Bellofiore R. (2020), Smith, Ricardo, Marx, Sraffa. Il lavoro nella riflessione economico-politica, Note bibliografiche
di Giorgio Rodano*
Bellofiore R. (2020), Smith, Ricardo, Marx, Sraffa. Il lavoro nella riflessione economico-politica, Torino: Rosenberg & Sellier, pp. vii+388, € 24, ISBN: 9788878858442
Il titolo del libro è un evidente (ed esplicito) omaggio a uno dei maestri di Bellofiore, Claudio Napoleoni, che negli anni Settanta del secolo scorso aveva scritto un libro quasi con lo stesso titolo, Smith Ricardo Marx. L’oggetto di questo lavoro – a parte il dialogo a distanza col vecchio maestro (che, tra parentesi, è stato anche uno dei miei maestri) – è dunque, in modo immediatamente evidente, il pensiero economico classico, cui viene assimilato, per i motivi che vedremo, anche Piero Sraffa. Ma vedremo che Bellofiore si cimenta anche con le idee e le tematiche di altri importanti protagonisti della storia del pensiero economico, in particolare John Stuart Mill e John Maynard Keynes.
All’origine del volume ci sono vari saggi scritti da Bellofiore tra il 1983 e il 2017 (uno in collaborazione). Per l’occasione essi sono stati rivisti e fusi per eliminare le ripetizioni (non tutte) fino a comporre un filo unitario; anzi – come cercheremo di mostrare (e come del resto suggerisce qua e là lo stesso Bellofiore) – un paio di fili che si rincorrono e si intrecciano per tutte le pagine del libro. Questo si articola in una premessa (in cui vengono sommariamente illustrati i contenuti dei vari capitoli e introdotti i temi principali che li legano), otto capitoli e due appendici. Sono capitoli di grosse dimensioni, ricchi di spunti e di annotazioni, in cui Bellofiore dà conto non solo del pensiero degli autori presi in esame, ma di tutto il dibattito che i vari temi considerati hanno suscitato tra gli studiosi. Il che rende il libro utile per orientarsi su questioni spesso assai intricate, ma lo rende al tempo stesso di lettura a volte piuttosto ardua e faticosa anche per chi, come me, su molte di quelle questioni ha avuto modo, in passato, di misurarsi.
Non ho motivo di nascondere, per esempio, che del capitolo quinto, in cui si esplorano i rapporti (dialettici) tra Marx e Hegel, sono lontanissimo dall’aver afferrato tutte le implicazioni e tutte le sottigliezze. Sempre per restare in quel capitolo, a un certo punto si affronta la questione dei problemi sollevati dagli errori e dalle imprecisioni delle traduzioni di Marx dal tedesco, ossia di quanto di Marx “sia stato lost in traslation” (p. 142). A causa di questi errori (particolarmente rilevanti, secondo Bellofiore, nella traduzione inglese), la discussione tra gli studiosi, anche tra i marxisti, ha finito talvolta con l’essere “un dibattito sul nulla” (ibid.). Quello delle cattive traduzioni è un tema cui sono sensibile. Ricordo che la prima volta che lessi, appunto nella traduzione italiana, Value and Capital di Hicks, avevo trovato alcune parti decisamente oscure, se non proprio incomprensibili. Tutto si chiarì quando anni dopo rilessi il libro nell’originale: non avevo capito perché la traduzione era fatta male. E del resto sono convinto che l’espressione “domanda effettiva”, ossia la versione in italiano dell’espressione inglese effective demand di Keynes, sia un evidente errore di traduzione (l’aggettivo inglese che corrisponde all’italiano “effettiva” è actual; l’aggettivo italiano che corrisponde all’inglese effective è “efficace”). Penso che una versione più corretta sia “domanda che conta”, il che renderebbe tante frasi di Keynes più trasparenti e più comprensibili); ma ciò non ha impedito che su di essa gli economisti italiani abbiano profuso montagne di inchiostro (un altro “dibattito sul nulla”?). Per tornare però alle traduzioni di Marx, debbo di nuovo confessare la mia totale incompetenza: non so il tedesco.
Ma veniamo al tema del libro di Bellofiore. In un certo senso, è sintetizzato nel sottotitolo del volume. Il quale recita: Il lavoro nella riflessione economico-politica. Qui ogni parola conta. Al centro di tutto il suo discorso viene collocato appunto il lavoro. Ma sono rilevanti anche le parole al contorno, dalle quali emerge con chiarezza che quello di Bellofiore non è semplicemente uno studio di storia del pensiero economico (classico). Certo è anche questo; ma la riflessione sulle idee e sui problemi economici su cui si sono tormentati i grandi economisti della tradizione che va da Adam Smith a Karl Marx (passando per David Ricardo), e che sono stati ripresi e riproposti in forme sui generis da Piero Sraffa, ha per Bellofiore una precisa finalità politica.
La finalità è quella – mi par di capire – di mettere a punto gli strumenti concettuali per una ripresa oggi, nell’economia e nella società dei nostri giorni, della lotta di classe, ossia del conflitto tra capitale e lavoro. Nelle sue parole, questa “ripresa di protagonismo conflittuale nel processo di produzione”, innervata dalle “lotte per un lavoro […] più ricco e protagonista”, deve avere la finalità di realizzare una “composizione della produzione socialmente decisa e sottratta all’arbitrio della finanza e degli interessi imprenditoriali” (p. 358). Insomma, per dirla in breve, Bellofiore si muove nel solco della grande tradizione marxista (con tutti i cambiamenti resi necessari dal fatto che ci troviamo nel XXI secolo): studiare l’economia e il pensiero economico con lo sguardo rivolto all’obiettivo di superare l’attuale assetto capitalistico (che – come Bellofiore sa bene – è per molti aspetti assai diverso da quello studiato dagli economisti classici, anche se ne conserva alcune essenziali caratteristiche) e di costruire un’economia e una società per la quale una volta avremmo usato il termine “socialismo”, anch’esso inevitabilmente declinato in forme diverse da quelle della tradizione del movimento operaio.
***
Dunque il lavoro. Ma soprattutto il lavoro nelle forme storicamente determinate che esso assume nel suo rapporto con il capitale. Questo ci conduce immediatamente al primo dei due temi dominanti che costituiscono il fil rouge del libro: la teoria del valore-lavoro. Di tale teoria, però, Bellofiore propone una “visione […] che riduce di molto l’enfasi con cui si è tradizionalmente sottolineata la sua dimensione di concettualizzazione della determinazione individuale dei prezzi, che ai [suoi] occhi, lungi dal non essere l’unica, non è neanche quella preminente” (p. 7). Rispetto a questo approccio della teoria del valore-lavoro, che potremmo chiamare ‘economico’, Bellofiore ne privilegia un altro, che per simmetria potremmo chiamare ‘filosofico’, secondo il quale il lavoro (astratto) rappresenta il fondamento costitutivo del capitale. Perciò rappresenta la base del capitalismo stesso e, di conseguenza, del “rapporto antagonistico tra le classi” (p. 8).
Confesso di fare fatica a seguire Bellofiore nell’esposizione di questo approccio filosofico alla teoria del valore-lavoro, in parte perché le mie conoscenze di filosofia sono inadeguate, e in parte per motivi che cercherò di illustrare più avanti. Temo perciò che la mia esposizione di questo punto cruciale della sua ricerca risulterà un po’ troppo sbrigativa e rozza. Molto in sintesi, e rinunciando a cimentarmi col complicatissimo rapporto tra Marx e Hegel (cui la versione filosofica della teoria del valore-lavoro sembra essere fortemente connessa), quella che Bellofiore chiama “la teoria (monetaria) del valore-lavoro (astratto)” (p. 209) può essere presentata esplicitandone innanzitutto il nucleo: “il ‘lavoro astratto’ – più precisamente, il lavoro vivo dei lavoratori salariati come lavoro produttore di (plus)denaro – è la fonte esclusiva del valore” (ibid.).
Come sappiamo, Marx appoggiava il fondamento di questa affermazione sulla teoria del valore-lavoro (contenuto). Tuttavia, come abbiamo appena visto, Bellofiore rinuncia alla teoria del valore-lavoro come teoria dei prezzi (secondo cui il prezzo di una merce è determinato dal tempo di lavoro socialmente necessario per la sua produzione). Vi rinuncia anche perché sa bene che i prezzi (di produzione) divergono dai valori (lavoro), e che il cosiddetto “problema della trasformazione” (dai valori ai prezzi) non ammette soluzione; nelle parole di Bellofiore la ricerca della soluzione “viene giudicata problematica dalla maggior parte degli autori interni ed esterni al marxismo” (p. 220). Egli conclude perciò che, “[s]e si vuole recuperare una rilevanza di Marx, è altrove che bisogna rivolgersi, recuperando l’integrazione essenziale tra denaro e lavoro” (p. 221).
Sul punto del problema della trasformazione vale la pena spendere due parole per un chiarimento. Esso non richiede che si possano determinare i prezzi a partire dalle quantità di lavoro. Questo è possibile, è stato fatto, ed è, come osserva anche Bellofiore, del tutto irrilevante; ciò perché i “prezzi di produzione […] possono essere […] calcolati a partire dagli stessi dati da cui si derivano i valori-lavoro” (p. 256), sicché il passaggio per questi ultimi risulta “del tutto ridondante” (p. 263; vedi anche pp. 107-8). Il problema della trasformazione richiede, in un certo senso, di più e di meno, ossia che si possa mostrare che la divergenza tra prezzi e valori al livello delle singole merci scompare quando si passa al livello aggregato, nel senso, appunto che a quel livello si ritrova una doppia uguaglianza, quella tra pluslavoro totale e somma dei profitti e quella tra il totale del lavoro socialmente necessario e il valore della produzione complessiva. È appunto questo problema della trasformazione che non ammette soluzione, anche se una delle due uguaglianze può sempre essere scelta come unità di misura dei prezzi.
Per uscire da questo vicolo cieco, Bellofiore ritiene che si debba necessariamente andare “oltre Marx”. Secondo lui, una strada “promettente e significativa” è quella della cosiddetta Nuova interpretazione (cfr. Duncan Foley, 1986), che viene esposta in più punti del libro di cui ci stiamo occupando (per esempio, pp. 258 ss.). Il punto di partenza di tale interpretazione è il seguente: “Marx prende le mosse da un ‘postulato’ che stabilisce che a livello aggregato il ‘nuovo valore’ aggiunto nel corso del periodo, una volta scambiato nella circolazione mercantile contro denaro, si presenta come l’espressione monetaria del tempo di lavoro diretto che è stato socialmente necessario prestare” (pp. 258-9). Semplificando drasticamente, il “postulato” si articola in due affermazioni: (i) il lavoro vivo (quello acquistato dal capitale per produrre denaro) è la fonte del valore aggiunto; (ii) perciò si può assumere a livello aggregato l’eguaglianza tra lavoro vivo (astratto) e valore aggiunto. Chiaramente la parte decisiva del “postulato” è la prima (la seconda può essere sempre scelta come unità di misura dei prezzi utilizzati per l’aggregazione). Ci torneremo più avanti.
Prima, però, vediamo come prosegue la Nuova interpretazione. Il passo successivo (e qui si consuma il distacco da Marx) è la ridefinizione del “valore della forza-lavoro”. Questo non è più, come in Marx, il lavoro socialmente necessario per produrre i beni di sussistenza, ma è “il lavoro comandato dal salario monetario” (p. 260). A questo punto il gioco sembra fatto: a livello aggregato il valore della forza-lavoro corrisponde alla quota dei salari (sul valore aggiunto e perciò sul totale del lavoro vivo) e di conseguenza la quota dei profitti (sempre sul valore aggiunto) corrisponde al pluslavoro, misurato anch’esso in termini di lavoro comandato. Col semplice artificio di ridefinire il valore della forza-lavoro (riprendendo appunto la vecchia nozione smithiana di “lavoro comandato”), le proposizioni fondamentali di Marx sembrano riacquistare tutta la loro validità, ovviamente a livello aggregato. Confesso che nel modo di procedere della Nuova interpretazione c’è qualcosa che mi lascia perplesso. Per esempio, mi sembra abbastanza curioso assumere il lavoro “contenuto” per misurare il valore aggiunto totale e il lavoro “comandato” per valutarne una sua parte. Ma per ora sospendo il giudizio (riservandomi di dire qualcosa più avanti). Adesso devo introdurre nel quadro il contributo di Piero Sraffa.
Il settimo capitolo del libro che stiamo recensendo è dedicato principalmente (anche se non esclusivamente) a una lettura degli inediti di Sraffa e alla sua “maratona” lunga e “solitaria” (p. 255) per arrivare a pubblicare, nel 1960, Produzione di merci a mezzo di merci. Al riguardo Bellofiore sostiene che la lettura di quegli inediti riserva parecchie interessanti “sorprese”. Essi mostrano infatti che, nonostante nel libro del 1960 gli argomenti che collegano sotterraneamente Sraffa a Marx siano accuratamente “nascosti” (cfr. p. 297), gli inediti suggeriscono invece che per una lunga fase Marx abbia rappresentato per l’economista italiano trapiantato a Cambridge un punto di riferimento essenziale.
Stando alla lettura degli inediti proposta da Bellofiore (che comunque nel suo libro fornisce anche un’ampia, dettagliata e argomentata rassegna delle altre letture che di quegli inediti sono state fatte), dalla fine degli anni Venti del secolo scorso Sraffa era convinto che “il risultato ultimo della sua ricerca” sarebbe stato “una riformulazione delle idee di Marx, sostituendo alla terminologia e metafisica hegeliana una terminologia e metafisica moderna”1. L’interpretazione di Bellofiore, “che Sraffa [fosse] allora convinto che il suo libro avrebbe rivendicato la sostanziale correttezza della teoria economica marxiana” (p. 268), appare convincente e condivisibile. Sempre leggendo gli inediti, emergerebbe che il punto culminante di questa linea di ricerca si sarebbe verificato all’inizio degli anni Quaranta, quando Sraffa lavorava sulle implicazioni di un’ipotesi (nei suoi appunti inediti abbreviata in “Hypo”) di cui Bellofiore segnala le interessanti somiglianze col “postulato” della Nuova interpretazione di cui abbiamo parlato sopra.
L’Hypo è che il saggio massimo di profitto (ossia, nelle parole di Bellofiore, “il rapporto fisico-materiale tra il prodotto netto e i mezzi di produzione impiegati” quando il salario viene posto uguale a zero) resterebbe immutato quando il salario diventa maggiore di zero, influenzando i prezzi e il saggio di profitto effettivo. Assumendo la validità di questa ipotesi, seguono due risultati: (i) i prezzi possono essere agevolmente derivati dai valori, pur tenendo conto che essi cambiano al variare del salario e della distribuzione del reddito; (ii) emerge una relazione decrescente e lineare tra saggio del profitto e salario: 𝑟 = 𝑅(1 − 𝑤).
Sraffa si rese ben presto conto che l’Hypo non reggeva perché le composizioni del capitale nelle varie merci sono diverse, cosa che impedisce che il calcolo del saggio massimo di profitto possa essere effettuato in termini fisici. Si espresse su questo punto parlando di “disastro del modello” e abbandonò questa linea di ricerca. Essa però lasciò tracce importanti nella sua riflessione successiva e anche nel suo lavoro pubblicato. Per esempio, la standard commodity (la “merce tipo”) che viene ricavata in Produzione di merci a mezzo di merci consente di calcolare il saggio massimo del profitto in termini indipendenti dai prezzi e dalla distribuzione e permette anche di ricavare la stessa relazione lineare e inversa tra saggio del profitto e salario che abbiamo scritto sopra. D’altra parte, va subito aggiunto che per ricavare la merce tipo si deve per forza partire dagli stessi dati che servono a calcolare i prezzi di produzione (o i valori- lavoro), il che la rende (lungi dall’essere la misura invariabile dei valori invano cercata da Ricardo), “una costruzione puramente ausiliaria”, come ha sottolineato lo stesso Sraffa. L’italiano di Cambridge era però consapevole che i risultati da lui ottenuti non erano sufficienti per realizzare il suo programma originario di provare in modo rigoroso la sostanziale correttezza della teoria economica marxiana. Come scrive Bellofiore, restava vero “che il saggio del profitto non corrisponde al rapporto del plusvalore alla somma del capitale costante e del capitale variabile come computato da Marx: il saggio del profitto in prezzi di produzione di Produzione di merci diverge da quello in valori-lavoro del terzo libro del Capitale” (p. 298).
Forse proprio questo è il motivo per cui ogni riferimento a Marx viene accuratamente espunto da Sraffa nella versione del suo lavoro pubblicata nel 1960. E ciò anche se, in privato, “Sraffa rimase convinto di un forte parallelismo tra le proprie conclusioni e quelle di Marx, […] anche dopo la pubblicazione del libro nel 1960” (p. 298); e anche se quanto da lui affermato al riguardo (sia pure in privato) “non verrà mai smentito successivamente” (ibid.). A questo proposito Bellofiore cita le reazioni di Sraffa ad alcune recensioni che mettevano in dubbio la continuità tra i risultati del suo libro e Marx, e il dibattito triangolare che coinvolse in quegli anni Sraffa, Napoleoni e Raffaele Mattioli. Quest’ultimo aveva dato, tra l’altro, un fondamentale contributo alla versione italiana di Produzione di merci a mezzo di merci.
In un vecchio appunto inedito, polemizzando con Bortkiewicz (uno dei primi critici dell’approccio marxiano al problema della trasformazione), Sraffa aveva scritto “that commodities are produced by labour out of commodities” (citato da Bellofiore, p. 285). Meritano di essere sottolineate sia la somiglianza sia la cruciale differenza col titolo del libro pubblicato nel 1960: Production of Commodities by Means of Commodities. Il termine “labour” è sparito, e la scomparsa, appunto, non è casuale. Da quel che si è scritto nelle pagine precedenti appare chiaro che Sraffa restava convinto che le merci fossero prodotte dal lavoro, ma appunto non era in grado di provarlo. E perciò non poteva parlarne in termini scientifici. Il ruolo del lavoro nella produzione del valore poteva essere postulato ma non dimostrato.
Questo ci riporta inevitabilmente al ‘postulato’ su cui si fonda la Nuova interpretazione di Marx proposta da Duncan Foley (e apprezzata da Bellofiore). Ora, è vero che in matematica ci si serve di postulati (o, come si preferisce dire oggi, di assiomi) per ricavarne teoremi, ossia proposizioni che si dimostrano ‘vere’ dati i postulati che vengono assunti (se si cambiano i postulati, cambiano di conseguenza anche i teoremi che si possono dimostrare). Qui, però, non siamo in matematica. Invece che di postulato, perciò, sarebbe più corretto parlare di “congettura”, ossia di una proposizione il cui valore di verità non è assodato: potrebbe in seguito essere dimostrata vera oppure falsa; oppure possono essere portati argomenti a sostegno o a confutazione, anche se non conclusivi. Per esempio, se la teoria del valore-lavoro (contenuto) come teoria dei prezzi (o come base della teoria dei prezzi) fosse corretta, il postulato che il lavoro (astratto) è la fonte della valorizzazione del denaro e del capitale risulterebbe fortemente corroborato. Se però viene abbandonata, il postulato (la congettura) si indebolisce, e ha bisogno di altri argomenti a supporto. Tanto più che, come sappiamo, la teoria economica ha proposto anche postulati alternativi per quanto riguarda la natura del valore, inteso come la fonte della ricchezza.
Troviamo un tipico argomento a supporto, nello stile di Marx, nella seguente frase del libro di Bellofiore:
Da un punto di vista macroeconomico, è chiaro che la “valorizzazione” del capitale non può avere la propria origine nello scambio interno alla classe capitalistica, poiché qualsiasi profitto ottenuto da un produttore nel comprare a un prezzo più basso e rivendere a un prezzo più alto determinerebbe una perdita dello stesso ammontare per altri produttori. La “sorgente” del plusvalore deve essere rintracciata nel solo scambio che è esterno alla classe capitalistica, ovvero nella compera di forza-lavoro (p. 213).
La premessa del discorso è che nel corso del processo produttivo il capitale si valorizza, nel senso che alla fine del processo c’è una quantità di denaro maggiore di quella che c’era in partenza (è la famosa formula di Marx D-M-D′ che sintetizza il processo capitalistico). Questo è appunto un fatto. La frase della citazione precedente suggerisce l’unica fonte da cui questa valorizzazione può scaturire: l’acquisto del lavoro da parte del capitale. Perciò l’origine della valorizzazione non può essere che il lavoro. E questo chiude il discorso. Anzi, per Marx, lo apre: la sorgente del plusvalore è l’eccesso di lavoro prestato rispetto a quello che basterebbe a riprodurlo (la “sussistenza”); con tutto quel che segue, ossia le magnifiche pagine sul “plusvalore assoluto” e sul “plusvalore relativo” del primo libro del Capitale (ben raccontate da Bellofiore alle pp. 225 ss. del suo libro).
Ma siamo sicuri che le cose stiano così? Per sollevare qualche dubbio propongo un semplice esperimento mentale. Supponiamo che nel processo produttivo una unità di forza- lavoro venga sostituita da un robot che abbia la stessa produttività del lavoro sostituito (per ipotesi quella di una unità di lavoro socialmente necessario) e lo stesso costo unitario: un’ora di prestazione del robot costa quanto il salario orario (e perciò “comanda” la stessa quantità di lavoro). Cosa succede al plusvalore? Inteso come D′-D, rimane evidentemente invariato; e comunque rimane invariato il profitto. Eppure il lavoro vivo (il “capitale variabile” nella terminologia di Marx) è diminuito (il capitale complessivo, invece, è rimasto immutato). Di più: lo scambio da cui scaturisce il plusvalore che compensa quello perduto (perché c’è una unità di lavoro in meno) è interno alla “classe capitalistica”. L’esperimento mentale non ha alcuna pretesa di proporre un postulato alternativo, ma suggerisce che il postulato di Foley (che piace a Bellofiore) appare meno solido di quel che sembrava.
***
Per molti aspetti, l’esperimento del robot non è realistico (per questo è un esperimento mentale). Ma si collega a una tematica, questa sì importante e realistica, su cui si sono affaticati gli economisti classici (Ricardo e, soprattutto, Marx) e non solo (per esempio anche Keynes). È appunto la questione della sostituzione del lavoro con le macchine, con i connessi temi della disoccupazione tecnologica e del destino del lavoro. Questo ci conduce al secondo fil rouge che percorre il libro di Bellofiore, di cui nelle prossime pagine proverò a dar conto (nei limiti delle mie capacità). È un tema che può essere formulato in due parole (oppure col titolo di un vecchio libro curato negli anni Settanta del secolo scorso da Claudio Napoleoni e Lucio Colletti), la cui illustrazione rappresenta invece un ‘vasto programma’: qual è il futuro del capitalismo?
Per cominciare a illustrare questo tema si può, seguendo Bellofiore (ma prima di lui anche Claudio Napoleoni) partire da Adam Smith. Nel primo capitolo e, più in dettaglio, nel successivo (quello dedicato appunto al pensiero dell’economista e filosofo scozzese), Bellofiore illustra il nesso tra la teoria smithiana del valore-lavoro “comandato” e la teoria (sempre smithiana) dello sviluppo economico (capitalistico), “che agli occhi dell’autore scozzese configura addirittura una ‘giustificazione’ del capitalismo in quanto società progressiva” (p. 8)2. Smith riprende (da Locke) l’idea che la fonte della ricchezza sia il lavoro. Perciò per lui è scontato che “il lavoro è […] la misura reale del valore di scambio di tutte merci” (citato a p. 44). Questa affermazione è alla base della classica definizione smithiana di valore-lavoro comandato: “Il valore di una merce, per la persona che la possiede e che non intende usarla o consumarla lei stessa ma scambiarla con altre merci, è quindi uguale alla quantità di lavoro che essa la mette in grado di comprare o di comandare” (ibid.).
Nell’economia dei tempi di Smith – caratterizzata, come dice lui, dall’accumulazione del capitale e dall’appropriazione delle terre, e perciò dal fatto che compaiono due “deduzioni dal prodotto del lavoro”, i profitti e le rendite – il “comando” sul lavoro diviene una realtà effettiva, nel senso, appunto, che è esercitato dal capitale: i proprietari delle imprese, i “padroni” (masters) come dice Smith, acquistano il lavoro (pagando un salario a coloro che lo forniscono) e si appropriano del prodotto di questo lavoro, che si distribuisce appunto tra profitti e rendite. Tralasciamo ora le rendite e i meccanismi che consentono la loro appropriazione (un argomento che, come sappiamo, diventerà centrale nelle ricerche di David Ricardo). Per Smith la distribuzione del “prodotto del lavoro” tra salari e profitti è governata da due meccanismi: (i) il livello del salario dipende dal potere contrattuale delle due parti in conflitto, lavoratori e masters, e perciò viene spinto verso il basso (con un limite dato dal livello di sussistenza) a causa del superiore potere contrattuale dei secondi3; (ii) la concorrenza tra i masters spinge questi ultimi a reinvestire sistematicamente i propri profitti nella formazione di nuovo capitale. E, “dato che l’investimento è, per Smith, soprattutto fondo-salari” (p. 13), ne segue che l’accumulazione di capitale genera un aumento dell’occupazione e una crescita dei salari al di sopra del minimo. Ma non finisce qui: la crescita dei salari spinge le imprese a darsi da fare per aumentare la produttività. Scrive Smith che “il proprietario […] deve sforzarsi, nel suo stesso interesse, di organizzare una divisione e una distribuzione del lavoro tale da metterlo in grado di produrre quanto più è possibile. Per la stessa ragione egli si sforza di fornire ai lavoratori le macchine migliori che sia lui stesso sia loro possono escogitare” (citato a p. 56). E di questo processo finiscono col beneficiare anche i lavoratori, sia in termini di maggiore occupazione sia in termini di maggiori livelli salariali. Infatti, “se […] l’accumulazione procede e lo scarto tra salario di mercato e salario naturale permane abbastanza a lungo, è convinzione di Smith che la sussistenza stessa finirà con l’essere trascinata verso l’alto” (ibid.).
Per completare il discorso sulla teoria smithiana dello sviluppo capitalistico dobbiamo ancora segnalare un ultimo punto, che riguarda i consumi. Quello dei lavoratori (“i poveri”) è limitato dal salario e perciò dalla sussistenza, quello dei capitalisti (“i ricchi”) non incontra questo limite. Tuttavia anche
i ricchi […] [c]onsumano poco più dei poveri, e nonostante il loro egoismo e la loro rapacità naturali, benché pensino solo al loro interesse e il solo scopo che si prefiggono dalle fatiche delle migliaia di persone cui danno lavoro sia la gratificazione dei propri desideri vani e insaziabili, essi dividono con i poveri il prodotto di tutti i loro progressi. Sono portati da una mano invisibile a operare quasi la stessa distribuzione delle necessità della vita che avrebbe avuto luogo se la terra fosse stata divisa in parti uguali fra tutti i suoi abitanti; e così, senza volerlo e senza saperlo, fanno l’interesse della società.
Questo magnifico brano della Teoria dei sentimenti morali (citato da Bellofiore a p. 54) non solo dà conto in modo limpido che la simpatia di Smith non va certo ai masters (e tanto meno ai rentiers), ma, completando quanto detto in precedenza, illustra chiaramente quella che Bellofiore chiama la giustificazione smithiana del capitalismo. Per esprimerci in estrema sintesi (e sempre servendoci delle parole di Bellofiore), nonostante l’accumulazione sia fine a se stessa, “l’egoismo che spinge i capitalisti alla massimizzazione del profitto” non sarebbe altro che “un benefico ‘inganno’ che la Natura ha ordito per realizzare il suo ordine” (p. 65).
Secondo Bellofiore, l’ottimismo della visione smithiana sul futuro del capitalismo non è durato a lungo. Già nei primi decenni dell’Ottocento, sia il sistema capitalistico che la sua descrizione da parte degli economisti erano mutati profondamente. Questo riguardava la realtà economica, ossia i cambiamenti intercorsi nel modo di funzionare del capitalismo e la posizione del lavoro al suo interno. E riguardava anche le descrizioni che del funzionamento del capitalismo venivano facendo gli economisti; il riferimento è soprattutto ai contributi di Ricardo e di Malthus. Ma leggiamo Bellofiore:
Quaranta-cinquant’anni dopo [Smith] sarà tutto cambiato. Con Malthus e con lo stesso Ricardo […] la sussistenza, una sussistenza alquanto “biologica”, ovvero la riduzione della forza-lavoro a strumento di produzione da alimentare come le macchine, è diventata una trappola molto più rigida, da cui è difficile se non impossibile scappare. Non soltanto il discorso di Smith – dove l’accumulazione del capitale si fa mezzo per l’inclusione nella cittadinanza dei soggetti, e migliora la condizione di quelli che stanno in fondo alla scala sociale – recede sullo sfondo. Lavoratrici e lavoratori sono ora – e devono rimanere – soggetto puramente “passivo” (p. 14).
Di più. In quel periodo la sottomissione del lavoro al capitale si fa sempre più marcata. Tra il 1776 (l’anno in cui esce la Ricchezza delle Nazioni) e il 1821 (l’anno della terza edizione dei Principi di Ricardo) il mondo del lavoro subisce una serie di attacchi. Cito ancora Bellofiore:
la distruzione di qualsiasi retroterra che nel vecchio sistema consentisse a lavoratori e lavoratrici una parziale possibilità d’indipendenza dal meccanismo capitalistico; la promulgazione delle leggi sui poveri; la violenta riduzione del mondo del lavoro a pura e semplice forza-lavoro sfruttabile a piacimento, non soltanto prolungando nella misura più estesa possibile la giornata lavorativa, ma anche immettendo nel mulinello della produzione capitalistica donne e bambini. Ogni resistenza dentro i processi di produzione poteva e doveva essere stroncata: per il bene di chi lavora, ovviamente… Qualsiasi intralcio al meccanismo economico avrebbe comunque peggiorato, non migliorato, le loro condizioni (p. 15).
E Bellofiore conclude che, “a ben vedere, è l’idea ‘selvaggia’ di capitalismo che si è di nuovo imposta ai nostri giorni” (ibid.). Discuterò più avanti quest’ultimo statement, limitandomi a segnalare, per ora, che esso percorre sotterraneamente tutto il libro, riemergendo in superficie in varie occasioni; e rappresenta la giustificazione della pulsione rivoluzionaria che lo anima tutto (e di cui ho dato conto all’inizio di queste pagine).
Ci sono tre temi elaborati da Ricardo che contribuiscono a mettere in luce la profonda diversità tra il suo capitalismo e quello dei tempi di Smith. Quello su cui più insiste Bellofiore, probabilmente influenzato dalla lettura di Ricardo fatta da Sraffa (nonostante le sue riserve nei confronti di tale lettura), è il tema della riduzione del lavoro a mero elemento del capitale (e quindi, appunto, “la distruzione di qualsiasi retroterra che nel vecchio sistema consentisse a lavoratori e lavoratrici una parziale possibilità d’indipendenza dal meccanismo capitalistico”). Al riguardo Bellofiore riporta l’opinione di Napoleoni, secondo il quale “Sraffa andava interpretato […] in questo senso: che il capitalismo andrebbe visto come una ‘totalità’ che include il lavoro dentro di sé come sua ‘parte’, quale mero strumento di produzione al pari dei mezzi di produzione inanimati; che dunque il salario deve ridursi al minimo di sussistenza, e il capitale ha ‘diritto’ ad appropriarsi dell’intero sovrappiù” (p. 29).
Gli altri due temi sono la teoria ricardiana della rendita e la “questione delle macchine”. Ai fini delle problematiche esplorate da Bellofiore, la teoria della rendita è rilevante soprattutto, perché esplicita la presenza, all’interno del capitalismo, di un elemento ineliminabile di conflitto tra le classi (proprietari terrieri vs capitalisti) e poi perché prefigura un destino di lungo periodo del capitalismo stesso: la fine dell’accumulazione del capitale e l’avvento di uno stato stazionario, appunto quando la tendenza alla caduta del saggio del profitto avrà concentrato nelle mani dei proprietari terrieri tutto il sovrappiù. La rilevanza della tendenza alla sostituzione del lavoro con le macchine, oltre a far emergere un altro elemento di conflitto tra le classi, stavolta lavoratori e capitalisti, è connessa alla “relazione tra progresso tecnico e occupazione” e alla connessa questione della disoccupazione tecnologica. Di nuovo un’occasione di conflitto tra capitale e lavoro che però, come osserva Bellofiore, Ricardo tende a sottovalutare (cfr. p. 14).
Da questa cupa immagine del capitalismo che emerge dalle pagine di Ricardo si può uscire seguendo due strade. La prima è quella percorsa da Marx, che consiste nell’enfatizzare il carattere contraddittorio del capitalismo. Questo deriva innanzitutto dal fatto che il capitale ha bisogno del lavoro (ricordiamo che per lui, come per tutto il pensiero economico classico, il lavoro è la fonte esclusiva del valore), sicché esso non può mai essere “sussunto” senza residui nel capitale, “così che diventi l’equivalente di una macchina” (p. 15). Commenta al riguardo Bellofiore che i “capitalisti vivono in un mondo di incertezza: acquistano una forza-lavoro che potrebbe resistere” (ibid.). La tensione tra essenzialità e alterità del lavoro all’interno del capitalismo è all’origine dell’altro grande sviluppo proposto da Marx rispetto a Ricardo, ossia la teoria delle crisi capitalistiche: il conflitto tra lavoro e capitale è alla base non solo della spinta all’accumulazione (è la più volte citata tematica della produzione del “plusvalore relativo”), ma è alla base del meccanismo delle crisi ricorrenti cui l’economia del capitalismo è soggetta. Quando la crescita dell’economia e dell’occupazione provoca un aumento eccessivo del salario, l’economia va in crisi in conseguenza della caduta dei profitti (con conseguente ricostituzione dell’esercito industriale di riserva, che ha l’effetto di disciplinare i salari. D’altro canto, quando i salari sono troppo bassi, l’economia capitalistica può entrare in crisi per insufficienza di “sbocchi” per la propria produzione: anche se il controllo sulla forza-lavoro avvenisse con successo, le imprese producono merci che potrebbero non vendere (cfr. Bellofiore, p. 15). È il gran tema delle “crisi da realizzo” anticipato da Malthus e successivamente rilanciato, tra gli altri, da Rosa Luxemburg. Ovviamente, per Marx il destino di lungo periodo del capitalismo non è lo stato stazionario ma, semmai, il suo crollo (un punto su cui Bellofiore dissente da Marx), o comunque il suo superamento, con l’avvento del socialismo sulla spinta dell’azione rivoluzionaria del movimento dei lavoratori.
La seconda via di uscita dalla visione del capitalismo che emerge dai lavori di Ricardo è quella percorsa dai pensatori dell’economia neoclassica (marginalistica). Dal punto di vista delle tematiche trattate nel libro di Bellofiore (e sintetizzate in queste pagine), gli economisti neoclassici sviluppano una serie di temi presenti in Smith e in Ricardo, per costruire una visione dell’economia imperniata sul principio generale della teoria della scelta razionale. Nel loro approccio l’economia capitalistica perde ogni connotazione di sistema economico determinato. In un certo senso, la storia viene espunta completamente dal discorso economico. L’economia diventa una disciplina astorica (economics). Come è facilmente intuibile, gli interessi di Bellofiore sono piuttosto lontani dall’economia neoclassica, per cui l’argomento viene trattato poco, sporadicamente e in modo piuttosto svogliato. Per esempio troviamo a p. 42 un breve accenno alla tentazione di fare di Smith “il sostenitore della razionalità e naturalità del mondo che esce dalla rivoluzione industriale. Il capitalismo si configurerebbe, in questa lettura, come la fine della storia e la realizzazione della natura” (p. 42; ma sappiamo che Bellofiore respinge questa interpretazione). Il tema del capitalismo come economia naturale, corredato da una breve illustrazione delle caratteristiche generali dell’approccio neoclassico, viene ripreso all’inizio del terzo capitolo, quello appunto dedicato ad alcuni sviluppi del pensiero economico dopo Adam Smith. Ma, di nuovo, più che altro per ribadire le distanze da questo approccio.
Leggendo quel capitolo, si scopre che Bellofiore è invece molto più interessato alle tematiche sviluppate da altri importanti protagonisti della storia del pensiero economico: Stuart Mill e, soprattutto, Keynes. Del primo si sofferma sulla sua visione dello stato stazionario cui tende il capitalismo, sul quale Mill, contrariamente a Ricardo, si esprime in termini improntati all’ottimismo. Bellofiore riporta (p. 70) questo brano di Mill che illustra in modo vivido il suo atteggiamento critico su alcuni aspetti cruciali della dinamica del capitalismo, della quale sottolinea l’esigenza che almeno essa sia temperata nella direzione di una maggiore uguaglianza:
Finché la ricchezza continuerà a rappresentare il potere, e il diventare più ricchi possibile continuerà a essere oggetto dell’ambizione universale, che la via per giungere alla ricchezza sia aperta a tutti, senza favori o parzialità. Ma la condizione migliore per la natura umana è quella per cui, mentre nessuno è povero, nessuno desidera diventare più ricco, né deve temere di essere respinto indietro dagli sforzi compiuti dagli altri per avanzare.
Proprio per questo, “mentre per ‘gli economisti delle ultime generazioni’ lo stato stazionario è una prospettiva spiacevole e scoraggiante, Mill si dichiara ‘propenso piuttosto a credere che, nel complesso, esso rappresenterebbe un considerevole miglioramento rispetto alle nostre condizioni attuali’” (p. 69). E spiega questa sua valutazione perché nello stato stazionario la fine della crescita della produzione materiale si accompagnerebbe a uno sviluppo culturale e a un flusso di innovazioni che “produrrebbero il loro effetto legittimo, quello di abbreviare il lavoro” (citato a p. 71, corsivo nell’originale). Questa prospettiva dello stato stazionario, e della connessa prospettiva di liberazione dal lavoro, andrebbe perseguita, secondo Mill, prima di esservi costretti dalla tendenza alla caduta del saggio di profitto. Per questo occorrono “giuste istituzioni” e la “guida di una saggia previdenza”. Solo così, conclude Mill,
le conquiste sui poteri della natura compiute dall’intelletto e dall’energia degli scienziati potranno diventare il retaggio comune della specie umana, e il mezzo per migliorare ed elevare la sorte dell’umanità (citato sempre a p. 71).
Non sorprende certo che, al di là della rispettosa considerazione e dello spazio che gli dedica nel suo libro, Bellofiore sia piuttosto scettico nei confronti di questa ripresa da parte di Mill del messaggio smithiano sul (positivo) ruolo storico del capitalismo. La cosa, del resto, è abbastanza scontata data la sua sintonia con le tesi di Marx. Ben più intrigante, per lui, è la posizione che viene presa su questo stesso argomento da Keynes, quasi un secolo dopo (i Principles of Political Economy di Mill escono nel 1848 mentre la pubblicazione della General Theory di Keynes è del 1936).
A Keynes Bellofiore dedica, oltre che alcune pagine del terzo capitolo (appunto in condivisione con Mill), gran parte del capitolo ottavo, l’ultimo, quello conclusivo del suo libro (non considerando le due appendici). Uno spazio così ampio si giustifica perché – come ci ricorda Bellofiore – “Keynes vuole salvare il capitalismo” (dal comunismo), ma “inizia a comprendere che, perché ciò avvenga, il capitalismo va salvato da se stesso” (p. 17).
Il capitalismo va salvato perché nel lungo periodo l’accumulazione del capitale è il mezzo che consente, in prospettiva, “il superamento della scarsità, e il passaggio a un’economia dell’abbondanza e dell’ozio”. Le parole appena citate sono di Bellofiore (p. 72) ma rendono correttamente la posizione di Keynes, che già nel 1919, nel suo pamphlet su Le conseguenze economiche della pace aveva scritto: “forse sarebbe venuto un giorno in cui ce ne sarebbe stato finalmente abbastanza per tutti e la posterità avrebbe potuto cominciare a godere il frutto delle ‘nostre’ fatiche” (ibid.). L’argomentazione di Keynes ricalca molto da vicino quella di Adam Smith. Sempre nello stesso pamphlet aveva scritto che, nell’economia dei decenni precedenti alla guerra,
la società era organizzata in guisa che una gran parte del reddito di nuova formazione veniva a cadere sotto il controllo della classe che era meno incline a consumarlo, […] Era precisamente la “ineguaglianza” di distribuzione della ricchezza che rendeva possibili quelle vaste accumulazioni di ricchezza fissa e di sviluppo di capitali che distinguono quel periodo da ogni altro. E qui sta, in fatto, la principale giustificazione del sistema capitalistico (ibid.).
Qualche anno dopo, nel saggio del 1930 sulle Prospettive economiche per i nostri nipoti (un testo alla cui discussione Bellofiore dedica molto spazio, sia nel terzo che nell’ottavo capitolo), Keynes si sarebbe spinto a prevedere che il traguardo dell’abbondanza era piuttosto vicino: “il problema economico può essere risolto, o per lo meno giungere in vista di una soluzione, nel giro di un secolo” (p. 73). Osserva Bellofiore che, nella descrizione che Keynes fa della società che ha risolto il problema economico, “a essere impressionanti non sono solo le corrispondenze con Smith, ma anche quelle con Mill” (ibid.), anche se, rispetto a quest’ultimo, vi è maggiore consapevolezza e minore ottimismo sulla complessità del processo che conduce a quel traguardo e sugli ostacoli da superare per raggiungerlo, primo tra tutti quello della disoccupazione tecnologica (da affrontare, secondo Keynes, riducendo sistematicamente l’orario di lavoro).
Sottolinea Bellofiore che qualche anno dopo Keynes avrebbe cambiato posizione su questo punto: mentre nel saggio del 1930 la prospettiva era quella della fine della scarsità e della liberazione dal lavoro, nella riflessione successiva, quella della General Theory, l’accento si sposta sul breve periodo e l’enfasi sull’esigenza di creare le condizioni per l’espansione del prodotto; un risultato tutt’altro che scontato, visto che, in condizioni di laissez-faire, è assai probabile il rischio che una crisi economica faccia precipitare la società in “una posizione di equilibrio nella quale l’occupazione sia abbastanza bassa e il tenore di vita abbastanza miserabile per ridurre a zero il risparmio” (citato a p. 339). Bellofiore attribuisce questo cambiamento d’accento al mutato quadro politico internazionale, e in particolare all’avvento del nazismo in Germania (una congettura che mi pare convincente).
Quanto appena detto aiuta a spiegare perché Keynes ritenga che il capitalismo vada salvato da se stesso. Il motivo lo abbiamo appena detto ed è sufficientemente noto perché ci si debba dedicare molto spazio: le economie capitalistiche di mercato, lasciate alle proprie dinamiche spontanee, sono fortemente esposte alle recessioni e, più in generale, al ristagno per l’insufficienza (sistemica) della domanda aggregata. Come troviamo scritto anche nei libri di testo, il risparmio non è domanda, ma solo astensione dal consumo, e diviene domanda solo se qualcuno lo trasforma in investimento, il che non è affatto scontato. Del resto, la Teoria generale di Keynes viene pubblicata negli anni della “grande depressione”, la più profonda, diffusa e prolungata crisi delle economie capitalistiche. Come abbiamo visto, il tema delle crisi e del ruolo della domanda era stato affrontato da importanti esponenti del pensiero economico del secolo precedente, da Malthus a Rosa Luxemburg, passando naturalmente per Marx. Keynes, però, non solo fornisce un solido quadro teorico per spiegarne i meccanismi ma identifica gli strumenti di policy per affrontarle, contenerle e risolverle rapidamente, consentendo alla crescita economica e all’accumulazione del capitale di riprendere il proprio cammino.
La lettura di Keynes proposta da Bellofiore mette in luce un altro elemento importante per cui il capitalismo ha bisogno di essere salvato da se stesso, ossia la perdita di consenso. Seguiamo il suo ragionamento, che prende le mosse da un lungo brano tratto da Le conseguenze economiche della pace (che fa seguito a quello citato alla pagina precedente). I capitalisti,
come api, […] risparmiavano e accumulavano a vantaggio anche della comunità, perché essi stessi avevano di mira fini più ristretti. […] Lo sviluppo di questo rimarchevole sistema dipendeva perciò da un doppio inganno. Da un lato le classi lavoratrici accettavano, per ignoranza o per impotenza, o erano costrette, persuase o indotte dal costume, dalla convenzione o dall’autorità e dal ben regolato ordine sociale, ad accettare una situazione per la quale esse potevano chiamare propria una ben piccola parte della torta che esse stesse e la natura e i capitalisti avevano cooperato a produrre. Dall’altro lato era consentito ai capitalisti di considerare propria la miglior parte della torta ed essi erano teoricamente liberi di consumarla, nella tacita, sottintesa condizione che in pratica ne avrebbero consumato una ben piccola porzione. Il dovere di “risparmiare” divenne celebrata virtù e l’ingrossamento della torta oggetto di vera religione (citato a p. 72).
Se però il dovere di risparmiare viene meno, se i proprietari del capitale, invece di investire i propri profitti, prendono a espandere i propri consumi, allora, dice Keynes, “l’inganno è rivelato; le classi lavoratrici possono non essere più disposte a così larghe rinunzie” (citato a p. 73). Per Keynes, la fine dell’epoca del risparmio (e della sua traduzione in investimento) matura a seguito della guerra. Una spiegazione più convincente, a mio avviso, può essere trovata nella crescente capacità delle imprese capitalistiche di sfuggire ai vincoli della concorrenza. Quale che sia la spiegazione, tuttavia, la rivelazione dell’inganno rischia di far suonare “l’ora della confisca” del capitale (il riferimento, implicito ma trasparente, è all’avvento del “comunismo”). E la cosa può essere evitata, appunto, a due condizioni: (i) che le economie capitalistiche riprendano a crescere; (ii) che i frutti della crescita vengano distribuiti anche ai lavoratori. A ben vedere sono gli elementi costitutivi della “tregua sociale tra capitale e lavoro dei primi trent’anni del secondo dopoguerra” (p. 76). Come sappiamo, sono stati gli anni della più sostenuta crescita economica mai conosciuta dal capitalismo, con ritmi di aumento del prodotto nazionale che non erano mai stati raggiunti, né prima né dopo. Non casualmente sono stati battezzati gli anni della golden age, l’epoca d’oro del capitalismo.
***
La golden age è finita oltre quarant’anni fa. Delle tante cause che sono state proposte per spiegare questa fine Bellofiore ne privilegia una, che sintetizza nella parola “conflitto”: conflitto tra Stati e tra capitalismi per l’egemonia sull’economia mondiale (Giappone vs USA; Europa, e soprattutto Germania, di nuovo vs Stati Uniti; oggi, come sappiamo, nello stesso tipo di conflitto l’avversario degli Stati Uniti è diventato la Cina); un conflitto alimentato dal gioco a tutto campo della finanza che tende a gestire l’allocazione dei capitali sul mercato mondiale. A questi conflitti Bellofiore aggiunge (privilegia) quello tra capitale e lavoro, del quale enfatizza non tanto la dimensione redistributiva (la lotta per gli aumenti salariali) quanto piuttosto l’aspetto “dell’organizzazione del lavoro e della prestazione lavorativa. Un antagonismo che si prolunga – certo, confusamente: ma non tanto confusamente da non essere discernibile – in una contesa sul come e cosa produrre” (p. 22).
Concordo solo in parte con questo tipo di spiegazione. Anche per me la crisi della golden age è stata innescata da una serie di conflitti: quello tra Stati Uniti e resto del mondo sviluppato, che si è concluso con la fine del sistema di cambi fissi stabilito a Bretton Woods nel 1944; quello tra paesi avanzati e paesi produttori di materie prime e di fonti di energia; e naturalmente quelli riguardanti il mercato del lavoro. Ma questi ultimi erano essenzialmente di carattere redistributivo (l’antagonismo segnalato da Bellofiore in merito al ruolo del lavoro sulla scelta di cosa e come produrre, mi pare francamente sopravvalutato; più un wishful thinking che un fenomeno reale). A loro volta, i conflitti erano la conseguenza dei successi degli anni della golden age. La grande crescita economica aveva determinato un rovesciamento dei rapporti di forza nei mercati del lavoro e delle materie prime, con conseguente passaggio, per servirci della terminologia di Artur Okun, da un quadro di “mercato del compratore” (in cui il “pallino” è in mano alle imprese e ai paesi avanzati) a uno di “mercato del venditore” (in cui il “pallino” passa in mano ai lavoratori e ai paesi produttori).
Dopo l’entrata in tensione dell’assetto della golden age è seguito un periodo turbolento, caratterizzato dall’esplodere dell’inflazione, che ha svolto il ruolo di rendere gestibili quei conflitti. Alla fine degli anni Settanta del secolo scorso i costi economici e sociali dell’inflazione hanno cominciato a sopravanzare i benefici. Ed è solo allora che sembra sia tornata a imporsi quella “idea ‘selvaggia’ di capitalismo” di cui parla Bellofiore. Le principali caratteristiche del capitalismo degli ultimi quarant’anni sono ben note. La prima è il tramonto (l’eclisse?) del keynesismo. Esso viene criticato sul piano teorico (dagli economisti di scuola neoclassica), rifiutato sul piano delle politiche economiche (salvo però, nei momenti di crisi, ricorrere, per aggiustare le cose, all’arsenale di politiche economiche messo a punto nel corso dei decenni dagli economisti keynesiani) e sostituito da un’ideologia che affida al ‘libero’ mercato il compito di coordinare le scelte economiche. La seconda caratteristica è l’estensione a tutto il mondo della libertà di circolazione delle merci e della finanza, ma anche del decentramento delle produzioni e del lavoro, dando luogo a quel fenomeno complesso che si è soliti chiamare globalizzazione.
La terza caratteristica è quella che sta più a cuore a Riccardo Bellofiore, ed è la “destrutturazione del mondo del lavoro” (p. 18). Un paio di pagine prima aveva scritto che “la globalizzazione ci presenta un capitalismo sempre più organizzato e concentrato, ma con grandi imprese sempre più snelle e soprattutto con un lavoro sempre più frammentato”. Questo, per lui, è un chiaro segnale “che il progresso economico, riduttivamente inteso, non batte sempre la stessa strada del progresso sociale” (ibid.), sicché “l’accumulazione del capitale può procedere non riunificando naturalmente il mondo del lavoro ma segmentandolo e dividendolo” (p. 17). Insomma, per Bellofiore, nel capitalismo contemporaneo all’accumulazione del capitale non è più associata una corrispondente crescita di una “classe lavoratrice”, appunto perché l’impiego del lavoro da parte del capitale prende forme sempre più frammentate. Per servirci delle sue parole, “l’accumulazione del capitale nel mondo della globalizzazione tutto fa meno che riunificare il mondo del lavoro” (p. 20). E in questo quadro, in effetti, Smith e Keynes “hanno i loro problemi”, ma anche Marx “non sta molto bene” (ibid.)
Di nuovo, il mio accordo con questa tesi di Bellofiore è solo parziale, non tanto sul fenomeno della “destrutturazione del lavoro”, che è indiscutibile, quanto sulle sue cause. Non lo vedo, cioè, come una conseguenza della sconfitta del movimento dei lavoratori proprio nei decenni della golden age. In proposito Bellofiore scrive: “Se si cerca un’epoca in cui il lavoro comincia a recedere come dimensione totalizzante e assorbente della vita, una dimensione di cui i lavoratori finiscono con l’essere una semplice appendice, questa è l’era del fordismo- keynesismo” (p. 22). Io vedo invece la “destrutturazione del lavoro” come una conseguenza, sempre in quegli anni, del successo dei lavoratori, cui è stata però abbinata la mancata capacità di tradurlo verso direttrici strategiche più avanzate.
Nei decenni della golden age, era fortemente cresciuta l’occupazione e, soprattutto nell’ultima fase di quel periodo, erano cresciuti i redditi dei lavoratori ed erano fortemente migliorati gli aspetti normativi dei contratti. Le società si erano dotate di potenti istituti di welfare (salute, istruzione, anzianità, sicurezza). E, soprattutto nei paesi più avanzati, le decisioni politiche erano affidate a consolidate istituzioni democratiche. Anche i paesi delle parti più arretrate del mondo erano stati coinvolti nel processo generale di crescita. Il mondo stava cambiando, e in meglio. Per tutti, ma principalmente per i lavoratori. Certo, restava moltissimo da fare. Per riprendere (fuori dal contesto!) una frase di Bellofiore, non si vedeva ancora la fine della lunga fase della “lotta, non solo alla povertà, ma anche alla disoccupazione e all’ineguaglianza nella distribuzione del reddito” (p. 351), ma ci si era incamminati per la buona strada. Anche per il lavoro le cose stavano cambiando: l’accesso generalizzato all’istruzione stava aprendo possibilità di scelta che erano completamente impensabili anche solo per la generazione precedente.
Tutto ciò naturalmente costava. In parte è stato finanziato dalla crescita economica, finché è durata; in parte dalla tassazione (progressiva), anch’essa finché è durata; in parte dalla redistribuzione del reddito, che ha visto crescere la quota del lavoro come mai, nel capitalismo, prima e dopo quel periodo. Poi è subentrata l’inflazione; successivamente i debiti pubblici; infine la crisi. A questo punto ha cominciato a prendere corpo, nelle società capitalistiche avanzate, la tentazione da parte dei capitani d’industria di “dare una lezione ai lavoratori”, il cui potere, alimentato e sorretto da condizioni di pieno impiego stabile, prolungato e tutelato, veniva giudicato eccessivo e pregiudizievole per le sorti delle imprese. L’immagine è di Michal Kalecki, il quale, in un suo scritto del 1943, Political Aspects of Full Employments, argomenta i motivi per cui il compromesso keynesiano entra necessariamente in crisi quando la piena occupazione diventa una condizione stabile dell’economia (ne parla Bellofiore a p. 354).
Quella tentazione di fare i conti col lavoro, alimentata dall’esigenza di mettere fine all’inflazione e di riportare sotto controllo i conti pubblici, si è tradotta nella decisione di cambiare strada, o meglio di tornare indietro, ai meccanismi del mondo precedente. Un mondo molto più ingiusto, in cui la dinamica della distribuzione del reddito ha cambiato segno, in cui ha preso avvio un processo, sia pure contrastato, di smantellamento degli istituti del welfare state, in cui le stesse istituzioni democratiche sono state poste sotto pressione e sotto attacco. Ma anche un mondo più inefficiente, come dimostrano il rallentamento della dinamica del prodotto e i segnali, ancora sporadici ma sempre meno infrequenti, di secular stagnation. Ma non uno stato stazionario alla Mill e Keynes in cui si può provare a ragionare di liberazione dal lavoro (un tema a lungo discusso da Bellofiore su cui non intervengo, anche se mi piacerebbe); piuttosto una situazione in cui il problema di un futuro prossimo caratterizzato da una crescente disoccupazione tecnologica si fa sempre più pressante e angoscioso.
Come ho accennato prima, per Bellofiore la svolta neoliberista (con tutto quel che vi è associato) è stata la conseguenza di una sconfitta del movimento dei lavoratori, troppo schiacciato sulla posizione di lotta redistributiva che le era stata assegnata dal compromesso keynesiano. Io la vedo diversamente. Keynes era effettivamente riuscito a formulare un’analisi e una strategia capaci, se applicate, di salvare il capitalismo da se stesso. L’approccio keynesiano aveva creato le condizioni per cui si poteva approfittare delle circostanze favorevoli che si erano determinate dopo la fine della seconda guerra mondiale per far realizzare un grandioso balzo in avanti alle economie di tutto il mondo. Tuttavia le idee nuove, per quanto potenzialmente feconde, non sono mai sufficienti da sole. Hanno bisogno di politiche capaci di metterle in pratica; e a loro volta le politiche hanno bisogno di essere sorrette dal consenso. Gli anni della golden age sono stati il frutto della (fortunata?) combinazione di tutti e tre questi elementi. Poi quell’epoca felice per i sistemi economici di tutto il mondo si è esaurita, e non poteva che esaurirsi. Per andare avanti ci sarebbero volute idee nuove (il mondo era cambiato e quelle di Keynes non bastavano più), politiche nuove e un rinnovato sostegno popolare. Sono mancate tutte e tre, sicché siamo precipitati nell’inverno del nostro scontento.
***
Sono tante le cose di questo libro di Bellofiore su cui mi sono trovato in accordo e ce ne sono invece parecchie (di più? di meno?) su cui mi sono trovato in disaccordo. Di alcune ho parlato nelle pagine precedenti. Di altre non ho detto per motivi di spazio, così come, per gli stessi motivi, non ho trattato di molti argomenti del libro che meritavano di essere illustrati e discussi. Per esempio non ho detto praticamente nulla sulla questione della liberazione dal lavoro, cui Bellofiore contrappone, sulla scia del Marx dei Grundrisse, quella della liberazione del lavoro, una questione intricata, che occupa uno spazio importante (quantitativo e qualitativo) del libro. Così pure non ho dedicato lo spazio che avrebbe meritato al tema dell’origine filosofica (che si trova in Locke) del “postulato” che anima tutta la ricerca di Bellofiore, ossia che la fonte del valore è il lavoro, un’idea con cui talvolta sembra civettare lo stesso Keynes (cfr. p. 338). Ma sono contento di aver letto il libro. Nonostante la fatica che comporta il confronto con tematiche complesse e spesso ardue, si esce dalla sua lettura diversi da come ci si è entrati. Riccardo Bellofiore ha scritto un libro ricco di spunti di riflessione, alcuni discutibili ma sempre stimolanti. Un libro che fa pensare, e di questo lo ringrazio.














































Comments
Meno male che Sinistra in Rete l'ha rilanciata visto che le riviste accademiche just turn readers off.