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Lapsus, passi falsi e gaffes nella riforma del lavoro
Roberto Ciccarelli
Nella riforma del lavoro approvata ieri alla Camera, e nelle dichiarazioni del ministro Fornero che l'ha battezzata, emerge un piano impalpabile, addirittura psicoanalitico, di cose dette e poi negate, di pensieri inconfessabili eppur sospirati attraverso la produzione di "gaffe".
Psicoanalisi della Gaffe
Stiliamo una fenomenologia breve della "gaffe", abbozzando un'improvvisata psicoanalisi a partire dall'etimo della parola. Gaffe, apprendiamo, è balordaggine, sproposito, granchio, ma anche sbaglio, topica, equivoco, granchio, azione o espressione inopportuna, atto o parole che rivelino inesperienza o goffaggine. In francese significa afferare con il gancio o gaffa (lunga pertica con due rami, uno diretto e l'altro ricurvo che serve ad agganciare la barca). In italiano "gaffe" si dice anche "gaffa" e deriva dal longobardo "gairo", punta di giavellotto, o "gancio d'accosto".
Una lettura sintomale di questi atti mancati, pulsioni che girano a vuoto, che scambiano la verità per senso comune e la propria banalità per ragione incarnata, racconta meglio questo paese, e la mentalità di chi lo governa, di quanto non facciano i singoli provvedimenti contenuti nella riforma.
Il meccanismo è semplice: alla base c'è un'irrefrenabile coazione a dire la cosa più ovvia possibile ("il posto fisso non esiste più, scordatevelo) scambiandola per la realtà da affermare in una società che non vuole sentire ragioni e pretende di restare ancorata al passato.
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Lavoro: l’ora della verità
Piergiovanni Alleva
I. Con l’approvazione del disegno Fornero di riforma del mercato del lavoro, è giunto per tutti – partiti, sindacati, operatori giuridici, sociali e culturali e per lo stesso Governo – il momento della verità.
Infatti, con il sostanziale svuotamento dell’art.18 St., si chiude una parabola che ha abbracciato quattro decenni all’insegna della garanzia della dignità del lavoro.
Con l’art.18 prevedente, in caso di licenziamento arbitrario, la reintegra nel posto di lavoro, il lavoratore poteva esercitare con tranquillità, durante il rapporto, tutti i suoi diritti, legali e contrattuali, perché la legge imponeva al datore di giustificare lui, a pena di annullamento, l’eventuale licenziamento che volesse intimargli, indipendentemente dalla possibilità del lavoratore di dare la difficilissima prova di una volontà di rappresaglia contro l’esercizio di quei diritti.
Ora l’art.18 come norma antiricatto è nella sostanza venuta meno e quindi si realizza il disegno di parte datoriale di poter contare su uno strumento sicuro di dominio, costituito dalla minaccia sempre incombente sul lavoratore di licenziamento, giustificato o meno.
Questo è il cuore del problema, che ormai conoscono tutti.
In primo luogo il Governo, che, dopo aver messo alla disperazione decine di migliaia di persone con la manomissione del sistema pensionistico, completa ora il lavoro sporco affidatogli a tempo dai ceti dominanti.
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Il potere rimosso di un diritto di cittadinanza*
Luigi Cavallaro
La tesi argomentata in questo libro si può dividere in quattro punti. Primo, la sanzione della reintegrazione nel posto di lavoro trasforma il diritto al lavoro da diritto civile dei contratti in diritto sociale di cittadinanza. Secondo, una volta inteso come diritto sociale di cittadinanza, il diritto al lavoro sta e cade insieme alla possibilità che la classe lavoratrice riesca ad esprimere un qualche potere politico sui mezzi di produzione che le si contrappongono in forma di capitale. Terzo, un simile potere si dà effettivamente nella misura in cui il processo capitalistico viene assoggettato - quanto a organizzazione dell'input e composizione, quantità e qualità dell'output - ad una politica economica generale, il cui significato complessivo dev'essere la riduzione dell'incertezza che domina, invece, ogni forma di intrapresa privata. Quarto, la riduzione dell'incertezza implica, su un piano macroeconomico, che i pubblici poteri si facciano «garanti» degli sbocchi attraverso opportune politiche di sostegno della domanda e, su un piano microeconomico, che adottino una legislazione sostanziale e processuale idonea a garantire i diritti di proprietà.
Un potere da conquistare
La tesi abbisogna di una precisazione e mette capo ad un'implicazione.
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Piccola Guida alla controriforma del Mercato del Lavoro
di Laboratorio Baracca
“I cinesi hanno detto chiaramente che la rigidità del nostro mercato del lavoro è uno dei fattori che finora li ha disincentivati dall’investire in Italia”
Mario Monti, 31/03/2012
A contare, nel “vecchio” articolo 18, non sono stati gli effetti visibili; a contare sono stati quelli che non si sono potuti vedere.”
Franco De Benedetti, 23/03/2012
Crescita di cosa..?Un’introduzione critica
Il disegno di legge di “Riforma del mercato del lavoro in una prospettiva di crescita” porta ancor più indietro nel tempo la legislazione sul lavoro, retrodatandola agli anni precedenti le conquiste dei diritti collettivi degli anni ’70. Chiariamo subito: niente di particolarmente nuovo dopo decenni che hanno visto, tra gli altri, il pacchetto Treu (che istituì le agenzie interinali), la legge Biagi (che legalizzò la precarietà) e altre misure che avrebbero dovuto rendere “più efficiente un mercato del lavoro ingessato”, freno di una crescita che non si è poi mai presentata. Si tratta quindi di un ennesimo, ma questa volta particolarmente significativo, passaggio verso quel “dopo Cristo” auspicato da Marchionne – il 1800 dopo Cristo in cui vigevano analoghe condizioni di lavoro.
Per questo motivo ci si riferirà al DdL in termini di “Controriforma”. (Scarica il documento in pdf)
La Controriforma esprime già nel titolo il suo scopo apparente: riportare la “crescita del Paese” (parole della Ministro Fornero).
Fa parte delle riforme strutturali richieste dall’Europa, quelle “necessarie” che non avremmo fatto in questi anni vissuti “al di sopra delle nostre possibilità”, illudendoci di avere qualcosa di più che una bettola in affitto, cibo scadente o una striminzita pensione – e che ora ci costringono, tutti indistintamente, a sacrifici.
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Togliere ai padri senza dare ai figli
Cosa c’è per i precari dentro la riforma del lavoro
Claudia Pratelli
Abbiamo seguito il plasmarsi della riforma del lavoro con un’attenzione che a tratti si è fatta ansia. L’abbiamo rincorsa dietro alle dichiarazioni (tutte altisonanti) dei Ministri del Governo e interpretata da documenti che erano prima “linee guida”, poi un “documento di policy” approvato dal Consiglio dei Ministri, ma mai testi definitivi. Le dichiarazioni promettevano meraviglie e svolte epocali. I testi circolati le smentivano.
L’attesa di un testo di legge, dunque, non era pignoleria: serviva per capire cosa questa riforma prevedesse davvero soprattutto per coloro in nome dei quali è stata sbandierata. Per i giovani e per i precari.
Proprio in nome della nostra generazione, infatti, è stato attaccato l’articolo 18, sono state abbassate le pensioni, è stato messo a dieta il sistema degli ammortizzatori sociali. “E’ la crisi, baby” ci hanno spiegato i teorici dello scambio “Bisogna togliere ai padri per dare ai figli”. Mentivano per almeno due ragioni. La prima è sempre stata chiara: i diritti non sono una quantità data, un kg di pane da ripartire tra gli affamati. Quanti ne vogliamo e come li vogliamo? Non c’è scienza economica che ce lo possa prescrivere. Sono scelte, scelte politiche. Checchè ne dicano i tecnici, la troika e tutto il cucuzzaro. Difficile non vedere, poi, che la logica dello scambio è una trappola, soprattutto quando riguarda la platea dei più fragili e costruisce artificiose contrapposizioni tra ultimi e penultimi, padri e figli, giovani e anziani, senza intaccare le rendite di posizioni, i grandi capitali, chi ha accresciuto i propri profitti. La seconda ragione è divenuta evidente con il testo definitivo del DdL: lo scambio (anche qualora avesse un senso) è truccato. Hanno tolto ai padri, ma non hanno dato ai figli.
Adesso il testo c’è ed è definitivo. Ma non ci siamo.
Letteralmente. Noi - giovani e precari- non ci siamo: non ci sono risposte né ai nostri bisogni, né ai nostri desideri, verso i quali questo Paese ha contratto il debito più pesante. Sull’impianto generale della riforma, su cosa fa e non fa per i precari, su cosa è inefficace e cosa dannoso valgono le considerazioni svolte qui, con qualche significativo peggioramento. Ricapitoliamo.
1. Non sono state ridotte le tipologie contrattuali precarie.
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Come spiegare l’anomalia positiva della Fiom?
Tiziano Rinaldini, Paul Ginsborg
Per iniziare questo dibattito pubblichiamo i testi di Paul Ginsborg e Tiziano Rinaldini scritti per i 110 anni della fondazione della FIOM-CGIL presentati nel Teatro Comunale di Bologna il 16 giugno 2011 con una premessa di Tiziano Rinaldini che chiarisce l’attualità di questo dibattito.
Con lo sciopero di venerdì 9 marzo e la manifestazione nazionale caratterizzata da una massiccia partecipazione di operai e operaie, giovani e meno giovani, la FIOM ha ulteriormente confermato la propria tenuta e radicamento sociale in una fase in cui all’interno della crisi vengono confermate e rafforzate scelte ed interventi di conferma del modello sociale ed economico che si è andato affermando ormai da molti decenni e che è alla base della crisi stessa. La conferma del prezioso ruolo e della forza della FIOM assume particolare valore a fronte della drammatica crisi in atto della democrazia a partire dalla dimensione sociale dei diritti e della stessa democrazia e libertà nelle dinamiche sindacali. Questa conferma risalta ulteriormente a fronte della virulenza degli attacchi di cui la FIOM è fatto oggetto e a fronte degli imbarazzi e timidezze con cui viene vissuta da molti che pure dovrebbero vedere nei contenuti su cui si caratterizzano i metalmeccanici una risorsa decisiva anche per loro per tentare di non essere travolti dalle attuali difficoltà.
A noi pare evidente che il problema da cui partire non è l’isolamento della FIOM, ma piuttosto l’isolamento che, senza la FIOM, oggi vi sarebbe su temi decisivi (vecchi e nuovi) della democrazia e dei diritti nel lavoro e nel non lavoro. Come è stato autorevolmente dichiarato la resistenza e l’opposizione diffusa e continuativa ai processi in atto “è oggi in larga misura incarnata dalla FIOM e dalle sue scelte politiche e di lotta” contro le attuali manovre economiche, i tagli al welfare, la svendita dei beni comuni e del territorio, la cancellazione dell’art. 18 e un Italia modello Pomigliano. Le posizioni assunte si accompagnano alla ostinata ricerca di coerenza nel sostenerle nella pratica dell’attività sindacale che si traduce nella riconferma qui ed ora della propria capacità contrattuale con la realizzazione della contrattazione aziendale più estesa nel complessivo campo sindacale. E’ nella chiarezza delle posizioni sostenute, nella riconferma della propria natura confederale e nella consapevolezza della contrattazione collettiva come strumento indispensabile per rapportarsi qui ed ora con la concreta condizione dei lavoratori, è nella tenuta di questo insieme che si fonda oggi la tenuta della FIOM.
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La riforma del mercato del lavoro (sullo sfondo, The family e un poker di donne)
di Cristina Morini
Mentre le vicende di The family annichiliscono il Paese con beffarda e insieme crudele evidenza fisiognomica, è stata presentata la riforma del mercato del lavoro. Riforma storica eppure derubricata dai media a notizia collaterale, con la metà delle redazioni d’Italia a pedinare l’uomo di Gemonio.
La misera telenovela padana non ci ha distratti e non ci sfugge la portata della transizione, giocata tra favolose coincidenze, ponti pasquali e ruoli di donne. Elsa Fornero, sempre più compresa nella parte dell’allieva modello (nel nome del padre) del professor Monti, da lui rimproverata o sorretta a seconda dei casi. Susanna Camusso che, grazie all’incredibile fair play dell’“altra parte sociale”, Emma Marcegaglia, si trova servita la possibilità di sfuggire a quello che parrebbe, al semplice buonsenso, l’obbligo di respingere il contropacco dicendo finalmente qualcosa di sinistra. La presidente di Confindustria, che calca esageratamente i toni, disponibile a tradursi in caricatura quando in un’intervista rilasciata al Financial Times si spinge addirittura a sostenere che il testo del duetto è pessimo e che tanto valeva non fare alcunché. Ecco allora che Camusso difende il Ddl, sperando possa funzionare l’equivoco argomento “se non piace ai padroni allora abbiamo vinto noi” (“Si tratta di un importante risultato della Cgil e della mobilitazione unitaria dei lavoratori”). Sulle prime pagine, intanto, le leghiste Rosy Mauro e Manuela Marrone rubano la scena a tutte loro con “scuole bosine” (sic) finanziate con soldi pubblici e lauree acquistate (pare) in Svizzera. Son queste le quote rosa che ci confondono, siamo sincere.
Istantanee da un’Italia stordita dalla crisi, con progressivo aumento del numero dei suicidi, dei casi di rapina finiti male per pochi euro, dove i giovani sono sempre più disoccupati perché i vecchi sono costretti a restare al lavoro fino all’ultimo respiro – e sul tema la retorica si spreca ma mai nessuno che dica la verità.
Nel nome dei precari
Veniamo finalmente ai 72 articoli che compongono il Ddl (per quanto è dato capire) ora pronto per l’iter parlamentare che comincerà nei prossimi giorni.
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La nuova lotta di classe dei ricchi contro i poveri
colloquio con Luciano Gallino di Matteo Pucciarelli
La flessibilità aumenta l'occupazione? Tagliare le spese dello Stato aiuta l'economia? La competitività valore assoluto? Tutte bugie. Un saggio di Luciano Gallino illustra le disastrose conseguenze economiche e sociali del neoliberismo, che ha elevato la disuguaglianza a ideale di sviluppo
Il povero ragioniere Ugo Fantozzi, reduce da una delusione amorosa in ufficio, prese in mano le “letture maledette” del compagno Folagra, il rivoluzionario con la barba lunga e la sciarpa rossa emarginato da tutti. Mesi di studio, e all'improvviso, curvo sui libri accatastati in salotto, sbatté il pugno sul tavolo: «Ma allora mi han sempre preso per il culo!». Quasi come una rivelazione divina: Fantozzi aveva capito tutto.
Ecco, la lettura dell'ultimo lavoro di Luciano Gallino "La lotta di classe dopo la lotta di classe" (intervista a cura di Paola Borgna, editori Laterza) può sortire lo stesso effetto. Anche in un pubblico colto, sobrio e moderatamente di sinistra. Perché smonta uno a uno i dogmi dell'idea, anzi dell'ideologia moderna liberista, così trasversale, così apparentemente intangibile, come se non ci fossero altri schemi possibili all'infuori. E Gallino lo fa mettendo in fila dati, studi, e non opinioni. Senza facili populismi, senza scorciatoie preconfezionate. Spiegando che la lotta di classe esiste, eccome. Solo che si è ribaltata: è il turbo capitalismo che ha ingranato la quarta contro le conquiste dei movimenti operai ottenute fino agli anni ’70. E i lavoratori sono sempre più divisi al loro interno, impegnati in un’altra lotta, quella tra poveri.
Un testo imprescindibile per capire dove stiamo andando, e seguendo quali (folli) logiche. Un testo che a sinistra dovrebbe – o potrebbe, chissà – diventare una sorta di bibbia laica.
Era un'ottima occasione per parlarne direttamente col professore e sociologo piemontese.
Partendo dal tema del momento: dopo aver letto il libro sembra di capire che l'attacco all'articolo 18, ma anche semplici frasi come quella di Monti «le aziende non assumono perché non possono licenziare», siano in realtà parte di un disegno ben preciso: quella lotta di classe alla rovescia di cui parla nel libro. È così?
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La (contro)riforma del mercato del lavoro in 4 mosse
La riforma del mercato del lavoro pensata dal Governo Monti, è sintetizzabile in 4 mosse. Di seguito delle schede che sia tecnicamente che con brevi commenti, mostrano quali sono i punti fino ad ora toccati
La controriforma delle pensioni, realizzata tra dicembre 2011 e gennaio 2012 (ma, in realtà, ancora in atto!1), è stato il primo grande tassello dell’attuale trasformazione regressiva del mondo del lavoro. Il governo “tecnico” (baroni universitari, amministratori delegati e rappresentanti istituzionali dei grandi capitali nostrani e internazionali) l’ha realizzata per soddisfare le richieste del capitale europeo preoccupato dalla crisi iniziata nel 2007. Certo, abbiamo già assistito a molte modifiche del sistema pensionistico – Amato (1992), Dini (1995), Maroni (2004), Prodi (2007), Berlusconi (2009; 2010) – che hanno più o meno lentamente corroso i diritti di chi lavora una vita e vorrebbe passare gli ultimi anni a “gustarsi i frutti” delle sue fatiche. Ma la crisi attuale non permette più che ai lavoratori sia concesso questo lusso, perché il capitale non guadagna quasi nulla dai pensionati vecchio stile. Ecco, allora, la necessità di introdurre forti restrizioni nell’ordinamento vigente.
1. Pensioni
Un po' di storia
Dalla riforma Dini, 1995, in Italia esistono due modelli per calcolare la retribuzione pensionistica.
Il modello retributivo, il cui scopo, interno all’idea di un welfare generalizzato, era garantire a tutti i lavoratori di poter passare gli ultimi anni di vita liberamente e con un tenore di vita dignitoso. Per questo, l’importo della pensione era calcolato facendo la media delle retribuzioni (o dei redditi, per i lavoratori autonomi) degli ultimi anni di lavoro. Per questo, esisteva la differenza tra pensione di anzianità (o, pensione anticipata) e pensione di vecchiaia: si aveva diritto alla prima una volta raggiunti un numero di anni di contributi indipendentemente dall’età anagrafica (leggi, una persona che avesse iniziato a lavorare a 15 anni poteva andare in pensione prima di una che avesse iniziato a 25) oppure con l’adempimento di due parametri complementari (età più anni di contributi); la seconda scattava col raggiungimento di una soglia di età (65 anni per gli uomini e 60 per le donne).
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Tutti ancora più precari
Giovanna Vertova
La Riforma del mercato del lavoro in una prospettiva di crescita si propone un obiettivo ambizioso: «realizzare un mercato del lavoro dinamico, flessibile e inclusivo, capace di contribuire alla crescita e alla creazione di occupazione di qualità, ripristinando al contempo la coerenza tra flessibilità del lavoro e istituti assicurativi». Il testo della riforma al momento disponibile è suddiviso in 9 aree di intervento: tipologie contrattuali; disciplina su flessibilità in uscita e tutele del lavoratore; ammortizzatori sociali; estensione delle tutele in costanza di rapporto di lavoro; protezione dei lavoratori anziani; interventi per una maggiore inclusione delle donne; diritto al lavoro dei disabili; contrasto del lavoro irregolare degli immigrati; politiche attive e servizi per l'impiego. Gli obiettivi espliciti del Governo sono «il funzionamento del mercato del lavoro, lo sviluppo e la competitività delle imprese, la tutela dell'occupazione e dell'occupabilità dei suoi cittadini». Limiterò le mie considerazioni agli aspetti che ritengo principali: tipologie contrattuali, flessibilità in uscita, ammortizzatori sociali, l'inclusione delle donne nella vita economica.
Sulle tipologie contrattuali, l'azione di governo mira a «preservare gli usi virtuosi e a limitare quelli impropri» (utilizzati per abbattere il costo del lavoro). Per l'inserimento nel mercato del lavoro, viene individuato un percorso privilegiato: l'apprendistato, «punto di partenza verso la progressiva instaurazione di rapporti di lavoro subordinato a tempo indeterminato». Tuttavia, la preferenza governativa per il lavoro subordinato a tempo indeterminato è contraddetta nella frase successiva: «Pur mirando a favorire la costituzione di rapporti di lavoro stabili, la riforma intende preservare la flessibilità dell'uso del lavoro necessaria a fronteggiare in modo efficiente sia le normali fluttuazioni economiche, sia i processi di riorganizzazione».
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Il punto sulla riforma del mercato del lavoro
di Riccardo Achilli
Le indiscrezioni che filtrano dal tavolo della riforma del mercato del lavoro disegnano uno scenario preoccupante, in cui il Governo non recede di un passo dai propositi iniziali, grazie alla sostanziale condiscendenza dei sindacati (Bonanni che dichiara di non voler mollare il tavolo delle trattative, Camusso che, terrorizzata dall'isolamento rispetto ai suoi referenti politici nel PD, e pressata dalle burocrazie interne alla CGIL, timorose di perdere ruolo e funzione, dichiara di non voler a nessun prezzo un accordo separato, nessuno che pensa a forme sia pur simboliche di protesta).
Stante l'atteggiamento generale degli interlocutori di tale tavolo, è del tutto impossibile pensare che possa saltare, poiché un suo fallimento, a questo punto, sarebbe pagato a caro prezzo non soltanto dal Governo, ma anche dai sindacati confederali, che di fatto sulla strategia del dialogo e della mediazione "morbida" hanno puntato tutte le loro carte, rinunciando ad usare gli strumenti della mobilitazione di massa e della contestazione di piazza. A togliere alla Camusso ogni proposito battagliero ci ha anche pensato Bersani, con la sua dichiarazione di oggi, nella quale ha spinto le parti a trovare un accordo, nel nome di una definizione strumentale e mistificatoria del concetto di responsabilità (la responsabilità di un sindacato è quella di difendere i lavoratori con tutti i suoi strumenti, anche quelli conflittuali, non di aderire a principi teorici di "interesse nazionale", quand'anche questi sussistano, che sono compito della politica). D'altra parte, le burocrazie sindacali hanno ottenuto già quanto serve loro per preservare un ruolo formale di rappresentanza ed il loro ben retribuito "posto a tavola" nel sistema delle relazioni industriali prossimo venturo. Il mantenimento della CIG ordinaria e di quella straordinaria, in questo caso sia pur limitatamente alla sola ipotesi di ristrutturazione aziendale e non di crisi, consente infatti di tenere in piedi i tavoli di trattative aziendali e governativi che sembrano essere l'unico motivo di esistenza di organizzazioni sindacali del tutto screditate e che non crescono più nel mondo del lavoro (con l'incidenza totale degli iscritti ai tre sindacati confederali sulle forze di lavoro ed i pensionati che passa dal 34,1% del 2010 ad un più modesto 33,9% nel 2011).
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Spaghetti e surf: Van Parijs replica alla Fornero
a cura di Giuliano Battiston
Secondo la ministra del lavoro, in Italia “con un reddito base la gente si adagerebbe, si siederebbe e mangerebbe pasta al pomodoro”. Per risponderle, ecco un’intervista a Philippe Van Parijs, fondatore del Basic Income Earth Network, tratta da Per un’altra globalizzazione (Edizioni dell’Asino 2010)
Prima di capire le ragioni per cui dovremmo fare nostra l’idea di “versare a tutti i cittadini, incondizionatamente, un reddito di base cumulabile con ogni altro reddito”, valutiamo le obiezioni più comuni, tra cui quella – già avanzata da Marshall in un diverso contesto – che i diritti di cittadinanza debbano accompagnarsi a delle contropartite, a dei doveri; che ci debba essere un legame tra reddito e lavoro; che la concessione del reddito vada condizionata a un contributo produttivo, o alla volontà di darlo. Come lei ricorda ne Il reddito minimo universale, soprattutto nell’Europa continentale è forte il modello “bismarckiano” “conservator-corporativista” della protezione sociale, l’idea che la previdenza sociale sia legata al lavoro e allo statuto di salariato del cittadino. Mentre nel saggio Il basic income e i due dilemmi del Welfare State riconosce che la parziale “disconnessione tra il lavoro e il reddito richiederebbe un radicale ripensamento” culturale, anche in quei pochi partiti di sinistra che ancora oggi riconoscono nel lavoro un tema centrale della loro agenda politica. Come favorire questo ripensamento? E come risponde alle obiezioni menzionate?
L’idea che il diritto a un reddito debba essere legato al lavoro o alla disponibilità a lavorare, che dunque ci sia un’associazione, che deriva da considerazioni di tipo etico, non economico, tra lavoro e reddito, non si limita ai Paesi dal modello “bismarckiano”, ma investe anche il mondo anglosassone, e direi anzi che sia presente in tutte le società del mondo. A questo proposito, è interessante notare una singolare analogia, perché quest’idea si avvicina molto alla relazione etica che per lungo tempo diverse società hanno istituito tra sesso, gratificazione sessuale e riproduzione. In tutte quelle società nelle quali, in ragione di una forte mortalità infantile, era essenziale ottenere un elevato livello procreativo, divenne infatti eticamente obbligatorio legare la gratificazione sessuale almeno al “rischio” della procreazione, così da contribuire eventualmente alla sopravvivenza della comunità. Per lungo tempo, e per ragioni analoghe, si è radicata l’idea che si potesse avere accesso alla gratificazione del consumo, dunque al reddito, solo a condizione di essere disposti a contribuire alla produzione (l’equivalente della riproduzione nel caso della gratificazione sessuale). La connessione tra i due aspetti è evidente. Oggi però ci troviamo a vivere in condizioni tecnologiche ed economiche molto diverse, grazie alle quali non è più necessario che tutte le attività sessuali siano legate alla possibilità della procreazione, e allo stesso modo non è necessario fare del contributo alla produttività, dunque del lavoro, una condizione di accesso al reddito. Intendo dire che è possibile dare vita a un’organizzazione della società che non sia basata su questo tipo di etica del lavoro.
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Tutto quello che avreste voluto sapere sull’articolo 18 (e che nessuno vi ha detto perchè non gli conveniva)
Ci stanno provando ancora una volta. Quello che non riuscì a fare Berlusconi nel 2002 prova adesso a farlo Monti. Approfittando della “crisi”, del consenso al governo di tutte le forze politiche, del momento di smarrimento in larga parte della popolazione italiana, Monti cerca di abolire l’articolo 18. Contro questo attacco, che sta andando avanti da mesi e che si concretizzerà a breve nella “riforma del mercato del lavoro” che il governo vuole chiudere per fine marzo, dobbiamo mobilitarci ad ogni costo. Ne va del nostro futuro e della nostra dignità. Ma per opporci con efficacia dobbiamo capire bene qual è la posta in gioco. Infatti sia da parte dei padroni che dei sindacati confederali è stata fatta molta disinformazione sul tema. Vediamo bene perché e come stanno davvero le cose.
Partiamo dall’inizio: cos’è l’articolo 18?
L’articolo 18 è un articolo dello “Statuto dei lavoratori”, la legge che regola le norme sul lavoro, approvata nel 1970, in un momento in cui i lavoratori erano abbastanza forti da imporre ai padroni ed allo Stato il rispetto di alcuni loro diritti. L’articolo 18 regola la “reintegrazione sul posto di lavoro”: nelle aziende con più di 15 dipendenti, in caso di licenziamento illegittimo (cioè ingiustificato, eff ettuato senza comunicazione dei motivi o per discriminazione), si può fare causa al proprio datore di lavoro. Se viene appurato che si è stati licenziati senza “giusta causa”, l’articolo dispone che il lavoratore sia reintegrato nel posto di lavoro e recuperi le mensilità perse (cioè i soldi dello stipendio che avrebbe ricevuto se non fosse stato licenziato). In alternativa allo stesso lavoratore è concessa la facoltà di optare per il risarcimento del danno (mensilità perse più un indennizzo di 15 mesi). Questa possibilità è stata pensata per consentire al lavoratore di evitare di dover tornare in un ambiente lavorativo che potrebbe essere ostile.
Quanti lavoratori tutela?
Al momento attuale l’articolo 18 copre circa il 65,5% dei lavoratori dipendenti. Ovvero, su quasi 12 milioni di operai e impiegati presenti in Italia, quasi 7,8 milioni possono beneficiare di questa tutela. È ancora poco, se si pensa che altri milioni di lavoratori - in particolare immigrati e giovani - non beneficiano di questa tutela, perché lavorando a nero, con contratti precari, ricattati fino a firmare le “dimissioni in bianco” al momento dell’assunzione, sono esposti all’arbitrio del datore di lavoro che li licenzia quando vuole. Ma è una misura importante, di civiltà, che riguarda la maggior parte dei lavoratori italiani e dovrebbe semmai essere estesa a quelli che non ce l’hanno, perché ancora più sfruttati.
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Se tre anni vi sembrano pochi…
Le proposte del PD sul mercato del lavoro
Andrea Imperia*
Sembra ormai di poter dire che nella trattativa sulla riforma del mercato del lavoro il PD intenda muoversi nel perimetro definito da due proposte elaborate negli anni scorsi dai suoi parlamentari: 1) il disegno di legge n. 2000/2010 presentato dal sen. Nerozzi, che prevede l’istituzione del “contratto unico di ingresso” (CUI); 2) la proposta di legge n. 2630/2009 - presentata dall’on. Madia, sostenuta tra gli altri da Cesare Damiano, che mira ad introdurre il “contratto unico di inserimento formativo” (CUIF). La tesi spesso ripetuta in queste settimane è che ciascuna delle riforme proposte consentirebbe di ridurre la precarietà estendendo ai neoassunti, sia pure dopo un periodo iniziale, le attuali tutele contro i licenziamenti illegittimi, inclusa la reintegrazione prevista dall’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori. Ma è davvero così? Per cercare di capirlo esaminiamole da vicino.
Il CUI è un nuovo tipo di contratto di lavoro subordinato a tempo indeterminato la cui principale caratteristica è la possibilità concessa al datore di lavoro per un periodo massimo di tre anni - la cd. “fase di ingresso” - di effettuare un licenziamento senza che il lavoratore possa ricorrere in giudizio, salvi i casi di licenziamento disciplinare, discriminatorio o determinato da un “motivo futile totalmente estraneo alle esigenze proprie del processo produttivo”, come ad esempio il tifo calcistico o l’antipatia personale, rispetto ai quali continuerebbe ad applicarsi l’attuale normativa. Tale riduzione della tutela giudiziale verrebbe compensata dall’obbligo di corrispondere al lavoratore un modesto indennizzo, pari a cinque giorni di retribuzione per ogni mese di prestazione.
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Abbiamo bisogno di altra precarietà?
di Guglielmo Forges Davanzati
Stando alle ultime rilevazioni Eurostat, l’Italia è il primo fra i Paesi europei per numerosità di lavoratori scoraggiati, ovvero di individui che hanno smesso di cercare occupazione: circa il 3.5% della forza-lavoro si trova in questa condizione e, nella gran parte dei casi, si tratta di individui nella fascia d’età compresa fra i 20 e i 30 anni. Il fenomeno è imputabile a due circostanze: in primo luogo, alla bassa probabilità di trovare impiego (o un impiego coerente con le qualifiche acquisite), così che al crescere del tasso di disoccupazione aumenta la platea di lavoratori scoraggiati; in secondo luogo, è imputabile alla possibilità di garantirsi un reddito di sussistenza senza lavorare, possibilità che si determina nel caso in cui i consumi sono garantiti dai risparmi delle famiglie d’origine, o da redditi derivanti da occupazioni irregolari. Si tratta di un fenomeno preoccupante per due ordini di ragioni.
1) L’esistenza di un’ampia platea di lavoratori scoraggiati può segnalare il fatto che è ampia l’occupazione nell’economia sommersa, ovvero che chi smette di cercare lavoro nell’economia regolare lo fa perché ottiene reddito da attività illecite. Si può ritenere che si tratta, in questo caso, di individui con basso reddito e con basso livello di istruzione.
2) I lavoratori scoraggiati traggono risorse per i propri consumi prevalentemente dai risparmi delle loro famiglie. Il che genera progressiva compressione dei risparmi e, nella misura in cui, l’accumulazione di risparmi è una precondizione per il finanziamento degli investimenti, ciò determina riduzione degli investimenti, della domanda aggregata e dell’occupazione. In più, poiché ad alta disoccupazione è associata bassa propensione a cercare occupazione, da ciò segue un ulteriore aumento della quota di lavoratori scoraggiati sul totale della forza-lavoro.
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