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Suggerimenti per un percorso inverso

Sul rifiuto del lavoro

di Ottone Ovidi

Intervento nel dibattito sul rifiuto del lavoro aperto da Anna Curcio qui e qui

bab18Il 26 gennaio 2018 Econopoly, blog de Il Sole 24 Ore che «vuole parlare di economia in maniera seria e documentata», pubblicava un contributo di tale Enrico Verga che proponeva, dopo aver constatato che la condizione dei lavoratori salariati e di molti lavoratori autonomi fosse miserevole sotto il punto di vista sia dei diritti che della retribuzione, di ritornare alla schiavitù come base delle economia avanzate. Ovviamente promettendo poche frustate e tanto affetto da parte dei padroni, ricordando per certi versi Le dodici sedie, film diretto nel 1970 da Mel Brooks, dove il buon padrone, nonché nobile decaduto, Ippolit Vorobyaninov veniva ricordato così dal vecchio servo: «Era molto buono, ci picchiava solo la domenica!». Per altri versi, ma meno comicamente, può ricordare una delle più famose intuizioni di Karl Marx, quando diceva che «la storia si ripete sempre due volte: la prima volta come tragedia, la seconda come farsa».

Nello stesso periodo veniva data notizia dei nuovi braccialetti elettronici che Amazon avrebbe presto cominciato a far indossare ad ogni suo singolo lavoratore per controllarne e dirigerne il lavoro secondo i tempi e i ritmi decisi dall’azienda. In realtà, in questo caso, si trattava semplicemente di un aggiornamento tecnologico di un’impostazione del lavoro e della produzione che era già ampiamente diffusa nelle aziende più importanti del mondo. Nel caso specifico, le metodologie produttive di Amazon erano nel 2013 state indagate da Jean – Baptiste Malet nel suo libro – inchiesta En Amazonie: infiltré dans le “meilleur des mondes”.

Se questo è il livello del dibattito pubblico a cui siamo arrivati, si può anche comprendere come mai agli esponenti del Partito democratico sia ancora permesso di parlare di diritti dei lavoratori senza che pubblicamente non sia invocata una perizia psichiatrica.

Quando in Italia si è cominciato a parlare di rifiuto del lavoro si era nella fase culminante di un processo storico che, dall’ottocento fino agli anni settanta del novecento, era stato protagonista indiscusso dello sviluppo dei paesi occidentali. Ad un’economia che si era industrializzata velocemente era andata di pari passo non solo la crescita numerica delle componenti operaie nei paesi occidentali, ma anche la loro organizzazione e la loro capacità di mobilitazione. Paradossalmente proprio mentre il mondo operaio nella sua forza e nella sua coscienza del ruolo che aveva nel mondo, comprendeva di essere in grado di poter fermare quando voleva la macchina capitalista, semplicemente astenendosi dal lavorare, il mondo occidentale incominciava un processo inverso di deindustrializzazione. Questo processo ha sconvolto il mondo del lavoro negli ultimi trent’anni, polverizzando la classe operaia di fabbrica nel suo momento di massima forza. Se da una parte questo processo è avvenuto proprio anche a causa della forza rivendicativa di cui erano portatori gli operai italiani ed europei, dall’altra il processo si muoveva seguendo le dinamiche proprie di un’economia capitalista che si stava definitivamente globalizzando, processo sempre insito nell’espansione del capitale, ma che per decollare definitivamente aveva bisogno dello sviluppo di determinate tecnologie. Questo processo non ha messo in crisi la classica estorsione di plusvalore dal lavoro alla base dell’accumulo di capitale, ma l’ha solamente spostata geograficamente. La distruzione della società novecentesca in Europa, vale a dire la distruzione dei suoi rapporti sociali e politici, materiali e mentali, del rapporto che legava produzione e tessuto urbano (rapporto messo in luce dalle lotte che negli anni settanta hanno caratterizzato l’Italia), della memoria storica del mondo del lavoro, ha lasciato il posto ad una desertificazione che caratterizza tutti gli ambiti di vita dei lavoratori e dei proletari.

Quando gli operaisti prima, e gli autonomi dopo, hanno cominciato a comprendere che molti operai provavano sofferenza per la loro condizione d’esistenza, e che questa sofferenza era legata alla loro vita di lavoro, si aprirono nel nostro paese nuove forme e nuovi obiettivi di lotta. La capacità del movimento di attirare a sé soggetti fino a quel momento non riconosciuti nella tradizione del movimento operaio derivava dall’annullamento dell’identità del lavoratore di fabbrica come dell’unica identità rivoluzionaria. In ciò sembravano prevedere il successivo smembramento industriale italiano, prolungando le capacità di mobilitazione del movimento grazie a soggetti altri, fino ad allora esclusi dai richiami del movimento operaio classico, come le donne e i sottoproletari, ma finiva per rendere la dimensione soggettiva più importante del ruolo oggettivo nella società capitalista. Mentre le due dimensioni andrebbero sempre mantenute legate, facendo dialetticamente incontrare traiettorie storiche e vicende personali. In ogni caso, tutto partiva dalla consapevolezza che il capitalismo, funzionando come metabolismo sociale, fagocita nel suo universo tutto, dal lavoro alla natura, dalla sostanza vivente ai sogni, alla mente. Non si trattava di avere un progetto preconfezionato, ma di un modo di vedere e analizzare la società che potesse consentire nel tempo di sconfiggere il capitalismo con un’altra concezione del mondo, sottraendosi alla scala di valori capitalista tutti i giorni e in tutti i momenti della quotidianità, rifiutando legalità, gerarchie e comandi.

Il patto sociale su cui si è fondata le società occidentale dal secondo dopoguerra, che prevedeva in cambio dell’accettazione dell’ideologia del lavoro e della sua messa al servizio da parte del capitale, un’inclusione nello spazio della politica e una distribuzione minima di una parte della ricchezza prodotta sotto forma di consumi è oramai tramontato e lontano. Ridotto a contratto commerciale tra i singoli, il lavoro attraversa nei paesi occidentali una profonda crisi, o meglio, di crisi per chi con il lavoro ci vive. Innumerevoli le forme di precarizzazione e sfruttamento che negli ultimi anni sono state inventate o ampliate: dal lavoro a progetto a quello a termine, part time orizzontale o verticale, telelavoro o finte partite iva, voucher, alternanza scuola-lavoro, stage o volontariato. Diffuse sono poi sottoccupazione e lavoratori poveri che, pur avendo un’occupazione, si trovano a rischio povertà ed esclusione sociale a causa del livello troppo basso del loro reddito, dell’incertezza del lavoro, dell’impossibilità del risparmio. La nuova borghesia transnazionale e finanziaria ha scelto consapevolmente questa strada, nel tentativo di ripristinare l’estrazione di plusvalore agli antichi livelli che la caduta tendenziale del saggio di profitto sta intaccando. Tra le nuove vittime dell’ordine mondiale neoliberista si sono ritrovati settori sociali prima relativamente privilegiati, parte del ceto medio, piccola e media borghesia, liberi professionisti, commercianti al dettaglio, tecnici. Se da una parte il lavoro è qualcosa di sempre più inafferrabile ed ostile, dall’altra continua ad essere alla base dei valori della nostra società. È sulla persistenza del lavoro come valore che si basa, ancora, l’equilibrio sociale che permette alla situazione di non esplodere. Per fare ciò serve un indottrinamento permanente, che passa attraverso il concetto di formazione continua, il credo dell’autorealizzazione, il feticcio del merito. Allo stesso tempo, però, attenzione a considerare scomparso il lavoro, o forse sarebbe meglio dire semplicemente l’estrazione di plusvalore, nei paesi a capitalismo avanzato. Infatti le nuove tecnologie stanno facendo sì che questa operazione sia possibile senza che venga più corrisposto un salario da parte di chi detiene i mezzi di produzione.

Le società umane non riposano sulle caratteristiche dei singoli, ma sulla qualità dei legami che essi istituiscono fra loro. Nel suo tentativo di rimuovere le relazioni umane il neoliberismo sta tentando di giungere alle connessioni tra umani. È una rottura qualitativa ed epocale nella nostra società perché trasforma i rapporti umani in connessioni. La stagione dell’egemonia digitale si manifesta attraverso l’utilizzazione della tecnologia al servizio del capitale. Come analizzato da Renato Curcio ne L’egemonia digitale con riferimento ai cambiamenti sul mondo del lavoro «il sistema gestionale ne ha scomposto l’architettura fondamentale e la micro-fisica del comando si esercita direttamente su ciascun lavoratore preso nella sua singolarità. Questa nuova concezione lavorativa, del taylorismo mantiene e sviluppa soltanto la tensione a polverizzare i momenti improduttivi. Ma la sussunzione degli atti lavorativi singolari nell’apparato tecnologico che li registra ne modifica la dimensione sociale».

Oggi il tempo del lavoro è determinato, come mai in passato, dal tempo della produttività ed è monitorato direttamente dalle piattaforme digitali. Il tempo di lavoro è un tempo algoritmico costruito con la progettazione di produttività all’interno delle quali il movimento dei lavoratori non è contrattabile. Si allarga la sfera dei lavori che vengono robotizzati e dentro i segmenti del lavoro si allarga lo spazio per i robot. I lavoratori dovranno lavorare ad un ritmo sempre più alto, si tenterà di ridurre il loro numero e di pagarli sempre di meno e quindi si renderà necessario potenziare la loro capacità di resistenza alla fatica.

Il capitale ha ribaltato gli assunti su cui si era sviluppato il rifiuto del lavoro. La sua teorizzazione aveva permesso di estendere le lotte operaie alla riappropriazione di tutti gli spazi della vita, aveva smascherato i meccanismi attraverso cui si impostava e venivano codificate la norma e la legalità, la consuetudine e l’assuefazione a servire, il comando capitalista e la sua egemonia culturale. L’ideologia neoliberista si è appropriata, attraverso la socialdemocrazia riformista, dei linguaggi e delle modalità di comunicazione della sinistra, ne ha travisato i messaggi, modificato i segnali, mistificato gli obiettivi, manipolato gli strumenti. Il capitale in questo modo si è appropriato di tutti gli spazi della vita e li ha sussunti nella produzione.

Oggi la teorizzazione del rifiuto del lavoro è ancora importante, ma in un percorso inverso. Se nelle sue origini il rifiuto del lavoro nasce nella fabbrica fordista, e se la fabbrica fordista, informando la società italiana della seconda metà del secolo scorso, ha permesso di generalizzare le battaglie intorno alla parola d’ordine del rifiuto del lavoro, oggi, nel momento in cui il tempo stesso della vita diventa tempo di lavoro non pagato, la liberazione dall’obbligo di produrre plusvalore come esercizio quotidiano di lotta riporta ad unità un mondo del lavoro parcellizzato e frantumato. Bisogna attualizzare gli insegnamenti degli operai in lotta, imparare a gettare bulloni nella catena di montaggio della riproduzione sociale, attuare il salto della scocca nel quotidiano, sabotare gli assunti intoccabili di questa società, smascherare i feticci attraverso cui il capitale mantiene la sua egemonia: legalità, meritocrazia e servilismo, produttività e guerra tra poveri. Questa decostruzione deve partire dalla quotidianità della vita, rivendicando lo spazio della propria agibilità fisica e mentale. Rifiutare il feticcio della legalità significa recuperare il principio per cui le leggi non sono altro che l’espressione e la formalizzazione di un rapporto di forza. Rifiutare la meritocrazia, che altro non è se non capacità di adeguarsi e servire, e che libera i peggiori aspetti dell’umano. Rifiutare la neutralità dello sviluppo tecnologico, nella consapevolezza che progresso e tecnologia sono declinati a seconda degli obiettivi che gli vengono dati. Al contrario bisogna ricostruire legami solidaristici, base per la ricostruzione della dimensione collettiva del fare politico, base per il riconoscimento della matrice comune dello sfruttamento. Combattere il neoliberismo come metabolismo sociale significa andare ad aggredire il controllo serrato che è riuscito ad imporre su comportamenti materiali e percorsi di pensiero. Il circolo vizioso con cui il capitale dal mondo del lavoro ha imposto i suoi controlli, le sue gerarchie, i suoi valori alla società intera va ribaltato, perché liberare la società dalla militarizzazione dei territori e dalle leggi securitarie vuol dire lottare anche contro controllo produttivo e braccialetti elettronici sul lavoro.

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