittadinanza soffre di limiti intrinseci. Con le sue parole: “quel reddito è semplicemente l’eccesso del salario percepito dai lavoratori occupati rispetto al costo di riproduzione di questi. Il palliativo rappresentato da un reddito di cittadinanza o di esistenza non risolve la questione dell’autonomia economica e politica dei non occupati, probabilmente ne aumenterebbe il numero, ne certificherebbe l’emarginazione, favorirebbe il voto di scambio e lascerebbe irrisolta la questione dei bisogni sociali insoddisfatti. L’autonomia economica e politica presuppone un reddito da lavoro.”

Si tratta di un’argomentazione logicamente ineccepibile. Ma l’evoluzione della realtà sociale notoriamente non va di pari passo con la logica, visto il ricorrente sopravvenire di eventi contraddittori, cioè di fenomeni che impongono la ristrutturazione degli stessi presupposti del ragionamento e dell’azione. Può così accadere che la giusta critica alla proposta del reddito di cittadinanza venga articolata senza tener conto di alcuni degli elementi che hanno fondatamente spinto i sostenitori di quella strategia ad optareper quella soluzione, anche se poi quegli stessi elementi li hanno spinti a sbagliare nello svolgimento della soluzione del problema, ma non nella sua formulazione di partenza. Cerchiamo di vedere di che cosa si tratta.

Lunghini rappresenta il quadro dei rapporti sociali attuali con il seguente schema:

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Reddito sì, ma da lavoro

di Giorgio Lunghini

L’autonomia economica e politica delle persone presuppone un reddito da lavoro. Il reddito di cittadinanza corre il rischio di far aumentare il numero dei non occupati e la loro l'emarginazione, lasciando irrisolta la questione dei bisogni sociali insoddisfatti

Forse per ragioni di età, sono ancora affezionato alla idea di Adam Smith e alla Costituzione. Secondo Smith, “Il lavoro svolto in un anno è il fondo da cui ogni nazione trae in ultima analisi tutte le cose necessarie e comode della vita che in un anno consuma”. Più breve e efficace, l’Articolo 1 della Costituzione recita: “L’Italia è una Repubblica democratica [corsivo aggiunto], fondata sul lavoro”. Sul lavoro, non sul reddito. Circa il reddito di cittadinanza o altre forme di reddito garantito, d’altra parte, non ho cambiato l’idea che coltivavo qualche anno fa, e qui la riprendo.

Quando una improbabile crescita dell’economia è sì condizione necessaria per realizzare la piena occupazione, ma non anche sufficiente, il problema di fondo di una società capitalista si aggrava. Problema di fondo che si può evocare con questo disegnino: 

Se si è d’accordo su ciò, e se si conviene che presupposto della democrazia è la democrazia economica;

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La precarietà delle nostre connessioni

In questi due anni di ∫connessioni precarie poche cose si sono imposte con il segno violento della novità. Altre cose si sono modificate al punto da richiedere una ridefinizione. Altre ancora sono semplicemente scomparse. Molti, se non tutti i nostri problemi sono rimasti aperti e aspettano ancora di essere affrontati.

La crisi è diventata «il padrone» con il quale milioni di proletari devono fare quotidianamente i conti. Essa ha accelerato processi di precarizzazione investendo tutti i segmenti della forza lavoro. La precarietà è stata così liberata dal suo tratto generazionale, esistenziale, professionale, migrante, diventando una condizione generale. Mentre questo processo si è affermato inesorabilmente, è venuto progressivamente meno il progetto di esprimere un punto di vista precario su una scala quanto meno nazionale. Anche la parola d’ordine dello sciopero precario non è mai riuscita ad andare oltre l’intuizione che pure esprimeva. Con l’eccezione politica dei migranti, lo sciopero precario non c’è stato. Il nesso indiscutibile tra lavoro precario e povertà non ha prodotto in Italia le continue mobilitazioni di massa che da anni ormai vediamo in Spagna, Portogallo e Grecia. Di fronte a questa situazione aumentano comprensibilmente le descrizioni degli stati di necessità più disparati e delle mille oppressioni quotidiane, nella speranza che alla fine la necessità e la repressione diventino davvero uno scandalo. Altrettanto comprensibilmente alle situazioni di lotta aperta viene immediatamente attribuita la caratteristica di modello da espandere o da ripetere. Non è però mai successo che il modello trovasse davvero delle repliche all’altezza.

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Capitalismo europeo, nuova governance e movimenti sindacali

di Alfonso Gianni

Quasi in conclusione di un libro dedicato all’analisi del sistema industriale tedesco - divenuto poi un classico della sociologia industriale e che quasi trenta anni fa aprì un dibattito tanto ampio quanto inusitato per la complessità e lo specialismo della materia (1) - Horst Kern e Michael Schumann, entrambi docenti all’Università di Gottinga, osservavano come: 

“… la seducente prospettiva di una marcia indietro della divisione del lavoro non deve fare dimenticare i lati negativi di questo sviluppo. Essi risiedono nell’esclusione di una parte consistente della forza lavoro da questo rivolgimento e, ancor peggio, aggravano in parte l’isolamento di singoli gruppi. Anzitutto restano chiaramente ai margini i soggetti a rischio sul mercato del lavoro, la cui probabilità di rimanere rinchiusi nel ghetto della disoccupazione permanente diviene ancora più grande con le nuove concezioni della produzione (essenzialmente il postfordismo, N.d.R.). La manodopera dei settori in crisi, così come gli operai comuni marginalizzati nei settori centrali, non possono quantomeno aspettarsi nella di buono dalla trasformazione legata alle nuove concezioni produttive: le loro chances sul mercato del lavoro risultano piuttosto compromesse dall’innalzamento delle barriere d’ingresso alle aree fiorenti. La fine della divisione del lavoro all’interno del centro della produzione industriale coincide dunque con un tendenziale rafforzamento delle frontiere verso l’esterno. Per questo motivo parliamo della segmentazione come nuova variante della polarizzazione.”

 

 Le analisi di Kern e Schumann

Gli stessi autori avevano già condotto, verso la fine degli anni ’60, uno studio poi raccolto in volume (2), nel quale avevano preso decisamente le distanze da chi dava per sicura una positiva correlazione fra progresso tecnico e umanizzazione del lavoro, come sosteneva ad esempio Robert Blauner, secondo cui il processo di automazione avrebbe addirittura eliminato il fenomeno dell’alienazione nel processo produttivo (3).

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Più democrazia = più produttività?

Una risposta a Gianni Marchetto

di Vittorio Rieser

Da tempo l’elaborazione di Gianni Marchetto ruota attorno al rapporto tra democrazia e produttività, e la sua impostazione viene sintetizzata nelle formula +democrazia = +produttività. Ne abbiamo discusso più volte, e qui cerco di sistematizzare le mie obiezioni

1. Più democrazia = più produttività? considerazioni introduttive

La formula +democrazia = +produttività compare spesso, nei testi di Marchetto, collegata a una citazione di Norbert Wiener, secondo il quale, nell’industria capitalistica, l’operaio utilizza un milionesimo delle sue capacità cerebrali. C’è indubbiamente un nesso tra le due cose, e a prima vista sembra quasi una questione di buon senso: certo, se si utilizzassero di più le capacità intellettuali dei lavoratori (e “più democrazia” significa anche questo), la produttività aumenterebbe. In questi termini, l’affermazione potrebbe coincidere con la definizione del comunismo, ed essere una sorta di “utopia regolativa”. (Naturalmente, ci sarebbe poi da vedere cosa si intende per “produttività” in una società comunista).

Ma l’impostazione che dà Marchetto al problema non è questa: egli affronta il problema non in termini di utopia regolativa, ma di linea strategica, riferita alla società attuale. E infatti si riferisce a “produttività” nella sua accezione capitalistica, e – spesso anche se non sempre – nella sua specifica dimensione aziendale. Insomma, +democrazia=+produttività è una linea strategica che viene proposta alla lotta di classe (anzitutto, ma non solo, alla lotta sindacale) in questa società capitalistica.

Questa impostazione, a parer mio, non tiene conto di due elementi essenziali.

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Il lavoro autonomo e il sindacato: una svolta ?

di  Sergio Bologna

È appena stata pubblicata una “Guida” della Cgil su cui è importante riflettere, si tratta di: In-flessibili. Guida pratica della CGIL per la contrattazione collettiva inclusiva e per la tutela individuale del lavoro. Prefazione di Elena Lattuada e Fabrizio Solari, con testi di Davide Imola, Cristian Perniciano, Rosangela Lapadula, Marilisa Monaco, Ediesse, Roma 2013, pp. 195, € 13,00.

Ad esempio i candidati del PD, di SEL, di Rivoluzione civile, per limitarsi a coloro che stanno presentadosi alle elezioni proponendosi come rappresentanza politica dei lavoratori, hanno letto questo libretto? Se non lo hanno ancora fatto, lo facciano. Diranno, sul problema drammatico dell’occupazione e dei diritti di chi lavora, qualcosa di meno generico di quanto i più volonterosi tra di loro vanno dicendo in queste settimane pre-elettorali.

Ma dovrebbero leggerlo anche i lavoratori con contratti “atipici” e i lavoratori autonomi con partita Iva, perché il testo lascia intravedere, a mio avviso, la possibilità di una svolta molto importante nella storia della CGIL o, meglio, la esplicita, perché il cambiamento in questi anni c’è stato ma era sotterraneo, non ancora legittimato dai vertici, e dunque non effettivo. Ora, che questo libretto, concepito come manuale per la “contrattazione inclusiva” ad uso dei quadri intermedi del sindacato, delle RSU e dei delegati, sia presentato da due segretari nazionali, dimostra che ci troviamo di fronte a una possibile inversione di rotta di cui la Direzione CGIL è ben consapevole.

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Le bugie dell'Ilva e la realtà dei fatti

di Girolamo De Michele

Prima di leggere questo intervento, ascoltate le parole di questo medico, Giuseppe Merico, nella puntata del 1 dicembre 2012 di Ambiente Italia (RAI3) [qui: l'intervista comincia al minuto 01:40]: parla di diossina nel latte materno, di bambini a cui viene diagnosticato un tumore – della diagnosi di un tumore alla prostata a un neonato di 3 giorni. È un'intervista rilasciata nei giorni della presentazione del decreto salva-Ilva (dl 3 dicembre 2012 n. 207 convertito in legge 24 dicembre 2012 n. 231), la legge ad aziendam che consente all'Ilva di continuare le proprie attività, e sulla quale pende il giudizio della Corte Costituzionale dopo il ricorso del Tribunale di Taranto. Con le parole di Adriano Sansa, ex sindaco di Genova e attuale presidente del Tribunale dei minori del capoluogo ligure (sempre nella stessa puntata di Ambiente Italia, al minuto 14:40):

«Noi stiamo accettando collettivamente l'alta probabilità (in diritto si chiama "dolo eventuale") che alcune persone - non ne conosciamo i volti ma sappiamo che esistono, a Taranto, adesso, adulti e bambini - si ammaleranno e moriranno per via di queste emissioni e dell'esenzione che viene autorizzata».


Questo è lo scenario su cui scorrono le notizie degli ultimi giorni, e in base al quale il governo oggi, martedì 21 gennaio, emanerà «un provvedimento che consenta di sbloccare la situazione».

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La lotta ai tempi dell’Ikea

Potere, organizzazione e solidarietà

Clash city workers

Un’analisi a partire dalla lotta all’Ikea che, lungi dall’essere terminata, ha però il merito di averci già fornito un bagaglio enorme e indispensabile di esperienze e spunti di riflessione. Nei paragrafi che seguono, non ci soffermeremo sulle fasi della lotta che è ancora aperta e in aggiornamento (qui potete trovare una ricostruzione tappa per tappa): proveremo a dare un contributo che metta in risalto quelle che consideriamo alcune tendenze dello sviluppo del capitalismo in Italia e gli elementi della lotta interessanti e potenzialmente riproducili nel tempo e nello spazio.

Se vai con la bandiera a fare uno sciopero tradizionale o sali sul tetto puoi stare lì anche tutta la vita, non cambierà niente.
Basta con lo sciopero della fame o cose del genere, perché la fame la deve fare il padrone!
A noi basta già la sofferenza che viviamo tutti i giorni sul posto di lavoro.

Mohamed, operaio alla TNT di Piacenza

Oggi, per molti, guardare ai movimenti sociali e politici in Italia significa andare incontro allo sconforto. Tranne qualche eccezione, sebbene importante, sembra proprio che non siamo all’altezza dello scontro in atto. 
Malgrado ciò, le lotte sui posti di lavoro non sono finite. Anzi, in apparenza paradossalmente, si moltiplicano. Con casi molto rilevanti, almeno in astratto, perché molto dipende da cosa siamo capaci di leggere noi all’interno di quei processi.


Prendiamo la mobilitazione degli operai delle cooperative in appalto presso il deposito IKEA di Piacenza: la si può considerare come una ‘semplice’ vertenza sindacale.

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Doina fila e Berta non va in pensione

Come il made in Italy gioca di prestigio con gli operai

di Devi Sacchetto

La storia è analoga a molte altre e non ha meritato più di due colonne nella cronaca locale. Diversamente da quanto pensano i pigri e talvolta prezzolati giornalisti, però, per noi questa storia consente di gettare uno sguardo profondo sui processi di globalizzazione. Una fabbrica con un marchio storico, una multinazionale che la acquista per quattro denari e che dopo aver tirato il collo a lavoratrici e lavoratori la chiude, mantenendo il marchio. Le cause, ripetute come un mantra, sono i costi della manodopera e della materia prima, ritenuti eccessivi. Peccato che la stessa multinazionale, ventidue giorni prima di chiudere in Italia, abbia inaugurato uno stabilimento in Romania. D’altra parte, per continuare a produrre «made in Italy» non serve molto: due operazioni di qualsiasi tipo svolte in Italia, come ad esempio spazzolare e imbustare il prodotto, e lo sporco lavoro rumeno sparisce lasciando il posto alla bellezza del lavoro ben fatto, italiano. Il made in Italy nasconde procedure di valorizzazione che funzionano solo perché si attraversano i confini, mentre come vedremo le fabbriche diventano uno degli snodi di produzione della precarietà e una lente privilegiata per cogliere le trasformazioni complessive del sindacato. La produzione globale gioca di prestigio con gli operai: li fa sparire da una parte per farli comparire in un’altra con salari più bassi e condizioni di lavoro peggiori. La produzione di precarietà ha bisogno di confini da varcare in continuazione affinché il gioco di prestigio sia redditizio. Quelli che restano da questa parte del confine hanno il problema di organizzare una precarietà sempre più spesso priva di salario, mentre dall’altra parte il salario è la misura stessa della precarietà. E presto o tardi ci si accorge che questo confine non separa degli Stati, ma stabilisce una posizione rispetto al salario che si ripete in ogni paese, indifferente alle frontiere.

La multinazionale è però tutta italiana e ha i piedi ben piantati in piazzetta Cuccia, dove si trova la (ex?) sede del potere economico e finanziario di questo paese, Mediobanca.

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La crisi del lavoro

di Rinaldo Gianola

La crisi finanziaria esplosa negli Stati Uniti nel 2008 è diventata una prolungata scossa sistemica dell’intera economia mondiale, in cui è stata coinvolta direttamente e drammaticamente anche l’Italia. La nostra economia è stata travolta da una profonda recessione che, alimentata inizialmente da speculazioni e manomissioni finanziarie, si è rivelata non più una semplice crisi momentanea, che arriva e dopo un anno o due se ne va come era successo in passato, ma una bufera continua, imprevedibile nella sua durata e nella sua estensione.

Questo terremoto nasce dal fallimento delle politiche neoliberiste che da trent’anni ci opprimono e che proprio nel momento più drammatico del disastro riescono a trovare nuovi predicatori, aitanti sostenitori, fedelissimi adepti i quali, anziché finire sul banco degli imputati come meriterebbero,  “scoprono” nei debiti sovrani, nell’insufficiente produttività del lavoro, nell’eccessiva protezione sociale garantita dai sistemi di Welfare, negli sprechi veri e presunti dello Stato o delle svariate “caste” le autentiche cause della caduta dell’economia, delle condizioni di vita di milioni di cittadini, dell’impoverimento di intere nazioni arrivate sulla soglia del fallimento.

A fronte di questo ribaltamento della verità, la politica, la società, la cultura si adeguano tristemente all’elogio dei tecnocrati che, come conoscitori della tecnica, sono in grado di sostituirsi alle classi di governo tradizionali, quelle politiche ma anche quelle imprenditoriali ormai assai poco affidabili,  riducendo la democrazia, comprese le elezioni, a un semplice, innocuo, alla fine inutile esercizio.

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Lavoro e Stato

di Sandro Moiso

Le apparenti bonacce estive non hanno potuto nascondere la frattura che si va sempre più allargando tra la società che lavora (o che non lavora a causa dei tagli occupazionali e pensionistici) e il governo che la dovrebbe rappresentare.

Proprio con i fatti di Taranto e le perentorie affermazioni dei rappresentanti del Governo Terminator che li hanno accompagnati e il conflitto aperto dal Grande Vecchio con i magistrati inquirenti di Palermo sulle trattative Stato-mafia si è reso evidente che, mentre l’illegalità è sempre più di casa nei palazzi del potere, l’unica legalità oggi esistente è quella delle piazze che contestano, dalle valli del Piemonte al Mar Jonio, le scelte operate dai rappresentanti delle istituzioni.

Nonostante le illusioni di tranquillità economica e di ripresa possibile fatte brillare nel mese deputato alle vacanze, i motivi che stanno alla base delle proteste dei minatori del Sulcis, degli operai dell’Alcoa e le evidenti decisioni di chiusura degli stabilimenti italiani della FIAT hanno fatto, poi, altresì intendere che l’unico destino dei lavoratori italiani non può essere altro che quello delineato dal tragico bilancio delle vittime degli incendi degli stabilimenti tessili pakistani e russi o quello dello stress e dei suicidi degli operai cinesi che hanno la fortuna di lavorare negli stabilimenti dell’azienda creata dall’ormai canonizzato Steve Jobs.

In entrambi i casi, legalità delle piazze – illegalità dei palazzi e massacro delle condizioni di lavoro “per favorire gli investimenti”, la responsabilità dei governi in carica e dello Stato nelle sue funzioni è evidente.

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Taranto nel Mar grande delle contraddizioni globali di classe

di Davide Cobbe, Devi Sacchetto, Luca Cobbe

In modo intermittente, cioè in maniera molto diversa rispetto al passato, gli operai italiani ritornano costantemente al centro dello scontro politico di questo paese. Qualche anno fa quelli di Pomigliano e Mirafiori sono stati accusati di mettere a rischio i 20 miliardi di euro di investimenti promessi dalla Fiat e poi mai visti. Corrado Clini, che già si era allenato con gli operai di Porto Marghera, nella sua boutade agostana l’ha sparata ancora più grossa: gli operai dell’Ilva che chiedono ambienti salubri sono i responsabili della fuga degli investitori stranieri. Se nel caso della Fiat, qualche sindacato (la Fiom-Cgil e i Cobas) aveva provato a ridicolizzare Sergio Marchionne, nel caso di Clini il silenzio è piuttosto assordante. D’altra parte le forze politiche governative di ieri e di oggi amplificano il rimbombo, ammonendo che è in gioco niente meno che il futuro dell’Italia industriale. Emilio Riva d’altra parte non è un padrone qualsiasi e i verbali delle intercettazioni dipingono un quadro piuttosto articolato di persone coinvolte direttamente e indirettamente nella gestione ambientale e sanitaria. A quanto pare il buon padrone organizza la produzione, ma anche l’inquinamento e i sistemi destinati a nasconderlo. Vedremo quante notti carabinieri e custodi giudiziari passeranno a registrare che il flusso produttivo continua indisturbato. Intanto è piuttosto chiaro che tra Marchionne e Riva l’Italia industriale ne esce piuttosto male: quando non è sfruttata a pezzi sotto il marchio Chrysler, è sporca da fare schifo.

Forse per difendere tutto questo, Taranto sta diventando il crocevia di strategie sindacali, padronali e politiche. Qui ricadono le contraddizioni e i conflitti che da tempo attraversano la società italiana.

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Contraddizioni sull'Ilva e non solo

di Antiper

Qualche giorno fa il GIP Patrizia Todisco ha disposto il fermo di 6 impianti “a caldo” dell'Ilva di Taranto ipotizzando il rischio di un “disastro ambientale” consapevolmente prodotto “per la logica del profitto”

“Non vi sono dubbi sul fatto che tale ipotesi criminosa sia caratterizzata dal dolo e non dalla semplice colpa. Invero, la circostanza che il siderurgico fosse terribile fonte di dispersione incontrollata di sostanze nocive per la salute umana e che tale dispersione cagionasse danni importanti alla popolazione era ben nota a tutti...”

“... La piena consapevolezza della loro attività avvelenatrice non può non ricomprendere anche la piena consapevolezza che le aree che subivano l’attività emissiva erano utilizzate quale pascolo di animali da parte di numerose aziende agricole dedite all’allevamento ovi-caprino...”

“... Le sostanze inquinanti erano sia chiaramente cancerogene, ma anche comportanti gravissimi danni cardiovascolari e respiratori. Gli effetti degli Ipa e delle diossine sull'uomo non potevano dirsi sconosciuti...”

“... Non vi è dubbio che gli indagati, adottando strumenti insufficienti nell’evidente intento di contenere il budget di spesa, hanno condizionato le conseguenze dell’attività produttiva per la popolazione mentre soluzioni tempestive e corrette secondo la migliore tecnologia avrebbero sicuramente scongiurato il degrado di interi quartieri della città di Taranto...”

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Morire di fame o morire di tumore… this is the question

Teniamoci la fabbrica, tenetevi i padroni

di Militant

Perdere il lavoro, per quanto di merda. Perdere la casa e regalarla alla banca con cui hai acceso il mutuo. Perdere la possibilità di immaginare un futuro per te e la tua famiglia in una regione in cui questa parola ha sempre avuto poco senso. Insomma, morire di fame, adesso. Oppure morire di tumore fra qualche anno. E’ questo il dubbio tutt’altro che amletico che ci pone la vicenda dell’Ilva di Taranto. Un dubbio che all’interno del quadro delle compatibilità capitalistiche non potrà essere sciolto. Sappiamo bene quanto questo ragionamento possa apparire astratto di fronte alla durezza del contingente, perchè con le idee non ci riempi il piatto. Almeno finchè non diventano forza materiale.  Avevamo pensato di dire la nostra sulla mobilitazione operaia di Taranto, una lotta con cui non possiamo che essere solidali, ma girando in rete abbiamo trovato questo post sul sito Operai Contro che ci pare estremamente efficace oltre che condivisibile, per cui ve lo riproponiamo.


CHE COSA SUCCEDE ALL’ILVA DI TARANTO?

Lo stabilimento siderurgico di Taranto è una bomba a cielo aperto. Lo è sempre stato, da oltre mezzo secolo, da quando negli anni ’50 polizia e carabinieri sgomberarono con la forza centinaia di contadini poveri dagli oliveti e mandorleti espropriati per fare posto alla tomba industriale di centinaia di operai e di proletari dei quartieri più vicini. Da allora la strage di vite umane, espressa in primo luogo come morti, malattie e infortuni fra gli operai, poi come morti e malattie fuori dello stabilimento, è stata pratica quotidiana in fabbrica e in città.

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utopiarossa2

Un'autocritica di Giorgio Cremaschi

di Michele Nobile e Gino Potrino

Riportiamo questa dichiarazione di Giorgio Cremaschi perché dice la verità. E la verità, per una volta tanto, viene detta da qualcuno che ha fatto parte integrante dell’apparato Cgil e Fiom. Ci piace anche il fatto che finalmente si senta una voce autocritica, anche se solo per i tempi più recenti (cioè per la speranza infondata che la revisione governativa e parlamentare del diritto del lavoro sarebbe stata fermata da un moto popolare). Per un’autocritica sul passato della Fiom/Cgil – per lo meno dal 1969 in poi - vale la pena di attendere ancora. Ma prima o poi bisognerà arrivarci.

+o+o+o+o+o+o+o+


La costituzione esce dalle fabbriche

di Giorgio Cremaschi

Il 20 maggio 1970 veniva approvato lo statuto dei lavoratori. Allora si disse, usando una frase di Di Vittorio, che la Costituzione varcava finalmente i cancelli dei luoghi di lavoro.  Oggi ne esce, con la controriforma del lavoro suggellata dalle dichiarazioni tecnicamente reazionarie della ministra Fornero. Il lavoro non ha più diritti e non e' più un diritto, può solo essere il premio di chi vince la competizione selvaggia nel mercato e nella vita.

Di fronte a questa drammatica sconfitta sento prima di tutto il bisogno di scusarmi per la parte che ho in essa. Tempo fa avevo scritto e detto che di fronte all'attacco all'articolo 18 avremmo fatto le barricate. Pensavo ancora alla Cgil guidata da Cofferati dieci anni fa e alle rivolte dei sindacati e del popolo greco oggi. Non e' stato così, mi sono sbagliato, sono stato troppo ottimista. E ora subiamo la più dura sconfitta sindacale dal dopoguerra senza aver combattuto in maniera adeguata.

Colpa dei lavoratori impauriti e ricattati dalla disoccupazione e dalla precarietà? No, colpa dei dirigenti di quello che una volta definivamo movimento operaio ed in particolare di quelli della Cgil.