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Note su “Ripensare il capitalismo” di M. Mazzucato e M. Jacobs

di Lorenzo Cattani

nyc ott 640x315«We used to make shit in this country, build shit. Now we just put our hand in the next guy’s pocket». È con questa frustrazione che Frank Sobotka, personaggio della seconda stagione di The Wire, traccia una sorta di parabola del capitalismo americano. Iniziare una recensione con questa citazione ha chiaramente un intento provocatorio, eppure le parole di Frank Sobotka non debbono essere così facilmente archiviate come pensieri superficiali o qualunquisti. Questo non solo perché The Wire è una serie TV che ha saputo cogliere elementi importantissimi della società americana (e non solo)[1], ma anche perché a 10 anni da una crisi che le economie avanzate non sono ancora riuscite a superare, appare chiaro come lo sviluppo che il capitalismo ha avuto negli ultimi decenni mostri debolezze strutturali.

In un certo senso, le stesse tematiche le ha affrontate Bernie Sanders nei primi anni Duemila quando faceva presente all’allora governatore della Fed, nonché paladino della deregulation e delle liberalizzazioni, Alan Greenspan che negli USA i casi di bancarotta erano aumentati del 23%, che gli investimenti privati stavano toccando i livelli più bassi degli ultimi 50 anni e che i guadagni degli amministratori delegati erano 500 volte maggiori di quelli dei lavoratori[2]. Molti di questi temi vengono affrontati dagli autori del volume Ripensare il capitalismo, a cura di Mariana Mazzucato e Michael Jacobs: l’idea alla base del loro lavoro è che gli insuccessi del capitalismo siano collegati a quelli della teoria economica e che, pertanto, sia necessario rivedere il pensiero economico dominante in modo che si possa tradurre in una nuova politica economica.

 

Le debolezze del capitalismo occidentale

Mazzucato e Jacobs elencano quelle che secondo loro sono le tre debolezze principali del capitalismo, che saranno i riferimenti di praticamente tutti i contributi offerti nei successivi capitoli dai vari autori del testo.

La prima di queste criticità è la crescita debole e instabile, che rappresenta il vero e proprio punto di partenza nella riflessione. Mazzucato e Jacobs riprendono proprio un discorso di Alan Greenspan, che in occasione della sua deposizione di fronte al Congresso fu costretto ad ammettere che l’idea per cui «l’interesse egoistico delle organizzazioni, in particolare le banche, fosse tale da renderle in grado di proteggere nel migliore dei modi i propri azionisti e il loro capitale» si era dimostrato tutt’altro che fondato. Ed è proprio da qui che si possono riprendere le parole di Bernie Sanders sull’aumento dei casi di bancarotta: Mazzucato e Jacobs mostrano infatti, citando Reinhart e Rogoff, che «da quando la quasi totalità dei paesi ha intrapreso la strada della liberalizzazione finanziaria, negli anni Settanta e Ottanta, la frequenza delle crisi bancarie è aumentata notevolmente […] per il capitalismo moderno, l’instabilità non è più l’eccezione, ma una caratteristica apparentemente strutturale». La crescita economica a cui abbiamo assistito negli ultimi decenni non è infatti il frutto di un aumento delle capacità produttive e del reddito nazionale ma è invece legata all’aumento dell’indebitamento delle famiglie e delle imprese, che nel corso del tempo ha portato allo scoppio della crisi del 2008. Da allora, la disoccupazione è scesa a fatica in quasi tutti i paesi dell’Ocse e i salari reali, dove sono aumentati, hanno avuto una crescita modesta.

La seconda debolezza riguarda un tenore di vita stagnante da ormai 40 anni. Questo secondo problema è legato soprattutto al fatto che la produttività è cresciuta molto di più rispetto ai salari reali[3], unitamente al fatto che stipendi e salari rappresentano una quota minore del prodotto complessivo, mentre invece aumentano rendite ed eredità, e soprattutto che la distribuzione di questa quota ridotta è diventata più iniqua.

A tutto questo bisogna anche aggiungere l’aumento del lavoro atipico che nei paesi Ocse rappresenta circa la metà dei posti di lavoro che sono stati creati dagli anni Novanta e circa il 60% di quelli creati dopo la crisi del 2008.

La terza debolezza riguarda invece i cambiamenti climatici. Gli autori sostengono che «al ritmo di emissioni attuale, la terra va verso un incremento delle temperature medie globali di 3-4 gradi centigradi […] già al di sopra dei 2 gradi, ammonisce il Gruppo intergovernativo di esperti sui cambiamenti climatici, ci possiamo aspettare un’incidenza molto più alta di eventi metereologici esterni». Un aumento che potrebbe portare, fra le altre cose, a un collasso delle reti infrastrutturali e dei servizi fondamentali, a un calo della produttività agricola e un peggioramento dei «livelli di salute e mortalità originato da episodi di caldo estremo e malattie».

In questo articolo verranno analizzati gli aspetti relativi alle prime due debolezze: da un lato si analizzeranno le problematiche che Stato e imprese hanno affrontato e affrontano nello stimolare l’innovazione, dall’altro si prenderanno in esame aspetti relativi alla disuguaglianza fra e dentro le imprese, riflettendo su due dimensioni fondamentali della crescita economica: innovazione ed inclusione.

 

Stato e imprese innovative

Secondo William Lazonick la teoria dell’economia di mercato impedirebbe di «comprendere le origini microeconomiche della produttività». Sarebbero le organizzazioni, non i mercati, a investire sulle risorse che fanno aumentare la produttività; i mercati si limiterebbero a garantire l’accesso a manodopera, finanza, terreni e beni intermedi. La concorrenza perfetta è sostanzialmente impossibile da ottenere e non può essere considerata particolarmente efficiente. «Se le condizioni della tecnologia e del mercato rendono possibile la concorrenza perfetta, com’è possibile che un’azienda (o un ristretto numero di aziende) arrivi a dominare un settore?» si domanda Lazonick.

La teoria neoclassica prende per data la struttura dei costi che le imprese affrontano, mentre la teoria dell’innovazione afferma che l’impresa innovativa riesca a determinarla tramite gli investimenti sui costi fissi. Sui manuali di economia viene riportato che i motivi per la ridotta dimensione delle imprese sono legati alla produttività marginale decrescente del lavoro[4] e alle difficoltà che il datore di lavoro affronterebbe nel monitorare i suoi dipendenti. Tuttavia, sostiene Lazonick, la concorrenza perfetta ignora lo spirito imprenditoriale e il ruolo del management[5].

Lo sviluppo delle imprese innovative è legato ai processi di apprendimento, collettivi e cumulativi, che fanno aumentare i costi fissi dell’impresa. Così facendo, tali aziende possono guadagnarsi una quota di mercato più ampia e trasformare i costi fissi elevati in costi unitari contenuti tramite le economie di scala. Poiché l’innovazione è incerta non è detto che gli investimenti in apprendimento generino risultati positivi, infatti l’impresa innovativa affronta tre tipi di incertezza:

Incertezza tecnologica: sviluppare prodotti di qualità.

Incertezza di mercato: accedere a quote di mercato sufficientemente ampie.

Incertezza competitiva: resistere alla concorrenza di altre imprese che possono sviluppare prodotti di qualità. 

Queste forme di incertezza conducono al tema del rapporto fra imprese e Stato. Sarebbe gravissimo pensare che siano solo le imprese innovative a determinare ritmo e direzione dell’innovazione. I tre gradi di incertezza possono essere pesantemente influenzati dall’intervento statale, che può aiutare le imprese innovative a superare i momenti difficili della loro esistenza e anche a commercializzare i loro prodotti.

La riflessione di Mariana Mazzucato sottolinea la necessità di non relegare lo Stato alla correzione dei fallimenti di mercato e, invece, di usare l’intervento pubblico per stimolare forme di crescita economica più forti, sostenibili e inclusive. Lo studio delle potenzialità innovative di un paese non può fermarsi al livello di spesa in ricerca e sviluppo (R&S), ma deve guardare alla circolazione della conoscenza e alla sua diffusione attraverso l’economia in generale. Eppure parrebbe che in questo momento le economie avanzate stiano andando nella direzione opposta. La calante quota del settore pubblico negli investimenti su R&S e la preferenza per la ricerca applicata da parte del settore privato ne sarebbero la dimostrazione.

Negli USA la spesa in R&S è rimasta invariata ma ne è significativamente cambiata la composizione[6]: nel 1964 il pubblico finanziava il 67% della spesa, mentre nel 2000 ne finanziava solo il 25%, per poi risalire al 30% nel 2012[7]. A ciò bisogna aggiungere anche che il settore privato ha fatto «più sviluppo che ricerca», penalizzando fortemente la ricerca scientifica di base, che «con ogni probabilità ridurrà le opportunità di innovazione future». Seguendo l’idea di «massimizzare il valore dell’azionista», le imprese utilizzano una quota sempre più ampia dei loro profitti per manipolare il prezzo delle stock option, spesso legato alla retribuzione dei manager. Questa preferenza per il breve termine, più che un’imposizione dei mercati, sarebbe il risultato di tipologie specifiche di strutture manageriali, modelli proprietari e culture finanziarie.

Questo genera relazioni parassitiche fra Stato e imprese, con le seconde che fanno pressione per ottenere riduzioni sulle aliquote delle plusvalenze e per allentare la regolamentazione. Tuttavia, se abbassano gli investimenti in ricerca di base, le aziende dovranno appoggiarsi sempre di più su una spesa pubblica che lo Stato farà sempre più fatica a finanziare se continueranno le pressioni per abbassare le aliquote e per chiedere, più in generale, un minore intervento statale.

Cosa fare? La risposta di Mazzucato è che alla socializzazione dei rischi dovrebbe unirsi quella dei benefici. In ogni economia vi è uno Stato che si è assunto dei grossi rischi nel finanziare l’innovazione[8]. Tuttavia, poiché l’innovazione è un processo incerto, collettivo e cumulato, il fallimento va visto come fenomeno fisiologico[9]. Ad un grande successo come l’automobile Tesla S, che ha contato su un prestito di 465 milioni di dollari da parte dello Stato, si accompagnano fallimenti come quello della Solyndra, che ha goduto di un prestito di 535 milioni di dollari e che ha dovuto dichiarare bancarotta. Poiché gli investimenti possono fallire è giusto che lo Stato riceva dei benefici diretti, specialmente per gli investimenti “a valle” su aziende e tecnologie specifiche, che verrebbero trattate come un portafoglio, «coprendo il rischio di insuccesso con i ricavi assicurati dagli investimenti riusciti».

Oltre a queste criticità vanno però considerate anche le conseguenze che la teoria neoclassica e il neoliberismo hanno prodotto nella ridefinizione del ruolo dello Stato e nella redistribuzione della ricchezza nelle imprese.

 

Superdirigenti e privatizzazioni: il neoliberismo delle corporation

Il neoliberismo, e i precetti che ne ispirano l’azione politica, avrebbe generato esiti opposti rispetto a quelli auspicati. Colin Crouch sostiene che da privatizzazioni ed esternalizzazioni sarebbe nata una «crescita dell’oligopolio e della concorrenza ristretta, un aumento del coinvolgimento economico dello Stato in alcune delle sue forme meno auspicabili e un concomitante interventismo politico delle imprese». Crouch definisce come «neoliberismo delle corporation» quella economia in cui i settori chiave sono dominati da una quantità ristretta di grandi aziende che possiedono, in virtù delle loro dimensioni e dell’importanza dei settori in cui operano, un peso politico incompatibile con i presupposti della teoria neoclassica. Crouch porta l’esempio del Regno Unito, in cui l’esternalizzazione dei servizi pubblici è ormai controllata da tre aziende, che se dovessero uscire dal mercato potrebbero generare conseguenze molto gravi per tutto il sistema. Il punto principale dell’autore è che queste aziende hanno saputo espandere le proprie attività[10] non perché «il loro core business non è un campo di attività specifico, ma la conoscenza dei metodi per vincere gli appalti: come partecipare alla gare e come sviluppare contatti con funzionari e politici», elemento che è decisamente in contraddizione con il pensiero neoliberista con cui di solito viene motivata la necessità di esternalizzare i servizi pubblici. Ma ciò che può sembrare più paradossale è che lo Stato, secondo Crouch, non si sarebbe “liberato” del proprio ruolo: veicolando gli investimenti pubblici tramite il settore privato avrebbe costretto i governi ad offrire «indennità agli investitori privati in caso di fallimento. Insomma, lo Stato non ha usato il mercato in uno dei suoi significati più elementari». Lo Stato non si sarebbe quindi sgravato del rischio, semplicemente lo gestirebbe con strumenti diversi.

All’interno di questo sistema, dove certe imprese si trovano rivestite di un ruolo politico, va anche preso in considerazione il costante aumento della disuguaglianza, soprattutto all’interno delle aziende. Il tema è stato trattato ampiamente da autori come Piketty e Atkinson, ma in questo libro è Joseph Stiglitz a occuparsene. L’autore presenta una critica alla cosiddetta trickle down economics, l’idea per cui elargendo risorse ai più ricchi si produrrebbe un effetto “a cascata” poiché permetterebbe agli imprenditori di produrre più posti di lavoro, cosa che eventualmente produrrebbe benefici per tutta la società. Tuttavia, i dati mostrano che i redditi sono aumentati perché sono aumentate le ore di lavoro e, come già affermato in precedenza, i salari reali hanno smesso di crescere di pari passo con la produttività. Ciò che ha maggiormente contribuito all’aumento della disuguaglianza è stato l’aumento innegabile delle rendite, che non sono direttamente connesse alla produzione di beni e servizi. Allo stesso tempo, sono aumentati i salari dei dirigenti delle aziende. Il problema principale, secondo Stiglitz, va rintracciato nei sistemi di pagamento basati sulle stock option. Questi metodi non permettono di riconoscere i reali meriti dei manager: «se la Federal Reserve abbassa i tassi d’interesse, e questo fa salire le quotazioni azionarie, gli amministratori delegati non dovrebbero ricevere nessuna gratifica; se i prezzi del petrolio scendono, e di conseguenza aumentano i profitti delle compagnie aeree e il valore delle loro azioni, gli amministratori delegati delle compagnie aeree non dovrebbero ricevere nessuna gratifica».

Al riguardo Stiglitz propone quattro soluzioni per ridurre la disuguaglianza: rivedere i criteri di compensazione dei dirigenti, garantire parità di accesso all’istruzione e tassazione equa e completa sui redditi da capitale. Unitamente a ciò conclude anche che sia necessario «ridefinire il concetto di performance economica», guardando non solo a come sta andando l’economia in media, ma a come sta andando per il cittadino medio.


Note
[1] Per un approfondimento sulla serie TV è possibile consultare la recensione pubblicata su Pandora.
[2] Il video dello scambio fra i due può essere consultato su Youtube al seguente link https://www.youtube.com/watch?v=WJaW32ZTyKE&t=18s
[3] L’International Labour Organization (ILO) stima che in 36 economie sviluppate la produttività sia cresciuta il triplo rispetto ai salari reali.
[4] Assumendo nuovi lavoratori si creerebbe un sovraffollamento che diminuirebbe la produttività dei lavoratori, che si “intralcerebbero” a vicenda.
[5] Cosa succederebbe se, ad esempio, un imprenditore investisse su impianti più grandi per evitare il sovraffollamento dei dipendenti e usasse i profitti in più per monitorare o incentivare i lavoratori al fine di mantenere invariato il livello di produttività?
[6] Lo stesso trend può essere rinvenuto anche per il Regno Unito e molti altri paesi dell’Eurozona.
[7] Questo aumento sarebbe tuttavia legato agli «stimoli temporanei introdotti dal governo americano dopo il crac finanziario».
[8] Qualora l’argomento destasse ulteriore interesse è possibile consultare la recensione al volume Lo Stato innovatore, in cui vengono riportati i meriti dello Stato nell’aver finanziato moltissime delle tecnologie abilitanti di prodotti come l’Iphone.
[9] Un’azienda che investe su diversi progetti fallimentari non va vista come un’impresa scarsamente efficiente, poiché molti fallimenti possono voler dire che tale azienda sta cercando di pensare in maniera innovativa, poiché sarà sufficiente un solo progetto di successo, talmente radicale da essere in grado di generare profitti a sufficienza per coprire e superare i costi dei progetti falliti.
[10] Aziende come la G4S e la Serco hanno iniziato come appaltatori per progetti nel campo della difesa e della sicurezza ma adesso si occupano anche di scuole e servizi di assistenza.
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